Edizioni Ensemble

“Sono state le correnti”. Su “Un nome in meno” di Vincenzo Frungillo

Frungillo ci ha già mostrato in passato come la terra talvolta si rivolta ed esplode, soprattutto se caricata di segreti criminali e velenosi da parte degli uomini. Lo ha fatto ad esempio in un progetto poetico tutto napoletano, La disarmata (CFR 2014), con un contributo di sei titoli, poi parzialmente confluiti tra Le pause della serie evolutiva (Oèdipus 2016), che fra le altre cose toccavano il tema dei rifiuti tossici e del tumore. Nel primo di quei testi, Il lago Patria, un pescatore di frodo, ironicamente chiamato Pietro, otteneva una pesca miracolosa con la complicità degli scarichi. Si potrebbe dunque dire che l’impulso a una narrazione che ha molte delle caratteristiche del giallo Frungillo lo debba anche a queste storie recenti della sua terra di origine, dove segreti criminosamente seppelliti si sono poi manifestati in forme terribili, costringendo all’indagine, allo scavo e al racconto. Nel suo primo romanzo, Un nome in meno (Ensemble 2019), affiora un tipo di reperto che non consiste in un portato dell’inquinamento, ma che testimonia ancora una volta una reazione della terra (non sembri strano parlare di un’etica materialista per questo autore, che ha dedicato a Lucrezio alcuni fra i suoi versi più belli) all’orrore che le è stato somministrato: il ritrovamento in questione è quello di una vertebra umana, e al lettore risulta da subito evidente che non si tratta di una pacifica sorpresa archeologica. A trovarla durante una delle sue immersioni è l’adolescente Sofia, figlia di Pietro (che qui non fa il pescatore, ma è comunque imbarcato). Ci troviamo nella zona dei Campi Flegrei, vasta area storicamente in subbuglio vulcanico, e sembra quasi trasparire la figura di Plinio il Vecchio (già trattata da Frungillo sempre nelle Pause della serie evolutiva), un corpo che scompare (“gli fu testimone Plinio il giovane,/ su una tavoletta di cera annotò la sparizione”) inoltrandosi nel disastro. Il corpo spinto al limite è un’altra immagine centrale nella riflessione poetica di Frungillo: i fisici dopati delle campionesse di nuoto dell’ex- Repubblica Democratica Tedesca (Ogni cinque bracciate, Le Lettere 2009); la ricerca del piacere portata all’estremo nulla del desiderio tra i lacci del bondage (Il cane di Pavlov, Edizioni D’If 2013). Anche al centro di un importante saggio critico sulla poesia recente (Il luogo delle forze, Carteggi letterari 2017), Frungillo pone l’idea del corpo esemplare come grande rimosso del contemporaneo, e del “corpo nero” come negazione essenziale di un senso condiviso. Un nome in meno nasce dunque all’incrocio tra le due figure ossessive dell’autore: affiora dalla terra (dal mare) che reagisce respingendolo (“Sono state le correnti di Cuma”, p. 178) il resto di un corpo, la mancanza di un corpo, e con essa il dovere di cercarlo. (altro…)

Testi da “Container!” (Ensemble 2019) di Edoardo Piazza – con nota di lettura

 

 

LA PARTENZA DEI CONTAINER

Parte dal porto lontano
il carico
che sfida il vento,
nasce nell’aurora di un altro emisfero,
adagio scuote la stiva chiara,
imballato per restare intero,
sensibile
per non partire invano,
muoversi a stento.
Parla il linguaggio univoco del commercio
senza interpretazioni particolari,
gergo globalizzato del fare umano,
legno e tiranti all’ombra
del mare aperto.
D’oro la rotta porta,
guida il vascello,
ponti fra terre emerse,
le stelle in cielo.
Arriva che il buio domina
il sole nel suo calare,
giorni a mangiare bussole
e navigazione,
braccia si muovono
e muscoli
per scaricare.

 

UN BENE

Nell’atmosfera della paura,
nella quintessenza delle colonne agghiaccianti
ci sono ancore in vita e volenti,
esistono tropici dove salvarsi
sotto le botte di frette impotenti.

 

I RICCI ALLO SCOGLIO

Meccaniche improvvisate,
potere alla fantasia,
atomi di cellule sbagliate
tagliate dalla cortesia.
Cuori liberi
di fresca crosta scura
dominano la paura,
masticano la beltà.
Cocci improvvisati di bottiglia
dove si riuniscono i pensieri,
stanno i desideri.
Dare sfogo agli angeli
sorvolando la poltiglia,
scendere le scale
sotto il colle dei misteri.
Compiere i mestieri,
l’arte a volontà,
masticare in simboli
questa libertà.
Fare come i ricci
con la mareggiata,
sempre stretti e cinti
forti d’animo allo scoglio,
non lasciarla mai con tradimenti d’occasione,
ché la moda è vigile,
sempre può tentarti,
toglierti le qualità
con l’ispirazione.
Gustano gelati i tuoi poeti in lontananza
ché la loro lingua s’è fermata alla stazione,
punti evanescenti son rimasti i loro scritti
come le palline che si fanno sul maglione.

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“Creatura breve” di Gabriele Galloni. Nota di Mary Barbara Tolusso

Creatura breve di Gabriele Galloni, classe 1995, presente nella terna dei finalisti del Premio Maconi sezione Giovane, si avvale di un montaggio accurato. Emerge una precisa sensibilità linguistica, capace di coniugare a una dimensione classica una più minimalista, a tratti provocatoria, che è anche il tratto più peculiare del poeta. C’è, in Creatura breve, l’alternarsi di quadri contrastanti: tra concretezza e visionarietà, profondità e leggerezza, descrizione e intuizione sensibile e sensoriale – sonorità, tatto, voyeurismo – che di volta in volta suggeriscono un dettaglio di osservazione. Galloni nei suoi versi applica un’intersezione, un innesto tra il grande movimento della morte e la piccola porzione di vita che procede anche per sospensioni e mancanze. I morti, in fondo, come insegna Giovanni Giudici, divengono un pretesto per parlare dei vivi e del mondo che si fa cosa sensibile. Una scrittura che ha anche la capacità di raffreddarsi procedendo per sottrazioni e spiazzamenti rivelando un senso dell’esistere, quasi sempre in difetto, ma proprio dall’assenza, dalla privazione a cui l’esistenza sarà soggetta, Galloni riesce a evocare quella realtà pregressa che ci indicava la fine già nell’inizio: l’acqua per esempio, secolarmente simbolo di vita, diviene anche “la cosa che ti anticipa e ti chiude”. Versi misurati e in equilibrio. In questo modo l’autore elabora una trama collettiva di vivi e di morti che si sovrappongono, rispettivamente mai esauriti nel loro stato, così i morti continuano a vivere quanto i vivi non lo sono mai del tutto. Una poesia che fa della decostruzione – talvolta non senza una sobria ironia – la sua forza, cogliendo i punti di crisi, il disagio e i cedimenti di senso dell’esistenza.

© Mary Barbara Tolusso

 

Gabriele Galloni, Creatura breve, Edizioni Ensemble 2018

Roberto Gigliucci, Sulla poesia di Gianni Ruscio

Sulla poesia di Gianni Ruscio

di Roberto Gigliucci

 

Gli ultimi tre volumi di versi di Gianni Ruscio, Respira (Ensemble 2016), Interioranna (Algra 2017) e Proliferazioni (Eretica 2017) formano una sorta di trilogia, magari inconsapevole, poco importa, nella forma di una storia esaltante e nello stesso tempo angosciosa (intendo per l’autore prima di tutto, e poi naturalmente per chi legge). Perché storia? Perché la dimensione filogenetica generale di un incontro, di un amore folto di sesso, di una gestazione, di una nascita e poi di una famiglia è la storia, con una s così minuscola da risultare appunto esaltante e insieme paurosa.
Ma procediamo con ordine – se un ordine è dato nella poesia. Il tema del sesso e dell’amplesso come centro di ogni infinità era già presente nelle raccolte precedenti di Ruscio (come Nostra opera è mescolare intimità, 2011, e Hai bussato?, 2014). Il poeta quasi trentenne (nato nell’84) è sempre stato dunque un poeta erotico, nel senso meno esplicito e più sensualmente metaforico che si possa immaginare. L’amore è carne più carne, è ingresso e incanto, è sgorgo d’organi e di strumenti a corda, a fiato, elettrici. L’amore è troppo (Respira p. 19), quasi come il trop amar che per i provenzali e per Dante andava corretto in ben amar. Ma in tale direzione Ruscio non mi pare affatto “stilnovistico”, nonostante le sensibili parole che scrive Gabriella Montanari alla prefazione di Interioranna (p. 10). L’amore è ad esempio n modi visionari di dire la vagina: una feritoia, dove entra la luce, un dentro con il nulla ma illuminato, ventre, foce, bocca della verità, assenza dove sciogliersi. Solo rarissimamente l’autore ricorre al lessico esplicito, “abbassato” in una tapeinosis ben situata ai punti giusti di certe liriche: «respira dentro il mio cazzo./ Spirerò nella tua fica. […]/ il mio seme/ dentro al tuo cuore» (Respira respira respira respira respira in Respira p. 130); «Spegni tutto. Vieni a letto con me. […]/ Se vuoi dormiamo. Altrimenti ci seminiamo» (ivi p. 29). E i lacerti di brutale realtà individuata, in una poesia molto concettuale e generativa di immagini solo apparentemente concrete, in realtà rese astratte da una carie di pensiero invasiva, risultano bellissimi tocchi di gusto espressionista: «Resta nel fazzoletto sporco di trucco. […]/ Resta fra le dita dei piedi, nel sangue che ha sporcato / gambe e pavimento» (p. 48); «Per caso hai bussato?» (p. 95, verso finale di Io ti auguro); «Una cofana di patatine/ dell’Ikea sarà il nostro tramonto, la centrifuga/ della lavatrice la nostra anima in fiore» (p. 120). Si può agevolmente verificare, cioè, la perfetta inseribilità-incastonatura di queste umiliazioni del registro nel tessuto lirico complessivamente pensante di Respira. Quando dico pensante penso a maschile, e credo ci pensi anche l’autore. Il pensiero come attributo del maschio si fa carne per sciogliersi, dopo essere stato densissimo, nel vuoto femminile che potenzialmente – e poi attualmente – è un tutto-pieno, un uovo, appunto. Certo, il sesso (pur nell’amore) è qualcosa di molto omoritmico, e nonostante la poesia sia plurale per eccellenza, si fissa in polarità arcaiche, sole-terra, spada-scudo (trapassato), e poi si cristallizza in stati dinamici quali sopra-sotto, sotto-sopra, entrare, venire, uscire ecc. Può anche accettare una violenza dell’immagine come l’impalamento «Questo tuono scaraventato/ nella sorgente cade dalla gola/ al buco del culo», o l’omofagia («mangeremo pezzi di noi», ivi p. 53). Ma la forza del pensiero poi declina l’idea unitiva (à la Tristan und Isolde) nelle articolazioni paradossali che, da una tradizione millenaria, si rinnovano nei versi di Ruscio: «esserti dentro me» (ivi p. 27); «Essermi? È la stessa cosa di/ esserti» (p. 58, con efficace inarcatura). Insomma, Respira, prima anta di una storia che poi si spaventerà di essere storia, riassume le infinite possibilità di amarsi e congiungersi, e desiderarsi e pensarsi e immaginarsi nell’amore in cui si è dentro l’altro/a essendo dentro se stessi, secondo un principio di indeterminazione (cfr. Sonia Caporossi, prefaz. a Proliferazioni p. 10 n.n.). (altro…)

Marco Onofrio, Nuvole strane (lettura di Maria Serena Felici)

Un viaggio a bordo della letteratura. Nuvole strane di Marco Onofrio

Aforismi e pensieri sono letture straordinarie, che ci aiutano a dipanare matasse apparentemente inestricabili come le varie difficoltà che il quotidiano ci prospetta; quella aforistica è una letteratura tutta da riscoprire e di questo vorrei ringraziare di cuore Marco Onofrio, che ci dona un nuovo volume di grande valore, com’è ormai sua consuetudine: Nuvole strane. Pensieri e aforismi, edito da Ensemble (2018, pp. 104, Euro 12).
Quelli che viviamo sono i tempi delle frasi con sfondo colorato su Facebook, che non hanno altro effetto che quello di sdoganare le vere massime perché privi di elaborazione; sono i tempi di Wikiquote, a cui chi soffre di egocentrismo acuto può ricorrere quando viene a mancare qualche personaggio famoso per copiare e incollare sul proprio profilo social una frase attribuita al defunto per rendergli un omaggio (non richiesto); una frase, spesso, sradicata dal suo contesto e per questo interpretabile in mille modi diversi, spesso mancando di rispetto all’autore.
Sarebbe molto importante, quindi, che, fra le nostre letture, i volumi di pensieri e aforismi comparissero con molta frequenza, poiché il rischio, che io e molti come me e più quotati di me avvertono ai nostri giorni, è che si stia perdendo il valore delle parole. Non è il topico compianto della contemporaneità, di cui a volte si abusa; gli odierni mezzi di comunicazione hanno molti aspetti positivi, ma uno di quelli negativi, e grave, è che l’estemporaneità dell’espressione, la sintesi estrema che alcune piazze richiedono, il poco tempo che si dedica alla lettura, partoriscano un gusto per l’espressione di impatto, concisa e inevitabilmente superficiale.
E dire che l’aforisma vero, di cui Marco Onofrio ci presenta oggi dei magnifici esempi, è l’esatto opposto di tutto questo: è frutto di osservazione, riflessione, indagine, studio.
Come genere letterario, nasce alle origini dell’umanità e le sue espressioni più celebri sono quelle di Ippocrate (460-377 a. C.), che raccolse nei suoi Aforismi le più importanti scoperte in campo medico; l’imperatore Marco Aurelio (121-180) ci ha lasciato i suoi splendidi Colloqui con sé stesso (ca. 168-179 d. C.), ove possiamo trovare i dubbi, le debolezze, le angosce della vita interiore di un uomo dall’apparenza impassibile; non si può non ricordare Confucio (551-479 a. C.), citato anche da chi poco conosce della cultura cinese. Nell’epoca moderna, Nietzsche (1844-1900) si è servito del genere per elaborare un’intera dottrina filosofica, (“L’aforisma” scrisse ne Il crepuscolo degli idoli (1888) “la sentenza, […] sono le forme dell’“eternità”; la mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, – quello che chiunque altro non dice in un libro…”).
Gli Aforismi di Zürau (scritti tra il 1917 e il 1918 e pubblicati postumi nel 1946) di Franz Kafka (1883-1924), Strada a senso unico (1926-1927) di Walter Benjamin (1892-1940), L’ombra e la grazia (scritto tra il 1940 e il 1942 e pubblicato postumo nel 1947) di Simone Weil, Minima moralia (1951) di Theodor Adorno (1903-1969), sono certamente letture che, chi apprezzerà il volume di Marco Onofrio, potrà certamente riservarsi per proseguire questa fortunata scelta letteraria.
Io, come lusitanista – studiosa di culture e letterature di lingua portoghese – non posso non fare riferimento a un grande libro di pensieri che trovano una certa eco in Nuvole strane: il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa.
Il Libro dell’Inquietudine, attribuito dal grande poeta portoghese al suo semieteronimo Bernardo Soares,[1] consiste in una successione priva di filo conduttore di pensieri e, per l’appunto, aforismi. Alcuni, per la verità, eccedono la lunghezza degli aforismi, ma mantengono la natura del pensiero fluttuante. Rispetto alla scelta di scrivere un volume di aforismi, c’è da dire che essa appartiene maggiormente alla volontà degli amici di Pessoa e, in particolare, ad Adolfo Casais Monteiro: gli appunti che compongono il Libro dell’Inquietudine sono stati trovati, come tutte le poesie eteronime, in un baule nella casa dello scrittore dopo la sua morte, non erano pubblicati ma neanche riuniti in vita; alcuni sono datati, altri no, ma si capisce che la loro composizione ricopre un lasso di tempo lunghissimo. Rispetto al libro di Marco Onofrio, bisogna dire anche che i pensieri di Pessoa-Soares hanno un tenore decisamente meno ottimistico; eppure, la continuità c’è e risiede, tra gli altri aspetti, in un elemento che Marco ha considerato così importante da farne il titolo della sua opera: sono nuvole.

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento […] Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. […] Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mia ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccolissime, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, separate dalle altre, in un grande isolamento, fredde.

Nuvole… mi interrogo e mi disconosco. […] Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.[2]

Non sfuggiranno le attinenze con l’aforisma 44 di Marco Onofrio, che dice: “Il cuore non smette di battere, anche se gli ordino di farlo. Continua, va per conto suo. Ma quando sarà sua l’iniziativa, allo stesso modo, non potrò impedire che si fermi”.[3] Oltre, naturalmente, ai pensieri che aprono il libro, dove le nuvole passano nel cielo della mente. “Guardare le nuvole per ore” scrive Marco “spiarle, studiarle – non certo per capire che tempo farà. Lasciare invece che l’anima, allentate le catene della materia, si lasci cadere nell’abisso del cielo, immemore patria, e obbedisca tutta al suo richiamo, al naturale impulso dell’etereo informe mutamento. Fissare il cielo oltre lo sguardo, uscire senza tempo […]. Ecco le nuvole che inerti vagano, si fanno e si disfanno senza posa, ignare che quaggiù c’è chi le osserva. Gonfie, barocche, ricciute… cicciose, morbide, turrite… sfrangiate, splendide, fumanti… nel soffio dell’azzurro che le porta. E all’improvviso capisci che le nuvole cono i tuoi pensieri, e in quei bordi luminosi leggi tutta la storia della tua vita e la vita misteriosa dei giorni che devi ancora attraversare […]”.[4]
Il topos della nuvole percorre la letteratura mondiale attraverso i secoli e la sua simbologia è sempre legata al campo del pensiero, della filosofia, del tempo umano della riflessione. (altro…)

Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno

Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno, Edizioni Ensemble 2018

Il titolo della recente raccolta di Fernando Della Posta, Gli anelli di Saturno, proietta già verso le due dimensioni dominanti: la verticalità e l’andare oltre, oltrepassare il limite.
A chi conosce e apprezza il percorso poetico di Fernando Della Posta – tra le tappe, Cronache dall’armistizio e, andando ancora più indietro nel tempo, Gli aloni del vapore d’inverno – così come a chi si accosta per la prima volta alla sua poesia, mi preme precisare che Gli anelli di Saturno rappresenta un ulteriore, significativo, passo in avanti nel percorso, non una deviazione.
La poesia di Fernando Della Posta resta, come ebbi modo di affermare qualche anno fa, “fedele e sovversiva”. È fedele all’impegno scelto dall’autore per un dettato preciso e chiaro, per una articolazione, varia nelle forme e nelle misure, ma pur sempre nitida. È sovversiva, perché animata da una “poetica del dissenso” che ha rinunciato alla comoda autarchia del rimpianto per volgere lo sguardo al fuori da sé, anche là dove gli obiettivi sono scomodi, sgraziati, sguarniti di qualsiasi potere consolatorio.
L’elemento nuovo, come sottolineato dalle dimensioni dominanti evidenziate all’inizio della mia nota, è, per così dire, l’aumento della gittata di questo sguardo, il suo sollevarsi verso altezze ardimentose, insieme alla consapevolezza che l’oltrepassare il limite così come il situarsi nella nuda e solitaria “terra di mezzo” di passaggio da una terra a un’altra, da un paesaggio a un altro, da uno stato a un altro, sono scelte che comportano rischi e costi, assunzioni di responsabilità e prezzi da pagare soprattutto in termini di solitudine. Non la comoda autarchia, dunque, non il rassicurante senso di appartenenza e, tuttavia, neanche il “rapimento mistico”, l’uscita di sicurezza, l’evasione, il rifugio. Il tendere alla verticalità si accompagna sempre alla coscienza vigile.
I versi riportati in copertina, quelli del componimento che apre la sezione Spazio profondo, possono essere così considerati una definizione dei ‘luoghi di appostamento’ e dei punti di vista, peculiari e rischiosi entrambi, oltre che un manifesto poetico con apertura di credito allo stupore della scoperta («Scrivere è prima di tutto stupirsi»), anche quando si tratta della scoperta di «un tradimento»:

Stare nei luoghi dei passaggi di stato
non appartenere né all’uno né all’altro
per fare di tutte le fioriture
un’epifania. Un gioco pericoloso:
le corsie preferenziali possono tradire
e i trivi possono fare da falsa prigione,
ma si può scoprire
che non esiste un tradimento più dolce.

Inoltre, è proprio Spazio profondo,  la seconda delle tre sezioni che compongono la raccolta, a porsi come distanza intermedia, nonché, a mo’ di ossimoro, sia come divario sia come congiunzione tra la prima, Saturno, e la terza, Gli anelli di Saturno.
In Saturno lo sguardo spazia su territori diversi, dagli antichi riti arborei della Basilicata in Matrimonio Lucano («Guardo il primo filo d’erba tremulo/ che si staglia in cielo al primo gelo indaco del bosco/ I calanchi fuori dal bosco non hanno la stessa misericordia.»), allo «spiegazzato pentagramma di Ciociaria» che si dispiega Alla Cannataria, antico quartiere popolare a Pontecorvo, città natale dell’autore. Spicca il volo, ma non senza indicazioni dettagliate e, come precedentemente sottolineato, non senza una coscienza vigile. Ecco dunque le Istruzioni per il volo: «Lavora quindi prima sui tiranti e le giunture/ sulla cardatura del piumaggio/ lavora sulla fusoliera al tornio/ così che basti il lancio, armonico/ rispettoso del dettato del mondo.» (altro…)

Tiziana Marini, La farfalla di Rembrandt (nota di Paolo Carlucci)

Tiziana Marini, La Farfalla di Rembrandt, Ensemble, Roma, 2019

Ti rubo l’ombra/ mi va a pennello come un sogno/ a peso zero.
Anche in questi versi, posti in esergo di sezione, alla sua nuova silloge, La farfalla di Rembrandt, Tiziana Marini offre in specchio l’essenza della propria voce poetica.
È infatti nelle vene confuse dell’ombra che la poesia di Tiziana Marini si fa più ardita ed intensa. Versi in fioritura di… globuli d’amore…  Nei suoi testi sempre troviamo preziose quelle stazioni della memoria, che la Marini, ricordando brani di sé, ci dona in fulgide emozioni familiari di vita/sogno. Globuli d’amore, appunto… Ali del suo essere in una poesia, sempre corsa dalla forza dell’ombra, alla cui meta sta un tocco di luce; prima bambina poi in fioritura, da qui la scelta accorta del titolo allusivo ad una formula tecnica utile a catturare, come delinea e rileva con abilità il prefatore Plinio Perilli nell’articolata e complessa introduzione, l’umbratile sogno del fascino segreto della luce. Titolo eloquente. nomen-omen dunque, questo La farfalla di Rembrandt, quarta tappa del percorso poetico di un’autrice determinata nella sua sensibilità di vedere e sentire nel calendario interiore la durata. L’ombra che si rischiara memoria; luce di ricordo che si fa voglia d’eternità, sogno di trattenere nelle maglie delle cose la stoffa d’una carezza/ il bicchiere vuoto/ le labbra.  Durano tre mesi/ le tracce vive d’un gatto/ Il tempo d’una stagione/ tra pleniluni e maree/ sugli stipiti/ nelle coperte / dov’era la ciotola. / E l’uomo dove lascia tracce/ chimiche di sé… o un’idea che gli sopravviva?… E per quanto tempo? / Voglia d’eternità!
In una crepa/ la mappa dei ricordi /quando volevo i capelli lisci / le gambe magre / il naso senza gobba /… E già in chiusa di questa prima poesia, una dichiarazione di poetica, ma quale poesia in fondo non lo è, il vento memoriale si increspa di natura … e io leggevo la scrittura degli alberi sull’acqua. (altro…)

Davide Zizza, Ruah

 

Davide Zizza, Ruah. Prefazione di Enrico Testa, Edizioni Ensemble 2016

Ruah, psyché, respiro e alito, soffio vitale, Atem e Hauch: in principio, bereshit, era il soffio. Quello spirito «che aleggiava sulle acque» è percepito, raccolto e trasmesso da Davide Zizza in Ruah, e giunge, così, ai sensi destati alla parola.
«In principio fu il verso»: la solennità dello slancio, l’ardire del paragone offrono il braccio, nello stesso componimento dall’inizio tanto affermativo da sembrare perentorio, alla volontà di farsi da parte «per fare spazio», alla decisione di ritirarsi per vivere nel soffio divino.
Ruah, come ricorda Enrico Testa nella prefazione, è parola ebraica che racchiude più significati: soffio, vento, respiro, spirito. È spirito, aggiungo in riferimento alla raccolta di Davide Zizza,  che induce a cantare lodi anche nel tempo del dolore, e del dolore straziante, a cogliere il respiro e, come scriveva Paul Celan, anche la Atemwende, la svolta del respiro: «Dichtung: das kann eine Atemwende bedeuten» – così Celan, vale a dire: «Poesia: questo può significare una svolta del respiro».
Sul legame profondo tra respiro e poesia interviene, già dall’epigrafe e sempre dall’area di lingua tedesca, Rilke dei Sonetti a Orfeo: Respiro, tu invisibile poesia! (Atmen, du unsichtbares Gedicht!), a rendere ancora più chiara l’apertura a più costellazioni, a più dimensioni, a più universi disegnati da parole-luoghi (dal testo del componimento rilkiano di cui è riportato il primo verso: “spazio del mondo”, “contrappeso” “onda unica”, “mare crescente”, “venti”, “aria”. “curvatura e foglio delle parole”).
Cercare e ricostruire la parola (proprio come fa chi legge la Torah, qui evocata sin dal titolo della raccolta; ricostruire, quindi, come chi sempre interpreta), è impresa che può sfiancare, spezzare il respiro, annullarlo, perfino, in apnee nelle quali si affronta il rischio fatale, vale a dire che esso ricada nell’afasia, oppure nella mendacità o , ancora, nella totale insufficienza della parola del poeta-interprete.
E dunque, dopo In Principio e Ruah, è La chute, la terza delle cinque sezioni della raccolta (le altre due portano rispettivamente i nomi Calda stagione e Metapoetica), a farsi incontro a chi legge. La caduta – non solo cacciata dall’Eden, ma discesa agli inferi – diventa qui, tuttavia, occasione di scoperta, di conquista di una ‘visione dal basso’ che si pone come complementare alla tensione verso l’infinito.
Nonostante il rischio fatale, che si corre con consapevolezza e non con insensata temerarietà, c’è una tenacia della ricerca che non si ferma dinanzi ai battenti del mistero. Chi legge percepisce il frutto di questa provata tenacia.
Respiro e pausa e svolta si manifestano, con particolare risalto, nell’arte spirituale per eccellenza, la musica, che in Ruah oltrepassa ampiamente, in diversi componimenti, il semplice ruolo di sfondo e di cornice (La musica del BereshitChopin, l’insetto e Einstein; Pasqua; Winter Sunday). La musica detta il ritmo, invece, suggerisce la cadenza, imprime ‘il’ soffio della creazione e, allo stesso tempo, orchestra la testimonianza di fedeltà a un altro mistero, quello dell’umano: «Non svelare l’umano, accennalo./ Non tradire l’umano, accarezzalo./ Affascinalo. Amalo.» (Fascinazione).

© Anna Maria Curci

 

«In principio fu il verso»,
il respiro creatore, il ritirarsi di Dio
alle sponde dell’infinito.
Farsi da parte per fare spazio.
Così se ti osservo e respiro il tuo nome,
così senza prendere spazio
mi ritiro per vivere nel tuo soffio.

 

La musica del Bereshit

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.
Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.

C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.
Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.

Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.
Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.

Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.
Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.

Tutto fu. Nella musica della Creazione.

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Presentazioni, inedito di Andrea S. Castrovinci Zenna

Tu non hai udito Veronica svelta
con passo leggero ma alacre
da stanza a stanza aliare
quasi senza rumore,
fiore che sboccia alla sera; né sai
le dita solerti aiutare
e madre e sorella in cucina,
le stesse che suonano il piano
e avvivano vani e saloni
nel vuoto di te che rimane.
Non sai come canti gioiosa al mattino
né quanto ogni giorno di più mi innamori.

Ma pure vorrei vi incontraste…
E questo mio inganno lo tesso con cura.
Non serve anche a questo la letteratura?

***

Il primo di maggio, creatura
leggera, ma indomita, forte,
del cuore ti ho aperto le porte
nell’incubo strenuo serrate;
ché dopo le tante parole
costrette da sguardi che al sole
cadente chiedevano tregua,
– incredulo d’ansia e paura –
un bacio tremante sul mare
tremante di luce lunare
ti diedi; nei lievi rossori
dei baci sentivo la fiamma
sopita destarsi veemente.
Disteso alle braccia tue bianche
lenivo le stanche mie cure;
tremavo alla sera nell’aria cullante.

Aperte le porte del cuore
provai un desiderio di morte:
ossimoro, lucido gemito
insieme sentire il candore
del nuovo e l’antico bagliore
possente che tutto ti involve

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Natascia Tonelli, “Premessa” da “Sulla famiglia Bertolucci” (Ensemble)

Siena ospitò un anno fa, nei giorni 3 e 10 maggio 2017, nell’ambito di #Ciclomaggio, un breve ma importante ciclo di incontri dedicati ai tre illustri Bertolucci: Attilio, Bernardo e Giuseppe. Ora, a un anno di distanza, quell’esperienza ha dato vita a un volume pubblicato lo scorso 18 maggio: Sulla famiglia Bertolucci. Scritti per Attilio, Bernardo e Giuseppe (Ensemble 2018), un volume collettivo, curato da Giada Coccia, Mariantonietta Confuorto, Fabiana Di Mattia, Irene Martano, Francesca Santucci, che intende non solo fissare un punto sull’arte dei Bertolucci, ma pure indicare le nuove e possibili direzioni di lettura delle rispettive produzioni. La Premessa firmata da Natascia Tonelli, pubblicata qui di seguito per concessione dell’editore, risalta immediatamente per il suo valore di necessario viatico alle pagine dei critici coinvolti, dieci figure di tutto rilievo, che si spartiscono le tre parti del libro: Paolo Lagazzi, Fabio Magro, Giacomo Morbiato, Gabriella Palli Barone (per Attilio); Francesco Ceraolo, Tarcisio Lancioni (per Bernardo); Gabriele Biotti, Andrea Martini, Arianna Salatino, Giacomo Tagliani (per Giuseppe).
Come scrive Natascia Tonelli, nelle prime battute della sua Premessa, dalla lettura di questi interventi «ricaviamo un senso netto di consonanza serrata» che si fa «eredità di codici espressivi» passati dal padre ai figli semplicemente mutando di segno. Perciò non deve assolutamente lasciare perplesso il lettore l’assenza di una conclusione che unisca i tre Bertolucci sotto un’unica lente e penna, in un tentativo di analisi che tutto inglobi: non è necessaria dal momento che tutti i dieci contributi dialogano tra di loro creando un ipertesto capace di fornire e restituire al lettore le fitte connessioni tra le tre distinte parabole artistiche. (fm)

Premessa

A leggere di seguito i dieci interventi che compongono questo volume – i primi quattro dedicati al poeta, gli altri sei relativi all’attività filmica di Bernardo e di Giuseppe –, ne ricaviamo un senso netto di consonanza serrata. Potremmo pensare che il comune denominatore, l’appartenenza a una medesima famiglia, consanguineità che si estrinseca in un’eredità di codici espressivi – costituiti dalla poesia e dalla critica d’arte per Attilio, fattisi terzo idioma, quello del cinema, nei figli –, ne sia il presupposto esclusivo.
Certo, la ‘comunione dei beni familiare’ è anche questo: un retaggio di conoscenze letterarie e di perizie tecniche che si trasfonde e dirama dalla prima alla seconda generazione, come si tocca con mano in molti degli articoli, che evidenziano come tale patrimonio sia trasmesso dal genitore e ricevuto, nonché declinato dai due fratelli, ciascuno secondo un suo proprio linguaggio.
Si prenda per esempio lo studio di Francesco Ceraolo, dedicato al rapporto tra spazio interno e spazio esterno nella filmografia di Bernardo. Rilevandone il critico il duplice nesso coi due contrapposti sistemi diegetici della tradizione operistica – la macchina verdiana che mette in scena una vicenda individuale, la quale si confronta inevitabilmente con l’esterno della Storia (modello su cui procede per esempio Novecento), e l’opposta concezione wagneriana di una asfittica e intima avventura antropica, che alla Storia si sottrae (falsariga su cui sono concepiti Ultimo tango a Parigi, o L’ultimo imperatore) –, comprendiamo distintamente quanto anche il regista si sia formato nel solco di quella «iniziazione a Verdi fra i sette e gli otto anni» (ma anche a tutto il melodramma romantico e decadentistico) che se è fase propedeutica per Attilio, espressamente rievocata dal poeta nel Capriccio verdiano di Aritimie, capitolo esistenziale che si ripropone anche nel curriculum vitae del figlio. Si tratta di uno specifico bagaglio di conoscenze che viene a essere di nuovo investigato nel saggio di Tarcisio lancioni su Strategia del ragno, film letto con lucida intelligenza in chiave strutturalista (poiché pellicola che si confronta con lo scibile strutturalista del proprio tempo), dove l’uso della musica verdiana (Rigoletto e Attila) si concretizza in una funzionalità da Leitmotive wagneriani, a segnalare a uno spettatore di buona cultura operistica che assista al percorso agnitivo di Athos Magnani figlio, messosi sulle tracce del passato del genitore omonimo, il ‘tema del teatro’ o il ‘tema del padre’.
Sempre di eredità concreta, fatta di un immaginario condiviso, poiché identico è l’Heimat che fa da sfondo ai casi vissuti e narrati, ma anche consistente propriamente in una profonda padronanza degli scritti paterni da parte dei due cineasti, possiamo parlare a proposito di Novecento (opera di Bernardo, a cui collabora anche il fratello minore). Come non raffrontare, dopo aver letto l’intervento di Ceraolo di seguito al saggio che Fabio Magro rivolge alla Capanna indiana (da intendersi, precisa lo studioso, come il singolo poemetto composto tra il 1948 e il 1950, ma anche come il libro che dal poemetto eponimo trarrà il titolo, tanto nella sua prima redazione del 1951, quanto in quella ampliata e ristrutturata del 1955), il microcosmo della fattoria Berlinghieri – luogo chiuso ove si compie il Bildungsroman di olmo e Alfredo fanciulli, poi apertisi alla Storia nel loro crescere – col fondale del poemetto? Compiere il passo successivo, ossia ipotizzare riguardo ai due misteriosi protagonisti della Capanna – spesso, come nota Magro, semplicisticamente identificati con Attilio ed il fratello ugo, o con la susseguente replicata coppia dei figli del poeta –, che si tratti di compagni di giochi, appartenenti ai due milieu diversi di cui si compone una cascina padana («rustico» e «civile»), nonché di fanciulli vissuti in un indefinito tempo anteriore (interrogato al riguardo, Attilio parlava di «ragazzi già morti»), diviene possibile, allora, proprio in grazia di questo comune retroterra, fatto di memorie familiari: ricordi che agiscono in tutti e tre i Bertolucci, le cui individuali rivisitazioni del medesimo ‘capitale collettivo’ possono dunque aiutare a intendere anche le fabulae altrui. (altro…)

Iuri Lombardi, Il sarto di San Valentino (rec. di C. Tosetti)

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Una delle possibili chiavi interpretative dell’ultima fatica di Iuri Lombardi (Il sarto di San Valentino, Edizioni Ensemble, 2018), chiave necessaria per superare l’approccio volto alla semplice lettura, che – già di per sé – potrebbe contentare il lettore data l’indubbia qualità poetica della silloge in esame, è custodita dal breve saggio il quale, come consuetudine dell’autore, chiude il libro.
Nella prosa d’analisi, infatti, Lombardi suddivide la storia in tre ere: paleo-industriale, industriale e post-industriale, laddove il termine industriale nulla ha a che vedere con lo stantuffare degli opifici, ma con l’industria dei poeti; la genesi di un nuovo stile contrassegnato dall’io, stile nato dalle ceneri del latino e contrapposto all’età paleo-industriale o classica. Il palesarsi dell’io moderno fece sì che la poesia assurse a unico genere magistris possibile, de-mistificando il reale e ricercando il tangibile.
Ed è sempre l’io il discrimine, la soglia che ci conduce verso l’era post-industriale: la caduta dell’io, rimpiazzato dal plurale noi (o voi), trascina con sé il concetto di storia in quanto non più de-mistificata. È il romanzo, la narrativa, a sedere sul trono.
Tuttavia, la poesia, per il tramite della peculiarità di incarnare fotografie di momenti, può tutt’ora operare la demistificazione della storia e del tempo.
Considerati questi aspetti (e la perfetta collocazione del romanzo nel mondo della comunicazione di massa), l’autore descrivere la poesia dei nostri giorni, nei limitatissimi confini della sua diffusione, vivente «[…] in un’area tutta sua, in una isola inaccessibile ai molti, sta in bilico su di una soglia in attesa di salpare in mare», e conclude che «[…]  quando facciamo poesia, quando scriviamo versi, dobbiamo essere coscienti che la civiltà letteraria oggi come oggi resta il romanzo e che facendo poesia accenniamo a quella realtà soggiornando nella sua premessa.»
La raccolta ci accoglie proprio con una serie di istantanee, nella sezione d’apertura (Il corpo dell’apostata). La sequenza di immagini, presumibilmente legate all’infanzia, in contrasto (o in celato accordo) col titolo della sezione, vede proprio nelle festività religiose alcuni dei vocaboli che disegnano l’ambiente, la scenografia di ciò che fu, trascinata a galleggiare dal ricordo.
Santa Lucia, l’Avvento, Ognissanti, il Natale, il solstizio, il fuoco, le vampe, il fiume, la guazza, la gazza, l’unto, i balconi.
Questi sono fra i vocaboli che hanno suscitato in me la curiosità di conoscere l’ambiente da cui proviene Lombardi; ebbene, è fiorentino.
Ho trovato, allora, fondata la mia sensazione; non semplicemente per via dell’iconico Arno (che tuttavia, forse chiarisce dei versi, come a pag. 10: La città parve dilatarsi sul greto,/ il fiume all’orizzonte d’un tratto sfumò) ma per l’atmosfera tutta che imbibisce le poesie.
Vi è un aspetto familiare dei versi, cioè intimo, che incoccia il limite spaziale delle ringhiere e narra, irradiando un “calore di radici” (intese come “origini”) dell’Avvento, nell’attesa dubbiosa del bimbo, di festoni e dell’albero agghindato per le feste. (altro…)

Davide Zizza, Ruah

ZIZZA

Davide Zizza, Ruah, Edizioni Ensemble, 2016, € 12,00

 

Il vero nome delle cose.
Sia una poesia, sia un discorso
o sia un viso, un’espressione, un gesto,
si tratta sempre di nominare il vero nome delle cose e
gli stati d’animo che si muovono dentro l’universo umano.

 

Verrai con me?

Rinascerò se avrò l’opportunità.
Verrai con me? Mi fascerò le mani
per non ferirmi, per aiutarti a salire
con me la collina
della vita.

Oggi ricomincerò a vivere.
Salirai con me dove c’è l’ulivo?
Lì cominceremo a conoscerci.
E anche bendandomi gli occhi riuscirò
a riconoscere il percorso accidentato
di pietre.

Verrai con me?

 

Chopin, l’insetto e Einstein

Scenografia domestica pulizie
domenicali e Chopin a finestre aperte –
e un piccolo insetto
che tenta la sopravvivenza
sull’esile ragnatela della finestra,
nello studio. Non so da quando tempo
sia lì in silenzio in quel poco di spazio,
non so quanto ne ha da vivere.

Come il tempo e lo spazio,
così pure la fisica degli esseri è relativa;
microcosmi restano coinvolti
nella stessa invisibile corsa,
arrampicarsi sul filo del giorno
per aggiudicarselo.

 

Intima dichiarazione all’alba

Nel vapore mattutino di un bar
(memore io delle letture di Caproni),
respiro l’aria azzurrina dell’alba,
la freschezza odorosa della strada
– glassata di pioggia, direbbe Williams –
alle sei del mattino riesco forse
a decifrare il senso dei gesti e sguardi comuni:
«un caffè, per favore» chiedo senza fretta
(facendo eco al primo avventore),
scelgo una fra le bustine di zucchero
pur se il caffè lo preferisco amaro
e come spot del giorno leggo la frase
consegnatami dal caso:
“Il brusìo del giorno i nostri cuori sgombra” –
è di un poeta russo. Prendo allora la bustina,
mi guardo dentro e sorrido,
la metto in tasca senza consumarla.
Per oggi il mio amuleto è questo,
una dichiarazione all’alba
che ripete l’intimo ardore.

 

Faccio in modo che rimanga qualcosa nel fondo

Faccio in modo che rimanga qualcosa nel fondo
del mio occhio, che la retina possa catturare situazioni, colori
ambienti e stati d’animo
perché qualcosa rimanga – residuo, voce, ossidazione del tempo –
da disseppellire dal fondo del mio ippocampo.
Guardo mia moglie dormire, e la sua figura attuale
fa rimbalzare nella mente sorrisi da bar,
noi all’epoca già vecchi fidanzati di gioventù.
La voce del tempo diventa allora un sapore di vento
che percorre immagini sovrapposte come abbagli,
epifanie, le uniche vere pupille
quando la verità recupera il suo silenzio.

 

© Davide Zizza