edizioni Cofine

Ivan Crico, Seràie

Ivan Crico, Seraìe

La raccolta vincitrice del Premio Ischitella-Pietro Giannone 2018 è Seràie di Ivan Crico. Come componente della giuria, sono felice di riportare qui di seguito la nota dell’editore, Vincenzo Luciani, che contiene anche le motivazioni della giuria, la nota dell’autore, e una scelta di poesie dalla raccolta, pubblicata dalle Edizioni Cofine. Alcune di esse sono state tradotte anche in altre lingue e le traduzioni sono state presentate in occasione delle serate dedicate all’edizione 2018 del premio, il 1° settembre a Foce Varano e il 2 settembre a Ischitella sul Gargano. (Anna Maria Curci)

Nota dell’editore

Siamo lieti di pubblicare la raccolta inedita vincitrice della XV edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2018. Ivan Crico è risultato il vincitore di questa edizione, confermatasi su livelli di eccellenza, con la silloge Seràie nel sermo rusticus arcaico-veneto “bisiàc” del territorio di Monfalcone (GO).
Seconda classificata Patrizia Sardisco di Monreale (PA) con la raccolta in dialetto siciliano “ferri vruricati” (arnesi sepolti).
Terzo Giacomo Vit di Cordovado (PN) con la raccolta di poesie in friulano A tàchin a trimà li’ as (Cominciano a tremare le api).
La scelta dei vincitori è stata operata dalla Giuria dopo una selezione delle raccolte poetiche di dodici finalisti, di cui facevano parte, oltre ai tre vincitori, i poeti: Germana Borgini (dialetto romagnolo), Antonio Bux (dialetto di Foggia), Rino Cavasino (dialetto siciliano di Trapani), Alessandro Guasoni (dialetto genovese), Michele Lalla (dialetto abruzzese), Gianni Martinetti (dialetto di Cavallirio, NO), Lilia Slomp Ferrari (dialetto di Trento), Paolo Steffan (dialetto alto-trevigiano di Sinistra Piave), Pietro Stragapede (dialetto di Ruvo di Puglia, BA).
Nella motivazione della Giuria sull’opera vincitrice del Premio si legge: “I sorprendenti, convincenti ed esatti testi di Ivan Crico attingono alla cronaca, a storie lette sul web.Il risultato è l’incontro tra fatti accaduti, storie, drammatiche, reali e la resa in strutture poetiche fluide e assertive, evocative e di ampio spettro (linguistico, storico, antropologico). Ne deriva una Spoon River della contemporaneità, priva di ogni vizio retorico, di ogni indugio enfatico. L’incontro tra il “sermo rusticus arcaico-veneto” della zona di Monfalcone e le storie pescate con le reti, seràie appunto, di un occhio attento, reso acuto dalla volontà di dare voce a chi non ne ha, non ne ha mai avuta o non ne ha più, e reso pietoso da quella stessa tenace volontà, è riuscito. Crico tratta con grande maestria una materia incandescente piegando agevolmente il suo dialetto antico al racconto di drammi contemporanei, per dare voce alle vittime, esserne voce. La raccolta risulta di rara efficacia, compatta, dura nella materia, lieve nella lingua e umanissima. Seràie arriva dopo molti anni di silenzio editoriale: Crico si conferma poeta di talento, dalla sensibilità speciale, intima e sociale, di grande memoria degli uomini, di evidente pietas rerum”.
Rivolgiamo un non formale ringraziamento al Comune di Ischitella che con tenacia ha sostenuto un Premio divenuto sempre più punto di riferimento per i poeti delle altre lingue d’Italia.

Nota dell’Autore

Le “seràie” sono delle lunghe reti, disposte a semicerchio vicino alla riva, utilizzate dai nostri pescatori bisiachi del monfalconese per un tipo di pesca settoriale, molto nota in loco, detta “La Trata”.
Da anni, nel mare sconfinato del web, vado anch’io a mio modo a pescare, isolandole dal resto, tutte le notizie che riguardano storie di persone che in modi diametralmente diversi – con motivazioni dal punto di vista morale anche opposte – hanno scelto di sacrificare la propria vita per amore dei figli, dei propri concittadini, di chi con esse condivide la pena di diritti negati o un credo, per salvare una specie animale o una foresta. Questo anche per cercare di sottrarle ad una rapida sparizione sotto stratificazioni di materiali di ogni genere, complice un linguaggio, quasi sempre, non memorabile. Si parla qui soltanto di persone che sono realmente esistite e di fatti realmente accaduti(tutti facilmente rintracciabili in rete), spesso impiegando in forma poetica – con una tecnica simile a quella del “collage”, ma sempre finemente filtrate dalla mia sensibilità – le loro stesse parole o quelle di chi le ha conosciute o studiate.

Làsaro

Covért de sangue e pòlvar
ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse
de la bonbardada sepultura
de Alèpo. Ancòi

che la pàissa la par senpre
più luntana, ancòi che in don
’n’antro putel al à menà cun sì
la morte de là del cunfìn.

L’ora del giòldar ta l’ora più suturna
la se muda, ’ntant che l’ sigo de le sirene
de le anbulanse l’inpina al vènt.

Lazzaro – Coperto di sangue e polvere / ma vivo, lazzaro bambino che esci / dal sepolcro bombardato di aleppo. // ora che la tregua appare sempre / più lontana, ora che in dono / un altro bambino ha portato / la morte al di là del confine. // l’ora della gioia nell’ora / più buia si trasforma, mentre / il suono delle sirene / delle autoambulanze riempie l’aria.

Questa è la traduzione in tedesco di Làsaro:

Lazarus

Mit Blut und Staub bedeckt
aber lebendig, Lazarus, du Kind,
das aus dem zerbombten Grab
in Aleppo herauskommst. Jetzt,

da der Waffenstillstand immer weiter
entfernt scheint, jetzt, da ein anderes Kind
als Geschenk den Tod
über die Grenze gebracht hat.

Die Stunde der Freude wird zur dunkelsten
Stunde, während der Martinshorn
der Krankenwagen die Luft erfüllt.

(traduzione di Anna Maria Curci)

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PoEstate Silva #53: Rosangela Zoppi, da “Fiore di stecco”

 

A Teta di Cervara

Dalle tegole macchiate di muschio
lo sguardo sale alla linea dei monti
poi torna docile in cima alla loggetta.
China sul suo pasto frugale
la vecchia gioca con le dita e la forchetta
che non raccoglie più abbastanza;
nei suoi modi sembra tornata
a un’infanzia diversa
dove giorno per giorno disimpara.
I raggi pietosi le sfiorano i capelli
raccolti sulla nuca di bambina
mentre la lunga fiaba della vita
volge lenta alla fine.

 

Quadretto

Escono a frotte,
nel pomeriggio infuocato,
i fanciulli,
spargendo manciate d’allegria
sulla strada deserta.
Al fragile vecchio che passa
risuona improvvisa la memoria
di lontani svaghi.

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PoEstate Silva #47: Maria Grazia Cabras, da “Bestiario dell’istante”

Mariposa

Tèndere s’arcu:
in cale diressione?
crèschere intro a unu focu
?

Farfalla e lume

Tendere l’arco:
verso quale direzione?
crescere dentro un fuoco
?

 

Anzonedda arcana

Míliu che lampizu
zubale d’umbras

Agnellina arcana 

Balenante belato 
giogo d’ombre

 

La carta la tana
la ratio contraria
Alice e lo speculum
nel viaggio combusto
capo-volti profili calchi abrasivi
orecchie in corsa
consola la selva smarrita

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L’infinito, Leopardi e le versioni poetiche di Tusiani e Rilke

Il panorama visto dal colle dell’Infinito

 

A 220 anni dalla nascita di Giacomo Leopardi, proponiamo il testo originale del XII dei suoi Canti, L’infinito, e due versioni, rispettivamente in inglese e in tedesco, nate dalla penna di due poeti, Joseph Tusiani e Rainer Maria Rilke, che alla loro traduzione donano note molto originali.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

 

Infinity

Fond I was ever of this lonely hill,
And of this edge, that from my view conceals
The farthest limit of the firmament.
But, sitting here and gazing, I can feign,
Far and beyond it, still unbounded space,
And an unearthly silence, and the deepest
Quietude where my very heart is nearly
Frightened. And as this moment I perceive
The wind around me rustling through these trees,
To that unending silence soon I liken
The passing of its voice: eternity
I so recall, and all the seasons dead,
And with this lively stir the present one.
Founders in such immensity my mind,
And drowning in this sea is sweet to me.

versione poetica di Joseph Tusiani
(edizione di riferimento: Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi. A cura di Cosma Siani, Edizioni Cofine, Roma 2014, p. 89)

 

L’infinito von Leopardi
Übertragen von Rainer Maria Rilke

Immer lieb war mir diese einsame
Hügel und das Gehölz, das fast ringsum
Ausschließt vom fernen Aufruhn der Himmel
Den Blick. Sitzend und schauend bild ich unendliche
Räume jenseits mir ein und mehr als
Menschliches Schweigen und Ruhe vom Grunde der Ruh.
Und über ein Kleines geht mein Herz ganz ohne
Furcht damit um. Und wenn in dem Buschwerk
Aufrauscht der Wind, so überkommt es mich, daß ich
Dieses Lautsein vergleiche mit jener endlosen Stillheit.
Und mir fällt das Ewige ein
Und daneben die alten Jahreszeiten und diese
Daseiende Zeit, die lebendige, tönende. Also
Sinkt der Gedanke mir weg ins Übermaß. Unter-
Gehen in diesem Meer ist inniger Schiffbruch.

versione poetica di Rainer Maria Rilke
(edizione di riferimento: Gabriella Rovagnati, “L’infinito e gli infiniti. Alcune versioni tedesche del XII canto di Leopardi fra il tardo Ottocento e il primo Novecento”, in M. Ponzi (a cura di), Spazi di transizione, Mimesis, Milano 2008, p. 243)

Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi

 

Con Straloche/Traslochi Vincenzo Luciani compie un significativo passo in avanti nel suo cammino poetico, che si configura, come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, come un avvincente romanzo di formazione in continuo divenire.
A proposito del riferimento al romanzo di formazione e al suo prototipo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, la cui versione originale portava il titolo significativo “ La vocazione teatrale”, non è un caso trovare in Straloche/Traslochi, che raccoglie poesie in lingua e in dialetto,  il componimento Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico. Attore di prosa è dunque in tale contesto esemplare per visione e sentire che sottendono l’intera raccolta: l’umorismo e il rimpianto si mescolano, si saldano intimamente con straordinario equilibrio tra anelito e disincanto, tra nostalgia e distacco.
Già il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche, suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento. Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto (insieme ai suoi amici, Ultramaratoneti), obbligato o spontaneo, come io “spostato, sbalestrato” (Spustate: «Vengè, che si’ spustate?»), scombinato – nella più ricca delle accezioni, perché originale e autonomo – combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e “va salutando” persone, cose, luoghi: «Alli cristiane, alli cunte e alli vanne/ ji gghjurne e gghjurne vaje salutanne/ che jè l’utema vota/ fortè che li cunfronte/ e u statte bbone mò/ jè pe sempe/ e lu sacce.»
Il filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente – menziono due titoli che mi stanno a cuore – ne hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra l’altro in Stiamo facendoci un sacco di saluti, e Francesco Tomada in Portarsi avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi induce il poeta Vincenzo Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro, rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato,  tanto da non volere, da non potere essere separati.
La stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai traslochi, come avviene in Spaesamento, il cui attacco si ricollega esplicitamente alla raccolta del 1985  Il paese e Torino, nella quale già trovavano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre: «Dovessi riscrivere il libro/ non più Il paese e Torino titolerei/ ma I due paesi e Torino, anzi i paesi sono tre/ Valfenera, Ischitella, e più ancora Tor Tre Teste paese di Roma/ dove ho camminato per cento-/quarantotto stagioni.».
Colpisce la mescolanza di leggerezza – si legga understatement, autoironia –  e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di porsi dinanzi al tema della morte. L’amicizia, l’amore, “il bene” e l’interrogazione sull’altrove,  dove “A uno a uno se ne vanno” tante persone care, si fondono in un’unica espressione, alla quale il dialetto conferisce la forza di una poesia che proprio con quell’idioma andava detta, ché in lingua per alcuni termini troveremmo soltanto pallidi equivalenti: «A une a une ce ne vanne/ a n’ata vanne. Chi u sape/ se e donne/ ce trova dd’ata vanne. Sckitte/ ji sacce che mo/ che te jesse truanne/ ji nun te trova cchiù/ che si trasciute ntu monne/ d’i nocchiù.».
Una mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra lingua e dialetto: traine (traìno, carretto), paponne (con una straordinaria vicinanza al Popanz tedesco, è il babau, lo spauracchio), incantate (per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso locale, come  “tuppo” e “morra” in poesie in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.

© Anna Maria Curci

 

Spustate*

Vengè, che si’ spustate?
Scì, nun sule spustate
ma pure spatriate
e sbalijate,
u core ziche ziche sgracenate
addulurate
murtefecate.
E scasate

SPOSTATO – Vincenzo sei spostato?/ Sì non solo spostato/ ma pure spatriato/ e sbalestrato,/ il cuore ridotto a pezzettini/ addolorato/ mortificato.// E traslocato.

* nel doppio senso di senza luogo e senza cervello.
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Laura Rainieri, In altre stanze

Laura Rainieri, In altre stanze. Prefazione di Mario Melis. Postfazione di Giorgio Linguaglossa, Edizioni Cofine 2018

Che cosa è necessario perché la poesia possa accedere e muoversi In altre stanze, come recita il titolo del libro più recente di Laura Rainieri? A quali altre stanze si fa riferimento? Anche da questi interrogativi sono animati i testi di una raccolta dotta e ricca di vie di accesso, diritte e impervie che siano, ad altre stanze.
È del tutto legittimo supporre che il termine “stanza” vada letto qui in più accezioni, o, ancor più precisamente, con sfaccettature che trovano tra di esse punti di intersezione: dimora, luogo di sosta e riparo, camera segreta, strofa di un componimento. Tenendo fermo, dunque, l’assunto del carattere plurivoco del vocabolo “stanze”, carattere reso ancora più complesso dall’aggettivo abbinato, “altre”,  mi accingo a delineare alcuni possibili percorsi all’interno dell’opera di Rainieri oggetto di queste considerazioni e a trovare in essa risposte agli interrogativi espressi in apertura.
La ricorrenza della congiunzione “se”, la sua frequenza come sillaba di attacco di numerose anafore, rivela come il dispiegarsi di ipotesi, l’esprimere determinate condizioni – siano pure, tali condizioni, di marcato azzardo e rischio – si attestino come presupposti, dunque come varchi di accesso ad altre stanze e, allo stesso tempo, come riconoscimento e accettazione di limiti, oltre che come sfida a saggiare costantemente la resistenza di tali barriere: «Se affonda con i pioppi riflessi», «se nello smottamento confonde case (Con i pioppi riflessi), «Se qualcuno furtivamente ti fa un dono/ e più splendido lo dice di un diamante?». «Se lo scopri che è un fuoco d’artificio […]?», «E se un canestro è vaporoso […]?», «Se qualcuno dice – Mio dolce amore -» « Se qualcuno il cui tronco ha tanti giri/ osa dire – Mio dolce amore -», «Se il giorno è avaro», «Se un corpo abbiamo un corpo» (In altre stanze),«Se il sogno incontra il sogno» (Questa serenità), «Se cerchi di spezzare un filo» (Otre), «…eppure se l’uno esiste» (… eppure se l’uno esiste), «Se tutto è stato detto nel vuoto vortice» (Il detto), «Non è morbida la neve/ se ha uno zoccolo/ di ghiaccio stratificato.» (Il tempo della neve), «E se piove il verde è cupo» (E se piove il verde è cupo), «se recitando dice la verità» (La lontananza), «Se non ha ali per volare» (Un’estate).
Altra chiave di accesso alle altre stanze è senza dubbio il paesaggio, carico di affetti e valenze, che sia esso radicato nell’anima, illuminazione nell’incontro di un giorno o esposto alla devastazione degli umani. In tal senso si può affermare che la dimensione geografica – dalla natia Bassa e dal «Taro fangoso» (abbinato a questo aggettivo il fiume delle origini ricorre in più di un testo) al quartiere Alessandrino di Roma – di questa poesia costituisce un tratto identificativo di primaria importanza e che il testo di apertura, Con i pioppi riflessi, raccoglie in maniera esemplare aspetti e moti di una animata geografia che è anche geografia dell’esistenza.
Sempre nella poesia che apre la raccolta, Con i pioppi riflessi, si fa strada, dapprima timidamente, poi con un carattere deciso che occupa quasi con prepotenza la scena, una tavolozza di colori che spiccano per il loro doppio legame, da un lato al paesaggio nel quale si manifestano, dall’altro al significato simbolico al quale tendono: «dire a che serve/ che il sole inanella il bucaneve/ e tenta la viola timida l’uscita?/ Il sole rosso di fuoco beffardo/ si affaccia a quasi notte:/ una sortita/ sulla china dell’argine». L’azzurro ricorre con il suo carico potentissimo di connotazioni e con gradazioni varie di intensità, per alternarsi talvolta al giallo, con esiti vivaci e corrispondenze con le arti figurative (la pittura di Paul Klee in Passaggio). E il giallo si intreccia al rosso per effetto del sole a novembre in Lucania antica (Latronico). (altro…)

Asmundo, Cagnetta, Santoliquido: Trittico d’esordio

Elaborazione grafica su un particolare dell’opera Continuità (2007) di Marisa Fogliarini

 

Giovanni Asmundo, Francesco Cagnetta, Vito Santoliquido, Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine, Roma 2017

Canti di sponde, crateri e avamposti
Sulla poesia di Giovanni Asmundo, Francesco Cagnetta e Vito Santoliquido

Vengono da coste e da balze lontane gli Esordi dei tre poeti qui pubblicati, Giovanni Asmundo, Francesco  Cagnetta, Vito Santoliquido. Tutti e tre giovani, tutti e tre presenti con i loro inediti tra le opere di poesia pubblicate in rete e non ancora in un’autonoma raccolta cartacea,  tutti e tre di origine meridionale – siciliano Asmundo, pugliese Cagnetta, lucano Santoliquido – intonano con timbri diversi i loro ‘canti di sponde, crateri e avamposti’. La tensione tra amore vissuto quotidianamente per la poesia tutta, e in diverse fogge di classicità, e lo sguardo sulla realtà, altrettanto vissuto, sofferto e sognante, trasfigurato e pungente, si manifesta talvolta come il dispiegarsi non urlato di un contrasto, talaltra come lo sporgersi, con la chiara nozione del rischio mortale, su un orrido, talaltra, infine, come vera e propria zuffa.

Nella poesia di Giovanni Asmundo l’indicazione del volume del canto sembra sempre oscillare tra il piano e il pianissimo, indizio, questo, non certo di fragilità del dettato poetico, quanto piuttosto della volontà di colui che si definisce «figlio di scirocco» di opporre resistenza, per inaudito contrasto, al vociare del contingente. Il debito di riconoscenza alla tradizione della poesia italiana, gli echi foscoliani («Se e quando rivedrò la secca sponda») così come la presenza viva della mitologia classica, in questi testi un basso continuo che, più che manifestarsi per nomi ed esplicitazioni, è terreno fecondo sul quale la voce poetica muove i suoi passi, tutto ciò si fonde con una vista sul presente resa aguzza proprio dalla memoria serbata. Ne è una prova, in particolare, la poesia dedicata a Palermo: «Città di spigoli e smussi/ di cocente illusione/ di bocca secca./ Come l’ignoto che ha scritto quell’addio./ Ogni giorno a Palermo è un giungere/ e un levare. / Una speranza di scoperte e un lascito.». Mobile, dinamica, creatrice, la resistenza, non già all’erosione provocata dal mare, thàlassa, «voce gettata», ma a quella di detti vuoti e atti distruttivi, trasforma aggettivi e nomi in verbi che indicano un procedere, un evolversi: «azzurrare», «rumorerà». (altro…)

L’opera poetica di Vincenzo Luciani

L’opera poetica di Vincenzo Luciani

Si può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di vera poesia, plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere, ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa Ischitella innanzitutto, poi Torino, ovvero delle vie e delle fabbriche, e Roma dalle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’ e li riempiono di toni cromatici e percezioni, anche olfattive.
Una lettura che suggerisco è quella di un romanzo di formazione in versi. Il mio accostamento può sembrare bizzarro, forse perfino azzardato. Esso nasce – scopro subito le carte – non soltanto dalla mia insofferenza a qualsiasi analisi che sia inficiata dalla smania di catalogazione, dalla convinzione che una mera lettura per generi letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva e che, per contro, mettere in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera, tutti gli aspetti, ivi compresi quelli, preziosissimi ai miei occhi, intertestuali, ma anche dalla convinzione che l’opera poetica di Vincenzo Luciani abbia alcuni tratti in comune con il romanzo di formazione. Cerchiamo di individuarli e di enunciarli esplicitamente: l’esistenza vista come continua formazione, dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione, anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’ che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e divertita, della “vocazione teatrale”.
Il principio di questo breve viaggio è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del 1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino, nella quale trovano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre. (altro…)

Diramazioni urbane (Cortese, Della Posta, Ortore, Scarinci, Zanarella)

In copertina: Ponte sul Tevere, disegno di Luigi Simonetta

Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella, Diramazioni urbane. A cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine 2016

Diramazioni urbane è il titolo che ho scelto per questo volume che raccoglie testi inediti di cinque poeti nati tra il 1973 e il 1987. La ragione della scelta sta in un ulteriore dato che li accomuna, accanto a quello della vicinanza anagrafica: tutti e cinque risiedono a Roma, provenienti da luoghi di origine che abbracciano e oltrepassano la penisola – dal Veneto di Michela Zanarella a Lipari di Davide Cortese. Qui, con sensi e versi destati alla lezione di Seamus Heaney – «I began as a poet when my roots were crossed with my reading» («Ho cominciato ad esser poeta quando le mie radici si sono incrociate con le mie letture»)–,  Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella hanno dato vita a un “innesto” felice, originale e diversificato,  tra radici e letture. Da qui, dall’Urbe, dalla città eterna ed effimera, superlativa nello splendore così come nello scialo, si diramano le loro composizioni poetiche e sconfinano con coraggio e destrezza, estendono i rami, allungano il passo, si soffermano su paesaggi geografici differenti, si cimentano con più linguaggi, ritornano e poi ripartono in un movimento che è ‘urbano’ anche nell’accezione di “civile”, permeato com’è da un umanesimo vissuto con attenzione e rispetto, dalla capacità di creare ponti tra epoche storiche e cronache locali, tra l’ancestrale e il ‘novissimo’. I versi di Davide Cortese navigano così tra miti e «canzoni antiche», approdano a Lisbona e a Venezia, volano a Bagdad, ballano in maschera a Dresda e percorrono le borgate romane insieme a Pasolini. Con Fernando Della Posta tocchiamo ancora le sponde di Venezia e, insieme, riscopriamo le contrade suburbane della gita fuori porta e i boschi lucani con i “matrimoni degli alberi” a raccogliere «figli sparpagliati per il mondo»; i suoi versi ci riconducono poi in città, in un centro sociale, a resistere allo smantellamento e a svelare la speranza e l’impegno: «perciò verranno altri sergenti del rigore, / ma opporremo le nostre barricate. / Le faremo con quello che sappiamo fare: / accumulare scarto ed operoso / costruire, scarcerare viole e graminacee». Con sostanziosi (vissuti, sì) esercizi di stile, Michele Ortore ci trasporta dalla Prospettiva Nevski de L’alba dentro l’imbrunire, con mete attese, vette, meditazioni, con  «il carmelo di domande», ai condomini in città scoppiettanti di allegri e serissimi “epichilogrammi”: «Fermati,  non lo vedi che stanno smontando l’eternit- / à?». Viviana Scarinci plana sulle declinazioni dell’amore, «bestia cronica», in versi lunghi distende supposizioni, dipana periodi ipotetici: «Se l’amore fosse tutto occhi e gli occhi fossero due bambini / litigiosi fino voltarsi le spalle, sarebbe la cecità». Tra rievocazioni e inseguimenti, Michela Zanarella prosegue e invita a proseguire un cammino alternativo alla liquidazione distratta, invoca la vocazione: –  «Chiamami a tornare / in quelle strade di grano / per farmi specchio ancora una volta / di quei colori spesso fraintesi  / in una nebbia che non ascolta.» e indica la sua scelta: «Ho scelto di andare / senza lasciare incompiuti i miei sogni / senza pensare che mi saresti mancato / come quando da bambina t’inseguivo / per le scale». Prestiamo ascolto – è il mio invito – a queste Diramazioni urbane.

©Anna Maria Curci

***

Davide Cortese

A Pier Paolo Pasolini

Nell’iride tua
è un dio ragazzo
che bacia nel buio dei cinema
e ruba ai morti
il fiore per l’amata viva.
Nell’iride tua
freme una notte di borgata
in cui angeli si sporcano
seppellendo un peccato.
Esulta nell’iride tua
una rondine sottratta alla morte.
È salva, ti vola e splende. (altro…)

Issne (Andarsene) di Nadia Mogini. Recensione di Paolo Steffan

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Issne (Andarsene) di Nadia Mogini. Recensione in forma di sonetto caudato non rimato

Come libro d’amore fatalmente
moncato dalla vita, Issne di Nadia
Mogini, è delicato femminile
valzer di una poesia che lenta irradia

la sensibilità di noi lettori
affranti dai rampanti poeti d’oggi.
Nadia ha esordito alla soglia dei… ‒ no,
non si dice, di lei e dei versi dolci

e dolorosi come schegge, tazze
infrante di cui leggere i bei cocci.
Non esordio, ma sboccio di corolla

fattasi verso di vento e di vetro
e di correlativi soggettivi
di nido candidato all’improvviso

……………….vuoto. Un male così
gridato ‒ sottovoce urlato ‒ viene
solo dal vero bene. Ed è orlo al pianto

………………..‒ inconcludente sbaglio ‒
solo l’orlo albo e mugugno e dialetto
come specchio ma caldo, come replica

………………..all’impotenza, al lento
stillicidio di fragole, davanti
alla morte. E così anche la mancanza

………………..nient’altro che dal tatto
viene determinata. Ma poi frana
in gelo di bellezza, in “nonsoché”.

.

© Paolo Steffan

Nadia Mogini, Issne (Andarsene), Roma, Edizioni Cofine, 2016 (Vincitore del premio “Città d’Ischitella – Pietro Giannone” 2016).

Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila

UnAltroVenetoCopertina

 

Maurizio Casagrande – Matteo Vercesi, Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila,  Roma, Edizioni Cofine, 2014

Propongo qui una scelta di poesie tratte dal volume curato da Maurizio Casagrande e Matteo Vercesi,  Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila.  Si tratta di una scelta che va intesa come  introduzione a una lettura di grandi ampiezza e spessore, sia per l’originalità sia per la varietà di accenti con la quale i temi trattati — veri e propri universali della poesia, tra le cui voci si leva, in misura più o meno esplicita, quella relativa alla questione della lingua, delle sue radici e della sua musicalità, del suo distinguersi da altre e delle sue forme di mescidanza  — vengono declinati, collegati, rinnovati. Nella premessa, Un Veneto «altro», Casagrande e Vercesi danno conto, nel presentare quadro d’insieme e filoni di ricerca, della presenza dei sedici poeti, i cui testi, insieme a note biografiche ben curate, compongono l’antologia:

«L’intento primario di noi curatori, tuttavia, era quello di restituire un’immagine significativa della poesia nei dialetti veneti nel periodo di transizione fra XX e XXI secolo senza vantare alcuna pretesa di esaustività, anche in ragione dello spazio limitato di cui potevamo disporre (144 pagine in tutto). Ci era quindi sembrato naturale e necessario da una parte restringere il campo d’indagine al solo territorio della regione rinunciando a priori, anche se a malincuore, a prendere in considerazione i poeti del Trentino, della Venezia Giulia, del Friuli o dell’Istria (da Marco Pola ad Ivan Crico, da Virgilio Giotti a Claudio Grisancich, da Loredana Bogliun a Libero Benussi); dall’altra si era stabilito di comune accordo di concedere spazio, accanto a nomi acclarati, a voci meno conosciute ma non meno significative di quest’area, senza porci vincoli cronologici troppo rigidi e spingendoci fino ai nostri giorni: un «altro» Veneto, appunto, nel senso che si tratta di poeti che magari non hanno avuto grande visibilità o notorietà, ma rappresentano in concreto i custodi di valori condivisi che non risultano affatto elitari ed al tempo stesso appaiono solidi ed universali, l’unico humus su cui si dovrebbe cominciare a ricostruire per davvero un Paese lacerato come il nostro.
Premesso che i dialettali puri sono in minoranza e che spesso il dialetto viene ad innervare la lingua, i poeti antologizzati sono i seguenti: Fernando Bandini, Ernesto Calzavara, Maurizio Casagrande, Luciano Cecchinel, Fabio Franzin, Andrea Longega, Romano Pascutto, Eugenio Tomiolo (curati da Matteo Vercesi); Luigi Bressan, Luciano Caniato, Carlo Della Corte, Sante Minetto, Marco Munaro, Nerina Noro, Bino Rebellato, Sandro Zanotto (a cura di Maurizio Casagrande). Se in questo elenco spicca l’assenza di un paio di province della Regione (Verona e Belluno, mentre Venezia, Padova, Rovigo, Treviso e Vicenza sono ben rappresentate), ancora più evidente risulta il numero assai ridotto di voci al femminile (una soltanto), variabili che dipendono non tanto dall’arbitrarietà delle scelte, ma da caratteri oggettivi della poesia veneta. Solo alcuni dei nostri autori hanno utilizzato in poesia unicamente il dialetto, mentre la maggior parte ha frequentato anche il registro della lingua che, se per qualcuno costituisce il codice prioritario (Della Corte, Rebellato e Bandini, che è anche poeta in latino), quando essa venga mescidata opportunamente al dialetto (è il caso di Della Corte, Rebellato, Zanotto, Caniato, Calzavara) consegue esiti sempre apprezzabili, né andrà taciuta la componente di sperimentazione sulle potenzialità inespresse della lingua e del dialetto, anche incrociandoli fra loro, che appartiene sicuramente ad autori come Bressan, Calzavara, Zanotto o altri. Dei 16 autori proposti, quasi la metà è composta da poeti viventi, sia allo scopo di suggerire una linea di continuità fra passato e presente, visto che la poesia, come tutte le arti, richiede un sostrato su cui poter attecchire, sia perché spesso accade anche nel dialetto che da poesia nasca nuova poesia.»

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Fernando Bandini

STA LINGUA

Sta lingua la xe quela
che doparava me nona stanote
vardandome da dentro la soàsa.
La boca stava sarà, le parole
mi le sentiva ciare.
Me nona
la ga imparà sta lingua da le anguane
che vien zo da le grote
co sona mesanote
caminando rasente le masiere:
e da le róse
dove le lava fódare e nissói
se sente ciof e ciof sora le piere
e te riva un ferume de parole
supià dal vento
che zola par le altane.
Me nona
se ga levà na note co le anguane
par vegnere in sità.
Par paura dei spiriti che va
de sbrindolon tel scuro
la diseva pai trosi la corona.
La xe rivà de matina bonora:
subito dopo un brolo de pomari
ghe iera case e case da ogni banda.
La domandava el nome de na strada,
scoltando na sirena
la xe rivà in filanda.
«Senti sta tosa come che la parla»,
i pensava vardandola tei oci
i botegari e i coci,
«la pare un stelarin che vien dai orti»…
Sta lingua
la so ma no la parlo,
la xe lingua de morti.

QUESTA LINGUA – Questa lingua è quella / che mia nonna adoperava stanotte / guardandomi da dentro la cornice. / La bocca restava chiusa, le parole / io le sentivo chiare. // Mia nonna / ha imparato questa lingua dalle fate d’acqua / che scendono dalle grotte / quando suona mezzanotte / camminando rasente le muricce; / e dalle rogge / dove lavano fodere e lenzuola / si sente ciof e ciof sulle pietre /e ti arriva una polvere di fieno di parole / soffiata dal vento / che vola attraverso le altane. // Mia nonna / si è alzata una notte assieme alle fate d’acqua / per venire in città. / Per paura degli spiriti che vanno / a zonzo nel buio / diceva per i sentieri il rosario. / È arrivata di mattina presto: / subito dopo un brolo di meli / c’erano case e case da ogni parte. // Chiedeva il nome di una strada, / ascoltando una sirena / è arrivata in filanda. / «Senti come parla questa ragazza», / pensavano guardandola negli occhi / i negozianti e i fiaccherai, / «sembra un fiorrancino che viene dagli orti»… // Questa lingua io / la so ma non la parlo, / è lingua di morti.

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Luigi Bressan

LUJA

Vieni oncora longa
luja, ca no jera
bon libararme da putèlo
parché no ghea capìo
la verità dea to fame.
Vieni oncora coe tete
molà, i ocj de cativo sono:
to fioi tuti i’ li ga magnà de late.
Vieni a dirme te na recja
el segreto, l’agresa
dolse dea to carne.

SCROFA – Vieni ancora lunga scrofa, da cui non riuscivo a liberarmi da bambino perché non avevo capito la verità della tua fame. Vieni ancora con le tette pendule, gli occhi di cattivo sonno: i tuoi figli tutti li hanno mangiati di latte. Vieni a dirmi in un orecchio il segreto, l’agrezza dolce della tua carne.

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Ernesto Calzavara

I PAVÉRI

Quando a la luna le done
le sèra su i scuri
e se vede le ombre
dei gati sui muri
– vien zó a rebaltón la note sui copi
mi me par de morir pian pian
de stuarme anca mi col sol
par impizar sti ciari falsi,
sti pavéri, che me tien in vita
cussì…par gnente
in mezo a tuta sta zente.

I LUCIGNOLI – Quando alla luna le donne / chiudono le finestre / e si vedono le ombre / dei gatti sui muri / – viene giù a rotoloni la notte sulle tegole / a me pare di morire piano piano / di spegnermi anch’io con il sole / per accendere questi lumi falsi, / questi lucignoli, che mi tengono in vita / così…per niente / in mezzo a tutta questa gente.

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Luciano Caniato

ALLUVIONE, 1951

E dopo l’à fato come un seciaro
ch’a semo ’ndà zo in cantina
e a l’emo catà su la bóta.
Pùnteghi sui travi
e scunti marturei sota ai cupi.
Ò zigà.
De cao la mussa ligà
sgiarava cucà in fumarine.
«Pina!» dó volte ò ciamà.
Le ave a l’ò viste za morte.
«Eco l’Óndese!» ò dito.
«Farun e pitone, me bele
galine ovarole! Più gninte!».
Ò trato vin dal spinelo
ché la note de l’aqua
liga al pensiero di morti
e a so’ndà par le scale
come un galo a ponaro.
[…]
cuòra e lezza in cusina
e in cantina pèsta da morto.
Nissun.
Du culunbi inpetrìi sul cacaro.
Zimiterio la note e zuéte.
Ma i puriti jè come i mussi:
gninte i magna s’i pianze
e quelo ch’a dise i parun
brusaoci i lo ga ch’a ne dura
de più d’un piovale d’istà.
Alora: «Su le maneghe»,
ò dito, «me zente!
Da chì a ne nasse sumenza
s’a speten ch’a lodama la tera
la parola busiara di siuri».

ALLUVIONE, 1951 – E dopo [il Po] ha fatto come un secchiaio / ché siamo andati giù in cantina / e l’abbiamo trovato sopra la botte. / Ratti sulle travi / e nascoste martore sotto le tegole. / Ho gridato. /Lontano l’asina legata / scalciava vinta in nebbioline / «Pina!» due volte ho chiamato. / Le api ho viste già morte. / «Ecco il 1911!» ho detto. / «Faraone e tacchini, mie belle / galline ovaiole! Più niente!» / Ho spillato vino / perché la notte dell’alluvione / lega al pensiero dei morti / e sono salito per le scale / come un gallo a pollaio. // […] fango e ancora fango in cucina / e in cantina fetore di morte. / Nessuno. / Due colombi instupiditi sull’albero dei cachi. / Cimitero la notte e civette. // Ma i poveri sono come gli asini: / non mangiano niente se piangono / e quello che dicono i padroni / è per loro un soffione che non dura / più d’un acquazzone estivo. / Allora «Rimbocchiamoci le maniche», / ho detto, «mia gente! / Da qui non nasce semente / se aspettiamo che concimi la terra / la parola bugiarda dei ricchi».

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Maurizio Casagrande

A COEI CA ME ’ÈSE

Sa ti xe uno de coei
ca gà du cojoni cussí
ca sa coeo cal voe
ca nissuni gheo toe
sa te te alsi ’a matina
e te ghè ciaro da rènte
tuti coanti i to afari
sa te te rangi in cuxina
sa te stè senpre insima
’fà l’ojo
sa po’ te piase el formajo
sa no te xughi de tajo
mi te digo ca fursi
no ghemo gnente da disse
noantri

AL MIO LETTORE – Se per caso sei uno di quelli / che ha due palle così / che sa ciò che vuole / e anche come ottenerlo / se ti alzi al mattino / e hai già ben chiari da subito / tutti quanti i tuoi obiettivi // se ti destreggi ai fornelli / se devi sempre sovrastare il prossimo / se poi adori il formaggio / se non conosci il coraggio // io direi che forse / non abbiamo nulla da dirci / noi due

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Luciano Cecchinel

TAI E DONTURA 

lengua dà zendadura
che scaturida
tu zabotéa, tu pèrz la ziera,
tu te incanta e tu crida
che pò de òlta tu inpenis la boca
fa na ziespa madura
ma par farte calèfa straca
fa de ’n òs dur che dura
lengua de la malora
sol par an miel de stela
o ’n coat de pezòla:
lengua tai e dontura

TAGLIO E GIUNTURA – lingua già spaccatura bruciante / che atterrita // balbetti, perdi la cera, / ti inceppi e gridi // che poi d’improvviso riempi la bocca / come una prugna matura // ma per farti sberleffo stanco / come di un osso duro che dura // lingua della malora / solo per un miele di stella // o un covo d’erica: / lingua taglio e giuntura

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Carlo Della Corte

COSSA VOL DIR? 

Qualchidun me ga dito: «A la to età».
Cossa vol dir? Ghe xe forse ’na età
par serte robe, ’na età par ’ste altre?
Se andassi tuti in mona, tuti via…
O resté qua, ma scondendove i oci
co le man, vardandove drento,
lassandome mi vecio o giovanoto
par poco ancora
far de conto da solo co la vita.

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Fabio Franzin

CRÈPI 

Zhèrti cèi, curti crèpi, tea tèra,
co’l sol la ssuga suìto,
dopo ’na spuaciàdha de piova tel sec.
Cussì ’e rughe drio ’l còl
scuro dei vèci. Quee che intìve
te mé pare, vègner fòra
soto ’l coét dea camìsa,
co’l sbassa un fià ’a testa.
Zhèrte, squasi invisìbii, sgrafàdhe del tenpo
tea fòdra dea vita.

SOLCHI – Certe piccole, corte crepe, nella terra, / quando il sole la asciuga subito / dopo uno sputo di pioggia sul secco. // Così le rughe dietro il collo / scuro dei vecchi. Quelle che scorgo / in mio padre, fuoriuscire / sotto il colletto della camicia, / quando abbassa un poco il capo. // Certi, impercettibili, graffi del tempo / nella fodera della vita.

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Andrea Longega

Senti che odor se capisse subito
che qua dentro ga dormìo
un omo solo
(ga da esser sta quelo
longo e séco che go incrosà
in sima de le scale).
Co i omeni xe soli
no i se cambia, i se lava poco,
la docia xe suta (na roba de manco
da netàr), i saoni xe ’ncora incartài,
i sugamani grandi piegai.
Se capisse subito se un omo
xe solo da sempre: co ’l se sistema
in un lèto a do piasse come questo
no ’l se snànara ben dapartuto
butando a reméngo le covèrte
ma el se tien ben stréto
tuto da na parte
quasi el dormisse ’ncora
in quel lèto picolo
che ’l gaveva da putèlo.

Senti che odore si capisce subito / che qui dentro ha dormito / un uomo solo / (deve essere stato quello / alto e magro che ho incrociato / in cima alle scale). / Quando gli uomini sono soli / non si cambiano, si lavano poco, / la doccia è asciutta (una cosa in meno / da pulire), i saponi sono ancora sigillati, / gli asciugamani grandi piegati. // Si capisce subito se un uomo / è solo da sempre: quando si sistema / in un letto a due piazze come questo / non vi si abbandona / mettendo sottosopra le coperte / ma si tiene ben stretto / tutto da una parte / quasi dormisse ancora / in quel letto piccolo / che aveva da bambino.

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Sante (Tino) Minetto

Soto i me oci

Cascava, me recordo,
cascava giusto el dì de San Martìn.
Sui campi e sui tabari on déo de brósema,
bestie e boàri a la remota in stala;
mi coi penòti,
ma dal gastaldo, al caldo, – sto buèlo! –
goti de vin noèlo
e slèpe de polenta infasollà.
A la vigilia, mi, come ogni sera
rivando da Bertìn – lu sempre pézo! –
lo cato sol pajón pontà sui gumbi,
tuto de sbiègo e i piè de picolón.
– Scóltame! – el dise alsandose in sentón,
pi rùstego che mai, sto foganèlo!
E po’ a fadiga e coàsi par dispeto
el màstega parole dùbie e tùrbie
cofà on indovinelo.
Ma intanto el se desgrava del magón
e dopo, almanco, el se rimete chièto
e tutto se finìo, cussì me pare.
Infatti el giorno drìo lo trovo mèjo,
co n’altra sièra e voia de schersare.
El ghéa parsìn magnà, beù, cagà…
Pòro Bertín!
E’ po de paca, sofegà da on sbóco,
gnanca vint’ani, el ga incrosà le ale.
Al funerale, mi, so mare e on can.

Cussì, soto i me oci, a l’improvviso!
Ma lu el se la sentìa, se pol giurarghe,
za da la sera vanti
coàndo che alsà in sentón sol cavassale
arfiando e mutegando el me diséa:
– Stímito ch’el faría pecà mortale
on drugo ingolosío
come mi…
come ti…
òpare ca no ghémo arte né parte…
e gnente da prométarghe…
Chieve ’l se ingropa e mi vardando in volta,
a fasso finta de no vèr sentìo.
E alora lu, col gòsso pièn de rànteghi…
– Anca se fusse no me son pentío;
e lo sa Dio se ghe ga piàsso, e coànto! –

[…]

E lí davanti ai morti,
duro inverío,
me son sbrocà col me latin boàro
e ghe go dito ’l vero a Cristodío:
– Bertín Segúro no ’l se ga pentío
par na passión…
che in fin dei conti no la xe on delito,
ma ’l ga crià, mi ghe scometo, e tanto,
anca se de scondón,
par no ’vèr bu rasón,
miseria e malatía, de on so dirito.

SOTTO I MIEI OCCHI Cadeva, mi ricordo, / cadeva proprio il giorno di San Martino. / Sui campi e sui mantelli un dito di brina, / bestie e bovari a riparo nelle stalle; / io con la pelle d’oca, / ma dal gastaldo, al caldo – quella canaglia! – / bicchieri di vino novello / e fettone di polenta in fagiolata. // Alla vigilia,io, come ogni sera / arrivando da Bertín – lui sempre peggio! – / lo trovo sul pagliericcio appoggiato ai gomiti, / tutto di traverso, e coi piedi penzoloni. // – Ascoltami! – / dice alzandosi a sedere / più che mai selvatico, questo foganèlo! / E poi a fatica e quasi per dispetto / mastica parole dubbie e torbide / come un indovinello. // Ma intanto si libera da un peso / e dopo, almeno, ritorna tranquillo / e tutto è finito, così mi pare. // Infatti il giorno dopo lo trovo meglio, / con tutt’altra cera e voglia di scherzare. / Aveva persino mangiato, bevuto, caccato… / Povero Bertín! / E poi di colpo, soffocato da uno sbocco, / neanche vent’anni, el ga incrosà le ale. // Al funerale, io, sua madre e un cane. // Così, sotto i miei occhi, all’improvviso! / Ma lui se lo sentiva, si può giurarlo, / già dalla sera prima / quando alzatosi a sedere sul capezzale / ansimando e mutegando mi diceva: / – Credi che farebbe peccato mortale / un selvatico ingolosito / come me… / come te… / òpare che non abbiamo arte né parte… / e niente da prometterle… / Qui si commuove ed io guardando in giro / fingo di non aver sentito. / E allora lui, con la gola piena di rantoli… / – Anche se fosse non mi son pentito; e lo sa Dio se le è piaciuto, e quanto! – // […] // E lì davanti ai morti, / duro come un vetro, / mi sono sfogato col me latín boàro / e ho detto la verità a Cristodio: / – Bertín Segúro non si è pentito / per una passione… / che in fin dei conti non è un delitto, / ma ha pianto, ci scommetto, e tanto, / anche se di nascosto, / per non avere avuto ragione, / a causa della miseria e della malattia, di un suo diritto.

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Marco Munaro

I POÈT AD SÈT AN

A P. Demeny
A Arturo e Bona

E me mama, sarand al lìbar dal Duér,
la sa stimaa, cuntenta, senza védar,
in ti òcc azur e sot’ a la front pina ad bógne,
l’anima dal so putìn ch’ag gnéa ingósa.
Tut al dì al sudaa ubidienza; tan
inteligént; ma di tic négar, di trat
i parea pruar cl’era ’n basapiléte.
’N tl’ombra di curidór macià ’d mufa,
pasand al tiraa la lengua, i du pugn
’n tl’angunaia, e ’n t’ òcc sarà ’l vdéa di punt.
’Na porta la svarzea ’n sla sira: a la lum
’l vdéa, là, alt, ch’al rantulaa su la rampa,
sot’ a un mar ad lus tacà pingulón al tét. L’istà
soratut, vint, stupid, l’éra tantà
’d sarars in tl’òra di cèss.
Là, al pensaa, chiét, e al snasaa.
Quand, lavà dai udor dal giórn, l’òrt
dadré la ca’, in ’nvèrn, al s’inlunea,
culgà sot’ a un mur, ’nvlà ’n tla smalta
al fracaa, par incantasmars, l’òc stórno,
e ’l scultaa buligar i pai marz patòcch.
Pietà! L’era parént sól di chi putlét
che, magar indult, senza bréta, òcc balutón,
i cazaa di dì cme spròc zaj e negar ad léza
sot’ a di vistì chi sea da nanìn e da vec
e i ciacaraa e iéra blin cme i òcch.
E s’ l’al cataa inpgnà a far pietà e scaréz,
so madar la sa spaantìa; l’èssar téndar, fónd,
dal putlét as butaa sóra cal sguiz.
L’éra bón. Lé la ghea l’òc azur, – busiard!
A sèt an, al faséa di poèma, sul vivar
’n tal grand desert, a la bataìza, Lìbar,
bosch, sói, rie, saane! – Al s’iutaa
con di giurnai ’nlustrà in dóa ca, rós impizz, al vdéa
dle Spagnóle ridar e dle ’Taliane.
Quand c’la gnea, l’òc négar, mata, vistida cme ’na zigagna,
– òt an – la fióla di operai darént,
la putleta salvadga l’ag déa ’na branculada
in tn àngul, e adòss, e squasand le treze,
e lu l’era sóta ad lé e ag tacaa ’ncòst co i dént a le culate
parché le la purtaa minga mai le mudande;
– lu, tramurtì e tut a forza ad pugn e panade,
as purtaa i saór dla so pèl ’n tla càmara.
Che burdighìn le dménghe smòrte ad dizémbar,

quand, ’ncraatà, su ’n ghiridón ad nós
al lzéa ’n Evangél piturà verd-càul;
di sógn ’l turmataa ogni nòt ’n tal lèt.
’N vléa brisa ben a Dio; ma ai òmm, c’a basóra,
négar, co ’na blusa, al vdéa turnar da la Fècula,
o al marcà indo’ cla zént la crida e la rid
sot’ a ’n smartlamént ad campane.
Al s’insugnaa di prà amurós, e onde
d’lus, udor san, sbuciars d’or,
ch’i s’àgita calm e i ciapa ’l vól.
Ag piaséa soratut star al scur,
quand, ’n tla càmara nuda co le persiane sarade,
alta, blu, pina agra d’umidità,
al lzéa al so poèma mai fnì da meditar,
pin ad ziél zzai lurid e piope ’ngade,
ad fior ’d carn ’n ti bosch ’d falistre s-ciupà,
strambalón, crudàr, in tal fòss e scaréz!
– Intant ca ’s fasea ’l rumor dal culmèl
in bas, – sól, e cucià su dle pèze ad téla
gréza, e strulicand viulent la véla!

26 mag 1871.

I POETI DI SETTE ANNI – E mia madre, chiudendo il libro del Dovere / si compiaceva, soddisfatta, senza vedere, / negli occhi azzurri e sotto la fronte piena di bernoccoli, / l’anima del suo bambino che aveva schifo. // Tutto il giorno sudava obbedienza; tanto / intelligente; ma dei tic neri, dei tratti / parevano provare che la sua devozione era falsa. / Nell’ombra dei corridoi macchiati di muffa, / passando tirava la lingua, i due pugni / in tasca (all’inguine), e negli occhi vedeva dei punti. / Una porta si apriva sulla sera: al lume, / lo vedevano là, alto, rantolare sulla rampa, / sotto un mare di luce attaccato penzoloni al tetto. L’estate / soprattutto, vinto, istupidito, era tentato / di chiudersi nell’ombra fresca dei cessi. / Là, pensava, quieto, e annusava. // Quando, lavato dagli odori del giorno, l’orto / dietro casa, in inverno, s’illunava, / sdraiato sotto un muro, avvolto nel fango / premeva, per suscitare immagini incantate, l’occhio storno, / e ascoltava brulicare i pali completamente marci. / Pietà! Riconosceva amici solo quei ragazzi / che, magrissimi, senza berretto, occhi sporgenti, / cacciavano dita come spini gialle e nere di fanghiglia e sterco, / sotto dei vestiti che sapevano di infante e di avi / e chiacchieravano, dolcemente idioti, come ochi. / E se lo sorprendeva intento nella sua pietà e nel suo ribrezzo / la madre si spaventava; l’essere tenero, fondo, / del ragazzo si gettava su quel trasalimento. / Era buono. Lei aveva l’occhio azzurro, – bugiardo! // A sette anni, faceva poemi, sul vivere / nel gran deserto, affocato, Libero, / boschi, soli, rive, savane! – Si aiutava / con dei giornali illustrati dove, rosso acceso, vedeva / delle Spagnole ridere e delle Italiane. // Quando veniva, l’occhio nero, matta, vestita come una zingara, / – otto anni – la figlia degli operai vicini, / la ragazza salvatica gli dava una strapazzata / in un angolo, e addosso, e squassando le trecce, / e lui era sotto di lei e le mordeva il culo / perché lei non portava mica mai le mutande; / – lui, mezzo tramortito a forza di pugni e calci, / si portava i sapori della sua pelle in camera. // Che struggimento le domeniche smorte di dicembre, / quando, incravattato, su un comodino di noce, / leggeva un Vangelo dipinto verde-cavolo; / dei sogni lo tormentavano ogni notte nel letto. / Non amava Dio; ma gli uomini che, verso sera, / neri, in camicia, vedeva tornare dalla Fecola, / o al mercato, dove la gente grida e ride / sotto uno smartellamento di campane. / Sognava prati amorosi, e onde / di luce, odori sani, sbocciare d’oro, / che s’agitano calmi e prendono il volo. // Gli piaceva sopra tutto stare al buio, / quando, nella camera nuda con le persiane chiuse, / alta, blu, piena acre di umidità, / leggeva il suo poema mai finito di meditare, / pieno di cieli gialli luridi e pioppe annegate, / di fiori di carne nei boschi di faville scoppiati, / vertigine, crolli, deragliamenti e brividi! / – Mentre maturava il rumore nella via / in basso, – solo, e piegato su delle pezze di tela / grezza, e strolicando violento la vela!

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Nerina Noro

VICENZA  

su le to strade
go reçità
la me vita.
Giorno par giorno
te go fotografà
dentro ’n tei oci.
Te porto con mi
dapartuto, ’n tel sangue.
Ghe xe i me morti
soto ’sta tera!
’N te la to aria
ghe xe le so vose,
se tuto tase
sento anca el fià.
Dentro al to gnaro
mi trovo tuto:
pianto, speransa,
sogni desfà.
Trovo anca i basi
che go ciapà.

VICENZA Le so vose: le loro voci. Fià: fiato. Gnaro: nido. Desfà: disfatti.

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Romano Pascutto

’NA CARTUINA DAL CARSO

Me pare mort l’è sta un bon patriota,
ma no l’ha mai fat nissuna confusion
fra patria e bae che conta la storia.
L’è partì lassando me mare a strussar
co sie fioeti picui, pessoni e cagoni.
’Na volta dal Carso n’ha mandà lustra
’na cartuina co sie bugnigui sentadi
sora l’urinal e ’na trombeta in boca.
Sora gera scrit in grando: W L’ITALIA!
Te domande de perdonarme, popolo mio:
co sinte i fassisti parlar de patria
me vien in ment i sie fioeti sentadi
su l’urinal, che i sonava par davanti
e co pi’ gusto trombetava par dadrìo.

UNA CARTOLINA DAL CARSO – Mio padre morto è stato un buon patriota, / ma non ha mai fatto nessuna confusione / fra patria e balle che racconta la storia. / È partito lasciando mia madre a penare / con sei figli piccoli, con il moccio al naso. / Una volta dal Carso ci ha mandato lucente / una cartolina con sei bambini seduti / sull’orinale e una trombetta in bocca. / Sopra era scritto in grande: W L’ITALIA! / Ti domando di perdonarmi, popolo mio: / quando sento i fascisti parlar di patria / mi vengono in mente i sei bambini seduti / sull’orinale, che suonavano per davanti / e con più gusto trombettavano per didietro.

.

Bino Rebellato

’NA BEA MATINA

’Ntel pantan de vermi che so mi
gnen drento tuto ’l gòdarse
de ’a bea matina. Canpi taraji
visèe fiuri nuvoe no i ga gnente
de ’a legra furia
che me rabalta.
Ghe n’avesse na s’cianta
osèi montagne buschi malghe çiéo
che gnancora se move.

UNA BELLA MATTINA – In questo pantano di vermi che sono io / viene dentro tutto il godersi / della bella mattina. Campi terragli / vigne fiori nuvole non hanno niente / della allegra furia / che mi stramazza. / Ne avessero un poco / uccelli montagne boschi malghe cielo / che ancora non si muovono.

.

Eugenio Tomiolo

Mi no go gnente e so de pochi schei
e cô camino no go fermo el passo;
vogio cantar, ma me go poca vose,
strete de colo le camise,
el sangue bate ne la testa voda,
galine che starnassa xe el pensier,
me frua la costa el respirar ansioso,
gnente de bon me speto, e son contento.

Io non ho niente e sono di pochi soldi / e quando cammino non ho fermo il passo; / voglio cantare, ma ho poca voce, / strette di collo ho tutte le camicie, / il sangue batte nella testa vuota, / galline che starnazzano è il pensiero, / mi consuma la costola il respiro ansioso, / niente di buono mi aspetto, e sono contento.

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Sandro Zanotto

COFÀ UN PESSE DA FONDI

Sentai tacà na ribola da tendare
no se pole scalumare le rive verte.
anca se no te voi se va drio na carezà
sensa cormei da segnarla. Drio ste aque
marse e ferme da senpre.
Co l’ocio no varda le rive, el cata na facia
che vien su dal pantasso cofà un pesse
da fondi («ergo age, fallaci timide
confide figurae»): no se la vede ben
ma la ghe xe, svelta cofà na scaja
che salta su l’aqua, co la se ferma
la va soto e te la perdi.
Quei che va, ga el so purgatorio
senpre distante dai slarghi,
qua in sto palùo de l’anema
ghe saremo senpre in neterno amen:
chi ga la so fede no xe mai rivà.

COME UN PESCE CHE VIVE NEL FONDO – Seduto accanto a una barra di timone a cui badare / non si possono osservare con attenzione le sponde aperte. / Anche non volendo si segue una carreggiata / senza paracarri che la seguano, dietro queste acque / putride e ferme da sempre. / Quando l’occhio non guarda le sponde, trova un volto / che sale dal profondo stomaco come un pesce / che vive nel fondo («ergo age, fallaci timide / confide figurae»): non lo si vede bene / ma c’è, svelto come un sasso piatto / che salta sull’acqua quando si ferma / si immerge e lo perdi. / Quelli che vanno, hanno il loro purgatorio / sempre lontano dai luoghi aperti, / qui in questa palude dell’anima / ci saremo sempre in eterno amen: / chi ha la sua fede non è mai arrivato.

Mario Melis, Notizie dall’Isola

MelisCopertina

 

Mario Melis, Notizie dall’Isola, Edizioni Cofine 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Ha sempre chiari dinanzi a sé l’impegno e la responsabilità la parola che si manifesta, si snoda, si articola e congiunge in sapienti enjambement in Notizie dall’Isola di Mario Melis. Non è tanto questione di chiedersi se scavalcare o meno il divieto formulato da Adorno circa l’impossibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz: Mario Melis ha perfetta coscienza dell’obbligo del confronto con l’enormità, con l’inaudito, ma sa, al contempo, che questo è stato sempre – nella poesia intesa nel senso più alto e pieno del termine – il compito della parola che crea, che istituisce ponti, che illumina connessioni, che mette a nudo lo scandalo. Ecco dunque perché l’opera va letta nella sua interezza e nella sua continuità, con l’Isola – concreta e immaginata, metafora esistenziale e Itaca di un immaginario che assume forme diverse nel tempo – approdo, punto di partenza, nodo e realtà ‘altra’.

Proviamo dunque a seguire alcuni itinerari nell’Isola. Ciascuno di essi avrà un filo conduttore. Ferma restando, infatti, la coerenza interna dell’opera, sottolineata, come vedremo più avanti, dall’autore stesso nella nota che conclude il volume – non possono e non devono essere ignorati alcuni sentieri che il poeta sceglie con una lucidità programmatica che non sacrifica il complesso sull’altare di una bellezza ignara, tranquillizzante e, pertanto, innocua.

Il primo dei sentieri che percorreremo, con i versi dell’autore, alcuni in doppia versione, in spagnolo e in italiano, è lastricato con il ricordo di chi ci ha preceduto, memoria di transiti con gradi differenziati di notorietà: da tutti loro proviene, urgente, la richiesta a un dialogo e, di conseguenza, a un’analisi o a un riesame della nostra esistenza alla luce della comunicazione con essi:

II

¿Porque piensas a la guerra de Troya?
Este perfil de la precariedad
sin embargo como si no vivieras
y yo no vivo
a oscuras que te pienso
a la raíz de la sangre
en la cadencia de las paradas
nocturnas de las estaciones
en la distancia lateral de la casa
donde no se llega nunca.
Una tarde y vuelve en el recuerdo
en el interior desvanecer
resistes a la negación de la historia
‘aquella niña no existe mas’
en el balanceo del barco
desatando en el ejercicio de los gestos
aceptas como Ulises morir.

II

Perché pensi ancora alla guerra di Troia?
Quest’ombra che sta davanti o dietro
la sagoma della precarietà
eppure come se tu non vivessi
e io non vivo ignara che ti penso
alla radice del sangue
alla cadenza delle fermate
notturne alla stazione
nella distanza laterale della casa
dove non si giunge mai.
Una sera e torna nel ricordo
nel vanire interiore
resisti alla negazione della storia
“quella bambina non esiste più”
nel dondolio della barca
scegliendo nel moto dei gesti
come Ulisse di morire.

(pp. 7-8)

* * *

Ma non possono essere morti i morti e i vivi
Perché è il loro travaglio che li cerca,
sebbene per un episodio trapassato
di travestimenti uguali di entrambi.
Hanno atteso gli alberi senza speranza
un focolare e la casa,
ombre modellate di me e mi modellano,
ciascuno con un nome e i sinonimi
con il tepore della mia presenza, testimoni,
attendiamo la resurrezione, la replica.
Perciò dopo la tua partenza
la finzione di essere tornata,
due volte è morto il gatto Pessoa,
ma con un nome diverso.
E al fresco seminare di bambini
ha aperto le palpebre la città materna,
agli esuli, ma anche da essa esuli all’alba.

(p. 11)

Il ricordo, la memoria sono collegati intimamente al mito e all’epica classica – Omero innanzitutto – da un lato e alla Storia dall’altro. Il mito e l’epica classica attraversano la raccolta con la forza di un pungolo al pensiero, ché il sogno non è mai fuga dalla realtà, ma, al contrario, intuizione più alta della vera realtà. Né è mai indolore questo sogno, sempre cosciente – come Euridice – del precario, del transitorio, del rimpianto, e la bellezza per antonomasia, Elena di Troia, ne esce trasfigurata, sì, ma dalla sofferenza, ridimensionata, o meglio, in altra dimensione:

 

[…]
Nell’arte innocente della sera
la premessa è ricordare
con un andamento quieto
come quando si scendono le scale:
così il tramonto imprime sopra il volto di ieri
il reticolo di rughe.
“Starò attenta a non sfuggirmi” disse
ma ero io a parlare Elena del sogno.
L’avessi lasciata a un angolo di strada
per ritrovarla
in un accordo tra la penna e l’albero di fuori.

(p. 14)

* * *

Lettera

Senza il focolare dei tuoi occhi
nella foto sfocata delle parole che guardano i ninnoli
sugli scaffali della libreria,
siamo rimasti tu e io Elena
la contadina di Itaca nel sogno.
Entro ogni parola, divisa, il suo confine.
Per approdare all’impasto della voce dell’isola.
Il masso sulla strada donde esala
dal comignolo il fumo di memorie,
nella notte mugola il lamento
ognuno alle proprie case.
I defunti di Troia.
Le sagome dei soldati dentro il foro
confitte al gioco di guerre di parvenze,
con il ricordo nello sguardo obliquo
della fotografia, per scalare le mura
della città assediata.

(p. 25)

* * *

[…]
Ha steso la mano a una scheggia di legno
scolpita in simulacro di bambino
come scende i gradini Euridice
per un senso del corpo
quando arretra la mano per toccarsi
o il rimpianto del proprio nome
prima della pronuncia.
Vive e muore così.
“Sono e non sono Atalaia?” domanda,
saltando all’altro fronte delle parole
che si tralasciano
scivolate dal letto dell’amore.

(p. 31)

La Storia è il perpetuarsi dell’orrore; di quell’orrore la Shoah ha dispiegato l’estremo, spesso presentato come indicibile. Non da Melis. Come afferma, infatti,  l’autore nelle Note: «Scrivere dunque, significa scrivere sempre di Auschwitz e qui lo tento espressamente.» Ma che cosa significa “scrivere di Auschwitz”? Nel componimento centrale di Notizie dall’isola, Alla ragazza di Auschwitz, troviamo una risposta. La scrittura, qui,  nella sua sapiente compostezza e nel suo procedere denso e profondo, autentica poesia, aspira sempre e da sempre alla sublimazione del reale. Ma, ribatte Melis, non può dimenticare il Tempo, il suo scorrere, i suoi solchi, le sue catastrofi, le sue sopraffazioni, le vittime, i carnefici, i posteri e i coevi muti, i vocianti, i corresponsabili, i complici, gli ignari e gli ignavi.

Alla ragazza di Auschwitz

I
Leggo una notizia sul giornale,
misuri i passi fino alla finestra
e seguirai la lenta decadenza delle stelle
mi domando
Mai l’ora è la sua stessa ora.
O arretra: l’aria di un altro tempo,
l’immagine di un amante.
Era il fumo di un autistico sogno
esalato da una radura di alberi stranieri
o corre avanti nell’attesa
come le anime di una radiografia
o un orologio retrogrado sepolto
tra le vene del polso
una vecchia foto per domani
non quella della ragazza sul computer.
Occupa i possessivi dello spazio
quando vogliono toccare le parole.

II
E tu venivi per un ombroso vicolo.
Ti presto i miei pensieri della strada.
Sorprendi che possano abitare corpi umani
dentro il nome dell’isola
come solo l’amore senza ragione è eterno
contemplando la caducità di un paesaggio dal balcone.
Secondo la convenzione verrà anche l’inverno
all’isola tra intervalli di acque
e cadranno le foglie di una donna
in attesa di un frutto.
Il velo che copre il silenzio al fondo
perché le case recludono fuori
inciampando le tracce del cammino

(pp. 27-28)

«Il passato non è morto, non è neanche passato», scriveva Faulkner in Requiem per una monaca, in una frase poi ripresa da Christa Wolf in Trama d’infanzia. Nelle Note a Notizie dall’isola, Melis scrive: «passato e presente si confondono». Sono intimamente collegati, dialogano tra di loro mossi da un nuovo sentimento del tempo nel quale essere e divenire, agire e subire, partire (dall’isola) e restare (nell’isola), accadere e non accadere oltrepassano i confini reciproci, andando incontro l’uno all’altro polo :

Piccole fosse davanti alla soglia
Quando l’ombra dell’anabasi dei passi
L’eredità di un nome conduce
La sera si può intraprendere
Lo scricchiolio che fa la strada
Nella biforcazione dei capelli.
Col ginocchio si scala la sponda del letto
Perché nei particolari si concentrano
Le morte azioni dei vivi
Della casa si lascia la sua assenza

Questo non accadere
È solo un altro accadere:
Dalla radice di un albero
Alla punta di un’agonia
Il passo oscuro di una voce corporea
Udita un giorno e certo moritura
Ritrovata nelle sottolineature di un libro
Della quale avremmo dovuto
Essere contemporanei
Ora nel viaggio del nostos
Nel nostro spazio interiore
E si rinuncia al sentiero che sbocca al mare oceano
Per ascoltare un nome

(p. 17)

*  *  *

[…]
Le lettere nel percorso degli occhi
si annullano nel libro
come il gorgo la sera
inghiottite ai margini del bosco
l’autobiografia degli alberi.

Dallo spiraglio del corpo
l’immagine dissolta dalla foto
la donna giunta da un nome:
l’ascolto di un suono in alto
come un frammento d’ostia alla finestra.

(p. 21)

E allora, ancora, che cosa significa «scrivere di Auschwitz»? Significa che la parola è cosciente della propria impossibilità di essere salvifica, ma che non rinuncia alla propria responsabilità. Allora, la sua “tensione morale” si manifesta e deve manifestarsi anche nella cura e nella ricerca, del nome e del ritmo, della flessione e della misura (qui molto varia, ché accanto agli endecasillabi e ai settenari troviamo molti varietà di versi), in un alternarsi non scontato, ma dettato dalla materia di cui si nutrono:

Invece il tempo sospeso nello spazio
un intervallo tra sé e sé
una discesa contraddittoria di fiume
nell’umiltà delle parole
fino al silenzio come una preghiera
che si specchiava al di là dello sguardo
solo credevi inutile partire
per tornare rimanendo nell’isola.
Una diversa distanza dei pronomi.

(p. 24)

* * *

La consonante aleph o il moto della laringe
se il mondo comincia per vocale.
Dirama l’albero ma oppone il silenzio.
Quando sospendo il fiato prima di pronunciare
tutto giace nel grembo del preludio:
un bambino dentro la placenta
e pennuti nell’aia dalla finestra schiusa
al chiaro della luna
Ieri c’era ancora la ragazza,
tesa alla vita della deportazione.

(p. 37)

* * *

[…]
Si ignora il nome dell’isola
quello che cerca e quello che è cercato
entrambe nostre.
Non accolse i nomi
eppure sono annessi dall’esterno
nello stesso giardino
le voraci formiche della carta.
Chiedono
se torneranno a casa dentro il sogno
senza tempi come la luce
o se si possa trasferirla a un altro.
In mezzo c’è il battello della lingua.

(p. 38)

Ma, ed ecco la coerenza interna alla quale aspira e che senz’altro raggiunge Melis in Notizie dall’isola, solo la parola che assume il carico pesante, fradicio di pioggia, del tempo, che della lingua sa e sa adoperare, operando scelte responsabili, accezioni, coniugazioni e flessione, solo questa parola è poesia, anche se inizia, anzi proprio perché inizia con un riferimento, capovolto con serissimo umorismo, alla grammatica valenziale e alla ‘leggendaria’ valenza zero del verbo “piovere” in italiano:

Il soggetto di tutto il tempo piove.
La poesia è piovosa.
Il noce disgregato delle gocce
entro la ragnatela
avanza dall’altro marciapiede
e attraversa la strada sospinto dalla pioggia
la tua pietà che cade goccia a goccia,
infeconda come un bisogno di madre
per una selvaggina di parole.
I passi come
una striscia di Morse,
forse dalla radice di morire,
dove si può cadere negli spazi
e oltre la storia con le mani tese
la soledad dell’acqua.

(p. 43)

Ben lungi dall’essere, come il verbo “piovere”, “zerovalente”, la poesia di Mario Melis trova nella coerenza dei suoi vari aspetti, delle sue ‘valenze’, un punto di forza fuori dal comune e un indubbio, robustissimo valore.

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Mario Melis è nato a Roma il 2 febbraio 1942 e vive a Palestrina (RM).
Ha insegnato lettere in un istituto statale della Capitale. Ha pubblicato ricerche di carattere storico-archeologico e il libro di poesie L’altro (Roma, Ed. Cofine, 2004).
Sue poesie sono presenti sul sito www.poetidelparco.it.