edizioni culturaglobale

Antonella Sbuelz, La prima volta delle cose

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Antonella Sbuelz, La prima volta delle cose, Edizioni Cultura Globale, 2016

*

Alba negli occhi

La prima volta del ricordo

Il tuo primo ricordo, verde e nero,
sa di terra e di erba bagnata:
lo sguardo che si impiglia in fondo al vuoto,
l’ondeggiare del tuo corpo di tre anni,
il piede che manca la presa sul ciglio
delle fondamenta scure, pronte a inghiottirsi il corpo
e le paure. Il cielo si squaderna, rovesciato,
in una voragine remota.
L’aria sfugge dalle dita, dai polmoni.
La memoria sa rammendare i vuoti,
sa innescare una trama di dettagli
dove il ricordo vacilla: un groppo di radici
ad attutire, il verso di un uccello, un ciuffo d’erba.
L’urlo che incrina l’aria di cristallo.
E il mistero di un atterraggio illeso, che toglie peso
al tempo, alla caduta.
La risalita no, non la ricordi. In braccio a chi non sai,
il ricordo tace.
Ma ci vorrebbe il buono delle cose
– la loro prima volta intatta, pura –
a ridare l’equilibrio su quel ciglio.
A fare alba negli occhi, come allora.

*

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Maram Al Masri, Il tempo dell’amore

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Maram Al Masri, Il tempo dell’amore, Edizioni Cultura Globale, 2015, traduzione di Luana Fabiano.

 

Malgrado noi
il tempo ci trasforma
come il colore del mare
sotto le nuvole che si dileguano.

Malgré nous / le temps nous change / comme la
couleur de la mer / sous les nuages qui s’en vont.

 

Vieni, vieni
ho preparato la tavola del mio ventre
il giardino delle mie cosce dai frutti maturi
le mie cosce calde e felici
succose di nettare di desiderio.
Ma
prepara la tua bocca affinché io possa mangiare.
Vieni, vieni
ben temperato è il mio vino sacro
che ti darà il godimento
di una donna
matura d’amore.

Viens viens / Je t’ai préparé la table de mon ventre / Le
jardin de mes cuisses Aux fruits mûrs / Mes cuisses
chaudes et heureuses / Juteuses du nectar de désir /
Mais / prépare-moi ta bouche pour que je mange
Viens viens / Mon vin sacré est bien chambré / Qui te
donnera la jouissance / D’une femme / mûrie d’amour.

 

Mi ha detto che sarebbe venuta
quando?
non lo so
tuttavia lei verrà, è sicuro
ma prima
bisognerà che mi tolga
lo sfavillio degli occhi
la freschezza della pelle
la pienezza dei seni
l’umido dei passi
la lucentezza dei capelli.
Dovrà privarmi
della voglia di correre
di danzare
di scoprire le braccia
di guardarmi nello specchio.
Le servirà far morire il mio desiderio
il desiderio di baciare
di fare l’amore.

Elle m’a dit qu’elle viendrait / quand? / je ne sais pas
/ pourtant elle viendra, c’est sûr / mais d’abord / il faudra
qu’elle m’ôte / l’éclat des mes yeux / la fraîcheur
de ma peau / la plénitude de mes seins / l’humidité de
mes passages / la brillance de mes cheveux // elle
devra me priver / de l’envie de courir / de danser / de
dénuder mes bras / de me regarder dans les miroirs /
il lui faudra faire mourir mon désir / mon désir d’embrasser
/ de faire l’amour.

 

© Maram Al Masri

Fabio Franzin, Corpo dea realtà (tre poesie)

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Poesie estratte da Corpo dea realtà, Culturaglobale, Cormons, Gorizia, 2016

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Nino Iacovella, La parte arida della pianura

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Nino Iacovella, La parte arida della pianura, Edizioni Culturaglobale

.

Polaroid
(Cronaca nera)

La notte devia il corso delle povere cose
rimaste abbandonate:
un cartello rotto, un tubo di ferro,
sono ora corpi contundenti
accanto a un volto sfigurato

Rimane l’ombra dell’ultima parola
nella slogatura della bocca,
mastica il dolore di quella terra nuda

Poi la prima luce del giorno mostra
:::::::::::::::::::::::::::::::un corpo duro e solo,
tutto quel rosso che ferisce gli occhi
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::di chi guarda:
la fossa mai terminata, la faccia come
:::::::::::::::::::::::::::::::un disegno sbagliato,
le fiamme di un’Italia che brucia

2 novembre 1975
Idroscalo di Ostia

.

da “Lande”

L’uomo trattenne il sapore delle parole,
il gesto del braccio che sparge i semi
in una terra bianca

Arenato nel fondale calmo della pianura
chiara è la sua ombra poggiata sulla nebbia,
come un passo sulla neve morbida
restituisce al silenzio un suono

.

*
Guardiamo il cielo aprirsi sul nostro tremore,
la nudità del paesaggio che chiama in rassegna
uccelli disorientati in un spazio vuoto

Nel freddo siamo la carne che rimpolpa
le mascelle della terra

L’acqua del fiume in cerca della foce
scivola nell’ordine della natura,
l’unica direzione che la pianura sa dare

© Nino Iacovella

.

«C’è odore di terra, c’è vastità di pianura in questa manciata di poesie di Nino Iacovella: non è solo per il titolo della raccolta, quanto per un’atmosfera che richiama a sé il bisogno quasi ancestrale di denudare dal superfluo, ritornare alla fonte dei gesti e delle parole, come quando si dimentica qualcosa e per cercarla bisogna percorrere a ritroso la strada fatta.
Se si è smarrito il senso del sentimento, del dolore, della fatica, allora si può ritrovarlo partendo da date prossime nel tempo – come quella della morte di Pasolini – per andare indietro verso le radici, fino allo spaesamento dove ogni direzione è ancora possibile, dove ogni scelta diventa percorso e valore da coltivare.»
(nota in quarta di copertina di Francesco Tomada)
***

Piero Simon Ostan: È così anche il nostro stare qui

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Piero Simon Ostan, È così anche il nostro stare qui, Edizioni Culturaglobale

 

giardino

L’erba come prato inglese fitta e ben tosata
la nostra ci accontentiamo non sia troppo gialla
alle erbacce rassegnati e i calcinacci che affiorano

spesso i buchi da coprire.

come eden difettoso
è il nostro giardino e non sarà
di nessun altro

È così anche il nostro stare qui,
gli squarci e le spaccature
provano chi siamo.

 

autoritratto

È il taglio degli occhi di mio padre
non il suo colore
l’attaccatura bassa dei capelli
quasi piatti i piedi e lo stesso stampo delle mani
o forse è lo stare scorretto della schiena

ma più che altro è la stessa mandibola che balla
quando la cena sa di poco e la camicia non stirata
l’apprensione dei giorni che fa lo stomaco compreso
con la tensione continua dei nervi raccolta nelle giunture
è la sua sintassi quando dico le frasi che non vengono
preciso il lampo nello sguardo che ricuce le cose
rifà buono il tempo

la solitudine lui dei boschi io delle parole.

Sarà poi un giorno mio figlio
e il figlio di mio figlio
sarà l’aggirarsi nell’identico buio delle strade
ad aspettare che venga il vento giusto
e il chiaro dentro gli occhi.

 

la classe delle farfalle

Al tuo arrivo in asilo hai saputo
che eri nella classe delle farfalle.
Hai colorato il disegno ma non sei
stato dentro i bordi neri delle ali

il tuo segno di riconoscimento
da cucire sul bordo della bavaglia
è uno scivolo tutto colorato.

Che la vita sappia posarsi su di te
con la leggerezza che ha offerto ai fiori.
Dopo la fatica dell’arrivo in vetta
ti regali il brivido della discesa.

© Piero Simon Ostan

 

È così anche il nostro stare qui: in queste parole c’è molto più di un titolo, sembra piuttosto un proposito che Piero Simon Ostan formula verso se stesso – prima di tutto – e poi verso quelli a cui vuole bene. Così è il suo mondo, dunque, un mondo vive in una quotidianità di alti e bassi, di paura delle burrasche improvvise e di tensione verso una dimensione più libera, dove sperimentare la consistenza delle nuvole. Ma anche la leggerezza è una conquista che ciascuno deve raggiungere indossando con coraggio il proprio volto e il proprio nome, quel nome che altri ci hanno donato e a cui ci spetta di dare un significato, quel nome che come gesto di affetto scegliamo per i figli nel momento in cui gli auguriamo che la vita possa crescere dentro di loro.

© Francesco Tomada

Michele Obit, Un uomo è anche un aratro (estratti)

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Un uomo è anche un aratro. Per la
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::consistenza
dei grumi e la ruggine che si attorciglia
attorno – e pietrose radici che si muovono
annusando riverberi d’acqua e gigli.
Un uomo è anche questo
ed a volte ce ne dimentichiamo
così stiamo a guardare il suo peso che
si riduce e la voce che stona –
poi passano gli anni – ed anche
quel peso e quella voce tornano terra
e l’aratro che cade di lato e s’inabissa.

(per Beppino De Cesco)

 

(Schiele)

I
Ferma la mano preme sul costato
e poi tra l’anca ed il torace. È caparbia
questa resistenza al movimento –
come un’onda s’impenna
la carne tra le dita. È per dire
che ciò che unisce davvero
un uomo ad una donna (un uomo
ad un uomo una donna ad una donna)
è – come in una clessidra –
il vuoto che si riempie
ed il pieno che si svuota.

 

(Sull’architettura immaginaria di Alexander Brodsky ed Ilya Utkin)

I

Tra le trame è un mistero
come il segno permetta
benessere e irruenza. Io posso
anche limitarmi – essere il tutto
e la parvenza del niente
ma qui siamo sospesi – nel colore seppia
di questi anni perduti.

II

È come la prima volta che
ti vidi – dietro c’era una torre
con un orologio – forse
l’ombra di una cattedrale –
posso anche aver sognato
tutto questo – perché la sola
percezione del mondo che avevo
stava davanti a me.
Sulla superficie meno adatta
per scrivere – c’era il tuo nome.

 

Michele Obit vive a S. Pietro al Natisone (Udine).
È direttore del settimanale bilingue «Novi Matajur» e presidente del circolo culturale “Ivan Trinko”, entrambi con sede a Cividale del Friuli. Ha pubblicato varie raccolte poetiche, l’ultima delle quali è Le parole nascono già sporche (2010). Ha tradotto in italiano i più importanti poeti sloveni delle giovani generazioni e scrittori come Aleš Šteger, Miha Mazzini e Boris Pahor. All’interno del festival ‘Stazione di Topolò/Postaja Topolove’ organizza la sezione poetica e il progetto di residenza per poeti e scrittori ‘Koderjana’.

 

Marjeta Manfreda Vakar – poesie


Nekaj je v tebi

Nekaj je v tebi,
v svetlobi tvojih oči,
nekaj, kar je v vetru,
v soku vitkih brez,
v valovanju travnatih prostranstev,
v tihem šumenju gozda,
v ščebetanju ptic
med letom čez brezdanje dalje neba.
Nekaj deviškega,
otroška radost,
krhka sanjavost,
na široko odprta vrata,
skozi katera pulzirajo valovi
Oceana nedoumljivih globin,
čudeža – Življenja.

:

Qualcosa c’è in te /// Qualcosa c’è in te, / nella luce dei tuoi occhi, / qualcosa, che è nel vento, / nella linfa delle betulle flessuose, / nell’immensità dell’ondeggiare dei campi, / nel silenzioso sussurro del bosco, / nel cinguettare degli uccelli / in volo negli spazi sconfinati del cielo. / Qulcosa di candido, / la gioia di bambino, / fragile fantasticheria, / porta spalancata / attraverso la quale pulsano le onde / delle  incomprensibili profondità dell’Oceano, / della meraviglia – della Vita.

:

Skozi noč

Všeč mi je,
ko na pol prisoten
v temi
grabiš po meni,
ko segaš vame
iz bog vedi katerega vesolja
in me jemlješ
na pol tu in na pol tam
in se me dotika
skrivnost,
Reka,
ki poje s tvojim glasom,
sije s tvojim pogledom
in me preplavlja
s tvojimi dlanmi.

:

Attraverso la notte /// Mi piace / quando presente solo in parte / nel buio / mi afferri, / quando giungi a me / da dio sa quale universo / e mi prendi / una parte qui ed una là / e mi sfiora / il mistero, / il Fiume / che canta con la tua voce / rifulge con il tuo sguardo / e mi inonda / con le tue mani.

:

Raje v daljni kraj
Manifest

Zakaj v daljni kraj?
Ker je v daljnem kraju moč in radost obenem,
ker se tam ljudje med hojo zibljejo,
ker jim duša zlahka giblje voljno telo
in iz njih še vedno milina sije.
Ker se tam srečni ljudje veselijo srečnih ljudi,
ker tam moj smeh ni preglasen in nespodoben
in se tudi umirjen smehljaj na licih opazi,
se za njim ozre.
Ker tam moški ženski ne le reče “ljubim te”,
ampak zanjo tudi življenje vdahne,
ker pravi “midva” in ne “ti ali jaz”,
ker je tam ženska lahko ženska, srečna doma in z otroki,
ker ji tam v daljnem kraju ni treba nositi kravate
in hlačnega kostima,
ker si čez boke lahko ovije kapulano in se ji nikamor ne mudi.
Ker tam v daljnem kraju še čutim dušo,
ker tam še vedno bolj verjamejo “nočnim prikaznim”
kot dokazom,
ker tam še vedno lahko sanjam življenje in živim sanje,

:

Meglio in un luogo lontano // Il Manifesto /// Perché in un luogo lontano? / Perché in un luogo lontano ci sono sia forza che gioia, / perché là la gente ancheggia mentre cammina, / perché l’anima muove facilmente il loro corpo volènte / e da essi ancora splende la dolcezza. / Perché là la gente felice si rallegra della gente felice, / perché là il mio ridere non è troppo alto e inadeguato / e anche un sorriso pacato sulle guance si nota, / fa voltare. / Perchè là l’uomo alla donna non dice solo “ti amo”, / ma a lei ispira anche la vita, / perché dice “noi due” e non “tu o io”, / perché là la donna è tranquillamente donna, felice a casa e con i bambini. / Perché in un luogo lontano non ha bisogno di portare la cravatta / e il tailleur pantalone, / perché puo avvolgere i fianchi con la kapulana* e non aver fretta. / Perchè in un luogo lontano sento ancora l’anima, / perché là credono ancora alle apparizioni / piuttosto che alle prove, / perché là posso ancora sognare la vita e vivere i sogni, / perchè là da viva attraverso fiabe e miti, / proprio là, sulle strade e nelle piazze fra la gente, //

:

ker lahko živa stopam skozi pravljice in mite
kar tam, na ulicah in trgih med ljudmi,
kjer mi čez dan ni treba zapreti polken pred vulgarnim razumom
ter tolažiti duše s plamenom vijoličnega voska in
Cesarino Partido.
Ker se tam ne smejijo konjunkciji Lune in Severnega luninega
vozla v 10. hiši,
ker v daljnem kraju še častijo Sonce, Luno in Atlantski ocean,
ker tam še slišijo prednike,
in ob plamenih ognja še vedno celo pleme ekstatično praznuje,
golo, brez usnjenih denarnic in samozadostnega nasmeška
na ustnicah,
ker v daljnem kraju ni pomembno imeti denar, izobrazbo,
temveč biti dober človek,
ker je v daljnem kraju dom lahko še vedno dom
in je človek lahko še vedno človek.
Dokler je še čas, dokler je še čas,
hočem, da me boginja Zemlja, Velika mati,
pregneteš in prepojiš s svojo energijo in zavestjo,
da se med tvojimi črnimi hrapavimi stegni
rodim v svet ponovno.
Ala!

:

dove di giorno non debba chiudere gli scuretti / dinanzi alla ragione volgare / nonché consolare le anime con la fiamma di cera viola / e la Partida di Cesaria. / Perché là non ridono delle congiunzioni della Luna / e del Nodo Lunare a nord nella decima casa, / perché in un luogo lontano onorano ancora il Sole, la Luna e l’oceano Atlantico, / perché in un luogo lontano si sentono ancora gli avi, / perchè in un luogo lontano al ritmo selvaggio delle fiamme / la tribu intera in estasi ancora festeggia, / nuda, senza portamonete di cuoio / e sorrisi momentanei sulle labbra. / Perché là, in un luogo lontano, non è importante avere denaro, / istruzione, bensì essere una brava persona. / Perché là in un luogo lontano la casa può ancora essere Casa / e l’uomo ancora L’uomo. / Finché c’è ancora tempo, finché c’è ancora tempo, / voglio, che tu, dea Terra, Grande Madre, / mi plasmi e impregni della tua energia e della tua coscienza, / che fra le tue nere e ruvide cosce / rinasca nuovamente al mondo. / la!

:

Sokovi življenja

Življenje s teboj
je sladki sočni sadež,
je obilje in praznovanje,
je gostija bogov na Olimpu.
Zaradi tebe ljubim sebe,
zaradi tebe so ljudje lepi,
zaradi tebe je življenje
slasti in radosti kipenje.

:

I succhi della vita /// La vita con te / è un dolce frutto succulento, / è abbondanza e celebrazione, / è il banchetto degli dei sull’Olimpo. // Per merito tuo amo me stessa, / per merito tuo le persone sono belle, / per
merito tuo la vita è / l’ebollizione della gioia e del piacere.

:

Zemlja iz katere sem zrasla
Bili ste zemlja, iz katere sem zrasla.
Snov v kateri obstajam.
Tako prostrana in daleč.
Prikrita spominjanju, izgubljena.
Na rodno krajino zrem.
Na posodo in prst v kateri sem rasla,
občuteno v neopredeljivo
prepoznani žalosti telesa.
Obrazi moje mladosti,
zdaj razbrazdane priče minljivosti,
spoznanje, da smo mi vsi zemlja,
iz katere smo zrasli,
da smo zemlja, s katero bomo prerasli.

:

Terra dalla quale sono cresciuta /// Eravate terra / dalla quale sono cresciuta, / materia, / nella quale esisto, / così ampia e lontana, / nascosta ai ricordi, / persa. // Mente fissavo / della terra nativa, / il vaso e la terra / nella quale crescevo, / provata / in una non indefinita / riconoscibile tristezza / del corpo. // Volti della mia infanzia, ora rugose testimonianze / della fugacità, / consapevolezza / che noi tutti siamo terra, / dalla quale siamo cresciuti, / che siamo terra / con la quale verremo ricoperti.

:

Notranji sij

Ko sonce odide in ukrade dan,
pride mesec in vrne temi luč.

:

Splendore interiore /// Quando il sole se ne va e ruba il giorno / ecco la luna a ridare luce all’oscurità.

.

Antony Unuagbon

Čas te je naplavil na mojo obalo kot HI-FI,
iz katerega glasno odmeva stara pesem
v novem aranžmaju in neki drugi izvedbi.
Nenadoma si se pojavil
v drugi obleki in z drugim pogledom v očeh,
v katerih me več ni.
Pa sem te vesela.

Hvala za roko,
ko sem izgubljena tavala po nakupovalnem centru,
hvala za ponujeno jabolko
v tednih brez teka,
hvala za odmaknjen kozarec vina,
ki mi ga je ponudil tvoj znanec in
hvala, da si me zaklenil v »najino« sobo,
ko se ga nisem zmogla ubraniti
Hvala za dolg in tesen objem,
za modro nebo in ptice v sanjah,
za bohotno krošnjo zdravega drevesa
in mirno gladino morja,
ki se je temno vijolično lesketalo v mraku.

Hvala za objem,
v katerem sem se počutila varno,
čeprav se je okoli mene podiral svet.

 

Anthony Unuagbon

Il tempo ti ha depositato sulla mia riva come un Hi-Fi
dal quale rumorosamente echeggia una vecchia canzone,
riarrangiata e in altra esecuzione.
Sei apparso all’ improvviso con altre vesti e altro sguardo negli occhi,
nei quali io più non ci sono.
Ma sono lieta di averti rincontrato.
Grazie per la mano
quando o vagavo sperduta nel centro commerciale,
grazie per la mela offerta
durante le settimane di inappetenza,
grazie per il bicchiere di vino scostato,
offertomi da un tuo conoscente e
grazie di avermi rinchiuso nella “nostra” stanza,
quando non ero in grado di difendermi da lui.
Grazie per il prolungato e tenace abbraccio,
per il cielo azzurro e gli uccelli dei sogni,
per la rigogliosa chioma del salubre albero
e la placida superficie del mare
che di un viola scuro scintillava all’ imbrunire.

Grazie per l’ abbraccio
in cui mi son sentita protetta
benchè attorno a me stesse crollando il mondo.

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Nota: tutti i testi sono inseriti nell’antologia : Parole Scolpite  edita da Edizioni Culturaglobale – Cormòns (GO)  (grazie a Renzo Furlano)

l’ultimo testo è inedito e tradotto da: Andreina Trusgnach e Marina Cernetig

                         

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Marjeta Manfreda Vakar (Slovenia) è nata a Lubiana nel 1962, e vive a Tolmino dove ha completato gli studi liceali classici. In seguito ha studiato pedagogia sociale a Lubiana. Ha lavorato per un breve periodo nell’ambito pedagogico, e in seguito presso l’editrice Sanje. Diversi suoii articoli sono pubblicati su riviste; ha fatto parte di società alternative dedite allo studio per la possibilità di vita salutare e sana. Nel 1999 è ritornata a Tolmino e di seguito a Caporetto, dove vive adesso.
Nel 2005 ha iniziato una ricerca sul DNA della Slovenia ed i primi studi sono stati pubblicati nel 2009; nel 2010 i suoi studi sono stati discussi Ottava Conferenza Internazionale sull’Origine degli Europei e a Lubiana, con interviste sulla rivista Misteriji e sul libro Ko laž postane resnica (Quando la bugia diventa verità) di Peter Amalietti, che ha pubblicato anche le mie poesie a partire dal 1997.
Nel 2010 è stata tra i soci fondatori dell’associazione PoBeRe. Le sue poesie sono incluse in diverse antologie, fra le quali ricordiamo Sotočja (Confluenze); la prima raccolta La resa (Le rese) è stata pubblicata nel 2009