edizioni Cofine

Gian Piero Stefanoni, Lunamajella

“Le parole sotto la roccia”: l’universo di Lunamajella

Nel suo movimento che associa, alterna, combina e ricongiunge il protendersi e il ritrarsi, il balzo in alto e la discesa nel profondo, il dire poetico cerca, trasforma, rimpiange e ricostruisce, vela e rivela regioni, paesaggi, terre e distese d’acqua, cime e firmamenti.
Lunamajella di Gian Piero Stefanoni non solo conferisce – lo affermo ricorrendo alla prima parte della celebre formula di Winckelmann – “nobile semplicità” a questo movimento, ma trova, in più, nuove, singolari combinazioni di fonti di luce, di angoli e di spianate, di luoghi appartati e di consonanze di voci umane.
Se è vero che, nel suo moto, la poesia individua, orchestra e progetta ponti e dimore, essa trova in questa raccolta di Stefanoni una terra d’elezione (non è del “suolo natio”, infatti, che il poeta canta, ma di una determinata area nel Teatino divenuta per il poeta paese dell’anima e terra del cuore) che si va manifestando come “madreterra”, come un universo nel quale geografia e sonorità concorrono a ri-nominare e a ri-fondare.
I nomi di luoghi, di rilievi e di corsi d’acqua – Pennadomo, innanzitutto, poi, tra gli altri, Lama dei Peligni, Fara San Martino, il Sangro e, a stagliarsi su tutti, il massiccio montuoso della Majella – animano quest’universo, lo caricano di sensi e ruoli.
Una delle direzioni nelle quali il moto del dire poetico si mostra qui particolarmente efficace e fondante è quella di una ricollocazione di singoli elementi nel sistema dei segni.
Riporto qui due esempi illuminanti. Il primo riguarda la creazione della parola-universo che dà il titolo alla raccolta, Lunamajella, la quale viene così definita e invocata: «globo sospeso/ che quasi ci tocca». È una parola, Lunamajella, che raccorda la lontananza con la prossimità, il cielo e la terra, la spiritualità («globo sospeso») con la fisicità («che quasi ci tocca»).
Il secondo si concretizza nell’uso particolare e inedito del termine “rassetti” nel componimento omonimo, Rassetti, appunto: «Sempre prima di addormentarmi/ penso alla morte, al rassetto che sarà/ sotto questa montagna di immenso lumino». Anche in questo caso la singola parola si apre a una pluralità di significati che essa, allo stesso tempo, racchiude e protende, collega intimamente ai luoghi e invia in altre direzioni. Se “rassettare”, infatti, è, per un verso, riordinare, ripristinare un ordine preesistente, il termine “rassetto”, usato nel vocabolario tecnico dell’edilizia con il significato di “assettamento” (si parla infatti di “lesioni da rassetto”), indica un incontro tra movimenti tellurici e l’opera umana.
Ecco che la “nobile semplicità” del dire poetico di Stefanoni si illumina e arricchisce di un uso linguistico che raccoglie, rielabora e restituisce, in una forma che prende nuova vita, sostanza e colori, una lunga tradizione di poesia, in lingua italiana, in dialetto (con una perla in epigrafe, due versi del letterato abruzzese Tito Verratti, che al suo paese d’Abruzzo, Sant’Eusanio del Sangro, dedicò un libro e versi nell’idioma locale; di un altro poeta abruzzese, Vittorio Clemente, che fu incluso nell’antologia curata da Pasolini e Dell’Arco, è riportato un verso prima del componimento Fantasia), in traduzione da altre lingue. I versi di Stefanoni sanno attingere, con la conoscenza data dalla consuetudine amorevole, a un ampio patrimonio di poesia conosciuta, frequentata assiduamente, amata, diffusa con  la cura e l’entusiasmo della condivisione. (altro…)

I poeti della domenica #352: Assunta Finiguerra, da “U vizzje a morte”

 

Nge só juorne quanne só ngrefate
me mette u tuajerre gialle de bbile
nu poche de ciprje a nase e frundile
e fazze a sˇcattambigne solitarje
U prime avé batoste è proprje Dije
pecché ha crejate nu munne delinguende
avenne l’universe pe diamante
che besuogne avije de stu zircone?
A seta strette pò passe vite e mmorte
r’aggiuste pe re ffieste a re matrune
tande c’a vite segliózze a raggione
ca si nun ng’ere a morte tande meglje

6/3/07 7.16

Ci sono giorni in cui sono irritata/ metto il tailleur giallo di bile/ un po’ di cipria sul naso e sulle tibie/ e faccio la rompipalle solitaria// Il primo ad aver batoste è proprio Dio/ perché ha creato un mondo delinquente/ avendo l’universo per diamante/ che bisogno aveva di questo zircone?// Al setaccio poi passo vita e morte/ le sistemo per le feste le matrone/ tanto che la vita singhiozza a ragione/ ché se non c’era la morte tanto meglio

Assunta Finiguerra
Edizione di riferimento: U vizzje a morte (Il vizio della morte). Poesie 1997-2009, Edizioni Cofine 2016, p. 129

Maurizio Rossi, La veglia e il sogno

 

Maurizio Rossi, La veglia e il sogno, Edizioni Cofine 2019

La veglia e il sogno di Maurizio Rossi restituisce con dire limpido il moto del poeta, che oltrepassa continuamente il confine tra più dim ensioni, che è passatore, traghettatore, mediatore, qualche volta anche “saltatore di muri”.
Se questa affermazione è vera per tutta la raccolta, oltre che, sempre, per l’autentica poesia, essa diventa la chiave di volta di un testo, Poeta, che, da vero e proprio manifesto poetico, enuncia la condizione permanente di ‘oltrepassante i confini’, nel perenne andirivieni tra sponde e dimensioni: «Non componi poesia/ solo sciogliendo/ i viticci dei pensieri,/ ma il giorno che fai/ andare e ritornare/ la tua coscienza bordeggiare/ con la voce del mistero.»
Il filo conduttore dei componimenti in La veglia e il sogno, nati in un arco di tempo piuttosto ampio, come testimoniano le date poste in calce ad alcuni testi, è l’attenzione del poeta.
L’attenzione è predisposizione e scelta, è un’attitudine che sgorga da una curiosità innata e che, d’altro canto, si sposa con uno sguardo intenzionalmente aperto (all’interno della bella Nota iniziale, l’autore dedica qualche riflessione ai molteplici significati derivanti dal verbo latino aperio) all’altro da sé. È uno sguardo che spazia, che è scevro da pregiudizi, che sa andare al di là di apparenze e di superfici.
Ciò che i versi rendono di quell’attitudine e di quello sguardo non lascia dubbi sulla sincerità, nel registrare il sogno e i suoi frammenti nel ricordo, così come nel riportare gli aneliti, le attese e le proiezioni della veglia.
Registrare, riportare: ricorro intenzionalmente a due verbi che richiamano, il primo, il monitoraggio di una condizione effettuato da un esame clinico, e, il secondo, il suo referto.
Mi sia permessa una brevissima digressione: il collegamento, che torna a più riprese, con la professione del medico, non solo aggiunge al dato autobiografico un taglio metodologico, ma avvicina Maurizio Rossi allo scrittore Arthur Schnitzler, per la sensibilità dello sguardo, per l’abilità dei passaggi tra le dimensioni della veglia e del sogno e perfino del loro confluire, così come per l’alto valore conferito al pensiero e al sentire femminile (Nello stesso respiro). (altro…)

Francesca Del Moro, La statura della palma

In copertina: Jara Marzulli, “Fior di pelle” (dettaglio), olio su tela, 80 x 120 cm

Francesca Del Moro, La statura della palma. Canti di martiri antiche, Edizioni Cofine 2019

Martirio e poesia: testimonianza, astuzia, scandalo, interrogazione inesausta, ferita aperta, prodigio d’amore. No, non è una mescolanza casuale di concetti contrastanti, fumo negli occhi per stemperare, annullandolo, il paradosso, per distogliere dalla temerarietà del filo rosso prescelto, dal momento che il martirio è divenuto a sua volta categoria abusata e martoriata.
Niente di tutto questo, bensì, in una sequenza in cui ogni elemento è intimamente collegato all’altro, un insieme di nodi e gangli, un universo di costellazioni di significato che brillano e illuminano, si illuminano vicendevolmente e schiudono alla vista possibili sentieri interpretativi.
Costellazioni, tutte, che si sono animate, nelle successive riscritture, di cui sono stata felice testimone, dell’opera di Francesca Del Moro, dalla stesura iniziale fino alla versione che si presenta qui a chi legge.
Il percorso tra i termini enunciati in apertura sarà dunque una breve ricostruzione del divenire di un’opera e, insieme, un tributo alla parola poetica che ne è scaturita.
L’itinerario comincia dunque con ‘testimonianza’, termine che intendo accostare al greco martyrion, al suo equivalente in una lingua che, proprio alle origini della Chiesa cristiana, comincia a diffondere con un’intensità non conosciuta prima questa parola e a conferirle una connotazione particolare, vale a dire “testimonianza di fede con il sacrificio di sé, con il proprio sangue”.
Nella raccolta La statura della palma sono tredici martiri dei primi secoli del cristianesimo a dare testimonianza, attraverso il loro canto, non solo di una fede vissuta con estrema consapevolezza, ma anche di una morte cruenta, frutto di uno scontro – l’amore e la “sete insondabile e perenne” di assoluto avvertiti come emancipazione totale dalla schiavitù da un lato, la repressione violenta del potere dai tratti esplicitamente patriarcali dall’altro – affrontato, da parte delle «tredici donne bellissime e dallo sguardo fiero» che narrano il loro martirio, con una capacità argomentativa non comune.
Comune a tutti i canti è una critica al potere patriarcale, non disgiunta – e, assieme alla cornice narrativa ideata da Francesca Del Moro, la visione di Maria, il riferimento bibliografico al Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago è rivelatore – dall’idea di un Padre celeste autoritario e tendente alla scelta di soluzioni sanguinose.
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Patrizia Sardisco, eu-nuca

Cambiare prospettiva, accogliere la complessità: eu-nuca di Patrizia Sardisco

La raccolta eu-nuca di Patrizia Sardisco si articola come un vero e proprio poemetto in 30 quadri sulla Grande Vecchia, l’Europa, che ben poco ha in comune con la bellissima fanciulla del mito dal quale il continente trae il suo nome.
Così come nella celebre doppia immagine che può mostrare una donna giovane oppure una vecchia – il mento dell’una è il naso dell’altra, l’orecchio dell’una è l’occhio dell’altra –, l’invito che il titolo formula a chi legge è quello di andare oltre la soglia dell’immediatamente percepibile, di cercare di individuare una angolatura che riveli ciò che non si manifesta palesemente, che non è evidente a tutti, o che, per essere più precisi, non tutti sono disposti a cogliere.
Quel prefisso eu anteposto a nuca, dismessa la parentela con il significato nel greco antico, non sta più a indicare alcunché di benevolo, giacché esso non è che l’acronimo per European Union. La EU è l’Unione Europea che si è messa alle spalle, dietro la nuca dunque, solidarietà, casa comune, accoglienza, e che si è fatta marcescente amministratrice dei no, dei rifiuti e dei rigetti, degli schermi di carta, delle foglie di fico degli accordi su paletti e fogli di via.
La veemenza del j’accuse di Patrizia Sardisco si coniuga efficacemente con un’espressione che fa tesoro di allitterazioni, assonanze, scarti e sostituzioni di lettere, cambio di vocali, prossimità di suono e diversità di significato. Si tratta di una forma poetica matura, nella quale il rischio dell’indulgere nel mero gioco linguistico è ampiamente scongiurato.
Chi scrive ha infatti ben chiara la rotta da seguire e le trenta tappe di questo viaggio tra sbarramenti e tragedie oceaniche, piccolo cabotaggio burocratico e immane morte per mare, sono scandite, si snodano e incidono con dire sorvegliato e lampi frequenti di condensazione espressiva.
La scrittura di Patrizia Sardisco richiede, anzi pretende da chi legge e ascolta una attenzione amplificata, una disponibilità a inoltrarsi lungo il sentiero dei segni, a immergersi in acque di mutevoli temperatura e toni cromatici, ad andare a fondo e a risalire la corrente. Nessuna adesione epidermica, fuggevole e senza impegno; al suo posto, sensi tesi a intercettare gli indizi, sparsi non a caso ma collocati – è proprio il caso di affermarlo – ′ad arte’, per cogliere in ampiezza e profondità il canto (ché di canto si tratta) della voce poetica.
Se altrove vige dunque con il lettore il patto della sospensione dell’incredulità, dinanzi alla poesia di eu-nuca ci troviamo dinanzi alla proposta di un patto di sospensione dell’attitudine alla mera ‘degustazione’ del testo poetico. (altro…)

Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila

Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, Edizioni Cofine 2017

Venticinque autori dei quali viene presentata la poetica e una significativa scelta di poesie, dal più ‘antico’ Furio Miselli, nato esattamente centocinquanta anni fa, nel 1868, al giovane Luigi Maria Reale, nato nel 1972; una dotta e coinvolgente introduzione, quella di Francesco Piga, che disegna un itinerario di lettura composito e non avulso dalla letteratura nazionale – anzi! – e che, allo stesso tempo, ripercorre le tappe rilevanti dello sviluppo di una peculiare lingua della poesia delle voci e dei luoghi: questo è il volume Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, egregiamente curato, come ricordato poc’anzi, da Francesco Piga e pubblicato a Roma nel 2017 dalla casa editrice Cofine di Vincenzo Luciani.
Seguo il suggerimento sapiente di Francesco Piga e prendo le mosse, per raccontare brevemente il mio percorso di lettura, dal territorio umbro, ovvero, per essere più precisi, dalle diversità delle fisionomie territoriali che caratterizzano questa regione. Quella della poesia dialettale umbra è una storia che ben si sposa con gli strumenti di indagine della geocritica. E dunque è bene ricordare, come fa Piga in apertura, che le diverse configurazioni geografiche in Umbria collocano limiti e confini naturali, facendo assumere alle diverse realtà locali una fisionomia particolare, «con proprie componenti linguistiche».
Come le diverse morfologie del territorio, così anche le vicende storiche concorrono a dare fogge, cadenze e tipologie diverse a parlate e a tradizioni poetiche.
Occorre allora risalire molto indietro nel tempo e lasciarsi guidare dall’ode barbara di Carducci Alle fonti del Clitumno per identificare confini, versanti opposti, riva destra e riva sinistra di fiumi, radici etrusche e radici indoeuropee.
Alle frammentazioni delle varietà linguistiche sul territorio fanno eco collegamenti e influenze provenienti da altre regioni. Ancora nel Seicento, tuttavia, la cifra della poesia in dialetto resta esclusivamente popolare.
Dalla maschera del Bartoccio nascono nel Seicento i primi testi di poesia dialettale e per tutto il Settecento le “bartocciate” vengono identificate come poesia dialettale.
Proprio la maschera del Bartoccio, recuperata per farne «espressione di ribellione e di dissacrazione nei confronti del dominio pontificio» (Renzo Zuccherini in Gli anni del Bartoccio. La letteratura dialettale perugina), segna il ritorno alla tempra combattiva e l’inizio dell’era moderna della poesia dialettale umbra.
Nei testi del primo Novecento è evidente una più spiccata raffinatezza nei sonetti; anche le narrazioni popolari, inoltre, mostrano uno stile più elaborato. Buona conoscenza dei poeti classici e di quelli contemporanei, solida capacità espressiva unita anche a insofferenza per le mode coeve e a un preciso programma di rilancio delle tradizioni popolari caratterizzano la poesia di Furio Miselli e di Fernando Leonardi.
Ma è importante volgere ora l’attenzione alla produzione poetica di autrici e autori nati nei decenni Quaranta e Cinquanta del Novecento per comprendere quanto la poesia dialettale umbra sia stata e sia tuttora formidabile testimonianza di ricerca, da un lato, di una propria espressione della contemporaneità – con incursioni di grande efficacia negli ambiti e dell’introspezione e della lirica di cose e luoghi – e tappa non trascurabile dell’innovazione del linguaggio poetico.
Innovazione, si badi bene, che non può non toccare la poesia in lingua italiana e il dinamismo della poesia tutta; è innovazione da considerare dunque in ottica ampia, non solo dunque oltre la regione,  bensì anche oltre le nazioni. (altro…)

La poesia di Carlo e Massimo Bardella

Quando la poesia resiste: Roma, i luoghi e la storia nella poesia di Carlo e Massimo Bardella

Nell’archivio dell’ANPI, nel lungo elenco dei partigiani a Roma, leggiamo queste annotazioni: Carlo Bardella, nato il 4 novembre 1903, partigiano combattente, periodo 8 settembre 1943 – 5 giugno 1944, nelle file del partito socialista di unità proletaria. È uno degli appigli che la memoria storica ci offre per partire per un viaggio di ricognizione nell’opera di due poeti romani, il padre, Carlo Bardella, e il figlio, Massimo Bardella. Mi piace pensare, addirittura, che l’impegno nella resistenza romana di Carlo Bardella possa aver ispirato lo scrittore Filippo Tuena per uno o più personaggi nel suo romanzo, ambientato nella Roma dei mesi successivi all’armistizio Badoglio, Tutti i sognatori.
Un altro, per me fondamentale, appiglio è quello donato dalla mediazione di amici, conoscenti, esperti di poesia, in particolar modo di poesia romanesca. La storia dell’incontro con i testi dei due poeti Bardella è per me la storia di mediazioni appassionate, documentate e, come sempre avviene in questi casi, feconde. Per questo secondo appiglio il cammino è inverso, dal figlio al padre, da Massimo a Carlo. Tutto inizia in un pomeriggio di primavera, nel 2010, in una biblioteca della periferia romana, per la precisione al Villaggio Giuliano-Dalmata, allorché viene presentato il libro, curato da Michele Battafarano e dall’amico e collega Claudio Costa, Il carteggio Pio Spezi – Paul Heyse.  In questo pomeriggio all’insegna di una Roma plurilingue e di due interpreti di rilievo della poesia di Giuseppe Gioachino Belli, il suo “profeta” Pio Spezi e il suo strepitoso traduttore in tedesco, il premio Nobel Paul Heyse, si distingue tra i partecipanti, per la vivacità dei suoi interventi e il tono arguto della testimonianza, il poeta Massimo Bardella. Da quel pomeriggio, il filo della comunicazione – alla vecchia maniera: conversazioni telefoniche e corrispondenza postale – non si è mai interrotto.
Come ben racconta Claudio Costa nel contributo Quando la poesia nasce adulta in età adulta (apparso sulla rivista “Il 996” e successivamente in Poesie d’amore corte, di Massimo Bardella, edizioni Settimo Sigillo 2017), ho cominciato anch’io a ricevere da Massimo questi originalissimi e sostanziosi doni di «un artigianato manuale e intellettuale che si fonde con l’arte poetica» che sono le sue raccolte, stampate in trentatré esemplari su carta finissima e accompagnate da una sua opera figurativa, distribuite con generosità a chi con Massimo Bardella condivide la passione per una poesia in cui il creativo e il quotidiano si fondono con l’esercizio della cura e della pazienza, del rispetto per cose, luoghi, persone.
Quell’amicizia poetica, nata nel segno dell’apertura della poesia romanesca ad altre lingue, non poteva che esprimersi, da parte mia, nella frequentazione più assidua della sua poesia e nella resa in lingua tedesca, la mia seconda lingua della poesia, di alcuni componimenti di Massimo Bardella.
È stato così che nell’aprile 2013, in occasione di un incontro dedicato alla poesia di Carlo e Massimo Bardella, organizzato da Vincenzo Luciani presso un’altra biblioteca della periferia romana, la biblioteca “Gianni Rodari”, ho avuto modo di avvicinarmi, anche alla poesia di Carlo Bardella, di scoprirne affinità e differenze con quella del figlio Massimo.
Eccomi dunque a presentare entrambi i poeti, il padre e il figlio, in questo volumetto che ne raccoglie testi particolarmente significativi. Questa breve presentazione intende indicare alcune direttrici: il rapporto con la tradizione della poesia romanesca, le innovazioni e le conservazioni stilistiche, il dialogo con la storia, e, infine, quella particolare forma di sprezzatura costituita dal romanesco ssere “scanzonato”. (altro…)

Bruno Lijoi, L’albero della vita

Il coraggio della semplicità: L’albero della vita di Bruno Lijoi

Ci sono componimenti poetici che hanno il pregio di restituire efficacia e veridicità all’affermazione di Hamann, secondo il quale “la poesia è la lingua materna del genere umano”. Questo vale senz’altro per i testi qui raccolti. Che cosa lega la poesia di Bruno Lijoi, oggi, nel 2018, a ciò che Hamann, il quale, insieme a Herder, fu l’autore che preparò il fondamento teorico dello Sturm und Drang, affermò ben oltre due secoli fa? E soprattutto, ha senso porre un quesito di tal fatta?
Provo a rispondere a entrambe le domande, partendo dalla seconda. Ha senso avvicinare la scrittura poetica di Bruno Lijoi a una affermazione, come quella di Hamann, che rischia la vertigine dell’universale, perché è necessario, oggi ancor più che in altre epoche, non perdere di vista le coordinate principali del poiein, vale a dire: che cosa significa creare poesia, quali sono i suoi nuclei fondanti e fondamentali attraverso ere e latitudini? I testi di Bruno Lijoi offrono, nel loro manifestarsi, più di un appiglio, più di una prova dell’ubi consistam della poesia. Lo fanno, ed ecco la risposta al primo quesito, con il coraggio della semplicità. Non della banalità, si badi bene, non della schematizzazione, bensì della schiettezza del dire e, insieme, della responsabilità nel creare (creare, sì, creare) uno spazio comune e comunicabile attraverso lo strumento linguistico, anche quando la poesia si fa grimaldello, ariete all’assalto, divinatore o perfino ‘vittima’ del mistero.
Il mistero assume di volta sembianze diverse, si carica di declinazioni spesso affiancata a due a due: mistero dell’esistenza umana e dell’universo, del tempo e dell’eternità, del male e della mitezza, della luce e dell’ombra, della perdizione e della salvezza, dell’individualismo insensato e della prova della coralità. In questo farsi “lingua materna del genere umano”, la poesia di Bruno Lijoi affronta temi e topoi che, pur consueti, familiari a chi frequenta testi poetici, vengono riproposti con la forza pacata della meditazione e del passo che avanza, contemplando e vivendo.
Il procedere del passo conferisce il ritmo a un insieme di testi che si apre, non casualmente, con una constatazione che, espressa alla forma impersonale, intende avere il significato di una condizione condivisa: «Si cammina». Lupi famelici, la poesia che si apre proprio con l’affermazione «Si cammina», mostra inoltre un’architettura insieme semplice e ben meditata. È composta, infatti, da tre strofe, collegate tra di loro tramite l’anafora iniziale, e, con immagini vivide ed essenziali, rende l’errare nell’oscuro e nel fumo denso, rende la minaccia della voracità fagocitante, ricorrendo alla metafora antica, dantesca, e qui rinnovata, dei «lupi mai sazi», così come alla potenza evocativa dei versi, i quali lanciano un ponte al linguaggio pittorico, in questo caso al dipinto di Pieter Brueghel Il Vecchio La parabola dei ciechi: «chiudendo gli occhi/ allo spiraglio di luce».
Tra le figure retoriche, quelle alle quali Bruno Lijoi ricorre con esiti convincenti sono l’anafora – che dispiega la sua azione con notevole frequenza, e dunque, oltre che nella già menzionata Lupi famelici, in Si corre, Sorridimi ancora, Assalti tardivi, L’ombra, Dimmi amore!, Preghiera, Fragilità umanaMio fratello, Di sole e di luna, In cammino, O Divina – e la similitudine: «sordo come Ulisse» (Le Parche), «e ora come goccia silente/ erode paziente le certezze» (Crepe), «come onde in divenire» (Fragilità umana).
L’altissimo coefficiente metaforico di tutti i componimenti nel loro intero sviluppo, dal titolo, all’articolazione, alla chiusa, riporta il ragionamento all’assunto iniziale circa la natura della poesia in generale e della poesia di Bruno Lijoi qui presentata. Se è vero che il discorso poetico si caratterizza per il suo procedere per analogie, per individuazioni di nessi, legami, parentele, affinità, somiglianze che non disdegnano il ricorso frequente al “salto nel ragionamento”, in vista di una formulazione densa e percepibile all’orecchio ancor prima che all’occhio, in vista di un unicum di forma e contenuto, L’albero della vita di Bruno Lijoi dà prova incoraggiante di possedere questa caratteristica.

© Anna Maria Curci

Lupi famelici

Si cammina
sul crinale di sentieri
immersi nel buio,
abbandonati,
in balia
di lupi mai sazi.
Si cammina
in ordine sparso
avvolti da un fumo,
acre e denso,
in sale chiuse
senza poterlo disperdere.
Si cammina
oltre il silenzio
chiudendo gli occhi
allo spiraglio di luce
celato
oltre le porte sprangate. (altro…)

Ivan Crico, Seràie

Ivan Crico, Seraìe

La raccolta vincitrice del Premio Ischitella-Pietro Giannone 2018 è Seràie di Ivan Crico. Come componente della giuria, sono felice di riportare qui di seguito la nota dell’editore, Vincenzo Luciani, che contiene anche le motivazioni della giuria, la nota dell’autore, e una scelta di poesie dalla raccolta, pubblicata dalle Edizioni Cofine. Alcune di esse sono state tradotte anche in altre lingue e le traduzioni sono state presentate in occasione delle serate dedicate all’edizione 2018 del premio, il 1° settembre a Foce Varano e il 2 settembre a Ischitella sul Gargano. (Anna Maria Curci)

Nota dell’editore

Siamo lieti di pubblicare la raccolta inedita vincitrice della XV edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2018. Ivan Crico è risultato il vincitore di questa edizione, confermatasi su livelli di eccellenza, con la silloge Seràie nel sermo rusticus arcaico-veneto “bisiàc” del territorio di Monfalcone (GO).
Seconda classificata Patrizia Sardisco di Monreale (PA) con la raccolta in dialetto siciliano “ferri vruricati” (arnesi sepolti).
Terzo Giacomo Vit di Cordovado (PN) con la raccolta di poesie in friulano A tàchin a trimà li’ as (Cominciano a tremare le api).
La scelta dei vincitori è stata operata dalla Giuria dopo una selezione delle raccolte poetiche di dodici finalisti, di cui facevano parte, oltre ai tre vincitori, i poeti: Germana Borgini (dialetto romagnolo), Antonio Bux (dialetto di Foggia), Rino Cavasino (dialetto siciliano di Trapani), Alessandro Guasoni (dialetto genovese), Michele Lalla (dialetto abruzzese), Gianni Martinetti (dialetto di Cavallirio, NO), Lilia Slomp Ferrari (dialetto di Trento), Paolo Steffan (dialetto alto-trevigiano di Sinistra Piave), Pietro Stragapede (dialetto di Ruvo di Puglia, BA).
Nella motivazione della Giuria sull’opera vincitrice del Premio si legge: “I sorprendenti, convincenti ed esatti testi di Ivan Crico attingono alla cronaca, a storie lette sul web.Il risultato è l’incontro tra fatti accaduti, storie, drammatiche, reali e la resa in strutture poetiche fluide e assertive, evocative e di ampio spettro (linguistico, storico, antropologico). Ne deriva una Spoon River della contemporaneità, priva di ogni vizio retorico, di ogni indugio enfatico. L’incontro tra il “sermo rusticus arcaico-veneto” della zona di Monfalcone e le storie pescate con le reti, seràie appunto, di un occhio attento, reso acuto dalla volontà di dare voce a chi non ne ha, non ne ha mai avuta o non ne ha più, e reso pietoso da quella stessa tenace volontà, è riuscito. Crico tratta con grande maestria una materia incandescente piegando agevolmente il suo dialetto antico al racconto di drammi contemporanei, per dare voce alle vittime, esserne voce. La raccolta risulta di rara efficacia, compatta, dura nella materia, lieve nella lingua e umanissima. Seràie arriva dopo molti anni di silenzio editoriale: Crico si conferma poeta di talento, dalla sensibilità speciale, intima e sociale, di grande memoria degli uomini, di evidente pietas rerum”.
Rivolgiamo un non formale ringraziamento al Comune di Ischitella che con tenacia ha sostenuto un Premio divenuto sempre più punto di riferimento per i poeti delle altre lingue d’Italia.

Nota dell’Autore

Le “seràie” sono delle lunghe reti, disposte a semicerchio vicino alla riva, utilizzate dai nostri pescatori bisiachi del monfalconese per un tipo di pesca settoriale, molto nota in loco, detta “La Trata”.
Da anni, nel mare sconfinato del web, vado anch’io a mio modo a pescare, isolandole dal resto, tutte le notizie che riguardano storie di persone che in modi diametralmente diversi – con motivazioni dal punto di vista morale anche opposte – hanno scelto di sacrificare la propria vita per amore dei figli, dei propri concittadini, di chi con esse condivide la pena di diritti negati o un credo, per salvare una specie animale o una foresta. Questo anche per cercare di sottrarle ad una rapida sparizione sotto stratificazioni di materiali di ogni genere, complice un linguaggio, quasi sempre, non memorabile. Si parla qui soltanto di persone che sono realmente esistite e di fatti realmente accaduti(tutti facilmente rintracciabili in rete), spesso impiegando in forma poetica – con una tecnica simile a quella del “collage”, ma sempre finemente filtrate dalla mia sensibilità – le loro stesse parole o quelle di chi le ha conosciute o studiate.

Làsaro

Covért de sangue e pòlvar
ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse
de la bonbardada sepultura
de Alèpo. Ancòi

che la pàissa la par senpre
più luntana, ancòi che in don
’n’antro putel al à menà cun sì
la morte de là del cunfìn.

L’ora del giòldar ta l’ora più suturna
la se muda, ’ntant che l’ sigo de le sirene
de le anbulanse l’inpina al vènt.

Lazzaro – Coperto di sangue e polvere / ma vivo, lazzaro bambino che esci / dal sepolcro bombardato di aleppo. // ora che la tregua appare sempre / più lontana, ora che in dono / un altro bambino ha portato / la morte al di là del confine. // l’ora della gioia nell’ora / più buia si trasforma, mentre / il suono delle sirene / delle autoambulanze riempie l’aria.

Questa è la traduzione in tedesco di Làsaro:

Lazarus

Mit Blut und Staub bedeckt
aber lebendig, Lazarus, du Kind,
das aus dem zerbombten Grab
in Aleppo herauskommst. Jetzt,

da der Waffenstillstand immer weiter
entfernt scheint, jetzt, da ein anderes Kind
als Geschenk den Tod
über die Grenze gebracht hat.

Die Stunde der Freude wird zur dunkelsten
Stunde, während der Martinshorn
der Krankenwagen die Luft erfüllt.

(traduzione di Anna Maria Curci)

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PoEstate Silva #53: Rosangela Zoppi, da “Fiore di stecco”

 

A Teta di Cervara

Dalle tegole macchiate di muschio
lo sguardo sale alla linea dei monti
poi torna docile in cima alla loggetta.
China sul suo pasto frugale
la vecchia gioca con le dita e la forchetta
che non raccoglie più abbastanza;
nei suoi modi sembra tornata
a un’infanzia diversa
dove giorno per giorno disimpara.
I raggi pietosi le sfiorano i capelli
raccolti sulla nuca di bambina
mentre la lunga fiaba della vita
volge lenta alla fine.

 

Quadretto

Escono a frotte,
nel pomeriggio infuocato,
i fanciulli,
spargendo manciate d’allegria
sulla strada deserta.
Al fragile vecchio che passa
risuona improvvisa la memoria
di lontani svaghi.

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PoEstate Silva #47: Maria Grazia Cabras, da “Bestiario dell’istante”

Mariposa

Tèndere s’arcu:
in cale diressione?
crèschere intro a unu focu
?

Farfalla e lume

Tendere l’arco:
verso quale direzione?
crescere dentro un fuoco
?

 

Anzonedda arcana

Míliu che lampizu
zubale d’umbras

Agnellina arcana 

Balenante belato 
giogo d’ombre

 

La carta la tana
la ratio contraria
Alice e lo speculum
nel viaggio combusto
capo-volti profili calchi abrasivi
orecchie in corsa
consola la selva smarrita

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L’infinito, Leopardi e le versioni poetiche di Tusiani e Rilke

Il panorama visto dal colle dell’Infinito

 

A 220 anni dalla nascita di Giacomo Leopardi, proponiamo il testo originale del XII dei suoi Canti, L’infinito, e due versioni, rispettivamente in inglese e in tedesco, nate dalla penna di due poeti, Joseph Tusiani e Rainer Maria Rilke, che alla loro traduzione donano note molto originali.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

 

Infinity

Fond I was ever of this lonely hill,
And of this edge, that from my view conceals
The farthest limit of the firmament.
But, sitting here and gazing, I can feign,
Far and beyond it, still unbounded space,
And an unearthly silence, and the deepest
Quietude where my very heart is nearly
Frightened. And as this moment I perceive
The wind around me rustling through these trees,
To that unending silence soon I liken
The passing of its voice: eternity
I so recall, and all the seasons dead,
And with this lively stir the present one.
Founders in such immensity my mind,
And drowning in this sea is sweet to me.

versione poetica di Joseph Tusiani
(edizione di riferimento: Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi. A cura di Cosma Siani, Edizioni Cofine, Roma 2014, p. 89)

 

L’infinito von Leopardi
Übertragen von Rainer Maria Rilke

Immer lieb war mir diese einsame
Hügel und das Gehölz, das fast ringsum
Ausschließt vom fernen Aufruhn der Himmel
Den Blick. Sitzend und schauend bild ich unendliche
Räume jenseits mir ein und mehr als
Menschliches Schweigen und Ruhe vom Grunde der Ruh.
Und über ein Kleines geht mein Herz ganz ohne
Furcht damit um. Und wenn in dem Buschwerk
Aufrauscht der Wind, so überkommt es mich, daß ich
Dieses Lautsein vergleiche mit jener endlosen Stillheit.
Und mir fällt das Ewige ein
Und daneben die alten Jahreszeiten und diese
Daseiende Zeit, die lebendige, tönende. Also
Sinkt der Gedanke mir weg ins Übermaß. Unter-
Gehen in diesem Meer ist inniger Schiffbruch.

versione poetica di Rainer Maria Rilke
(edizione di riferimento: Gabriella Rovagnati, “L’infinito e gli infiniti. Alcune versioni tedesche del XII canto di Leopardi fra il tardo Ottocento e il primo Novecento”, in M. Ponzi (a cura di), Spazi di transizione, Mimesis, Milano 2008, p. 243)