edizioni Empiria

L’innata cura dei viventi: una lettura di “La vita inoperosa” di Marco Caporali (di G. Ghiotti)

A sei anni dall’uscita di Tra massi erratici, Marco Caporali – l’animo più gentile, lucido e appartato della poesia italiana contemporanea – ha pubblicato per le Edizioni Empirìa, che fin dal 1991 accolgono i suoi lavori, forse il suo più importante libro di poesie. Il titolo, bellissimo titolo, è in qualche modo emblematico, La vita inoperosa, ma sulla presunta “inoperosità” della vita tornerò più avanti.
Vorrei partire invece, per addentrarmi in una possibile lettura di questo libro che è il più solido e denso dell’autore, da un verso di Caporali che mi ha spiazzato, incantato, e guidato nella comprensione dell’opera. C’è un’espressione che sarebbe stata un titolo altrettanto esplicativo e centrato, “l’innata cura”, cito dal testo: «Innata la cura/ che ogni vivente a se stesso riserva.»
Mi sono domandato quale fosse – cosa fosse – questa innata cura. Provo ad approntare una risposta: l’innata cura è quella che si profila oltre la soglia di una lingua condivisa, quella che crea una compartecipazione empatica nell’animale, nell’uomo, nella natura tutta.
L’empatia, la pietà per il creato (che ha cura di se stesso e questo libro ne è in una certa misura la prova) nasce, sembra dire il poeta, quando «s’incontra qualcosa che è in te/ con altro da te.» È un’energia potente che si sprigiona, e che, ad andare a cercarla, ritroveremmo in un ipotetico dizionario affettivo della natura sotto la voce “felicità”.
Vi è dunque un legame quasi simbiotico, una relazione innegabile tra l’occhio poetico che osserva e il mondo umano e bestiale che offre al poeta il nudo spettacolo di sé, la nudità scabrosa della vita. In questo, ci troviamo in una zona limitrofa all’esordio di Caporali, Il mondo all’aperto: «Il mondo all’aperto mi guarda». Ma ora, nella Vita inoperosa, è il poeta che guarda al mondo, un movimento reciproco e contrario. E cosa osserva? Non il tutto, ma solo quel che desidera, ciò che servirà alla sua poesia. Il mondo necessario alla sopravvivenza della sua opera. (altro…)

“Hotel Dieu” di Irene Santori: l’autobiografia degli altri (di S. Piersanti)

«Ma se ti svegli/ e hai ancora paura/ ridammi la mano,/ cosa importa/ se sono caduto,/ se sono lontano?», cantava Fabrizio De André, prigioniero, umanissimo e innamorato in quell’Hotel Supramonte del 1981.
E non meno umana e innamorata, non meno prigioniera, è Irene Santori nel suo Hotel Dieu (Empirìa, 2015, 82 pp., 14 €). Una prigionia, però, che è troppo affine alla libertà per essere sofferta e basta, subita e basta, una prigionia che, in fondo, è quella stessa della vita – della morte: medaglie le cui facce sono sempre interscambiabili, mai distinguibili.
Attingendo alla propria esperienza biografica, carica di date e nomi, d’incontro e di contatto, di facce e di segni tutti umani, la propria esperienza biografica di madre e donna, di amata e d’amante, quindi di figlia e poi di amica, Santori tesse e intaglia frammenti di versi, senza censurare il proprio vissuto e, soprattutto, senza indulgere mai in inutili spiegazioni, falciando via ogni elemento, fosse anche dato “necessario”, che possa indebolire la poesia. Pur lasciando trasparire qui e là l’occasione, ora annotata, esplicita, ora allusa simbolica, Santori si svela e si ri-vela in maniera fulminea, improvvisa, a ogni nuova pagina, costantemente in medias res, senza darci coordinate e senza guida, come se quel vissuto, quel contatto e quell’incontro, quel dolore o quella gioia, quel canto o quell’amplesso, quell’emozione o quel ricordo non possano che essere anche i nostri.

Quartina del giorno prima

bagno le labbra alla tua congiuntiva,
“portala a casa adesso, ciao Gaetano”.
Oh filo d’acqua, fune di saliva,
mio aquilone del mio cuore in mano (p. 59)

Eccolo, dunque, lo specifico stilistico (e linguistico) di Santori: un dettato senza inizio né fine, eterno intermezzo (ogni tanto cadono sulla pagina bianca, o da essa fuoriescono, senza riferimenti e senza esplicite connessioni, alternandosi alle riproduzioni fotografiche delle opere del pittore Vasco Bandini, piccoli sintagmi, lettere clandestine, frantumi di discorso la cui origine, naturale e incomprensibile, ricalca quella stessa della vita), grido o notazione, canto del cigno e al tempo stesso primo vagito. E il poetare si propone allora come un istintivo, ripetuto rimettersi al mondo, ogni volta diverso e però legato a una memoria che più che passato è innanzi-nascita, se le parole hanno la morbida viscosità d’un cordone ombelicale («Semichiusa sulla mia pazienza/ rovesci la lingua nel suo aldilà/ di lemmi morsi// ma io stanotte li ho sentiti/ come acqua uscire dal mio orecchio», p.39), e se l’occhio di Santori, stupito e insieme cosciente, meravigliato e insieme consapevole, sembra fissarsi sulle cose, sui visi, sui corpi e in realtà ne osserva l’ombra e l’impronta, l’odore e la traccia: la scia che chissà da quanto esiste, chissà da dove viene:

Autoritratto

volto della preda
poggiata verso
le scuciture,
mi guardi inetta mandorla
appena prima del sasso

e da lì
a tratti albeggi
mio sogno quadrisillabo,
nonverde
nonvedente
avanticristo (p. 10)

Tutto, così, si tiene, tra scosse e sussulti, frane e ricongiungimenti (della lingua e del pensiero – dell’essere: «a me a me almeno/ almeno un amen,/ una mano lungamente a pelle;/ nome, vena della mia suzione,/ vengo a emmaus da gerusalemme;/ emme enne elle a/ emanuela/ emofilia/ ema a me/ meno/ m/ ale», p.26), in una condizione di costante precarietà che s’affaccia alla mente del lettore talmente, però, famigliare, da risultare in definitiva totale stabilità. Come la Terra ormai spaccata ma che in sé mantiene ancora e ancora i segni della Pangea, Hotel Dieu è così il tutto e le sue parti, linea di confine e continente. Trapasso e nuova vita:

Allora vedo chiaramente,
risalire su dai pozzi le bambine
bruciate vive dai fidanzatini
e scendere per me dal ronzio delle lune
il sovrano imperio dei tafani
che strofinano le zampe seghettate sui portali,
soffiano
e asciugano il colore, soffiano
emanano decreti:
“vietato mettere
le maglie di lana ai defunti…” (Dal greco, p.18)

E se Santori, poi, non ha problemi nel coniugare l’infinitamente complesso (la tradizione biblica: «eis ton/ kolpon Abraam», p.19) e l’infinitamente semplice (il petèl di una bimba: «Àmina mia àmina tanta/ reggi il buio in questa stanza…», p.29; o il rock dei Nirvana: «hello, hello, hello, how low?», p.35), allora si compie sul serio, questo gioco di opposti e di cesure, di sovrapposizioni e identificazioni: una privatissima autobiografia si trasforma nella più pubblica delle dichiarazioni e lei, la poetessa che scandisce “io”, ci si mostra infine per quello che davvero è: una sineddoche dell’intera umanità.
Noi, così, umani di ieri di oggi di domani, di sempre o di mai, ci ritroviamo, al di là del tempo e della storia («mano mano/ nati adulti rientriamo/ nella mona di abramo», da Tutt’uno, p.55), ospiti di questo Hotel Dieu, e non sappiamo come, quando ci siamo entrati, quale stanza occupiamo, se è camera ardente o sala parto, da letto o sagrestia, stanza degli specchi o degli orrori.

E come posso annuisco,
lenta affluente,
mallo che stinge,
a seconda, innocente,
che l’orlo esonda o deglutisce (p. 71)

Ma ormai ci siamo, e ci restiamo, e non possiamo uscire: ogni corridoio porta ancora dentro, ogni pagina è di nuovo ingresso. Soprattutto l’ultima, ché Hotel Dieu inizia davvero, come tutti i grandi libri, quando finiamo di leggerlo.

© Sacha Piersanti

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Gabriela Fantato, L’estinzione del lupo (rec. di Giorgio Galli)

 

Gabriela Fantato, L’estinzione del lupo, Empiria 2012

Come si può rivivificare una materia che pare esausta? Prendiamo il tema della “generazione sconfitta”. Una slavina di romanzi e di film lo ha affrontato, con toni sempre più accidiosi, con un compiacimento più sterile mano a mano che il tempo passa. È fioccata una narrativa ombelicale che ormai non serve più neanche da seduta di autocoscienza per i suoi autori. Un’editoria immorale, disposta a tutto per il profitto, ha permesso agli ex brigatisti di darsi un’aura romantica con memoriali privi di valore storico o letterario. Sulle generazioni che “hanno fatto il Sessantotto o il Settantasette” sembra sia meglio tacere.
Questo libro di Gabriela Fantato però fa qualcosa di diverso. Traccia un itinerario lirico della sua generazione. Traduce quel percorso in forma anziché in narrazione. E ce lo rinnova. E allora tutto cambia. E allora il suo libro è bello.
Al centro di L’estinzione del lupo (Empirìa, 2012) c’è il rapporto degli esseri umani col tempo. Esiste un tempo “minerale”, costante, che è quello della storia. È un tempo dai passi lenti, a malapena percepibili da chi lo vive, a meno di catastrofi epocali. E poi c’è il tempo accelerato dei sognatori, di quelli che “pensano in verticale”. Fin dal principio i due tempi sembrano, anziché scontrarsi, andare in direzioni opposte. I figli e i padri non hanno nulla in comune. Il tempo dei sogni dei figli è un tempo sradicato: l’accelerazione della storia ha funzionato come un terremoto e ha separato per sempre i due estremi di una faglia. Ogni legame è divelto. I sognatori sono stati lanciati in un volo tanto frenetico quanto sterile, un moto centrifugo il cui unico senso è se stesso. Ma dentro il loro eroico furore si avverte il già vecchio, il già saputo. Il volo lirico collettivo contiene già il suo disincanto.
È un mondo, quello di queste liriche, in cui alcuni si muovono incessantemente, ma tutti sono in attesa.
Prendiamo il poemetto intitolato Sogno di una bambina e di sua madre:

I.

Sono le venti in punto
ed è già tardi per la memoria,
per la rima bella imparata a scuola
– tardi per la benedizione.

Il castello alzato nella sabbia,
tu dentro le stanze dove
scorre la promessa dell’uscita,
dove si fa la profezia e
la sera non perdona.

La madre siede
e aspetta che tutto venga,
aspetta ancora una stagione
matura e saggia.

II.

La tua punizione dentro la cucina,
dentro l’infanzia dove il sole è
bianco nei segni
adulti che hai scritti sui muri.
Cantavi -c’era una volta un re,
seduto sul trono e il mondo, il mondo
intero gli girava attorno,
c’era una volta un regno
di servitù e pazienza.

III.

Adesso, adesso è tardi.
Bisogna chiamare qualcuno
che venga qui…
prima della scomparsa,
prima che sia la frana
nel giro esatto
.                       del racconto.

Per la figlia, la punizione è stare nel non-sogno della madre, vale a dire nel tempo della madre. Per la madre, forse, la punizione è la figlia. Ma entrambe restano senza nulla. (altro…)

Giorgio Ghiotti, La città che ti abita (di I. Grasso)

Giorgio Ghiotti, La città che ti abita, Empirìa, 2017

di Ilaria Grasso

 

Mentre in America esce il nuovo libro di George Saunders, Lincoln nel bardo, penso ai poeti e agli scrittori di casa nostra. Mi domando se si siano mai interrogati su questo stato della mente in cui la coscienza viene separata dal corpo e leggendo la raccolta di Giorgio Ghiotti, La città che ti abita, ho pensato molto al bardo come concept di lettura e di scrittura.
Nel bardo la mente acquisisce un corpo mentale simile a quello del sogno e ha il potere di raggiungere qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, senza alcun ostacolo. La vita nel bardo è fatta di sofferenze, sia per la non accettazione della propria morte, sia per l’attaccamento a se stessi, alla famiglia, agli amici, ai propri averi.

[…] cosa dovremo raccontare
di questi anni infiniti che a cento volti
insieme ci passano negli occhi, perché
più popolato del visibile è l’invisibile
o chi ne fa più parte, chi sta di là
o subito prima del filo
finché ci sarà chi tende le antenne […]

Questi appena riportati sono i versi che più di tutti mi fanno pensare al bardo; fanno parte della poesia che Ghiotti dedica a Biancamaria Frabotta, poeta, scrittrice, giornalista, e sua docente all’università, nonché prefatrice della raccolta. Ghiotti fa del distacco, dell’abbandono e persino della morte, materia viva ben consapevole del potere di rendere immortali che appartiene alla scrittura e letteratura in generale. (altro…)

Plinio Perilli, Il cuore animale. Lettura di Paolo Carlucci

Plinio Perilli, Il cuore animale, Empiria, Roma, 2016, pp. 216, € 20,00

 

GRAFFIO DI VERITÀ

I versi vissuti di Alfredo de Palchi
etici ed anarchici, caudati
d’Espressionismo e Inconscio …
romanzati ne Il Cuore Animale,
appassionato saggio di Plinio Perilli

Profondo che risale, la Storia al nero è nelle corde della poesia-vita di Alfredo de Palchi, sin dall’opera d’esordio, La buia danza di scorpione (1947-51, ma edita solo nel ’93).

Si decentra la notte sul muro si decentra
michelangiolesca
la lesione dell’occhio

la cella  costringe  silenzio
si spacca  il silenzio alle sbarre il trauma
è combustione

io
groviglio di piedi e mani
prevenendomi
farnetico perfezione

urlo al muro il muro
assorbe  da me l’eco risponde
alla sagoma straniera.

Versi che evocano dolore e ansia di verità, senza infingimenti letterari. Il luogo cui si allude è il penitenziario di Procida, dove furono concepiti, nell’immediato dopoguerra, dal poeta ragazzo, detenuto per un delitto non realmente commesso da lui, ma consumato nel clima furente e funesto di quella guerra civile, che fu l’inizio dell’Italia repubblicana. Alfredo de Palchi racconta in versi, con disperata forza etica, l’avventura di sé: uomo reale, stralunato nella follia della Storia. Le sorti di un nuovo e autentico processo kafkiano sono alla base di uno stile espressionista assolutamente suo, radicale ed esistenziale.
Un cupo, fiero Es che si fa scrittura. In lui, un cadenzato furore di vita azzera nichilisticamente il conformismo d’ogni illusione, che non sgorghi potente e nuova dalla franchezza dell’Esserci. Questo ed altri nodi scioglie, indagandoli con perizia psicologica e finezza critica, l’appassionato saggio di Plinio Perilli, il cuore animale, attraverso un ampio ventaglio di  testi e altri sospiri letterari, e non solo, al sapor dell’assenzio, che negli anni hanno scandito scritture travagliate, e lente, complesse  vicende  di riproposizioni  editoriali dell’opera.
I meriti di questa biografia in progress sono molteplici. I vari capitoli della prima sezione sono in genere intitolati con versi e rimandi diretti all’opera di De Palchi: in particolare penso a lo straniero De Palchi, in cui si vede un’estraneità forte, assolutamente biografica e vissuta al di fuori di letture o paludamenti filosofici di marca francese. Insomma De Palchi è straniero a tutti, a partire da se medesimo: ma non è un étranger sulla linea del rien; anzi, all’epoca, Sartre o Camus sono quasi sconosciuti al rustico poeta italo americano, futuro autore di Foemina tellus, uno dei suoi testi più intensi e vorticosi di vita: «non guardiamo indietro/ indovinare cosa si è abbandonare / non lo sapremo mai». (altro…)

#PoEstateSilva #38: Sacha Piersanti, da Pagine in corpo

 

Epiplèttein

L’odore del mirto
difficilmente si dimentica,
se pietrificato nel cuore
che credevo da Medusa colpito.
Il vento cementificato
nella spiaggia del possesso
– il tuo, il vostro: ché mio
è il tempo di dirti vuoto
e Vita darti –
ulula e impreca.

Conto le pietre sulla schiena
verso me schierata
senz’armi e senza orgoglio
offertami,

per poi cambiare
il corso del Mondo
(la sinonimia dell’ardito ardore
fiammeggia nell’antico flusso
di concetti che trovan stallo in Te)
e attraversare litri di vita
infiggendo il pianto estremo
nel tempio votato a chiamarmi.

Finché sarò grano
volerò per la piana
dal morbido fulmine:
il ricordo; il rintocco; l’artistico
volteggio della caccia al già
posseduto.

Le mie labbra affannate
sullo squarcio del sipario
restano l’Inesprimibile
più compreso.