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Emilio Capaccio, poesie da Voce del paesaggio

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Inventatevi un oroscopo

Inventatevi un oroscopo. Qualità e tare ereditarie,
somiglianze con fratelli e sorelle.
Brevettate un modo di comunicare,
un sorriso indecifrabile.

Parlate dell’ambiente che vi ha ispirato,
del mare che vi ha affievoliti,
della montagna
che ha dato fibra e risolutezza.

E i venti diranno di avervi conosciuto
in luoghi che eternamente si contrastano,
dove le montagne
– lanterne antiche sull’acqua –
sono tutto quello che si acquisisce.
Il mare,
quello che si disperde!

 

*

Breve autunno

Una volta le foglie in assonnati moti cadevano.
Ora, uno dopo l’altro, si susseguono gli uragani.

Le mattine si congiungono alle sere.
I tenui pomeriggi dell’ora solare
staccandosi a metà arco del giorno
hanno lasciato un freddo nastro di oscurità.

Non c’è più il calmo fluttuare delle foglie
e per tingersi di giallo
non c’è tempo.
– Il tempo s’adegua al tempo che portiamo! –

Solo un rude strappare e un correre a un’altra
stagione.
Sotto gli archi ramati dei tigli del parco
non ci sono indizi di memorie.

Le foglie sono subito terra!

*

Chi mi aspetta

Vado con volto inapparente.
La casa è lontana.
È dove si nasconde il treno del ritorno.
Mi mobilita il tempo.
Mi dirigo come un fantasma.
A tratti, ad ogni istante,
appaio in posti più vicini
prossimo al risveglio.
La casa è sommersa
dove l’azzurro dell’arrivo cola altre tinture
e manda cartoline agli uccelli.
All’uscita della stazione una bimba
mi aspetta tutte le sere
su un manifesto sgualcito che dice:
«Scomparsa il 6 dicembre».
Mi sorride blandamente.
Pensa:
«Che stupidi! continuano a cercarmi
ora che è facile incontrarmi
in ogni preghiera!»

*

Storie sull’autunno

L’autunno è comparso a chiazze
come una malattia endemica
sulla cappa delle aiuole.

Non si vede più un cane per strada
un essere libero
di rovistare nell’immondizia
o sognante sotto i portici.

Non escono la sera.
Restano impressi sul divano
a sentire quello che si svelenano
una madre e una figlia.

Le farfalle morirono
durante l’ultima glaciazione.

La luna non è più venuta
da quando precipitò
dietro casematte quinquagenarie
a ridosso dei parchetti degli spacciatori.

– La vede una donnola ogni tanto
a un centinaio di chilometri di distanza
in qualche rada boscaglia. –

Le foglie ancora incerte
non sanno
se andare a un cielo che non le chiama
o trattenersi nel braccio vegetale.

Io mi sono sbagliato.
Non dovevo dar retta
a quelle storie sull’autunno!

*

L’attesa

C’è immobilità nell’aria.
Vegeta un nulla raggrumato
sulla carcassa del giorno.

Nel fogliame tra la pervinca
sfrega il ragno esili zampe
che intessono l’attesa.

*

Corrispondenza

Con calligrafia di solitudine
vorremmo scrivere lettere al Cielo
a un non ben definito companheiro
per parlare con lui da uomo a uomo.

Ma dopo il “Caro Gesù…”
e i nostri figli, che in altri nidi sono andati,
apponiamo una croce da analfabeta
sopra un’interminabile dormita.

 

Emilio Capaccio, da: Voce del paesaggio. Prefazione di Massimo Sannelli, Kolibris 2016

Ranieri Teti – Entrata nel nero (recensione di Gabriele Gabbia)

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RANIERI TETI – ENTRATA NEL NERO – KOLIBRIS, 2011

«aver custodito una chiave / fino allo smarrimento»; sembra essere questa l’essenza del destino poetico nell’ultima silloge di liriche di Ranieri Teti, Entrata nel nero, edita nel 2011 da Kolibris edizioni, con una splendida introduzione di Chiara De Luca.
Ma che cosa significa custodire una chiave che conduce «fino allo smarrimento»?, e che cosa significa – in poesia – smarrirsi?
Significa perdere gli estenuanti e spesso rigidi e inani riferimenti razionali cui siamo circuiti per affidarsi totalmente ai propri sensi e inoltrarsi nel bosco, certi di possedere una chiave (costituita dalla spaesante sensazione da cui la materia testuale deriva) che conduce dalla certezza labirintica del non-senso quotidiano del mondo ad una possibilità di senso – lontano dunque dalle mendacità che l’essere umano con sicumera tenta ingiustificatamente di propinare a sé stesso e agli altri.
Lo sa bene De Luca quando a questo proposito annota: «Entrare nel nero significa ritornarsi, discendersi dentro e spaccarsi per stillare sul limite del solco, coincidervi al confine con l’attorno, nel passaggio tra il buio che si è stati e lo sbocco che si è», «per scagliare le parole oltre la diga della ragione».
E ben oltre la ragione si situa l’intera raccolta di Teti – tra l’altro quasi completamente priva di connotazioni temporali, geografiche, storiche –, intrisa da un’inquietante atmosfera metafisica, che tutto invade, assembra e intride, col suo grido animale, prelogico e oscuro: «come bestia cerca / cibo nel buio il lume / che bagna le mani / e il silenzio del foglio / delle dita sul foglio».
Si tratta delle Risonanze dell’oscuro fondanti la prima sezione del testo, bagnata da una luce creaturale, notturna e sinistra: «nella parte bianca la parte / ferita di derive va al nero / metà colore metà abbandono / in parte annottarsi o cadendo / disgregarsi dove si alza lo sguardo»; e di séguito: «passaggi attraverso tenebre e altro tempo / sospinto verso la moltitudine di un giorno / inciso in questo passarsi accanto in questo / nient’altro che baratro offerto a chi è deserto // è sabbia anche la bocca che divora la voce».
La voce – meglio, le voci di Teti lungo tutta la silloge sembrano essere originate da una destinazione opaca, folgorante inciso che titola la seconda sezione del testo e mèta verso la quale il libro sembra dirigersi, ove il moto voluminoso delle fogge ambigue dell’io – prima di essere azzerato – si moltiplica e si trasmuta in un unico tumultuoso brusìo, che vacilla, e poi si flette e si frange, innervandosi nelle scaglie ledenti del linguaggio poetico – residuo che di quel mormorìo primigenio ridona l’eco: «estraneo questo specchio che flette volumi / vacilla mentre resiste uno scarto sonoro / che chiede ancora di riprodurre soglie / innalzare il silenzio a restringere voci».
E l’ethos in cui la silenziosa pluralità di quelle voci viene coartata, trovando registrazione alloggio e definitivo annientamento è effigiata dall’ultima sezione del testo, Dove siamo scritti, luogo estremo e privo di fondamento in cui il soggetto scrivente sprofonda, e – privo di sé (del sé) – sparisce, per pronunciare ogni volta le prime, ultime parole poetiche, a un passo soltanto dal vuoto: «senza fondamento nella densità del vuoto / a riva di continente o corrente di strada / deriva dove tutto scorre in piena residuale / amplificando suoni visioni aria che ingoia / lo stesso grigio che traduce un crollo / di nuvole a dirotto nel buio innumerevole».
Questa è l’entrata nel nero – questo «il crollo»: la «tabula rasa dello specchio»; il «buio innumerevole» ove ormai «tutto è qui solo essendo altrove».

© Gabriele Gabbia

***
Alcune poesie estratte dal libro

***

Dalla sezione Risonanze dell’oscuro

 

mostra i denti
come bestia cerca
cibo nel buio il lume

che bagna le mani
e il silenzio del foglio
delle dita sul foglio

*

nella parte bianca la parte
ferita di derive va al nero
metà colore metà abbandono

in parte annottarsi o cadendo
disgregarsi dove si alza lo sguardo

*

passaggi attraverso tenebre e altro tempo
sospinto verso la moltitudine di un giorno
inciso in questo passarsi accanto in questo

nient’altro che baratro offerto a chi è deserto

è sabbia anche la bocca che divora la voce

*

Dalla sezione La destinazione opaca

 

estraneo questo specchio che flette volumi
vacilla mentre resiste uno scarto sonoro
che chiede ancora di riprodurre soglie

innalzare il silenzio a restringere voci

*

da vasta terra per rive lontane a un arrivare
alla casa d’erranza radice inabitabile
dove possedere stretto un non avere

quando nella pienezza è radicata l’assenza

aver custodito una chiave fino allo smarrimento

*

Dalla sezione Dove siamo scritti

 

nella tabula rasa dello specchio
dove tutto è qui solo essendo altrove

nel tempo verosimile di un ritorno
nel suo lento addosso d’ombra

*

senza fondamento nella densità del vuoto
a riva di continente o corrente di strada
deriva dove tutto scorre in piena residuale

amplificando suoni visioni aria che ingoia
lo stesso grigio traduce un crollo
di nuvole a dirotto nel buio innumerevole

 

 

 

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra

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Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra

Nota di lettura di Anna Maria Curci*

 I “canti per il tragitto” – così leggo la raccolta di Stefania Crozzoletti poco prima della guerra,  nella quale i termini “viaggio”, “cammino”, “passeggiata” ricorrono con limpida frequenza – hanno il sapore sicuro del cibo austero custodito nel tascapane e consumato durante le sosta. Sapore austero,  non bacchettone: al gusto piccante della boutade, alla sferzata aspra del monito, allo sgomitare di sensazioni, Stefania Crozzoletti oppone la forza quieta del meditare su presente e memoria. La riflessione su meccanismi e dinamiche dell’agire e interagire umano, sul gioco, non di rado contradditorio,  di intenzioni e omissioni, trova nell’uso del modo condizionale non solo ampiezza e precisione espressiva, ma anche l’aggancio a una prospettiva ‘altra’: intenzionalmente inusuale, inattuale, ma alternativa alla resa, al “presente che taglia il mostro in due senza ferite evidenti” (clessidra). Centrale in clessidra, iniziale in bersagli, conclusivo in prima di tutto questo, il condizionale ‘dovremmo’ dipana tutto il repertorio di significati che la lingua italiana gli attribuisce e si collega, ancora una volta con calma fermezza,  a un ‘noi’, insieme mittente e destinatario, punto di partenza e destinazione. L’esortazione non è mai retorica, ma si affianca, nel cammino, a una messa in discussione dei rapporti di forza esistenti.

Nel capovolgimento dell’usuale, dell’ovvio, nella rivolta alla “legge che impone l’oblio” (canto d’agosto)  assume particolare rilevanza la figura del bambino “seduto accanto a mazzi di spine” (prima di tutto questo), della nascita, della “follia infante”, della ri-fondazione (“la mia piccola madre di carne”, canto d’agosto) di mondo e parola. Un punto di vista, questo, che accomuna la poesia di Stefania Crozzoletti a quella di Lutz Seiler di nel latino dei campi.

Il canto è nuovo e risolleva, nel momento della caduta e dell’azzardo, come braccia forti e inattese che “arrivano da fuori”, come canto senza spartito di bambini.

Non ha il fiato corto e canta, la poesia di Stefania Crozzoletti, lungo il tragitto di parola spezzata e capace di spezzare e demolire così come di allontanare “mostri legnosi, tignosi”, p. 16); lo sguardo dritto muove gli occhi stanchi “che hanno spogliato il re” (p. 39). Sommessa, mai dimessa, sceglie il futuro e il plurale, oltre l’attraversamento che non nega né tace: “diremo”.

©Anna Maria Curci

clessidra

vuoi riempirti di tutto il tempo
ci provi, almeno, usando cautela
ma lui ubriaco oscilla
si prende gioco della mira
oltrepassa perimetri, allunga gli arti
– annusando la tua confusione –
sparge intorno i figli interrotti delle possibilità

dovremmo forse rassegnarci all’idea
di essere solo ciò che siamo diventati
non il passato che canta gentile
e a tratti ci spaventa con cieli neri
che divoriamo con gli occhi
non l’idea impossibile, il pensiero
che non conosce direzione
ma questo presente che taglia il mostro in due
senza ferite evidenti

[stanco ti consegni
ti aggrappi agli occhiali nuovi
li rigiri tra le mani e pensi
è una fortuna non averli dimenticati
proprio oggi che c’è il sole]

(p. 25)

bersagli

dovremmo abitare questa città di morti
accettarne le vene trafficate, l’orribile oscillazione
le facce gonfie di cerchi irrisolti

immersi in questo catrame trovare la forza di sorridere
al barista
vedere in un angolo qualcosa che assomigli alla salvezza

[approssimarmi alla fine con confidenza
trattare i corpi con cura, brindare ai futuri radiosi]

in queste strade sporche, nel rumore che confonde
nell’odore della morte che va di fretta

in apnea, dovremmo lasciarci attraversare
diventare bersagli di attenzioni, ricettacoli di premure

senza rimandare mai a tempi migliori, aspettare
che la roccia si sciolga nell’eden e l’orizzonte diventi
uno stralunato scenario di pace

(p. 57)

canto d’agosto

“Ricomporsi”
è l’invito, il suono che risveglia
“chiamare a raccolta i pezzi perduti nello spazio
circostante, dimenticati dalla storia”.

Confusi arrivano
al mio centro, si attaccano
come ferraglia sulla calamita

un disordine che fa male.

Si cercano mente e frammenti di corpo
che sono stati uno
nei rari momenti di grazia
[non reggono ora la fatica del riconoscersi].

Serve soccorso, anime
e chiamo a me le voci delle madri
eredità di parole in forma di conforto
acqua e cibo nei giorni di metallo.

Arriva il canto e incide la pelle
sorelle maggiori portano in grembo
buone domande che sono già risposte

respira!”, dicono
“possiamo partire, ora”.

Cammino con la mia piccola madre
di carne, creatura di seta partorita dalle colline
senza parole per sé, senza il calore

non dipendere mai da un uomo
l’unica certezza, il suo dono
ma io li ho contati i suoi mille sì
detti sottovoce.

Vedi, se c’è una storia, questa è la radice:
desideri mai pronunciati, il dovere che sfiora
il martirio.

Il tempo ripara con pazienza
dice la legge che impone l’oblio

ma con che cosa teniamo unite le storie, le mani
se abbiamo solo corpi che spurgano finzioni.

Il canto d’agosto arriva da prati d’erba e ortiche:
è il respiro della nascita, infinito e puro,
il fiato lento e calmo delle madri che cullano.

(pp. 34-35)

prima di tutto questo

È una nascita la mattina che ha pelle trasparente,
lo specchio riflette bianche le ossa, il cuore
ha fratelli forti e sorelle devote.
I satelliti curvano senza affanno.
In pace, il giovane tutto lavora e non chiede sforzo,
invisibile moto segreto sotto la superficie del lago.

Il nero intorno agli occhi miopi è il fondo di un
pensiero circolare
[doveva essere prima, prima di tutto questo].

Si chiude e non parla, più tardi, l’involucro,
al fumo sputato dalle macchine sotto casa,
dietro le porte del treno abitato da troppe speranze
[i sogni dei più sono pratiche inevase].

Perché fuori è sempre buio, che sia partenza o arrivo.
Dal finestrino sporco, la vedi senza contorni e imperfetta
la vita fuori.

C’è quel vecchio dolore che non è più lama, ma pennello
che tinge a tradimento il giorno, setole dure che graffiano
dove la volontà è molle.

E c’è quel bambino seduto accanto a mazzi di spine,
urla, non smette la follia infante.
Non lo salva l’abbraccio della madre, la preghiera.
Lei non conosce i fantasmi, non cattura il suo male.

Questo viaggio è un infinito urlo asciutto che non ci
contiene.

Allora dovremmo piangere tutti, un coro di lacrime,
un diluvio che ci annienti, o che ci disseti, ci salvi
finalmente
da queste attese nel deserto, dai diavoli domestici.

(pp. 55-56)

canto senza spartito

A Laura stanno ricrescendo i capelli, ha il sorriso bello,
gli occhi lucidi e scuri: “non ero preoccupata per me,
pensavo piuttosto ai miei figli”.

È così che dovremmo essere, roccia e sempreverde insieme.

Ci attacchiamo alla vita quando sfiancata oscilla e minaccia
di cadere a terra come un frutto maturo,
non vogliamo perdere nemmeno un grammo di possibilità,

perché se tutto finisce, s’interrompe il canto
e abbiamo bisogno delle note finali
per applaudire l’orchestra.

Arrivano da fuori le braccia che mi riprendono,
sono bambini che cantano senza spartito.

(p. 38)

 

Stefania Crozzoletti, poco prima della guerra. Prefazione di Alessandra Pigliaru. Kolibris edizioni, Ferrara 2013

Altre poesie di Stefania Crozzoletti, dalla raccolta poco prima della guerra, sono state scelte da Fabio Michieli per Poetarum Silva e qui pubblicate il 16 giugno 2013.

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* Questa nota di lettura riporta quasi integralmente le mie impressioni sui testi, allora inediti, di Stefania Crozzoletti; è apparsa sul sito  “I poeti del parco” qui  e, il 26 dicembre 2012, sul blog “Cronache di Mutter Courage”, qui 

crozzoletti


 

 

Poesie di Stefania Crozzoletti da “poco prima della guerra” (Kolibris, 2013)

come scalci ancora
forte, mia vita.

Fernanda Romagnoli

non farmi a pezzi, parola
cadi lieve sul fondo
disperdi i frastuoni
“silenzio, la bambina dorme!”

allontana i mostri legnosi, tignosi
sii docile, fatti lavorare
non approfittare del sonno
per beffarmi e pugnalare

ti dissi “ricostruisco la casa
se mi porti i mattoni”
invece è partita feroce
la lapidazione

giurasti di essere
la seconda possibilità
miele che guarisce
invece sei tossica
medicina sbagliata

non demolirmi, parola
ridiventa gentile
benedici i balbettii
cancella i peccati

e bussa prima di entrare

**

sirene

non segue il richiamo, il coltello gentile che tenta l’affondo
allontana i colpi, scansa il ragno paziente

d’ora in avanti non parlerà di pelle
nemmeno sotto tortura

sorride dell’infruttuosa pesca in alto mare
sulla riva raccoglie pesci storditi da ventiquattromila baci
e vecchie sirene con la coda in fiamme

non scriverà di umori
nemmeno con una pistola puntata alla tempia

le parole che arrivano di corsa hanno il fiato corto

**

al cambio di voce

quel suo respirare appresso era
acqua benedetta per i semi d’ali
conficcati nella schiena

la vergine senza colpe sorrideva
nutrendosi di fiori – sudando rugiada

trasfigurava – al cambio di voce: scompariva

le statue intorno guardavano oltre il muro:
forse sta sorgendo il sole…

finché dall’abbraccio della mente nacque
– con la prima luce – una candida pace:
limpide lacrime di sonno

fuori il mondo gelava –
si fermava: a sette gradi sotto zero

**

a voce bassa diremo un giorno
della sabbia alzata dai venti
mentre a riva provavamo a toccarci

ci ha bruciato gli occhi, non ci siamo trovati

ora, vedi, la quiete è arrivata
con i silenzi della sera
le note uscite dalla finestra sono nostre

ed è un peccato non saperle ascoltare

annusiamo l’aria tiepida
sguardi su occhi, corpi lontani

pare sia tardi – stella – per goderci il clima

ci depositeremo in fondo
con il nostro sonno pesante
come bambini troppo stanchi
(qui riposano gli occhi
che hanno spogliato il re)

_____________________________________________

crozzolettiStefania Crozzoletti
poco prima della guerra
prefazione di Alessandra Pigliaru
Kolibris edizioni, 2013

Giovin/Astri – edizioni Kolibris (comunicato)

Le Edizioni Kolibris di Chiara De Luca, emigrate in vista dell’autunno a Ferrara, rilanciano la collana di poesia “Giovin/astri”, che sarà diretta da Matteo Bianchi. Dopo la pubblicazione del volume antologico Quattro giovin/astri nel 2010, che includeva testi di Francesco Iannone, Anna Ruotolo, Vittorio Tovoli e Federica Volpe, continua la ricerca di nuove voci liriche fresche e coerenti, capaci di manifestare entusiasmo e stupore , con un’attenzione particolare agli under 30.

Per informazioni e proposte:

matteo.bianchi@edizionikolibris.eu

http://www.edizionikolibris.eu/

Paola Casulli – Di là dagli alberi e per stagioni ombrose

La poesia di Paola Casulli trafigge la pagina, l’occhio, l’orecchio, il respiro, sa farlo con grazia, con agilità, ponendo molta cura nel passaggio tra luce e buio, tra terra e acqua, tra una stagione dell’anno e la successiva.
La parola si fa sinfonia, e proprio alla maniera di Vivaldi interpreta nei quattro movimenti del libro il carattere stagionale, mettendo in versi un reale viaggio sensoriale e riflessivo, che avviene dentro e fuori dal corpo. Il verbo germoglia sulla variazione del tempo – tra il profumo di mele e la stanchezza della quercia-, assorbendone la temperatura, il suono, il volo d’uccelli variegati, la meraviglia di piante appartenenti a molte specie. Così, se gli strumenti sembrano ripetersi per tutta l’opera, la varietà di nomi, gesti, riflessi di luce, rinnova il canto ad ogni pagina, fino a renderlo sorpresa e mai scontato: nello scambio di orizzonti, nell’odore delle cose, nel gesto puntuale del contadino. (Rossella Renzi) (altro…)