editrice ZONA

I poeti della domenica #190: Giuliano Mesa, Di una vita…

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Giuliano Mesa, Da I quattro quaderni, Zona, 2000 (ora in Poesie 1973/2008, La camera verde, 2010)

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(di una vita non rimane quasi niente
e quello che rimane, spesso, non è vero)
(prendi a misura, adesso, com’è il rumore,
fuori, della notte)

(di più falso non c’è nulla
che il voler dire il vero)
(è vero questo approssimarsi.
è vero che a qualcosa, sempre,
noi ci approssimiamo
– anzi, ci avviciniamo,
che suona meglio,
ed è meglio di niente)

Giocatrici more uxorio

cover-fiorletta2Ho provato a seguire i consigli di Francesca Fiorletta (Dieci buoni motivi per NON leggere More Uxorio) e mi sono così azzardato a (non) leggere More Uxorio portandolo alle labbra come un bicchiere (rigorosamente blu e Ikea)  mantenuto rigorosamente sempre pieno e berne lentamente con discrezione e curiosità.
A Francesca Fiorletta la linearità della prosa non piace; è palese il bisogno della deviazione e della distrazione delle parole, libere di accoppiarsi o inseguirsi senza alcuna preoccupazione o scrupolo per il miscelarsi dei riferimenti verbali e delle parti, garantendo la continua e pacifica reversibilità del rapporto soggetto/oggetto. È importante sapere chi parla a chi, quando l’unico riferimento sono una sedia mezza rotta, bicchieri blu e un nome? Assolutamente no, e il dialogo allora può procedere imperterrito per ascolti e per suggestioni; le parole si susseguono per assonanza, immagini, ricordi e nei ricordi, nelle immagini, nei suoni muoiono e rinascono rinnovate. Il matrimonio è anche questo: rinnovarsi nell’incontro e nella fusione. Sorseggiando il libro, su cui si è già scritto tanto e bene, non è stato facile sedersi ai bordi della stanza e con non poca discrezione assistere ammutolito e imbelle a questa solenne intimità, nella paura che le parole, libere, mi si rivolgessero contro; io, maschio così estraneo ad un legame intimamente e archetipicamente femminile. Ho chiuso gli occhi allora e immediato è riaffiorato alla memoria un quadro, così archetipicamente maschile: I giocatori di Paul Cézanne. Non è stato poi difficile recuperare il filo, partendo da quelle carte rivelate nel silenzio, protette da mani e cappelli (Silenzio. C’è un blu di pioggia, dentro…), fino alla bottiglia, lì precisa nel mezzo, fonte comune e reciproca del dissetarsi.

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Non comprare niente che sia d’oro, per la nuova casa, perché è lì che andrai a vivere presto, non è vero? Non appena avrete cacciato via tutti gli invitati, non appena avrà smesso di piovere, quando sarà finito lo champagne.

Appare come la descrizione di un “gioco” il libro di Francesca Fiorletta. Gioco inteso nella stessa accezione di Roger Caillois, attività libera nel suo essere spontanea e immediata, separata nel suo contesto spaziale e temporale, incerta nella sua indefinizione temporale, improduttiva perché non aggiunge nulla ma si arricchisce di se stessa e allo stesso tempo regolata e fittizia nel suo essere. Un gioco a cui non è chiesto di partecipare, ma di goderne la “visione” come  rappresentazione dell’umano. Uomo o donna, giocatori o giocatrici, come li ha colti Cézanne nel loro essere separati nella postura (spazio) e nell’alternanza (tempo), ma profondamente intimi nell’intento.

La narrazione è un gioco d’intese, col muso duro, il cuore moscio, le mani flosce, i manicotti raffazzonati, la paccottiglia dell’apparato critico da digerire.

© Jacopo Ninni

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Francesca Fiorletta, More Uxorio, ed. Zona 2015

Claudio Pescetelli, Roma Beat (anteprima)

ROMA BEAT - copertina prima

 

Claudio Pescetelli, Roma Beat, Zona Editrice 2015

Immaginate di poter proseguire, attraverso la lettura di un libro, una conversazione che avete iniziato, appena ventenni, con un amico. Quella conversazione, come avveniva spesso, verteva sui ricordi, ancora molto freschi, che provenivano dai banchi di scuola. Immaginate che quella scuola di cui vi raccontava l’amico sia la scuola nella quale insegnate da tanti anni. Immaginate di aver conosciuto e apprezzato, come colleghi, alcuni dei professori del vostro amico. Immaginate, ancora, che quella conversazione, che partiva dai banchi di scuola, si allargasse immediatamente alle passioni comuni, o meglio “alla” passione per eccellenza, quella per la musica, quella che vi spingeva, tra l’altro, a trascorrere la domenica mattina nella galleria semibuia che collega Piazzale della Radio con il dispiego di colori delle bancarelle di Porta Portese. A far cosa? Ma a scambiare vinili, sfiancati dall’ascolto e sempre inseguiti e curati, a cos’altro?  La passione per la musica che vi faceva sussurrare o gridare (a mo’ di quel “Klopstock” pronunciato ne I dolori del giovane Werther) il nome di gruppi sentiti come propri grazie al piacere della ricerca e della scoperta. Immaginate di leggere Roma Beat di Claudio Pescetelli e trovare, ampliato e amplificato, con un suono nitido, il tono familiare e sempre nuovo di quella conversazione. Se immaginate tutto questo, comprenderete la gioia nel percorrere questo “ponte della musica” visionario e tuttavia assai concreto. Roma Beat è una cronaca appassionata e documentata fin nel minimo dettaglio non solo della scena underground, dell’universo beat a Roma, dal 13 febbraio 1965 all’11 ottobre 1970, ma anche del contesto sociale e politico in cui si muovono i giovani che danno vita in quegli anni a locali, concerti, teatri e cinema off. (altro…)

“Palinsesti” di Marco Simonelli: Finzione su realtà

di Luciano Mazziotta

[Ho scritto questa sorta di “recensione” su Palinsesti di Marco Simonelli nel 2009, a due anni, del resto, dall’uscita del libro. So bene che oggi avrei detto qualcosa di diverso, come sono consapevole del fatto che lo stesso Marco avrebbe scritto il suo libro in modo differente: lo testimoniano gli ultimi testi e le ultime raccolte del poeta, nelle quali realtà e ipermoderno, illusione scenico-televisiva e psicosi dell’io si sovrappongono in modo sempre più caotico. Nonostante tutto ho voluto riproporre questo libro, sia perché lo trovo ancora unico nel suo genere, sia perché continuo a considerarlo necessario nell’ambito della poetica del suo autore e delle poetiche che si stanno affacciando nel nuovo secolo. lm ]

palinsesti

“La vita è costosa
oppure è vero che vivere costa?
Si faccia una domanda, si dia una risposta”

Marzulliana, Marco Simonelli

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Palinsesto (dal greco palin e psaw) significa “raschiato di nuovo”. È un termine tecnico della filologia che serve ad indicare i codices rescripti, ovvero quei codici già utilizzati, sui quali veniva passata una spugna inumidita per cancellare la precedente scrittura, ormai ritenuta inutile, e rendere il foglio nuovamente pulito e pronto per accogliere un nuovo testo. Il termine è passato negli ultimi anni ad indicare l’insieme delle trasmissioni televisive programmate da un’emittente per un determinato periodo. Questo passaggio di significati implica un primo raschiamento, una prima riscrittura o meglio una risemantizzazione del termine posto al servizio dei nuovi media che, a partire dagli anni ottanta, hanno influenzato gli atteggiamenti, i comportamenti e, molto più in generale, le vite di tutti noi.
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Viola Amarelli, Cartografie

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Viola Amarelli, Cartografie 

Nota di lettura di Anna Maria Curci

L’esistenza e i suoi scenari si manifestano sovente come tenaci ingombri, materiali incoerenti. Dinanzi a questa constatazione, nella quale ci imbattiamo con una certa frequenza, per caso o per ricerca, la possibilità di reazione non è unica né univoca. Piuttosto diffusa appare, se si volge lo sguardo intorno, l’oscillazione tra resa dolente e mimetismo compiaciuto. Né nell’una né nell’altro ci si imbatte percorrendo le Cartografie, «mappe per solitari» di Viola Amarelli. Situazioni e tipi, voci e silenzi, la materia bizzarra e di varia natura che concorre a costruire qui la «geografia umana della solitudine», tutto questo ha un denominatore comune, una lucidità sobria ma non sbrigativa e una sicura maestria nell’immersione, il taglio preciso della consapevolezza. Il moto conoscitivo procede senza tentennamenti e si avvale di vie d’accesso e canali percettivi diversi. Diversi perché differenti tra loro, diversi perché si discostano da ciò che comunemente intendiamo per ‘normale sentire’ o lo superano tout court. Mai involontariamente: chi scrive ha salde in mano le briglie della materia narrativa ovvero, per restare nella struttura portante del volume, la penna del geografo che disegna la mappa.

La sicurezza nell’identificare e differenziare punti di vista deriva senz’altro dall’abitudine a un’osservazione dettagliata: è significativa, a questo proposito, l’immagine di copertina di Orfeo Soldati, che ritrae una figura femminile, di spalle, dinanzi alla vetrina di uno spazio espositivo. Non solo: all’osservazione attenta, che sia di uno stato d’animo, di una condizione, di un fenomeno, di un’opera d’arte, si affianca la volontà di indagare, di andare oltre le apparenze e – adopero qui intenzionalmente un verbo inattuale e deriso perché obsoleto, obsoleto perché deriso – di contestualizzare il dato sensibile. Nell’originale preludio alle Cartografie, che si presenta con il titolo nostra patria, è contenuto l’ampio ventaglio delle possibilità di punti di vista e di basi per l’indagine.

b) Così, il vortice, le luci e i tendini – la statuaria: tenebre e lampi, lanterne lumi radenti: da Caravaggio a Malta, da Roma a Siracusa, passando per Napoli dove arriva dopo – dopo, Jusepe. Corto, tracagnotto, beve ogni tratto, ogni tono e l’ombra: abbrunendo, virando al bianco nero passioni, il gran lombardo già errante, giù a Sud più a sud, già corpo sepolto salendo a un ritorno, lo Spagnoletto che s’innamora e, amando e penetrando, lì dentro i quartieri, a ripercorrere strade vichi e sguardi e morti.

[…]

b) L’ingorgo, un tornado, raggiera di misericordia: un laocoonte di moto, affollato di carne e di ombre. Non l’avrà mai – questa grazia il doppio, l’epigono,  il fascinato. Più glaciale, più fisso, più fermo, più vene, a puntasecca il pennello. Inseguendo, oltre, di là dalla fine. Più felice, di vita. E lavoro. Apparendo. Non così, non così. Merisi aveva alzato il sipario, Ribera da vicino Valencia scendendo deciso lungo un mare ad agri e vescovadi, a richiuderlo, cupo. E stracciato. Non così.

[…]

b) Entrando, alla chiesa, la poverella stesa, deposta, seppellita, una radiosità arcuata, un chiarore diffuso ad affogare, affocata come negli occhi dei ciechi, diluendo, trascolorando la luce. E la vita. Santa Lucia, a Siracusa, stretta finissima a Ortigia, dal cielo di monti a quello africano vicino, vicino, Merisi.

Varietà e precisione nella scelta del punto di vista, della sorgente di illuminazione, nella predisposizione dello sfondo, nella ricostruzione del contesto. E ancora, come è evidente già dal passaggio menzionato, padronanza di ritmo e melodia, creazione e combinazione linguistica. In un luogo centrale nelle Cartografie, sordo, ci si imbatte in un enunciato di ironica auto-delimitazione dell’io narrante:

I sensi. Mi rassicuro, o rassegno, in fin dei conti è lo stesso, come adesso che realizzo d’essere stato sempre un po’ sordo. Alla musica, per esempio, proprio non l’ho mai capita, un mistero ineffabile a cui tributo omaggio giusto perché mi assicurano che è così. Al massimo entro nelle marce, a percussione o a fiati, i bassotuba.

Poco più avanti, tuttavia, spunta un endecasillabo perfetto: «Rock o da camera per me è lo stesso» a confermare nettezza, mancanza di sbavature, movenze alle quali la maestria conferisce una grazia non comune. Sperimentare non è pasticciare: ogni pagina è una conferma di quanto rilevato all’inizio di questa nota. Allitterazioni e assonanze non sono virtuosismi a sé stanti, ma strumenti maneggiati con abilità per costruire senso, in maniera inequivocabile. Eccone un esempio, sempre da nostra patria:

c) Clientes, cordate, clan e date, date. Da sempre l’arraffo. La vita ridotta a una riffa.

Le battute della partitura che sottende ogni tappa delle Cartografie sono brevi, talvolta brevissime, formate da una sola parola. I paragrafi de la lastra e il cristallo ne costituiscono una manifestazione particolarmente significativa. Forniscono, inoltre, indicazioni di rotta di non secondaria importanza, quanto alle regole del gioco delle relazioni interpersonali e a ciò che appare come unica certezza, la solitudine:

La differenza è solo alle regole, il gioco. Lei conosce le regole altrui. Non sono le sue. Quelle, non le conosce né vuole impararle nessuno, figuriamoci lei.

In sottofondo il bisbiglio, costante, non sai se certezza o sospetto. È piombata lì da un altro posto, ignoto, lontano, comunque diverso.

Il cristallo, la lastra, netto l’acquario tra l’iolaltro. Si vede benissimo, ogni dettaglio. Non si può toccarlo.

Nel seguire le mappe disegnate da bozze, brogliaccio e riepilogo di tagli – in parte tradotti in tedesco – affiora il ricordo di quanto Andrea Zanzotto scrisse a proposito di Paul Celan: «i suoi coltelli da pietra da sacrificio messicano»:

bozza 1

Un coltello, da roast-beef. Da decenni taglia affilato. Per caso è della marca migliore. Roba svizzera. La precisione: i tagliagole a mercede hanno bisogno di lame affilate.

[…]

bozza 5

Mi vedete così, sottile, spuntato, con l’elsa lucida. Esco fuori in parata, agli appelli, alle cerimonie. Noiosissimo, fremo. Uno spreco. Mi manca la punta, e l’incrocio di ferro, l’elsa dorata, il fodero da ingrassare. In mano a provetti incapaci. Con mantelli d’annata e nessuna idea. Tutti presi da mine e bazooka. Che mai vedranno. Darei qualunque cosa per essere una baionetta, una roncola, un’ascia, non questo stupido ornato, senz’arte, né parte.

[…]

riepilogo

La punta al carbonio. Taglia netta. Attenta, a margini certi. Va a fondo, risana. Materia nova che scotta, combusta. Placa. Acqua e aria.

Tagli, sì, non compiaciute resezioni. La consapevolezza preclude l’accesso al facile cinismo – e la vicenda ricostruita in da dove lo conferma compiutamente. Anche i colpi di scena sapientemente preparati – o’ svizzero ne è un esempio – non fanno concessioni a mode e correnti.

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Viola Amarelli, Cartografie, editrice ZONA, Arezzo 2013