edizioni Cofine

Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila

Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, Edizioni Cofine 2017

Venticinque autori dei quali viene presentata la poetica e una significativa scelta di poesie, dal più ‘antico’ Furio Miselli, nato esattamente centocinquanta anni fa, nel 1868, al giovane Luigi Maria Reale, nato nel 1972; una dotta e coinvolgente introduzione, quella di Francesco Piga, che disegna un itinerario di lettura composito e non avulso dalla letteratura nazionale – anzi! – e che, allo stesso tempo, ripercorre le tappe rilevanti dello sviluppo di una peculiare lingua della poesia delle voci e dei luoghi: questo è il volume Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, egregiamente curato, come ricordato poc’anzi, da Francesco Piga e pubblicato a Roma nel 2017 dalla casa editrice Cofine di Vincenzo Luciani.
Seguo il suggerimento sapiente di Francesco Piga e prendo le mosse, per raccontare brevemente il mio percorso di lettura, dal territorio umbro, ovvero, per essere più precisi, dalle diversità delle fisionomie territoriali che caratterizzano questa regione. Quella della poesia dialettale umbra è una storia che ben si sposa con gli strumenti di indagine della geocritica. E dunque è bene ricordare, come fa Piga in apertura, che le diverse configurazioni geografiche in Umbria collocano limiti e confini naturali, facendo assumere alle diverse realtà locali una fisionomia particolare, «con proprie componenti linguistiche».
Come le diverse morfologie del territorio, così anche le vicende storiche concorrono a dare fogge, cadenze e tipologie diverse a parlate e a tradizioni poetiche.
Occorre allora risalire molto indietro nel tempo e lasciarsi guidare dall’ode barbara di Carducci Alle fonti del Clitumno per identificare confini, versanti opposti, riva destra e riva sinistra di fiumi, radici etrusche e radici indoeuropee.
Alle frammentazioni delle varietà linguistiche sul territorio fanno eco collegamenti e influenze provenienti da altre regioni. Ancora nel Seicento, tuttavia, la cifra della poesia in dialetto resta esclusivamente popolare.
Dalla maschera del Bartoccio nascono nel Seicento i primi testi di poesia dialettale e per tutto il Settecento le “bartocciate” vengono identificate come poesia dialettale.
Proprio la maschera del Bartoccio, recuperata per farne «espressione di ribellione e di dissacrazione nei confronti del dominio pontificio» (Renzo Zuccherini in Gli anni del Bartoccio. La letteratura dialettale perugina), segna il ritorno alla tempra combattiva e l’inizio dell’era moderna della poesia dialettale umbra.
Nei testi del primo Novecento è evidente una più spiccata raffinatezza nei sonetti; anche le narrazioni popolari, inoltre, mostrano uno stile più elaborato. Buona conoscenza dei poeti classici e di quelli contemporanei, solida capacità espressiva unita anche a insofferenza per le mode coeve e a un preciso programma di rilancio delle tradizioni popolari caratterizzano la poesia di Furio Miselli e di Fernando Leonardi.
Ma è importante volgere ora l’attenzione alla produzione poetica di autrici e autori nati nei decenni Quaranta e Cinquanta del Novecento per comprendere quanto la poesia dialettale umbra sia stata e sia tuttora formidabile testimonianza di ricerca, da un lato, di una propria espressione della contemporaneità – con incursioni di grande efficacia negli ambiti e dell’introspezione e della lirica di cose e luoghi – e tappa non trascurabile dell’innovazione del linguaggio poetico.
Innovazione, si badi bene, che non può non toccare la poesia in lingua italiana e il dinamismo della poesia tutta; è innovazione da considerare dunque in ottica ampia, non solo dunque oltre la regione,  bensì anche oltre le nazioni. (altro…)

La poesia di Carlo e Massimo Bardella

Quando la poesia resiste: Roma, i luoghi e la storia nella poesia di Carlo e Massimo Bardella

Nell’archivio dell’ANPI, nel lungo elenco dei partigiani a Roma, leggiamo queste annotazioni: Carlo Bardella, nato il 4 novembre 1903, partigiano combattente, periodo 8 settembre 1943 – 5 giugno 1944, nelle file del partito socialista di unità proletaria. È uno degli appigli che la memoria storica ci offre per partire per un viaggio di ricognizione nell’opera di due poeti romani, il padre, Carlo Bardella, e il figlio, Massimo Bardella. Mi piace pensare, addirittura, che l’impegno nella resistenza romana di Carlo Bardella possa aver ispirato lo scrittore Filippo Tuena per uno o più personaggi nel suo romanzo, ambientato nella Roma dei mesi successivi all’armistizio Badoglio, Tutti i sognatori.
Un altro, per me fondamentale, appiglio è quello donato dalla mediazione di amici, conoscenti, esperti di poesia, in particolar modo di poesia romanesca. La storia dell’incontro con i testi dei due poeti Bardella è per me la storia di mediazioni appassionate, documentate e, come sempre avviene in questi casi, feconde. Per questo secondo appiglio il cammino è inverso, dal figlio al padre, da Massimo a Carlo. Tutto inizia in un pomeriggio di primavera, nel 2010, in una biblioteca della periferia romana, per la precisione al Villaggio Giuliano-Dalmata, allorché viene presentato il libro, curato da Michele Battafarano e dall’amico e collega Claudio Costa, Il carteggio Pio Spezi – Paul Heyse.  In questo pomeriggio all’insegna di una Roma plurilingue e di due interpreti di rilievo della poesia di Giuseppe Gioachino Belli, il suo “profeta” Pio Spezi e il suo strepitoso traduttore in tedesco, il premio Nobel Paul Heyse, si distingue tra i partecipanti, per la vivacità dei suoi interventi e il tono arguto della testimonianza, il poeta Massimo Bardella. Da quel pomeriggio, il filo della comunicazione – alla vecchia maniera: conversazioni telefoniche e corrispondenza postale – non si è mai interrotto.
Come ben racconta Claudio Costa nel contributo Quando la poesia nasce adulta in età adulta (apparso sulla rivista “Il 996” e successivamente in Poesie d’amore corte, di Massimo Bardella, edizioni Settimo Sigillo 2017), ho cominciato anch’io a ricevere da Massimo questi originalissimi e sostanziosi doni di «un artigianato manuale e intellettuale che si fonde con l’arte poetica» che sono le sue raccolte, stampate in trentatré esemplari su carta finissima e accompagnate da una sua opera figurativa, distribuite con generosità a chi con Massimo Bardella condivide la passione per una poesia in cui il creativo e il quotidiano si fondono con l’esercizio della cura e della pazienza, del rispetto per cose, luoghi, persone.
Quell’amicizia poetica, nata nel segno dell’apertura della poesia romanesca ad altre lingue, non poteva che esprimersi, da parte mia, nella frequentazione più assidua della sua poesia e nella resa in lingua tedesca, la mia seconda lingua della poesia, di alcuni componimenti di Massimo Bardella.
È stato così che nell’aprile 2013, in occasione di un incontro dedicato alla poesia di Carlo e Massimo Bardella, organizzato da Vincenzo Luciani presso un’altra biblioteca della periferia romana, la biblioteca “Gianni Rodari”, ho avuto modo di avvicinarmi, anche alla poesia di Carlo Bardella, di scoprirne affinità e differenze con quella del figlio Massimo.
Eccomi dunque a presentare entrambi i poeti, il padre e il figlio, in questo volumetto che ne raccoglie testi particolarmente significativi. Questa breve presentazione intende indicare alcune direttrici: il rapporto con la tradizione della poesia romanesca, le innovazioni e le conservazioni stilistiche, il dialogo con la storia, e, infine, quella particolare forma di sprezzatura costituita dal romanesco ssere “scanzonato”. (altro…)

Bruno Lijoi, L’albero della vita

Il coraggio della semplicità: L’albero della vita di Bruno Lijoi

Ci sono componimenti poetici che hanno il pregio di restituire efficacia e veridicità all’affermazione di Hamann, secondo il quale “la poesia è la lingua materna del genere umano”. Questo vale senz’altro per i testi qui raccolti. Che cosa lega la poesia di Bruno Lijoi, oggi, nel 2018, a ciò che Hamann, il quale, insieme a Herder, fu l’autore che preparò il fondamento teorico dello Sturm und Drang, affermò ben oltre due secoli fa? E soprattutto, ha senso porre un quesito di tal fatta?
Provo a rispondere a entrambe le domande, partendo dalla seconda. Ha senso avvicinare la scrittura poetica di Bruno Lijoi a una affermazione, come quella di Hamann, che rischia la vertigine dell’universale, perché è necessario, oggi ancor più che in altre epoche, non perdere di vista le coordinate principali del poiein, vale a dire: che cosa significa creare poesia, quali sono i suoi nuclei fondanti e fondamentali attraverso ere e latitudini? I testi di Bruno Lijoi offrono, nel loro manifestarsi, più di un appiglio, più di una prova dell’ubi consistam della poesia. Lo fanno, ed ecco la risposta al primo quesito, con il coraggio della semplicità. Non della banalità, si badi bene, non della schematizzazione, bensì della schiettezza del dire e, insieme, della responsabilità nel creare (creare, sì, creare) uno spazio comune e comunicabile attraverso lo strumento linguistico, anche quando la poesia si fa grimaldello, ariete all’assalto, divinatore o perfino ‘vittima’ del mistero.
Il mistero assume di volta sembianze diverse, si carica di declinazioni spesso affiancata a due a due: mistero dell’esistenza umana e dell’universo, del tempo e dell’eternità, del male e della mitezza, della luce e dell’ombra, della perdizione e della salvezza, dell’individualismo insensato e della prova della coralità. In questo farsi “lingua materna del genere umano”, la poesia di Bruno Lijoi affronta temi e topoi che, pur consueti, familiari a chi frequenta testi poetici, vengono riproposti con la forza pacata della meditazione e del passo che avanza, contemplando e vivendo.
Il procedere del passo conferisce il ritmo a un insieme di testi che si apre, non casualmente, con una constatazione che, espressa alla forma impersonale, intende avere il significato di una condizione condivisa: «Si cammina». Lupi famelici, la poesia che si apre proprio con l’affermazione «Si cammina», mostra inoltre un’architettura insieme semplice e ben meditata. È composta, infatti, da tre strofe, collegate tra di loro tramite l’anafora iniziale, e, con immagini vivide ed essenziali, rende l’errare nell’oscuro e nel fumo denso, rende la minaccia della voracità fagocitante, ricorrendo alla metafora antica, dantesca, e qui rinnovata, dei «lupi mai sazi», così come alla potenza evocativa dei versi, i quali lanciano un ponte al linguaggio pittorico, in questo caso al dipinto di Pieter Brueghel Il Vecchio La parabola dei ciechi: «chiudendo gli occhi/ allo spiraglio di luce».
Tra le figure retoriche, quelle alle quali Bruno Lijoi ricorre con esiti convincenti sono l’anafora – che dispiega la sua azione con notevole frequenza, e dunque, oltre che nella già menzionata Lupi famelici, in Si corre, Sorridimi ancora, Assalti tardivi, L’ombra, Dimmi amore!, Preghiera, Fragilità umanaMio fratello, Di sole e di luna, In cammino, O Divina – e la similitudine: «sordo come Ulisse» (Le Parche), «e ora come goccia silente/ erode paziente le certezze» (Crepe), «come onde in divenire» (Fragilità umana).
L’altissimo coefficiente metaforico di tutti i componimenti nel loro intero sviluppo, dal titolo, all’articolazione, alla chiusa, riporta il ragionamento all’assunto iniziale circa la natura della poesia in generale e della poesia di Bruno Lijoi qui presentata. Se è vero che il discorso poetico si caratterizza per il suo procedere per analogie, per individuazioni di nessi, legami, parentele, affinità, somiglianze che non disdegnano il ricorso frequente al “salto nel ragionamento”, in vista di una formulazione densa e percepibile all’orecchio ancor prima che all’occhio, in vista di un unicum di forma e contenuto, L’albero della vita di Bruno Lijoi dà prova incoraggiante di possedere questa caratteristica.

© Anna Maria Curci

Lupi famelici

Si cammina
sul crinale di sentieri
immersi nel buio,
abbandonati,
in balia
di lupi mai sazi.
Si cammina
in ordine sparso
avvolti da un fumo,
acre e denso,
in sale chiuse
senza poterlo disperdere.
Si cammina
oltre il silenzio
chiudendo gli occhi
allo spiraglio di luce
celato
oltre le porte sprangate. (altro…)

Ivan Crico, Seràie

Ivan Crico, Seraìe

La raccolta vincitrice del Premio Ischitella-Pietro Giannone 2018 è Seràie di Ivan Crico. Come componente della giuria, sono felice di riportare qui di seguito la nota dell’editore, Vincenzo Luciani, che contiene anche le motivazioni della giuria, la nota dell’autore, e una scelta di poesie dalla raccolta, pubblicata dalle Edizioni Cofine. Alcune di esse sono state tradotte anche in altre lingue e le traduzioni sono state presentate in occasione delle serate dedicate all’edizione 2018 del premio, il 1° settembre a Foce Varano e il 2 settembre a Ischitella sul Gargano. (Anna Maria Curci)

Nota dell’editore

Siamo lieti di pubblicare la raccolta inedita vincitrice della XV edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2018. Ivan Crico è risultato il vincitore di questa edizione, confermatasi su livelli di eccellenza, con la silloge Seràie nel sermo rusticus arcaico-veneto “bisiàc” del territorio di Monfalcone (GO).
Seconda classificata Patrizia Sardisco di Monreale (PA) con la raccolta in dialetto siciliano “ferri vruricati” (arnesi sepolti).
Terzo Giacomo Vit di Cordovado (PN) con la raccolta di poesie in friulano A tàchin a trimà li’ as (Cominciano a tremare le api).
La scelta dei vincitori è stata operata dalla Giuria dopo una selezione delle raccolte poetiche di dodici finalisti, di cui facevano parte, oltre ai tre vincitori, i poeti: Germana Borgini (dialetto romagnolo), Antonio Bux (dialetto di Foggia), Rino Cavasino (dialetto siciliano di Trapani), Alessandro Guasoni (dialetto genovese), Michele Lalla (dialetto abruzzese), Gianni Martinetti (dialetto di Cavallirio, NO), Lilia Slomp Ferrari (dialetto di Trento), Paolo Steffan (dialetto alto-trevigiano di Sinistra Piave), Pietro Stragapede (dialetto di Ruvo di Puglia, BA).
Nella motivazione della Giuria sull’opera vincitrice del Premio si legge: “I sorprendenti, convincenti ed esatti testi di Ivan Crico attingono alla cronaca, a storie lette sul web.Il risultato è l’incontro tra fatti accaduti, storie, drammatiche, reali e la resa in strutture poetiche fluide e assertive, evocative e di ampio spettro (linguistico, storico, antropologico). Ne deriva una Spoon River della contemporaneità, priva di ogni vizio retorico, di ogni indugio enfatico. L’incontro tra il “sermo rusticus arcaico-veneto” della zona di Monfalcone e le storie pescate con le reti, seràie appunto, di un occhio attento, reso acuto dalla volontà di dare voce a chi non ne ha, non ne ha mai avuta o non ne ha più, e reso pietoso da quella stessa tenace volontà, è riuscito. Crico tratta con grande maestria una materia incandescente piegando agevolmente il suo dialetto antico al racconto di drammi contemporanei, per dare voce alle vittime, esserne voce. La raccolta risulta di rara efficacia, compatta, dura nella materia, lieve nella lingua e umanissima. Seràie arriva dopo molti anni di silenzio editoriale: Crico si conferma poeta di talento, dalla sensibilità speciale, intima e sociale, di grande memoria degli uomini, di evidente pietas rerum”.
Rivolgiamo un non formale ringraziamento al Comune di Ischitella che con tenacia ha sostenuto un Premio divenuto sempre più punto di riferimento per i poeti delle altre lingue d’Italia.

Nota dell’Autore

Le “seràie” sono delle lunghe reti, disposte a semicerchio vicino alla riva, utilizzate dai nostri pescatori bisiachi del monfalconese per un tipo di pesca settoriale, molto nota in loco, detta “La Trata”.
Da anni, nel mare sconfinato del web, vado anch’io a mio modo a pescare, isolandole dal resto, tutte le notizie che riguardano storie di persone che in modi diametralmente diversi – con motivazioni dal punto di vista morale anche opposte – hanno scelto di sacrificare la propria vita per amore dei figli, dei propri concittadini, di chi con esse condivide la pena di diritti negati o un credo, per salvare una specie animale o una foresta. Questo anche per cercare di sottrarle ad una rapida sparizione sotto stratificazioni di materiali di ogni genere, complice un linguaggio, quasi sempre, non memorabile. Si parla qui soltanto di persone che sono realmente esistite e di fatti realmente accaduti(tutti facilmente rintracciabili in rete), spesso impiegando in forma poetica – con una tecnica simile a quella del “collage”, ma sempre finemente filtrate dalla mia sensibilità – le loro stesse parole o quelle di chi le ha conosciute o studiate.

Làsaro

Covért de sangue e pòlvar
ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse
de la bonbardada sepultura
de Alèpo. Ancòi

che la pàissa la par senpre
più luntana, ancòi che in don
’n’antro putel al à menà cun sì
la morte de là del cunfìn.

L’ora del giòldar ta l’ora più suturna
la se muda, ’ntant che l’ sigo de le sirene
de le anbulanse l’inpina al vènt.

Lazzaro – Coperto di sangue e polvere / ma vivo, lazzaro bambino che esci / dal sepolcro bombardato di aleppo. // ora che la tregua appare sempre / più lontana, ora che in dono / un altro bambino ha portato / la morte al di là del confine. // l’ora della gioia nell’ora / più buia si trasforma, mentre / il suono delle sirene / delle autoambulanze riempie l’aria.

Questa è la traduzione in tedesco di Làsaro:

Lazarus

Mit Blut und Staub bedeckt
aber lebendig, Lazarus, du Kind,
das aus dem zerbombten Grab
in Aleppo herauskommst. Jetzt,

da der Waffenstillstand immer weiter
entfernt scheint, jetzt, da ein anderes Kind
als Geschenk den Tod
über die Grenze gebracht hat.

Die Stunde der Freude wird zur dunkelsten
Stunde, während der Martinshorn
der Krankenwagen die Luft erfüllt.

(traduzione di Anna Maria Curci)

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PoEstate Silva #53: Rosangela Zoppi, da “Fiore di stecco”

 

A Teta di Cervara

Dalle tegole macchiate di muschio
lo sguardo sale alla linea dei monti
poi torna docile in cima alla loggetta.
China sul suo pasto frugale
la vecchia gioca con le dita e la forchetta
che non raccoglie più abbastanza;
nei suoi modi sembra tornata
a un’infanzia diversa
dove giorno per giorno disimpara.
I raggi pietosi le sfiorano i capelli
raccolti sulla nuca di bambina
mentre la lunga fiaba della vita
volge lenta alla fine.

 

Quadretto

Escono a frotte,
nel pomeriggio infuocato,
i fanciulli,
spargendo manciate d’allegria
sulla strada deserta.
Al fragile vecchio che passa
risuona improvvisa la memoria
di lontani svaghi.

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PoEstate Silva #47: Maria Grazia Cabras, da “Bestiario dell’istante”

Mariposa

Tèndere s’arcu:
in cale diressione?
crèschere intro a unu focu
?

Farfalla e lume

Tendere l’arco:
verso quale direzione?
crescere dentro un fuoco
?

 

Anzonedda arcana

Míliu che lampizu
zubale d’umbras

Agnellina arcana 

Balenante belato 
giogo d’ombre

 

La carta la tana
la ratio contraria
Alice e lo speculum
nel viaggio combusto
capo-volti profili calchi abrasivi
orecchie in corsa
consola la selva smarrita

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L’infinito, Leopardi e le versioni poetiche di Tusiani e Rilke

Il panorama visto dal colle dell’Infinito

 

A 220 anni dalla nascita di Giacomo Leopardi, proponiamo il testo originale del XII dei suoi Canti, L’infinito, e due versioni, rispettivamente in inglese e in tedesco, nate dalla penna di due poeti, Joseph Tusiani e Rainer Maria Rilke, che alla loro traduzione donano note molto originali.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

 

Infinity

Fond I was ever of this lonely hill,
And of this edge, that from my view conceals
The farthest limit of the firmament.
But, sitting here and gazing, I can feign,
Far and beyond it, still unbounded space,
And an unearthly silence, and the deepest
Quietude where my very heart is nearly
Frightened. And as this moment I perceive
The wind around me rustling through these trees,
To that unending silence soon I liken
The passing of its voice: eternity
I so recall, and all the seasons dead,
And with this lively stir the present one.
Founders in such immensity my mind,
And drowning in this sea is sweet to me.

versione poetica di Joseph Tusiani
(edizione di riferimento: Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi. A cura di Cosma Siani, Edizioni Cofine, Roma 2014, p. 89)

 

L’infinito von Leopardi
Übertragen von Rainer Maria Rilke

Immer lieb war mir diese einsame
Hügel und das Gehölz, das fast ringsum
Ausschließt vom fernen Aufruhn der Himmel
Den Blick. Sitzend und schauend bild ich unendliche
Räume jenseits mir ein und mehr als
Menschliches Schweigen und Ruhe vom Grunde der Ruh.
Und über ein Kleines geht mein Herz ganz ohne
Furcht damit um. Und wenn in dem Buschwerk
Aufrauscht der Wind, so überkommt es mich, daß ich
Dieses Lautsein vergleiche mit jener endlosen Stillheit.
Und mir fällt das Ewige ein
Und daneben die alten Jahreszeiten und diese
Daseiende Zeit, die lebendige, tönende. Also
Sinkt der Gedanke mir weg ins Übermaß. Unter-
Gehen in diesem Meer ist inniger Schiffbruch.

versione poetica di Rainer Maria Rilke
(edizione di riferimento: Gabriella Rovagnati, “L’infinito e gli infiniti. Alcune versioni tedesche del XII canto di Leopardi fra il tardo Ottocento e il primo Novecento”, in M. Ponzi (a cura di), Spazi di transizione, Mimesis, Milano 2008, p. 243)

Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi

 

Con Straloche/Traslochi Vincenzo Luciani compie un significativo passo in avanti nel suo cammino poetico, che si configura, come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, come un avvincente romanzo di formazione in continuo divenire.
A proposito del riferimento al romanzo di formazione e al suo prototipo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, la cui versione originale portava il titolo significativo “ La vocazione teatrale”, non è un caso trovare in Straloche/Traslochi, che raccoglie poesie in lingua e in dialetto,  il componimento Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico. Attore di prosa è dunque in tale contesto esemplare per visione e sentire che sottendono l’intera raccolta: l’umorismo e il rimpianto si mescolano, si saldano intimamente con straordinario equilibrio tra anelito e disincanto, tra nostalgia e distacco.
Già il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche, suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento. Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto (insieme ai suoi amici, Ultramaratoneti), obbligato o spontaneo, come io “spostato, sbalestrato” (Spustate: «Vengè, che si’ spustate?»), scombinato – nella più ricca delle accezioni, perché originale e autonomo – combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e “va salutando” persone, cose, luoghi: «Alli cristiane, alli cunte e alli vanne/ ji gghjurne e gghjurne vaje salutanne/ che jè l’utema vota/ fortè che li cunfronte/ e u statte bbone mò/ jè pe sempe/ e lu sacce.»
Il filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente – menziono due titoli che mi stanno a cuore – ne hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra l’altro in Stiamo facendoci un sacco di saluti, e Francesco Tomada in Portarsi avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi induce il poeta Vincenzo Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro, rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato,  tanto da non volere, da non potere essere separati.
La stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai traslochi, come avviene in Spaesamento, il cui attacco si ricollega esplicitamente alla raccolta del 1985  Il paese e Torino, nella quale già trovavano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre: «Dovessi riscrivere il libro/ non più Il paese e Torino titolerei/ ma I due paesi e Torino, anzi i paesi sono tre/ Valfenera, Ischitella, e più ancora Tor Tre Teste paese di Roma/ dove ho camminato per cento-/quarantotto stagioni.».
Colpisce la mescolanza di leggerezza – si legga understatement, autoironia –  e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di porsi dinanzi al tema della morte. L’amicizia, l’amore, “il bene” e l’interrogazione sull’altrove,  dove “A uno a uno se ne vanno” tante persone care, si fondono in un’unica espressione, alla quale il dialetto conferisce la forza di una poesia che proprio con quell’idioma andava detta, ché in lingua per alcuni termini troveremmo soltanto pallidi equivalenti: «A une a une ce ne vanne/ a n’ata vanne. Chi u sape/ se e donne/ ce trova dd’ata vanne. Sckitte/ ji sacce che mo/ che te jesse truanne/ ji nun te trova cchiù/ che si trasciute ntu monne/ d’i nocchiù.».
Una mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra lingua e dialetto: traine (traìno, carretto), paponne (con una straordinaria vicinanza al Popanz tedesco, è il babau, lo spauracchio), incantate (per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso locale, come  “tuppo” e “morra” in poesie in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.

© Anna Maria Curci

 

Spustate*

Vengè, che si’ spustate?
Scì, nun sule spustate
ma pure spatriate
e sbalijate,
u core ziche ziche sgracenate
addulurate
murtefecate.
E scasate

SPOSTATO – Vincenzo sei spostato?/ Sì non solo spostato/ ma pure spatriato/ e sbalestrato,/ il cuore ridotto a pezzettini/ addolorato/ mortificato.// E traslocato.

* nel doppio senso di senza luogo e senza cervello.
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Laura Rainieri, In altre stanze

Laura Rainieri, In altre stanze. Prefazione di Mario Melis. Postfazione di Giorgio Linguaglossa, Edizioni Cofine 2018

Che cosa è necessario perché la poesia possa accedere e muoversi In altre stanze, come recita il titolo del libro più recente di Laura Rainieri? A quali altre stanze si fa riferimento? Anche da questi interrogativi sono animati i testi di una raccolta dotta e ricca di vie di accesso, diritte e impervie che siano, ad altre stanze.
È del tutto legittimo supporre che il termine “stanza” vada letto qui in più accezioni, o, ancor più precisamente, con sfaccettature che trovano tra di esse punti di intersezione: dimora, luogo di sosta e riparo, camera segreta, strofa di un componimento. Tenendo fermo, dunque, l’assunto del carattere plurivoco del vocabolo “stanze”, carattere reso ancora più complesso dall’aggettivo abbinato, “altre”,  mi accingo a delineare alcuni possibili percorsi all’interno dell’opera di Rainieri oggetto di queste considerazioni e a trovare in essa risposte agli interrogativi espressi in apertura.
La ricorrenza della congiunzione “se”, la sua frequenza come sillaba di attacco di numerose anafore, rivela come il dispiegarsi di ipotesi, l’esprimere determinate condizioni – siano pure, tali condizioni, di marcato azzardo e rischio – si attestino come presupposti, dunque come varchi di accesso ad altre stanze e, allo stesso tempo, come riconoscimento e accettazione di limiti, oltre che come sfida a saggiare costantemente la resistenza di tali barriere: «Se affonda con i pioppi riflessi», «se nello smottamento confonde case (Con i pioppi riflessi), «Se qualcuno furtivamente ti fa un dono/ e più splendido lo dice di un diamante?». «Se lo scopri che è un fuoco d’artificio […]?», «E se un canestro è vaporoso […]?», «Se qualcuno dice – Mio dolce amore -» « Se qualcuno il cui tronco ha tanti giri/ osa dire – Mio dolce amore -», «Se il giorno è avaro», «Se un corpo abbiamo un corpo» (In altre stanze),«Se il sogno incontra il sogno» (Questa serenità), «Se cerchi di spezzare un filo» (Otre), «…eppure se l’uno esiste» (… eppure se l’uno esiste), «Se tutto è stato detto nel vuoto vortice» (Il detto), «Non è morbida la neve/ se ha uno zoccolo/ di ghiaccio stratificato.» (Il tempo della neve), «E se piove il verde è cupo» (E se piove il verde è cupo), «se recitando dice la verità» (La lontananza), «Se non ha ali per volare» (Un’estate).
Altra chiave di accesso alle altre stanze è senza dubbio il paesaggio, carico di affetti e valenze, che sia esso radicato nell’anima, illuminazione nell’incontro di un giorno o esposto alla devastazione degli umani. In tal senso si può affermare che la dimensione geografica – dalla natia Bassa e dal «Taro fangoso» (abbinato a questo aggettivo il fiume delle origini ricorre in più di un testo) al quartiere Alessandrino di Roma – di questa poesia costituisce un tratto identificativo di primaria importanza e che il testo di apertura, Con i pioppi riflessi, raccoglie in maniera esemplare aspetti e moti di una animata geografia che è anche geografia dell’esistenza.
Sempre nella poesia che apre la raccolta, Con i pioppi riflessi, si fa strada, dapprima timidamente, poi con un carattere deciso che occupa quasi con prepotenza la scena, una tavolozza di colori che spiccano per il loro doppio legame, da un lato al paesaggio nel quale si manifestano, dall’altro al significato simbolico al quale tendono: «dire a che serve/ che il sole inanella il bucaneve/ e tenta la viola timida l’uscita?/ Il sole rosso di fuoco beffardo/ si affaccia a quasi notte:/ una sortita/ sulla china dell’argine». L’azzurro ricorre con il suo carico potentissimo di connotazioni e con gradazioni varie di intensità, per alternarsi talvolta al giallo, con esiti vivaci e corrispondenze con le arti figurative (la pittura di Paul Klee in Passaggio). E il giallo si intreccia al rosso per effetto del sole a novembre in Lucania antica (Latronico). (altro…)

Asmundo, Cagnetta, Santoliquido: Trittico d’esordio

Elaborazione grafica su un particolare dell’opera Continuità (2007) di Marisa Fogliarini

 

Giovanni Asmundo, Francesco Cagnetta, Vito Santoliquido, Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine, Roma 2017

Canti di sponde, crateri e avamposti
Sulla poesia di Giovanni Asmundo, Francesco Cagnetta e Vito Santoliquido

Vengono da coste e da balze lontane gli Esordi dei tre poeti qui pubblicati, Giovanni Asmundo, Francesco  Cagnetta, Vito Santoliquido. Tutti e tre giovani, tutti e tre presenti con i loro inediti tra le opere di poesia pubblicate in rete e non ancora in un’autonoma raccolta cartacea,  tutti e tre di origine meridionale – siciliano Asmundo, pugliese Cagnetta, lucano Santoliquido – intonano con timbri diversi i loro ‘canti di sponde, crateri e avamposti’. La tensione tra amore vissuto quotidianamente per la poesia tutta, e in diverse fogge di classicità, e lo sguardo sulla realtà, altrettanto vissuto, sofferto e sognante, trasfigurato e pungente, si manifesta talvolta come il dispiegarsi non urlato di un contrasto, talaltra come lo sporgersi, con la chiara nozione del rischio mortale, su un orrido, talaltra, infine, come vera e propria zuffa.

Nella poesia di Giovanni Asmundo l’indicazione del volume del canto sembra sempre oscillare tra il piano e il pianissimo, indizio, questo, non certo di fragilità del dettato poetico, quanto piuttosto della volontà di colui che si definisce «figlio di scirocco» di opporre resistenza, per inaudito contrasto, al vociare del contingente. Il debito di riconoscenza alla tradizione della poesia italiana, gli echi foscoliani («Se e quando rivedrò la secca sponda») così come la presenza viva della mitologia classica, in questi testi un basso continuo che, più che manifestarsi per nomi ed esplicitazioni, è terreno fecondo sul quale la voce poetica muove i suoi passi, tutto ciò si fonde con una vista sul presente resa aguzza proprio dalla memoria serbata. Ne è una prova, in particolare, la poesia dedicata a Palermo: «Città di spigoli e smussi/ di cocente illusione/ di bocca secca./ Come l’ignoto che ha scritto quell’addio./ Ogni giorno a Palermo è un giungere/ e un levare. / Una speranza di scoperte e un lascito.». Mobile, dinamica, creatrice, la resistenza, non già all’erosione provocata dal mare, thàlassa, «voce gettata», ma a quella di detti vuoti e atti distruttivi, trasforma aggettivi e nomi in verbi che indicano un procedere, un evolversi: «azzurrare», «rumorerà». (altro…)

L’opera poetica di Vincenzo Luciani

L’opera poetica di Vincenzo Luciani

Si può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di vera poesia, plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere, ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa Ischitella innanzitutto, poi Torino, ovvero delle vie e delle fabbriche, e Roma dalle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’ e li riempiono di toni cromatici e percezioni, anche olfattive.
Una lettura che suggerisco è quella di un romanzo di formazione in versi. Il mio accostamento può sembrare bizzarro, forse perfino azzardato. Esso nasce – scopro subito le carte – non soltanto dalla mia insofferenza a qualsiasi analisi che sia inficiata dalla smania di catalogazione, dalla convinzione che una mera lettura per generi letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva e che, per contro, mettere in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera, tutti gli aspetti, ivi compresi quelli, preziosissimi ai miei occhi, intertestuali, ma anche dalla convinzione che l’opera poetica di Vincenzo Luciani abbia alcuni tratti in comune con il romanzo di formazione. Cerchiamo di individuarli e di enunciarli esplicitamente: l’esistenza vista come continua formazione, dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione, anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’ che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e divertita, della “vocazione teatrale”.
Il principio di questo breve viaggio è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del 1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino, nella quale trovano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre. (altro…)

Diramazioni urbane (Cortese, Della Posta, Ortore, Scarinci, Zanarella)

In copertina: Ponte sul Tevere, disegno di Luigi Simonetta

Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella, Diramazioni urbane. A cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine 2016

Diramazioni urbane è il titolo che ho scelto per questo volume che raccoglie testi inediti di cinque poeti nati tra il 1973 e il 1987. La ragione della scelta sta in un ulteriore dato che li accomuna, accanto a quello della vicinanza anagrafica: tutti e cinque risiedono a Roma, provenienti da luoghi di origine che abbracciano e oltrepassano la penisola – dal Veneto di Michela Zanarella a Lipari di Davide Cortese. Qui, con sensi e versi destati alla lezione di Seamus Heaney – «I began as a poet when my roots were crossed with my reading» («Ho cominciato ad esser poeta quando le mie radici si sono incrociate con le mie letture»)–,  Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella hanno dato vita a un “innesto” felice, originale e diversificato,  tra radici e letture. Da qui, dall’Urbe, dalla città eterna ed effimera, superlativa nello splendore così come nello scialo, si diramano le loro composizioni poetiche e sconfinano con coraggio e destrezza, estendono i rami, allungano il passo, si soffermano su paesaggi geografici differenti, si cimentano con più linguaggi, ritornano e poi ripartono in un movimento che è ‘urbano’ anche nell’accezione di “civile”, permeato com’è da un umanesimo vissuto con attenzione e rispetto, dalla capacità di creare ponti tra epoche storiche e cronache locali, tra l’ancestrale e il ‘novissimo’. I versi di Davide Cortese navigano così tra miti e «canzoni antiche», approdano a Lisbona e a Venezia, volano a Bagdad, ballano in maschera a Dresda e percorrono le borgate romane insieme a Pasolini. Con Fernando Della Posta tocchiamo ancora le sponde di Venezia e, insieme, riscopriamo le contrade suburbane della gita fuori porta e i boschi lucani con i “matrimoni degli alberi” a raccogliere «figli sparpagliati per il mondo»; i suoi versi ci riconducono poi in città, in un centro sociale, a resistere allo smantellamento e a svelare la speranza e l’impegno: «perciò verranno altri sergenti del rigore, / ma opporremo le nostre barricate. / Le faremo con quello che sappiamo fare: / accumulare scarto ed operoso / costruire, scarcerare viole e graminacee». Con sostanziosi (vissuti, sì) esercizi di stile, Michele Ortore ci trasporta dalla Prospettiva Nevski de L’alba dentro l’imbrunire, con mete attese, vette, meditazioni, con  «il carmelo di domande», ai condomini in città scoppiettanti di allegri e serissimi “epichilogrammi”: «Fermati,  non lo vedi che stanno smontando l’eternit- / à?». Viviana Scarinci plana sulle declinazioni dell’amore, «bestia cronica», in versi lunghi distende supposizioni, dipana periodi ipotetici: «Se l’amore fosse tutto occhi e gli occhi fossero due bambini / litigiosi fino voltarsi le spalle, sarebbe la cecità». Tra rievocazioni e inseguimenti, Michela Zanarella prosegue e invita a proseguire un cammino alternativo alla liquidazione distratta, invoca la vocazione: –  «Chiamami a tornare / in quelle strade di grano / per farmi specchio ancora una volta / di quei colori spesso fraintesi  / in una nebbia che non ascolta.» e indica la sua scelta: «Ho scelto di andare / senza lasciare incompiuti i miei sogni / senza pensare che mi saresti mancato / come quando da bambina t’inseguivo / per le scale». Prestiamo ascolto – è il mio invito – a queste Diramazioni urbane.

©Anna Maria Curci

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Davide Cortese

A Pier Paolo Pasolini

Nell’iride tua
è un dio ragazzo
che bacia nel buio dei cinema
e ruba ai morti
il fiore per l’amata viva.
Nell’iride tua
freme una notte di borgata
in cui angeli si sporcano
seppellendo un peccato.
Esulta nell’iride tua
una rondine sottratta alla morte.
È salva, ti vola e splende. (altro…)