Edizioni e traduzioni

I poeti della domenica #315: René Char/Vittorio Sereni

L’age cassant (1965)

II

En l’état présent du monde, nous étirons une bougie de sang intact au-dessus du réel et nous dormons hors du sommeil.

 

XX

Qui oserait dire que ce que nous avons détruit valait cent fois mieux que ce que nous avions rêvé et transfiguré sans relâche en murmurant aux ruines?

L’età squassante

II

Nel presente stato del mondo,
stendiamo sopra il reale una candela
di sangue illeso e fuori dal sonno
dormiamo.
.

XX

Chi oserebbe dire che quanto abbiamo
distrutto valeva cento volte quanto
avevamo senza posa sognato e trasfigurato
parlando sommessi alle rovine?

René Char, Vittorio Sereni, Due rive ci vogliono. Quarantasette traduzioni inedite, con una Presentazione di Pier Vincenzo Mengaldo, a cura di Elisa Donzelli, Donzelli, 2010

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I poeti della domenica #312: Antonia Pozzi, La vita/La vie

Antonia Pozzi, Une vie irrémédiable. Poèmes, écrits. Édition établie par Matteo Mario Vecchio. Traduction de Camilla Maria Cederna, Lille, Éditions Laborintus, 2018

La vita

Alle soglie d’autunno
in un tramonto
muto

scopri l’onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d’uccelli
cui le ali non reggono più.

18 agosto 1935

La vie

Au seuil de l’automne
dans un coucher de soleil
muet

tu découvres la vague du temps
et ta reddition
secrète

comme de branche en branche
légère
une chute d’oiseaux qui tombent
quand leurs ailes ne les portent plus.

18 août 1935

I poeti della domenica #311: Antonia Pozzi, Canto della mia nudità/Chant de ma nudité

Antonia Pozzi, Une vie irrémédiable. Poèmes, écrits. Édition établie par Matteo Mario Vecchio. Traduction de Camilla Maria Cederna, Éditions Laborintus, Lille, 2018

Canto della mia nudità

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color d’avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non mi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.

Palermo, 20 luglio 1929

Chant de ma nudité

Regarde-moi : je sui nue. De l’inquiète
languer de ma chevelure
à la tensoion souple du pied,
je suis toute d’un maigreur acerbe
engainée dans une couleur d’ivoire.
Regarde : pâle est ma chair.
On dirait que le sang n’y coule pas.
Le rouge n’y transparaît pas. Seul un faible
battement d’azur s’estompe dans ma poitrine.
Tu vois comme j’ai le ventre creux. Incertaine
est la courbe de mes hanches, mais les genoux
et les chevilles et toutes les jointures,
je les ai maigres et fermes come un pur-sang.
Aujourd’hui, je me cambre nue, dans la clarté
du bain blanc et nue je me cambrerai
demain sur un lit, si quelqu’un
me prend. Et nue un jour, seule,
allongée sur le dos sous trop de terre,
je resterai, quand la mort aura appelé.

Palerme, 20 juillet 1929

proSabato: Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia

Il cruccio del padre di famiglia
[1917]

C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola derivi dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce a dare un senso preciso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto di refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l’insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c’è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poiché l’Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell’atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto – e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.

In: Franz Kafka, Racconti. A cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1970, 252-253; la sezione nella quale il racconto appare, Un medico di campagna, è tradotta da Rodolfo Paoli.

proSabato: Herta Müller, La lingua ladra

mueller

Non mi fido della lingua. So bene, per esperienza personale, che essa, per farsi precisa, deve prendere sempre qualcosa che non le appartiene. Non so perché le immagini evocate dalla lingua siano così ladre, perché la similitudine più riuscita si appropri, con il furto, di qualità che non le spettano. La sorpresa nasce solo con l’invenzione e abbiamo continue prove che la vicinanza alla realtà inizia solo con la sorpresa inventata. Solo quando una percezione deruba l’altra, quando un oggetto si impossessa del materiale di un altro, per poi utilizzarlo – solo quando ciò che nel reale si esclude è diventato plausibile nella frase, la frase si può imporre alla realtà come realtà autonoma, come realtà in un certo modo fattasi parola, ma valida in quanto parola.

Herta Müller
(dalla prima delle lezioni tenute a Zurigo nel 2007; traduzione di Anna Maria Curci)

Georg Trakl da “Trasfigurazione” a “Grodek”

TRAKL

Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl

Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.

Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.

Anna Maria Curci

Alcuni mesi – neanche l’intervallo di un anno, tra il novembre 1913 e l’ottobre 1914- e lo scoppio della Grande Guerra separano i due componimenti di Trakl qui proposti nell’originale e in traduzione.  I colori, calcati e carichi di segni, la”azzurritudine” che Trakl rielabora da Novalis e trasforma in presagio colmo, il ritmo inconfondibile del poeta, la sua ‘cadenza vespertina’, caratterizzano entrambi i testi. Ciò che, tuttavia, resta sentore nel primo, esplode nell’urlo paradossale delle bocche infrante del secondo.  (Anna Maria Curci)

Verklärung

Wenn es Abend wird,
Verläßt dich leise ein blaues Antlitz.
Ein kleiner Vogel singt im Tamarindenbaum.

Ein sanfter Mönch
Faltet die erstorbenen Hände.
Ein weißer Engel sucht Marien heim.

Ein nächtiger Kranz
Von Veilchen, Korn und purpurnen Trauben
Ist das Jahr des Schauenden.

Zu deinen Füßen
Öffnen sich die Gräber der Toten,
Wenn du die Stirne in die silbernen Hände legst.

Stille wohnt
An deinem Mund der herbstliche Mond,
Trunken von Mohnsaft dunkler Gesang;

Blaue Blume,
Die leise tönt in vergilbtem Gestein.

Trasfigurazione

Quando si fa sera,
Sommesso ti abbandona un volto azzurro.
Un uccellino canta su dal tamarindo.

Un frate mite
Giunge le mani estinte.
Un angelo bianco visita Maria.

Una ghirlanda notturna
Di mammole, grano e uva purpurea
È  l’anno di chi guarda.

Ai tuoi piedi
Le tombe s’aprono dei morti,
Quando la fronte adagi nelle mani d’argento.

Quieta dimora
Sulla tua bocca la luna d’autunno,
Cupo canto stordito d’oppio;

Fiore azzurro,
Che sommesso risuona su rocce ingiallite.

Georg Trakl

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Emiliano Ventura, Edgar Allan Poe. Un americano fuori posto.

Poe

 

Emiliano Ventura

 

Edgar Allan Poe. Un americano fuori posto

 

 

“La vita è ancora in quei capelli, la morte è nei suoi occhi”.

Edgar Allan Poe, Lenore

Nel 1849 gli Stati Uniti si preparano a dar forma al ‘destino manifesto’, cioè a spingersi verso ovest confidando aprioristicamente nella ‘superiorità’ della civiltà europea (bianca) nei confronti della civiltà dei nativi d’America (gli indiani selvaggi). Nello stesso anno, a Baltimora, un uomo muore appena quarantenne in preda a uno stato d’incoscienza; quell’uomo è un famoso poeta e scrittore si chiama Edgar Allan Poe.
Mentre la giovane nazione statunitense si volta all’ovest, lo scrittore, poeta e giornalista Edgar Allan Poe si volge all’est; Inghilterra, Germania, Francia, Italia e Grecia sono i luoghi dei suoi autori, dei suoi interessi poetici e letterari.
È stato D.H. Lawrence a far notare la profonda differenza tra J.F. Cooper, lo scrittore che crea il mito della frontiera americana (per cui l’ovest) e Poe, tra i più europei degli scrittori americani.
La sua breve vita si articola in un binario immaginario, ma lineare, che unisce Richmond, Baltimora, Filadelfia, New York e Boston; tutte queste città sono posizionate lungo un percorso di una certa linearità, da sud verso nord lungo la costa orientale degli Stati Uniti, il lettore più disciplinato può tentare una verifica su una qualsiasi cartina geografica.
Edgar Allan Poe nasce a Boston, nel nord, ma è il sud con la Virginia e Richmond a segnare il paesaggio indelebile della sua infanzia e adolescenza. Avrà sempre pose da aristocratico fieramente elegante, anche nella povertà, condizione che conoscerà molto bene. Scettico del progresso e della democrazia sarà una delle voci più critiche della sua società, dei suoi poeti e intellettuali.
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Invito alla (ri)lettura: Nazim Hikmet

La poesia di Nazim Hikmet (Salonicco, 20/11/1902 [in realtà nato l’anno prima] – Mosca, 3 giugno 1963) ruota attorno al mito del nòstos; da esso discendono tutti i temi principali che a loro volta confluiscono e decantano nel grande tema dell’amore (il che spiega la scelta del titolo dell’antologia italiana uscita immediatamente dopo la morte del poeta per la curatela di Joyce Lussu).
È in sostanza un cerchio compiuto quello disegnato dall’intera produzione del poeta turco.
All’interno di questo cerchio ritroviamo i suoi orizzonti geografici che negli anni di prigionia e di esilio diventano orizzonti di una fuga impedita e poi autocensurata (il mare, il Bosforo, Istambul, la Turchia tutta non di rado indicata come “il paese”); ritroviamo il tu delle molteplici allocuzioni rivolte all’amata; un tu che andrebbe distinto nelle tre figure femminili che hanno caratterizzato la tormentata vita sentimentale di Hikmet, e che malgrado ciò spesso pare indistinto in una sorta di continuum che giunge a confondersi con l’amata patria, come in questa poesia del 1948: «Benvenuta, donna mia, benvenuta! // certo sei stanca / come potrò lavarti i piedi / non ho acqua di rose né catino d’argento // certo avrai sete / non ho una bevanda fresca da offrirti // certo avrai fame / e io non posso apparecchiare / una tavola con lino candido // la mia stanza è povera e prigioniera / come il nostro paese. // Benvenuta, donna mia, benvenuta! // hai posato il piede nella mia cella / e il cemento è divenuto prato // hai riso / e rose hanno fiorito le sbarre // hai pianto / e perle sono rotolate sulle mie palme // ricca come il mio cuore / cara come la libertà / è adesso questa prigione. // Benvenuta, mia donna, benvenuta!»
Sicché il tema dell’amore si distende tanto nella poesia ovviamente erotica quanto in quella più propriamente politica, dai forti connotati engagé come vuole una certa prassi novecentesca nella quale il poeta si riconosce nella voce “utile” (parola cara a Nazim Hikmet) al popolo.
E a sprigionare tutta questa forza è la lontananza, o per dire meglio il male della lontananza, la nostalgia: all’inizio forse cercata per poi essere successivamente subita («Sei la mia schiavitù sei la mia libertà / sei la mia carne che brucia / come la nuda carne delle notti d’estate / se la mia patria / tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi / tu, alta e vittoriosa / sei la mia nostalgia / di saperti inaccessibile / nel momento stesso / in cui ti afferro»).
Le vicissitudini biografiche di Nazim Hikmet si riversano perciò interamente nei suoi versi, non vengono nemmeno celate dalla lingua e dallo stile che non ricercano elitarismi di sorta, bensì si concedono a una quotidianità che rivive dell’oralità della tradizione ottomana e prima ancora arabo-persiana. In questo alveo culturale egli innesta però la modernità della versificazione libera catapultando la poesia turca nella modernità.
Nel compiere questo balzo è evidente la lezione dei poeti futuristi russi conosciuti negli anni del primo soggiorno moscovita (Majakovskij sopra tutti). Gli anni che vanno dal 1921 al 1928 sono quelli caratterizzati da una formazione forgiata sull’ideologia socialista da non intendersi però allineata all’ortodossia di partito (e in effetti quando rientrerà a Mosca dopo il lungo periodo di carcere subito in Turchia, sarà molto critico nei confronti dello stalinismo).
In Italia Nazim Hikmet verrà conosciuto dai più immediatamente dopo la morte, avvenuta nel giugno del 1963. Sarà Mondadori (ne era direttore editoriale all’epoca Vittorio Sereni) a pubblicare l’antologia Poesie d’amore curata da Joyce Lussu, la quale aveva conosciuto a Stoccolma il poeta in occasione d’una sua conferenza. Prima d’allora la Lussu mai aveva sentito parlare di Nazim Hikmet e ancor meno aveva avuto modo di leggere delle sue poesie.
Il giorno della conferenza circolavano delle traduzione in francese di alcuni suoi componimenti e la futura curatrice ne rimase folgorata; si affrettò a conoscere il poeta il quale le propose di tradurre in italiano i suoi versi dal francese con la sua supervisione.
A Nazim Hikmet premeva che fosse mantenuto il senso riposto nelle poesie; poco gli importava che nella lingua della traduzione figurassero nuove rime al posto delle originali per le quali sacrificare del tutto il messaggio veicolato dalla poesia stessa (in poche parole l’utile non doveva mai essere sacrificato al bello).
Con quest’aura di leggenda vide la luce un testo che ancora oggi rimane l’unico di riferimento per il lettore italiano che si avvicini al poeta, mancando a tutt’oggi non solo un’edizione organica dell’intera produzione di Hikmet ma pure una nuova antologia con testi a fronte, strumento indispensabile non solo per lo studioso ma anche per il lettore che avesse la fortuna di cogliere la musicalità legata alla matrice orale del limpido verso del poeta. Di recente Barbara La Rosa ha offerto un saggio di nuove traduzioni direttamente dal turco attraverso le pagine della rivista “Poesia” (n. 214, Marzo 2007). Un’operazione che lancia un possibile ponte verso una futura edizione completa delle poesie di Nazim Hikmet con testo a fronte.

(c) Fabio Michieli

* * *

Nostalgia

Voglio tornare al mare!
Nello specchio azzurro delle acque
voglio riflettermi!
Voglio tornare al mare!
Navigano le navi verso orizzonti luminosi, navigano le navi!
La tristezza non gonfia le bianche vele tese!
Verrà il momento in cui potrò stare di sentinella
a bordo di una nave, anche per un sol giorno.
E poiché la morte è comunque fatale,
come un raggio di luce che tramonta nelle acque
nelle acque voglio spegnermi!
Voglio tornare al mare!
Voglio tornare al mare!

(Mosca, 1927)

* * *

Ho socchiuso gli occhi

Ho socchiuso gli occhi:
Nell’oscurità ci sei tu,
Nell’oscurità sei sdraiata col viso all’insù,
Nell’oscurità la tua fronte e i tuoi polsi sono un triangolo d’oro.
Sei dentro le mie palpebre socchiuse, mia amata,
Dentro le mie palpebre socchiuse le canzoni
Adesso lì tutto ha inizio con te
Adesso lì non c’è più nulla che appartenga alla mia vita prima di te
E nulla che non appartenga a te.

(Prigione di Bursa, 1947)

* * *

Sono dentro un raggio di luce che avanza
Colmo di desiderio le mie mani, il mondo è meraviglioso.

I miei occhi non si saziano di alberi,
Sono così pieni di speranza, così verdi.

Un viottolo soleggiato attraversa il gelseto,
Sono alla finestra, nell’infermeria della prigione.

Non avverto l’odore delle medicine,
Da qualche parte devono essere sbocciati i garofani.

Ecco, moglie mia, vedi,
Il problema non è essere fatto prigioniero,
Il problema è non arrendersi…

(Prigione di Bursa, maggio 1948)

* * *

Mio figlio cresce nelle fotografie

Nel mio cuore il dolore di un ramo a cui è stato strappato il frutto,
nei miei occhi l’immagine della strada che scende verso il Corno d’Oro,
la nostalgia di mio figlio e la nostalgia di Istambul
sono un pugnale confitto nel mio cuore.

La separazione è insopportabile.
Il nostro destino ci sembra proprio tremendo.
Proviamo invidia per gli sconosciuti.
Il padre è in prigione a Istambul,
vogliono impiccare il figlio
in pieno giorno
in mezzo alla strada.
Io qui sono libero come il vento,
come una canzone popolare,
tu sei lì, figlio mio,
ma sei ancora piccolo per meritare la forca.
Vorrei che il figlio non diventasse un assassino,
vorrei che il padre non morisse,
per portare a casa il pane e un aquilone
hanno rischiato la forca.
Gente,
brava gente,
fatevi sentire dai quattro angoli del mondo,
dite che si fermi,
che il boia non metta loro la corda al collo.

(1954)

* * *

Ho vissuto alla velocità dei sogni
Tra sfavillanti scintille
Ho piantato un albero di susine
Ne hanno assaggiato i frutti

Meno male che ho amato la tristezza
Soprattutto la tristezza che c’è nell’occhio delle pietre
Del mare dell’essere umano
E ho amato la gioia improvvisa

Meno male che ho amato la pioggia
Meno male che sono stato in carcere
Ho amato l’irraggiungibile
In tutte le mie nostalgie

Meno male che ho amato il ritorno
……………………………

(Mosca, 2 maggio 1963)

__________

* I testi, tradotti da Barbara La Rosa, tratti dal fasc. n. 214 (marzo 2007) di “Poesia”, sono riproposti in ordine cronologico e non come pubblicati in rivista.
* L’immagine della pagina manoscritta e autografa di una poesia di Nazim Hikmet è presa da http://bachecaarte.blogspot.com/2010/07/nazim-hikmet-biografia-e-poesie.html