editrice l’arcolaio

Narda Fattori, Dispacci (L’arcolaio)

dispacci

Narda Fattori, Dispacci, L’arcolaio 2016

I Dispacci di Narda Fattori sono ambasciate poetiche che del messaggio e della poesia possiedono tutta la forza comunicativa e creativa. L’equilibrio, la coesistenza, il connubio tra significatività del contenuto e cura dell’espressione non mostra cedimenti e ogni testo della raccolta ne dà testimonianza. Una prova evidente della riuscita di tale unione è il movimento sicuro sull’asse temporale e tra le direttrici temporali: mi riferisco non solo ai piani del passato, del presente e del futuro, ma anche all’uso meditato e misurato dei tempi e dei modi verbali. Anche nel procedere di un singolo testo, questi si alternano spesso e ricorrono in più varietà, come accade, in maniera esemplare, proprio nei primi tre dispacci, inviati rispettivamente al padre, alla madre, alla sorella. Non si tratta soltanto di andare a ritroso con i ricordi, non ci si limita – e non si sbarrano gli accessi, tuttavia – alla nostalgia, al rimpianto. I messaggi ai propri lari includono i desideri, le aspirazioni e le peculiarità di quelli, così come le dicerie e le opinioni forzatamente manchevoli degli altri. Perché sono forzatamente manchevoli le opinioni ‘pubbliche’, ‘comuni’? Lo sono per il semplice fatto, come dichiara Narda Fattori, che tutti gli umani si trovano a dovere, e a non sapere fronteggiare «materia/ difforme e sorgiva – implacabile –// vita».
Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»;  la vocazione dei poeti che «Testardi tornano a seminare fonemi/ dentro i solchi» è sentinella su un avamposto arrischiato, uno dei pochi, tuttavia, che garantiscono vista acuta ed eloquio chiaro. Un metodo di conoscenza e un sistema di invio e disseminazione del messaggio del quale si sono volute perdere le coordinate e che la poesia, caparbiamente e controcorrente, pure persevera nel tramandare. […] Si configurano, dunque, i Dispacci, come capitolo fondamentale della “grammatica del dolore” (la definizione è di Narda Fattori), una grammatica ‘plurale’ che ha il dono del riserbo e il coraggio di buttarsi a capofitto in incontri e scontri, che sa essere indulgente e si rifiuta di essere indolente, che non si limita a registrare il rimpianto per l’avida lettura dell’ultima puntata del feuilleton, per le corse in bicicletta e le sbucciature alle ginocchia, ma formula il monito dell’attenzione (Stai parata), ironizza sulla deriva e sullo scialo, capovolgendo “arsenico e vecchi merletti” in Muffa e sberleffi, scava fino all’osso e ribadisce, cionondimeno, il suo sì alla vita e alla poesia. (dalla Prefazione di Anna Maria Curci).

 

Di te diranno

Di te diranno – sorella mia-
cose di poco conto e qualche infamia
presto ti coglierà una nebbia fitta
a cancellarti nei pensieri prima
———————————nei cuori poi

perché non sopportiamo a lungo
il dolore la domanda riacutizzata
la certezza di una diffusa miseria
che ci alberga nei dendriti deraticati

diranno che capita che s’inciampi
a morte nel corso dei giorni
che ci sono accidenti e incidenti
del tutto casuali e qualche colpa
——————————in buona fede
per inesperienza a trattare materia
difforme e sorgiva- implacabile –
————————————vita.

(Laura Fattori)

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Ricordanze

1.

Alla spalletta bassa del ponte
già la tua voce era sollievo
nella chiostra candida dei denti

tentai il salto nella melma
e le salamandre mi accolsero
benevolmente avide sulla schiena
-vieni- dicesti e io confidai

quella volta ed altre ancora
prima di imparare la dolcezza
della tua voce la delicatezza dei calli

crebbi ragazza indocile
docile al tuo richiamo riparatore
zampillo e gran bufera.

Sempre troppo presto giungeva sera.

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Al tempo del Pifferaio

Non respingete questa banda di fiati
un po’ stonati che procede saltellando
per accompagnare il pifferaio di Hamelin

sono morti i topi sono morti fra i flutti
invano cercando una riva da risalire
hanno ingoiato do re mi la si diesis
acuminate biscrome e semibrevi

sono stati in massa trasportati là dove
finisce il fiume nelle forre dove interrato
corre fine alle foibe per l’ultimo squittio

o poter respingere questa banda di fiati
con naso rosso dei clown la bocca grande
e bianca che sogghigna mentre segue
la processione ridente dei bambini
che la musica dei pifferaio ha incantato

ad uno ad uno nel fiume si sono gettati
in una gara di tuffi a morte gridando gioia
e i clown hanno lanciato i nasi e i fiati

le lacrime finalmente hanno lavato la biacca
i bambini vanno cadaveri alla foce

il pifferaio non ride neppure s’ allieta
ho solo raccontato la fiaba fino alla bad end.

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Stai parata

Non ho udito ancora il frinio delle cicale
né le sorelle lucciole si sono accese

la vita che appare e dispare ogni alba
fa più scollate le vesti delle donne
che rendono le attese rosse di sangue
tingono come una milonga di tanqueria

e la menzogna seghetta come un coltello
frantuma come un martello cerchia
anche l’osso lo sparo a due metri

non cessare d’amare sorella non cessare
ma stai parata come la legione romana
a tartaruga contro la cavalleria.

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Muffa e sberleffi

Se non ravvivati i colori si disperdono
s’azzurra il blu ingrigisce il nero

l’ottone giallo delle maniglie ha subito
gli unghioni del tempo
non busserà più nessuno i fantasmi
non chiedono permesso s’accoccolano
fra i pensieri sterili e stinti
trombette che gracchiano dimenticate
le note – sinfonie di voci disarmoniche

ecco muffa e sberleffi nel 2000 d.C.
a chi come me niente teme e niente tiene.

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Terminata la lettura di Dispacci – ma si dovrà rileggere come esige ogni libro importante – eccomi con le prime impressioni, di lettore certamente, non potrei fare altro; il mio rapporto con i numerosi testi di Narda Fattori (se non sbaglio siamo all’undicesimo libro di poesia) è stato sempre quello di lettore disponibile all’ascolto. Ma questa volta mi accorgo di trovarmi impreparato a scrivere. Lo dico senza falsa modestia. Lo trovo così intenso, così vero questo libro, che non potrei aggiungere nient’altro. Nulla. Si dice infatti che il miglior commento alla poesia sia la poesia stessa. Schumann insegna: quando gli fu chiesto di spiegare un suo brano musicale complesso, egli si limitò a mettersi al pianoforte per suonarlo ancora. Ma qualcosa bisognerà pur dire. Cesare Garboli affermava di essere «un critico che scrive per capire». E lo faceva a modo suo, cercando e documentandosi. Così cerco anch’io di capire. Innanzi tutto il titolo – Dispacci – messo lì non a caso. Scrive Antonio Baldini in Le scale di servizio che i titoli si mettono alla fine, la spiegazione è semplice: il titolo è la summa, la sintesi, il principio da cui tutto scaturisce. Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini/ pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia.
Raccolgo alcune sue parole che recentemente mi scrisse: «Scrivo tanto ma sempre pescando in un paniere che non è mai vuoto, perché il tempo è costituito da eventi sociali che mutano la visione. Ormai ho acquisito fedeltà a queste povere cose; mi hanno aiutato, sono state una benedizione divina per rendere sopportabile ed esprimibile il dolore».

(dalla Postfazione di Bruno Bartoletti)

La “reticenza” di Damiano Sinfonico (di Samuele Fioravanti)

sinfonico storie

Damiano Sinfonico, “Storie”, L’Arcolaio, Forlì 2015

Damiano Sinfonico ha scritto un libro di reticenze. Pur leggibilissima e piana, la sua è una poesia del riserbo che, giunta al culmine, puntualmente glissa. Una poesia dello smacco. Sinfonico non ci risparmia di aprire l’intero volumetto con il pronome “mi” e di chiuderlo con la parola “vita”, per poi dirci il meno possibile non solo su di sé ma anche sulla vita. Pertanto, quando scriveremo il suo nome, d’ora in avanti, intenderemo parlare di colui che dice “mi” e che dice “vita”, non dell’autore che si firma in calce e occhieggia in copertina, poiché Damiano Sinfonico, appunto, ci scorta sull’orlo della franchezza e garbatamente si defila.
La terza sezione delle sue Storie, intitolata alle poesie “innocenti”, cioè schiette, non rinuncia a comporre un breviario minimo di impicci privatissimi e seccature, tuttavia non passa il segno. Damiano si ricrede, non reagisce ai rimproveri, finge di non essere a casa e, insomma, non si espone mai del tutto. Ci informa che è tornata “la barista russa” e ammicca: “scorbutica [e] scontrosa”, ma a dirlo sono gli altri (È tornata, mi dicono, la barista russa), lui ricorda solo “uno scontrino battuto in fretta”. Eppure le fa il verso, giacché lo scontrino battuto in fretta non è poi dissimile dalla rapidissima quartina che sta schizzando per descriverla: tre versi di sette parole e un verso di due, ma il verso di due parole è un settenario – un settenario battuto in fretta.
L’intero libro è screziato di simili, microscopici guizzi, in cui persino la prosodia si fa riserbo e scacco, poiché Damiano Sinfonico preferisce indubbiamente questa cautela ai comizi dei “poeti” che “parlano di dolore, impudicamente” (Si presentano due poeti in libreria: ma il “si” è passivante o riflessivo? Un altro wit?). La sua poesia dello smacco e del riserbo è quindi una poesia della decenza; il che non significa, ovviamente, che si tratti di una poesia della vergogna. La discrezione è nemica dei nostri vasti regimi mediatici e lo smacco ha dunque tutta l’aria dell’impercettibile Davide innanzi al gigante Golia.
Sinfonico, del quale dovremmo pur dire che è di Genova, non la menziona benché ne parli e la esibisca in copertina; e per non dire Genova, accenna a Palazzo Spinola, all’Acquario e persino alla sopraelevata e alle manifestazioni studentesche dell’Onda Anomala sotto il Governo Berlusconi IV, ma, a ben vedere, quel che dice è solo “ponte” e, una volta, gli scappa “l’onda”, però minuscola (Il ponte, oggi, è riservato al traffico automobilistico). Se parla di Venezia non nomina Venezia e, dei suoi campi e campielli, non rileva che “piazze”. Per riserbo e per decenza, il suo lessico è colto e opportuno, nient’affatto lambiccato, schifa l’hapax e mira alla lucidità dell’aggettivo consono ma usuale. Sono “piccole”, “belle” e “graziose” le sue cose, se sono cose, e sono “rosse”, “bianche” o “grigie”, se sono colorate; tuttavia, per l’incanto del garbo e del riserbo, appaiono preziose poiché ci sono puntualmente sottratte e, come dicevo, ci sono sottratte al culmine. Anche a Parigi non cita Parigi (L’ultima colazione in Place des Vosges) ma quella Venezia che affiora innominata nei suoi versi – “le prime case riflesse nell’azzurro” – non è ancora Venezia: lo sarà presto, per ora è “bellezza scocc[ata]” dai fuggiaschi veneti altomedievali (Fuggivano da Aquileia). Una bellezza scoccata come la luce nell’Anguilla montaliana o il ramarro dei Mottetti, come scoccano le sette sul campanile gozzaniano della Notte santa e come “scocca l’arco del dir” nel XXV del Purgatorio. In una sola parola si annida un altro guizzo che è uno scacco, che dice Venezia dove non la dice, che dice di più dove dice di meno.
Damiano Sinfonico ha scritto un libro di reticenze poiché non svela al presente quel che si aspetta dal futuro. Ha scritto un libro che inizia da una perdita (Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla) e approda a “un altro secolo di vita” dove “aspettare insieme il domani” (Il trasloco sta finendo). Ha scritto un libro sull’aspettativa, nel quale Venezia è bella perché non è ancora Venezia e Zlotograd è tanto più vicina quando è dietro l’orizzonte (Zlotograd, non è scomparsa dalle mappe). Nessuna meraviglia, quindi, che abbia donato a un’amica una busta chiusa chiedendole di aprirla “quando sarai molto vecchia” (Una volta ho regalato a un’amica una busta). L’amica non rompe il sigillo – e noi con lei, sospesi. Perché Sinfonico ci nega anche quel che ci spetta, portandoci in “gita all’acquario” quando “le vasche dei delfini [sono] vuote” e “i bambini delusi”; ciononostante ci invita a credere coi “pescatori” che il lamantino sia “una sirena” (Barbaglii di una gita all’acquario) e coi “coloni incolti”, in fuga, che la laguna veneta fiorirà di “merli”.

© Samuele Fioravanti

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Una selezione di testi da Storie può essere letta qui.

Novità: Anna Maria Curci, “Nuove nomenclature e altre poesie” (L’arcolaio, 2015). Con una nota di Laura Vazzana

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie (L'arcolaio, 2015)[Nuove nomenclature e altre poesie, di Anna Maria Curci, è uscito in questi giorni, ed è un piacere presentarlo al pubblico della poesia; un piacere doppio: come amico e come direttore di collana contento di avere seguito quasi tutte le fasi. Il ‘quasi’ è d’obbligo, perché solo al poeta è concesso vivere il momento della creazione. Io ho avuto la fortuna di leggere per primo ogni poesia, ogni singolo verso, mano a mano che diventavano libro. fm]

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Anna Maria Curci
Nuove nomenclature e altre poesie
L’arcolaio, ‘Fuori collana’
2015

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LEGGENDO NUOVE NOMENCLATURE E ALTRE POESIE DI ANNA MARIA CURCI

di Laura Vazzana

 

Partendo dal presupposto che la Poesia è comunicazione, è arte, è bellezza e, quindi, appartiene a tutti, lascerei da parte, per un momento, l’analisi competente degli studiosi o degli appassionati per considerare cosa arriva della Poesia di Anna Maria Curci ai non addetti ai lavori, al sempre menzionato uomo della strada o alla più classica casalinga di Voghera. Anche senza essere intenditori di metrica, le pagine di Nuove nomenclature e altre poesie scorrono via come una musica delicata e orecchiabile. Senza inciampi, per usare un termine caro ad Anna Maria.
Il quadro generale della nostra epoca viene dipinto attraverso le sue assurde incongruenze, le false illusioni di benessere e di sicurezza, con un’ottica amara ma coraggiosa anche sugli orrori di un passato più o meno prossimo. Con un’idea geniale annunciata nel titolo, le parole di moda sono invece il pretesto per guardare l’oggi.
Emerge, poi, dai versi la ricerca individuale esistenziale, caratterizzata dal dubbio, dai giorni del vorrei. L’espressione bellissima ‘auto-inferno’ dice già tutto. Anche la lotta eterna tra realtà e desiderio trova spazio, ma il desiderio che non sporge rinuncia contro la realtà che lo ha malmenato lascia la porta aperta alla speranza che il desiderio non cederà, che non si smetterà di sognare. Altrove, uno dei settenari recita: era sogno, era vero’ a sancire ancora che la linea di demarcazione tra i due aspetti non è sempre definibile nella vita. Tema antico ma sempre attuale su cui l’autrice volteggia con eleganza.
Anna Maria gioca con le parole con soavità graffiante e ironica (soliti ignari – spiazza affari – inodore è il tanfo) ma più che un gioco è un utilizzo sapiente, per esprimere pensieri precisi in forme stringate. La sintesi cattura il concetto e lo dipinge nitidamente. Un termine in più sarebbe inutile. Quale aggettivo potrebbe definire il vuoto di valori meglio di diserbante, per esempio? L’effetto è immediato. Il messaggio descrittivo ha la potenza di una fotografia.
Chiudo ricordando l’invito quasi gridato con vigore nei Canti dal silenzio: «ascolta… ascolta… ascolta… ascolta…»
Grazie Anna Maria. Ascolteremo di più.

Clandestino

Sta dalla parte dei respinti
e non l’ha scelto. Il tedesco
lo chiama nero, se lavora,
a bordo passeggero cieco.

Il francese lo bolla senza
carte, per l’inglese è immigrante
illegale. Soliti ignari,
qui, rispolverano il latino.

Eppure, “di nascosto” era “clam”:
cosa c’è di segreto in chi,
nell’angolo, prega che lingua
non taccia o copra il suo destino?

. (altro…)

Simone Consorti è oscenamente onesto (di Massimiliano Damaggio)

Simone Consorti, Nell'antro del misantropo, L'arcolaio, 2014C’è una cosa che viene rimarcata qua e là, quando si scrive di libri – specialmente di poesia. C’è un giudizio che riguarda il contenuto. Si è fortemente contro, almeno a livello inconscio, a ciò che non presenta vie di fuga. Sembra proibita la poesia che non ha uscite di emergenza. Pare che la poesia, in qualche modo, debba espletare un ruolo moralistico, addirittura edificante. Debba “costruire”. C’è chi fa commenti sull’assenza di una non chiara pars construens dopo essere passati per la pars destruens – come lessi qualche tempo fa in un commento su un blog. Ma chi scrive poesie non è – e sarebbe meglio non lo fosse mai – un filosofo – altrimenti tanto varrebbe scrivere un trattato di filosofia. Il contenuto di una poesia non è soggetto ad interpretazioni personali, e deve essere preso per quello che è – piaccia o non piaccia, poco importa. Perché la poesia non si struttura su tesi e antitesi filosofiche, non è politica, non è pensiero. La poesia è antecedente il pensiero e solo a volte gli è propedeutica. Così, ci sono testi che mi colpiscono anche se hanno un contenuto che non condivido – per la forma, per la potenza o, addirittura, per il suo proprio opposto. Non mi sembra compito della poesia portarmi su un terreno di argomentazioni filosofiche – e se non ne condivido il contenuto, posso sempre andare a bermi una birra e non farla tanto lunga. Nell’antro del misantropo è appunto uno di questi libri, dove non c’è alcuna pars construens – ma molta pars destruens – almeno così può sembrare. Forse è meglio che sia più chiaro: non c’è nemmeno alcuna pars destruens ma una visione soggettiva dello sfacelo, proprio e altrui. Lo sfacelo non è positivo né negativo: è. Uno sfacelo piacevole, ironico, fine a se stesso – una scrittura che rimesta la sporcizia inevitabile e che in tutti i modi vogliamo mascherare con la creazione di tesi costruttive per qualcosa che, semplicemente, si avvia verso la decomposizione. Dico “piacevole” perché piacevole è il linguaggio di Consorti, ironico sempre, a volte giocoso – questa la migliore modalità per rendere fulminante un concetto:

Oggi ho piantato un sasso
innaffiandolo e parlandoci
dandogli semi e cercando
il terreno adatto
Il mio sogno è che cresca come
un Partenone
Oggi ho piantato in asso
un fiore per un sasso

(altro…)

Anteprima. “Nell’antro del misantropo” di Simone Consorti (L’arcolaio, 2014)

Simone Consorti, "Nell'antro del misantropo" (L'arcolaio, 'Fuori Collana', 2014)

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Sto diventando me stesso

Sto diventando me stesso
non ho bisogno di uno specchio per vederlo
sta accadendo proprio adesso
e non c’entra con come mi sento
Tra poco sarò un sasso
immobile e incapace
di fare un solo passo
Non mi aspettare più in là
o domani
non dirmi di stringere
o aprire la mani
o stropicciare gli occhi
davanti al mare immenso
perché sto diventando me stesso

. (altro…)

Anteprima: “Santuario del transitorio” di Alessandro Salvi (L’arcolaio, 2014)

Alessandro Salvi, Santuario del transitorio

Costato un lavoro lungo anni (almeno cinque), Santuario del transitorio accorpa tre movimenti precisi che sono anche il risultato della revisione di precedenti plaquette o singoli testi che hanno goduto di una circolazione autonoma a partire dal 2009. Finalmente ora le tre sezioni, Santuario del transitorio, Madrigali eroici e Ladro di tamerici, vestono l’abito definitivo, che non solo nella forma chiusa e nel solco di un Novecento fattosi tradizione sviluppa la poesia di Alessandro Salvi: Santuario del transitorio è tutto condito con un’abbondante dose di ironia e disincanto che ben rendono lo straniamento dal tempo, il quasi desiderio di allontanare il tempo e la storia in una dimensione forse barocca (e per un poeta nato a Pola nel 1976, e residente a Rovigno, il tempo e la storia da allontanare sono ben precisi, identificabili, riconoscibili).
Perciò ogni scelta di registro, ogni scelta di campo, sono azioni in un certo senso politiche, azioni necessarie per la sopravvivenza stessa della poesia in una società che corrode e corrompe ogni cosa: la poesia è la speranza per chi, prossimo all’imminenza anagrafica di luziana memoria, intende comunque indicare una via possibile per sé e per chi in questi versi comunque ci si ritrova in parte. Malgrado, ripeto, siano assenti la Storia come protagonista diretta, e quindi anche il “momento politico” (Mauro Sambi), e l’io si dichiari «ai ferri corti con il quotidiano».
Prende perciò le mosse da questa prima dichiarazione di inappartenenza al proprio momento storico un viaggio che ci condurrà verso il santuario del provvisorio, di ciò che è precario e si contrappone all’assoluto, all’astratto, all’eterno (sono parole di Alessandro Salvi). Ma non siamo portati a visitare un sito archeologico in rovina: non ci accolgono macerie. La lingua solida, robusta, che conosce un «impasto di aulico e quotidiano» (sono parole di Mengaldo riferite a Saba che trovano un senso anche per Alessandro Salvi senza far gridare allo scandalo) fino a una deriva gergale di segno opposto, è la corda con la quale ci reggiamo, ed è la corda che si lega alle strutture all’apparenza solide di questo santuario: madrigali, sonetti, una sestina sono le stanze che ci accolgono. E se i madrigali ultimamente godono di una rinnovata fortuna (si pensi ai madrigali di Gianluca D’Andrea, centrali anche nella sua raccolta [Ecostistemi]), stupisce di più la presenza di una sestina (che chiude la raccolta e che a un novecentista come me ricorda immediatamente il tardo Ungaretti), e più ancora di una sonettessa («suonata e un po’ depressa»), caudata e manierista, come ripresa del più italiano dei metri usati in poesia. Non fatevi però depistare da questo gioco! Ricordatevi che appartiene al barocco la capacità di distrarre dalla realtà con ogni mezzo, per rappresentare in altro modo la stessa realtà che si cerca di allontanare, di fuggire.
E se per allontanare il contemporaneo si può utilizzare la lingua, ecco che Salvi ottiene l’effetto ricercato: lo straniamento totale. Il recupero di una linea che si origina da molto lontano è quanto di meno comune si possa incontrare di questi tempi nella poesia italiana, a meno che non si scada nel manierismo, nell’imitazione, nel tranello della memoria scolastica. Ciò non avviene mai in Santuario del transitorio; non può avvenire dal momento che il poeta possiede non solo gli strumenti per piegare la lingua, ma possiede anche la forza per dominarla e giocare con essa, fino a farla letteralmente (e figuratamente) franare (come nei versi finali di Le inarrivabili parole tramano). E in questo procedere, malgrado siano nette le posizioni che oppongono questa poesia a quella affine per tema di Gabriele Gabbia, vedo proprio innestarsi la raccolta di Salvi nel solco di una riflessione toccata anche da La terra franata dei nomi. Sicché ogni lontana parentela assunta a difesa della propria poesia viene spazzata via nell’attimo stesso in cui ci si accorge che il poeta parla al suo presente: il poeta è nudo davanti a una moltitudine di specchi e solo questa rifrazione, questo moltiplicarsi continuo di immagini di sé come fossero i mille intricati percorsi interni a un labirinto, gli consentono di sopravvivere, di non soccombere al peso della precarietà.

[prefazione a Santuario del transitorio di Alessandro Salvi, L’arcolaio, 2014]

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da Santuario del transitorio

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*
Del mondo ogni contorno rendi acuto
robusta e mesta serpe del pensiero
che t’intrufoli subdola nel mio
io più recondito.
Gomito a gomito con il delirio
e ai ferri corti con il quotidiano,
sei tu il pane che bene o male sfama.

 

*
Io vi parlo da questa
inospitale zona del sentire.
Sì, questo scrivere pare mi annienti
a poco a poco, ma
mentre mi invento un vivere migliore
m’abituo a questo fuoco con cui gioco
da tempo ormai. Noi siamo solo ostaggi
del provvisorio.
Non è una fuga nell’irrazionale
bensì si tratta solo di guardare
l’invisibile che si spoglia e addita
lì dove vita e morte si coagulano
in un tutt’uno.
Io dentro queste parole ci vivo.
E muoio, a volte.
In quest’antro mi nascondo dal mondo,
venite a prendermi se ci riuscite..

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Senhal

Non è di te che penso. Penso ad altro,
a questa indenne e magica insistenza
con la quale mi ostino a non desistere.
A volte, è vero
sì ti bramo, ma sei inabbordabile.
Sembri lontana come una galassia
cui diamo un nome appena e tante ipotesi,
anche se – a dire il vero – ne sappiamo ben poco
di quanto accada, quale vita pulsi,
ammesso sia possibile una vita,
ma questo è già un altro paio di maniche.
Tu non hai colpa alcuna di quel che avviene, sei
innocente e candida come il camice
del macellaio.
Sei così come sei, e basta. Insormontabile
un silenzio lunare adesso ci divide..

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da Madrigali eroici

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5.

Non ce la faccio a subire ulteriori
sconfitte, sempre le solite scene…

Non posso tollerare più le vostre
parole polveriere, che in agguato
minacciano di esplodere.

Questi sguardi caudati non mi piacciono
per niente,
manco le vostre mani frigorifere.
Via dalle vostre grinfie e dalle vostre
graffianti smorfie amorfe.

Ora sono di un’altra specie, dicono.

E non mi è dato essere che questo:
cinico osservatore di me stesso,
allegro affossatore del non detto..

.

6.

Queste sono parole di ossidiana…
idilli brilli e sconquassati invero,
tutti intenti a tradire più che a dire,
o sbaglio? Sii sincera con me, dimmi
i drammi che ti stritolano, dammi
una ragione in più per non demordere;
se vuoi t’offrirò un altro giro ancora.
Vomiteremo infine sull’aurora
o al chiar di luna. Il resto poco importa..

.

da Ladro di tamerici

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Senti, parliamone da vecchi amici:
aiutiamoci a vicenda. Ti chiedo
di riprovare ad essere felici,
una miglior soluzione non vedo.

Sono un ladruncolo di tamerici.
A volte faccio il gradasso, poi cedo
al tuo cospetto. “Maledetto” dici
“ti rodi il fegato e il cuore allo spiedo

infilzi, crogiolandolo al lentissimo
rogo dei tuoi rimorsi, i quali fingo-
no di non esserci… poi stai malissimo”.

Di nero allora io tutto dipingo,
affogo nel mio fango e non è il massimo.
Non chiedermelo perché a te mi stringo.

Io rimango ramingo.
Né come uomo, né come poeta
giungerò mai all’agognata meta.

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Alessandro SalviAlessandro Salvi
(Pola, 1976) vive da sempre a Rovigno. Esordisce nel 2008 con la pubblicazione della raccolta Piovono formiche carnivore e altre inezie (Aletti); seguito nel 2011 da Eserciziario di metafisica per principianti, silloge inclusa nel volume collettivo Creare mondi (a cura di Alessandro Ramberti) per conto della casa editrice riminese Fara. Altre poesie e insieme a testi vari (recensioni, traduzioni, prefazioni) sono apparsi sia su carta sia in rete: “Sovremenost” (2/maggio 2009), “La Battana”, “Panorama”, “La Voce del popolo”, “TELLUSfolio”, “Farapoesia”, “Neobar” e altrove. È stato segnalato da Maurizio Cucchi su “Specchio” e “Tuttolibri” (“La Stampa”). Alcuni suoi componimenti sono stati inclusi nelle antologie: La ricognizione del dolore (2007), a cura di Pietro Pancamo e Il segreto delle fragole 2010 (2009), a cura di Elio Pecora e Luca Baldoni. Risale al 2011 è la plaquette, pubblicata con la En Avant! Produzioni di Pistoia, I fori nel mare. Nello stesso anno viene pubblicata, per la Apeiron di Rovigno, la seconda edizione di Piovono formiche carnivore e altre inezie con la traduzione in croato delle poesie a fronte.

“[Ecosistemi]” (L’arcolaio 2013) di Gianluca D’Andrea. Alcune poesie

Gianluca D'Andrea, [ecosistemi]

.

Ora il vuoto sbriciola
minuzie estive,
senti la polvere di primavera
su pianure esterne.

Oggi non si accettano i salti,
la gioia condivisa

nella creazione
sperma sulle spalle
spruzzi e zampilli
escrescenze d’arti e tronchi imbestialiti

una lingua sulla scarpata
l’accesso negato
e il mondo risospinto nell’arcadia
dei rapporti.

.

***

Bave animali invertono i suoni
percussioni invasive
il mondo è un altro ordine
evirare la possanza dei monti
una figura somma, delinquere minerali

oggi invento la mia lingua
su scarpate fossili
slanci di pietra

e mi arrocco
vedo le labbra del disgusto – la lebbra –
putredini, ossate maleolenti
sul mio viso

chiuso nella valle
dove chi detiene si appresta
appronta la montatura

striature di nero
nella gloria, fuori alibi
l’ircocervo si spulcia
rilasciando fioriture e detriti.

.

***

SENSITUDINE

Ammazzano a più non posso,
che poi carne è carne offende
il pudore che la lingua salta
nei video o nelle strane fermate
in cui s’inventa una storia d’amore.

Sono allo stremo della decenza stravolta
e ancora una volta l’origine affianca
un valore alla massa
e fa dello slancio un ordine,
per quanto occluso,
un desiderio d’amore.

.

***

ISOLAMENTI

Distrutto sia il pastore da se stesso,
case su case e nuove architetture
sciamano nello scarico del cesso.

Distratto dal rumore del tuo mondo
s’increspa la mia pelle e le storture
di membra che scaracchiano l’immondo.

Amori, fresche acque, dolci storie
romantiche di un tempo, graffi estorti
a un uomo strangolato, alla memoria
di candide violenze, grembi sporchi.

.

***

IMBRATTAMENTO

Sporcare per dare un ordine al caos
è già un paradosso, sgorgare per dare
senso a una vita in comune
non è un dilemma. Sul versante
della dissacrazione l’azione non è riuscita,
più sobria sarebbe la candida
espressione del tutto si muove come l’autore
vuole o toccare altri tasti, da questo
(«questo» all’infinito) l’errore.
La finzione è già del bambino che gioca
e attraversa il suo tempo.

Il fatto poi che un’idea
debba violentare la primigenia carenza
è il modo di fare in modo
che un mondo s’inventi una speranza,
come vivere in comune un’emozione
o l’emozione di essere fuori di sé,
nell’estasi d’adorazione,
splendore che riluce dove oscuro è.

.

***

CERCAVO LA CLAUSURA

Cercai quel calore infantile,
quel caos d’insorgenze, afrori e ludi
da appiccicare allo studio di parole,
amori madidi e candore
per esperire contatti attuali.

Albedo, lucore di cavi, paesaggi vulcanici
avvertono l’imminenza minerale,
un corpo litico
e la fusione in cui articolare
solidi gesti, cloni,
stimmi febbrili.

.

***

PAROLE – [ALTRI ECOSISTEMI]

La lingua mi è esplosa,
nulla regge
nessuna stessa sorregge
un solo verso,
solo un grumo –

acidi cosmici e condensa,
una polpa viscida,
unta, vischiosa
che s’ama
s’accoppia
s’accavalla
smostrandosi –
dal pallore al groviglio
le membra s’incrostano.

Polpa insincera
è tutto aggettivi
solo salti e dilettanza
nessuna costruzione o sistema,
un solo pensiero
tutto.

.

_______________

Gianluca D'AndreaA tre anni dalla plaquette Evosistemi e a quattro dai testi apparsi in rete già col titolo Ecosistemi, Gianluca D’Andrea amplia la riflessione avviata sin dal 2006 e reinnesta, rivisto nell’impianto, quel primo germe nella nuova raccolta [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013).
Il serrato discorso metapoetico è dilatato per tutta la lunghezza della raccolta, e vien da supporre pure oltre la cornice stessa come fossimo posti tutti innanzi a qualcosa che ancora cresce nell’autore e di conseguenza nella poesia stessa. Una poesia che interroga sé stessa e ricerca in questo procedere non solo la motivazione dell’espressione artistica, bensì la ragione prima di un profondo attaccamento alla vita nonostante tutto il marcio presente nel vivere quotidiano, per superare il marciume stesso (come già notava Stefano Guglielmin all’indomani dell’uscita di Evosistemi). È difatti la costruzione di [Ecosistemi] ad autorizzare una tale ipotesi dal momento che l’ultima sezione porta l’emblematico e polisemico titolo di In-Formare (che risponde a distanza alla prima In-Vo­luto), punto di momentaneo approdo dopo una sorta di gioco a rincorrersi di temi e sezioni (ne siano la prova le due sezioni Ecosistemi Ritorno a Ecosistemi).
La dedica ad Andrea Zanzotto ha l’immediata funzione di contestualizzare questo nuovo percorso e allontanare i capitoli più lirici della produzione precedente di D’Andrea (penso sia a Chiusure sia, e so­prat­tutto, a Canzoniere I, raccolte uscite entrambe nel 2008). Ma la dedica è anche altro: è sia espres­sione del riconoscimento di un interlocutore in assenza, sia il segno di una continuità di dialogo con l’uomo così come è stato condotto dal poeta di Pieve di Soligo negli ultimi vent’anni, con le ultime raccolte. Se i paesaggi geografici sono diversi, uguale è il dolore espresso dai due nel guardare il degrado dell’uomo. La differenza sta nella freschezza dell’invettiva di D’Andrea che non vuole per nulla emulare la voce forte ma stanca del grande maestro. Spetterà ai critici entrare nel reticolato di queste poesie volutamente diseguali nella forma, scelta stilistica che rende all’istante la frantuma­zione di ogni nesso, di ogni nodo.
Spetta invece al lettore – se vorrà – superare l’apparente ostacolo di una lingua forzata nuovamente dal suo interno e lasciarsi condurre in questa inquieta disamina della vita. [f.m.]

Gianluca D’Andrea (Messina, 1976) è poeta, critico e traduttore.
Suoi testi, interventi critici e traduzioni sono disseminate in varie sedi: antologie, riviste italiane e sul web.
Ha pubblicato: Il Laboratorio (Lietocolle, 2004); Distanze (2007, scaricabile al sito http://www.lulu.com); Chiusure (Manni, 2008); Canzoniere I (L’arcolaio, 2008); Evosistemi (Edizioni L’Arca Felice, 2010).
Il suo sito web è all’indirizzo http://gianlucadandrea.wordpress.com.

Luca Pasello su “L’occhio e il mirino” di Fosca Massucco: recensione

2013 74 massucco l'occhio e il mirinoHeri dicebamus. A qualche mese dal piazzamento al premio Anna Osti e dopo svariati commenti sulla poesia di Fosca Massucco, è forse possibile rintracciarne il profilo con qualche certezza in più (e un libro a disposizione).
Il catalogo critico sin qui accumulato raccoglie poche ma ferme acquisizioni: su tutto la levità, una leggerezza come dote ingenita, il coraggio della facilità; quindi misura, stilizzazione e un’idea del mondo basculante tra scetticismo blasé, saggezze orientali e sapere razionale. Da ultimo (not least), ottima per equilibrio, la coesistenza di disciplina e immaginazione, «di matrice scientifico/tecnica ma […] inscritte in un registro apertamente lirico.»[1]
Quella (felice) facilità, soprattutto, e l’occasionalità del fatto poetico (un “progetto”/blog come officina, ogni nuovo brano come corsa sul posto e momento concluso) celavano alla vista un paio di nodi cruciali e un’idea di sviluppo che la forma-libro quasi esibisce.
Ripartiamo, dunque, e per prassi eterodossa ci piace farlo da espressioni rubate a uno scambio confidenziale, da impiegarsi quali reagenti a crudo: «Son di Cuneo, figliolo, ho sangue metà alpino e metà partigiano, non mi sta dietro manco Dio… per espiare corro coi cani fino all’infarto e guardo le lepri e i tassi… qui le faine cattive staccano le teste ai gatti con giudizio e la mattina si fa la conta… la Langa è cruda è stupenda, d’estate mignotta, ma senza dolcetto e barbera è infame… quando canta, l’upupa rompe e le tirerei una palata.» C’è roba notevole: «per espiare» cosa? e poi le Langhe crudeli (non memoria, men che meno letteraria: questa è natura e ci torneremo) e la liquidazione dell’upupa a babbo Montale morto, via da una certa lirica.
Per ora, l’idea di espiazione è un buon punto archimedico. Assunto che una qualsiasi religiosità a sfondo morale è quanto di più distante dal mondo di Massucco, non si espia che il dato di natura anteriore alla volontà – in questo senso, si espiano la Langa, l’amore per essa o il suo tradimento.
E così affiorano tragitti che non t’aspettavi.
Torniamo dunque al libro e vediamone la partizione: di dio – dell’armonia – delle cose (anche leggibili, ma per trompe-l’oeil che crediamo fuorvianti, come sintagma unico: di dio come armonia delle cose…[2] del dio dell’armonia delle cose…). Ecco la sorpresa: se la terza stazione è data dalle “cose”, il libro va verso l’ancoraggio, arriva alla massa inerziale come dimensione di solidità selvaggia (la natura, i luoghi della vita), ovvero (che è il medesimo in altro codice) tradisce ansia di radicamento e permanenza, rusticità salute e concretezza dei giorni.[3] Ma se è colpa viversi in quanto ingombro, se siamo accidente che perturba e Nulla è sublime più che attraversare il mondo / lasciandolo immutato, siamo già alla quaestio definitiva: cosa ci faccia, in tanta robustezza, quel fare spazio a vuoto e silenzi[4] delle prime due sezioni; cosa sia quel nulla come respiro del mondo, o la minuzia del dettaglio illuminante, come la fragola della parabola zen.
Se qui il buddhismo non è ghiribizzo da borghese in vacanza (non lo è), c’è un gran bel contrasto da risolvere.
Oppure no, scemi noi: la lirica è ricerca attorno all’io; ma perché questi non la recinga nella propria angustia c’è bisogno di mondo e al tempo stesso di de-cidervi l’inessenziale, ritagliando sentieri che ne allevino il peso. I sentieri di Massucco sono “semplici” modalità: lo è lo sguardo orientale, lo è pure la scienza e il titolo del libro li sovrappone identificandoli nel luogo poetico.
Così, capita di trovare l’inventore dell’atomo non in epigrafe ma dentro il testo (non distante dalla Cabina C al chilometro 1 + 105 e da un verso trobadorico occitano), essendo a lui commesso di trapassare il diaframma tra visione e modello fornendoci la chiave. E appunto: realtà (visione della) o modello, caso o necessità ovvero occhio o mirino[5] sono cimenti che stroncherebbero il filosofo più navigato. A meno di non essere poeti, ché in tal caso la risorsa (la “via”)[6] è lo nello stile.
Massucco non è buddhista, non è scientista, nemmeno gioca temeraria e svagata tra sensi, anima e pensiero.[7] Fosca Massucco è poetessa a suo modo oraziana. Lo è in versi come Deve trovarmi pronta l’armonia / delle cose – / un gatto, un falò, un inverno,[8] o dove emergano la dimensione appartata e domestica, la tendenza al sermo, di tanto in tanto, o alla gnomé. Ma lo è anzitutto tecnicamente, per un felice gioco di iuncturae buone a risemantizzare parole e mondo, in un’esperienza sapienziale ottenuta via tono e dettato. Si tratta insomma di auree e meticce medietà espressive che compongono, pacificandoli, Tibet/Langhe/poesia/scienza/sé/mondo.
Se il Modello – ciò che vedi dal mirino – si genera da uno stilismo della parola anteriore, persino, ad ogni portato semantico (operazione analoga è mutuare nomenclature scientifiche a uso poetico), allora l’ibridazione lessicale, nonché esercizio metaforico, diviene callida iunctura[9] per posatissime artes vivendi mentre l’acris iunctura,[10] più parcamente presente, fa spazio alla scepsi ed è sana riserva di dubbio o modestia.[11]
Solo così, quando il mirino inquadra l’oggetto, si tratti di illuminazioni per accensione d’immagini o delle più distese effusioni discorsive della terza sezione – solo così è plausibile che il baratro liberatorio della scoperta conduca sino al Giappone astigiano.

Luca Pasello

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LUCA PASELLO è docente di Lingua e Letteratura Italiana in un triennio di Scuola Superiore, si interessa di letteratura primariamente secondo curvature didattiche ed educative, solo episodicamente integrandole con approcci di tipo critico, sia come membro della Giuria del Premio Letterario “Anna Osti” di Costa di Rovigo, sia attraverso recensioni e commenti ad opere di poesia contemporanea. Rivendica, quale proprio maggior vanto e diritto, la qualifica di “lettore”, si occupa anche, nel medesimo spirito, di musica colta (che pratica).


1) Luca Rizzatello, Commento in anteprima a L’occhio e il mirino, http://521poesie.com

2) «Deve trovarmi pronta l’armonia / delle cose – / un gatto, un falò, un inverno / o pressappoco – / prima che cambi idea.»

3) «[…] ingollerò molliche di stabilità quotidiana è […]»

4) Un intero saggio andrebbe riservato al trattamento che, ne L’occhio e il mirino, il fisico acustico Fosca Massucco riserva ai suoni: cimbali… ciangottio di nevi sciolte come voce di un dio lieve; vento e ruggito di vespe; addirittura il tempo che ristà crocchiando / come legna estiva ad asciugare o che, con suono finissimo, rumoreggia / come di sabbia. E lamentava di recente, Fosca, una carenza di “legno e corda” nella presa del suono di una registrazione musicale – ancora materia e senso tattile per quanto di più aereo si dia tra i fenomeni.

5) «Così sale un arcobaleno in quota – / l’occhio è un mirino, a fissarlo non lo scorge – / inchiodato al cielo tra gola e vetta.» E se capiti che la mira fallisca e che il poeta ammetta non salvai nessuno, un rimedio si trova: «quando cercai un arcobaleno a forzare i tempi, / aprii l’acqua del giardino in controluce.»

6) …prego poco e male, ma quella è la via – il Ganesh, certamente, ma in poesia un Ganesh è dato stilistico efficace per dinamica testuale, oppositiva/combinatoria.

7) Nulla di sbarazzino, dunque, nella sua levità, come credevamo in passato.

8) Vides ut alta stet niue candidum / Soracte (…) Dissolue frigus ligna super foco / large reponens…

9) «[…] i fasci / di tempo allacciati a covone… quanti di gioia… Un miserevole frattale ricomposto, / vano quanto bruma bassa […]». Altrove siamo alla calligrafia, con qualche rischio connesso: «fogli di vento… sonagli dell’usuale… il vento scrolla le vespe dell’alba… statue di albe…».

10) Un volantino che dona sorrisi in ascensore (…) col 50% di sconto

11) Deve trovarmi pronta l’armonia / delle cose (…) prima che cambi idea… Non salvai nessuno… Io sola so / e non mi servirà a nulla.

Alcune poesie estratte dalla raccolta sono state pubblicate qui

Alcune poesie da “L’occhio e il mirino” di Fosca Massucco (L’arcolaio, 2013)

“Ye cannot but know my command o’er July.
Henceforward I’ll triumph in shewing my powers”
(When Winchester races first took their beginning,
July 15 – 1817, Jane Austen)

Il genio dell’uomo è foggiare
rotonde balle di fieno
immote in una laguna
d’erba dissecata.

La perfezione di dio
è disporre sopra due corvi.

***

Un tintinnio di cimbali –
a l’entrada del temps clar
ciangottano le nevi sciolte.

Preghiere brevi,
la lievità di dio
in un giardino dei semplici.

***

Il mondo tace se annaffio l’alisso
e raccolgo mandorle – le ore sfilano
se impasto il pane.
L’equilibrio di cui mi circondo
non vuole aggettivi, lo guasta
un semplice sospiro.

E nella quiete si tiene il fiato
per non essere fraintesi,
si respira di naso.

I trionfi quotidiani ristanno
a corona dell’anima – in tale pace
aspetto che mi chiami. E che suoni.
Per chi è uso al silenzio
anche una sola strofa
è un volo all’improvviso.

***

Come una vecchia cascina riattata
così mi riconosco – piena di falsi piani
e storie bislacche. Io, una casa della bassa,
qualsiasi – in nulla appariscente.

Se non spurgo umido
come fan per bene i muri crudi,
anche in me risalgono
salnitro e muffe.

Se non rimango mobile,
impassibile ai tali ma cedevole
alla terra di fondazione,
mi aprirò dal profondo.

Quando fui solo un pensiero
c’eran di mezzo lenzuola al vento,
si delimitavano così muri storti e famiglie.
Il mondo sta dentro queste cose,
il resto è il tempo che si perde.

***

Potrei dire di luce e luminarie a far Natale.
La via maestra, un salto al parco grande –
nessun canto, pare non s’usino più.

Ma quassù non arriva
a convincere la festa.
Le sterpaglie ingannano, bruciate
profumano di legna;
Le rose in boccio al capo dell’anno
tentano di fiorire – e non si aprono mai.
L’erba è verde in fretta,
un mezzogiorno di sole e vento,
poi piega all’agonia della neve.

Guardo fuori e aspetto quel sole
e quel vento – farò volare la cenere
e mi perdonerò.

***

(a Enrico che sa)

I.

T’ho visto indugiare rivolto alle colline
– i sensi incerti –
mentre si posavano i lanuginosi veli di novembre.
Sorvegliavi le nubi
gonfie e pesanti come matrone lagnose.
E ti è sfuggita la vite spossata
che arrossiva alle ultime proposte dell’autunno.

II.

Aspettando dicembre
ho smarrito gli anni privi di noi –
i ricordi affondati in una palude
di quiete perfetta.
Ora c’accompagna questa vita
finalmente scoperta –
restituita ad entrambi.
Per te partorisco futuri stellati
come Leda le uova.
L’alba s’attarda a gonfiare l’aria –
aspettando dicembre.

2013 74 massucco l'occhio e il mirinoFosca Massucco è nata nel 1972 a Cuneo, e vive vicino ad Asti. Fisico Acustico e Tecnico del suono, è innegabile che nei suoi versi aleggino un’attenzione per il suono, un’attenzione per il ritmo acuite evidentemente da una predisposizione diventata poi professione. È sposata al jazzista e compositore Enrico Fazio.
La poesia di Fosca Massucco pesca dalla diretta osservazione degli eventi che più la riguardano da vicino e «si rapporta ad un universo che spesso è materico anche quando si fa introspezione», osserva Luigi Papandrea nella Postfazione alla raccolta. Il suo è un dialogo costante con la realtà per interrogare anche l’oltre, e non è un caso che la prima sezione della raccolta sia intitolata proprio “di dio”, alla quale fanno seguito altre due sezioni, “dell’armonia” e “delle cose”, in una sorta di ascensione inversa: dall’impalpabile al tangibile, dove è proprio ciò che è più tangibile a essere il centro della poesia e della riflessione attraverso essa condotta. (f.m.)

Fosca Massucco
L’occhio e il mirino
Interventi di Dante Maffia e Luigi Papandrea
“I codici del ‘900”, L’arcolaio, 2013

Editrice l’arcolaio: una realtà di poesia che chiede solo di essere sostenuta

Poetarum Silva sostiene la Casa Editrice L’Arcolaio
e vi invita a prendere visione del suo validissimo catalogo di poesia contemporanea:
non lasciamo che gli squali dell’editoria affievoliscano le voci migliori,
quelle sane, quelle che diffondono con passione e dedizione
“virtute e canoscenza”

2008 01 davòli gli incendi2008 02 carlucci ciclo di giuda2008 03 sallusti la lepre cede il passo2008 04 turra zan stanze del viaggiatore virale2008 05 ceccarini giorni manomessi2008 06 tipaldi humus2008 09 germani livorno2008 07 zattoni bucare la polvere2008 10 montini il panico e la grazia2008 08 della capa interno_esterno2008 11 vaan cosmesi2008 12 de monte l'inclinazione al cerchio2008 13 d'andrea canzoniere2008 14 michieli dire2009 15 bàrberi squarotti gli affanni2009 16 nuscis la parola data2009 17 camoglio canti onirici2009 18 mari minuta di silenzio2009 19 de lea ruderi del tauro2009 20 zinetti nel solo ordine riconosciuto2009 21 cogo io cane2009 22 referza ma ciò che resta lo istituiscono i poeti2009 23 masini cercavi tra l'erba2009 24 fichera nel respiro2009 25 renzi i giorni dell'acqua2009 26 montini uodishallo2010 27 davòli come all'origine dell'aria2010 28 chierici la stirpe del mare2010 29 paolini dall'amicizia2010 30 bacchilega paesaggi del mondo e dell'anima2010 31 uberti urgimi addosso2010 32 vello utopia di una margherita2010 33 falconi uscita di sicurezza2010 34 xella neanche vedo più2010 35 guglielmin c'è bufera dentro2010 36 vailati sulla via del labirinto2010 37 vitale alcune cose2010 38 montini la moneta a noi donata2010 39 comoglio bubo bubo2010 40 sabbioni al suo vero nome2011 41 ferrario crepuscolo degli affetti2011 42 viti accorgimenti2011 43 germani terra estrema2011 44 bonora educare comunicando2011 45 montini parola di scriba2011 46 franceschetti dal labirinto2011 47 pizzo dentro l'abisso2011 48 pagelli puppets2011 49 alborghetti supernova2011 50 vello la casa sonora2011 51 uberti dei bui2011 52 massenz la ballata delle parole2011 53 amarelli le nude crude cose2011 54 spadoni fiat lux2011 55 gabbia la terra franata dei nomi2011 56 fattori le parole agre2012 57 poletti porta a ognuno2012 58 carlucci il mare e lecose2012 59 di edoardo la strada più lunga2012 60 artioli la casa a cui vieni2012 61 soave europa rapita2012 62 santucci prima dell'alba2012 63 vespigiani il fiume oltre il mare2012 64 zinetti improvviso il mare2012 65 ferrario borderline2012 66 vitale il leviatano2012 67 benini sforza dopo questo inverno2012 68 aravecchia la valigia e il nome2012 69 buzzati l'attesa e l'ignoto2012 70 forlani il peso del ciao2013 71 cerrai diario estivo

Potrei parlare come ‘autore’ dell’Arcolaio, ma non lo farò. Lo faccio invece come lettore di poesia. Conosco L’Arcolaio da sempre, da quando Gianfranco Fabbri mi inviò 5 anni fa un messaggio per annunciarmi la nascita di questa nuova avventura. Era l’8 gennaio 2008. In cinque anni Fabbri ha pubblicato 71 titoli: i più di poesia; alcuni di prosa; un romanzo; alcuni interessantissimi saggi.
L’Arcolaio ha fatto conoscere molte voci nuove, e confermate altre note. L’Arcolaio mi ha sorpreso quando ha pubblicato il libro di poesie di Giorgio Bàrberi Squarotti, che fino ad allora per me era il grande critico e illustre professore più volte incontrato nelle immense bibliografie all’università.
Ma come tutti i piccoli editori L’Arcolaio si regge in piedi grazie a ciò che vende: un titolo venduto è un titolo che permette a un altro d’essere pubblicato. Per questo è importante ora sostenere quest’avventura che, raggiunto il suo primo lustro non può, non deve fermarsi. [Fabio Michieli]

Il peso del ciao – 2012 – Ed. L’arcolaio (post di Natàlia Castaldi)

[…] in questi anni si sono stratificate molte esperienze, esistenziali e liriche, e alla fine
ne è venuto fuori un voyage en forme de prose (e poesie) […]
Francesco Forlani

Il peso del ciao - di Francesco Forlani

Il peso del ciao – di Francesco Forlani

(a breve ordinabile da QUI)

dalla sezione Canti da Ring

La redazione di Canti da Ring risale ai primi anni del duemila in pieno poetico esilio parigino durante un incontro di pugilato con la realtà.
F.F.

Perché il giornalista chiede se i poeti scrivono solo quando sono tristi

L’avevamo appreso nei manuali o forse solo
Sentito dire
Che i poeti le parole e il canto
Come un atto di dolore – immagino –
Soffrendo s’aprono un varco
Masticano il cuore della musa

L’avevamo capito così e così era allora
Il dolore del piccolo Giacomo
Appoggiato a visione rupestre
Di una piccola città di provincia
Che se non vi fosse nato il poeta
ai più resterebbe sconosciuta

O l’impazienza di Catullo i fuochi dentro
– era al suo fianco al punto di redigere? –
e voglio dire la cera e quanto altro
a portata di mano con la pena
o già le braccia al collo di Lesbia
teneva?

L’avevamo immaginato che la sparizione
Del gigante poco dopo il discorso
– di Lenin –
e prima dell’orazione funebre il rimpianto
– ma io conto i giorni di rosso autorizzato –
ed era d’amore la polvere da sparo
nell’impetuoso gesto Majakovski.

Non so se la mia tristezza sia solo un capriccio
Dell’anima
Turbata da molti e molti bicchieri
Dai pensieri dai conti
Di andare restare rifare di vita un unico sistema
Coerente e mettere i soldi da parte
O farsi parte discreta assente

L’avevamo appreso dai manuali
Che l’amore puro dei poeti solo del corpo
Fa astrazione
Distratta Laura e Beatrice mai esistita
Ma Paolo e Francesca, Iseulte?

L’avevamo ripetuto nei manuali
leggendo a voce alta le braccia conserte-
i poeti non hanno due tempi
uno per vivere e l’altro per incominciare
e la tristezza non ha niente del volo
del tuffo della vertigine ma solo
vuoto

E quel vuoto ti ragiona si assottiglia
E vuole farsi oblio anche quando
La memoria nel dormiveglia mormora
Ricorda tracce dell’esperienza souvenir
i piedi freddi di lei incollati ai polpacci-
raccogli i cocci e quel dolore è tuo

ecco perché sussurrato da un telefonino
uno spirito tutto moderno da poesms
un imbuto
ma è forse il vino la bottiglia felice versata
tra commensali in gara il fondo
che lascia intravedere lo sguardo
dall’inclinazione

Sale il bisbiglio e sa di pane e sassi
E sono le poche note conosciute
Da lungomare da canzone d’amore
Arrugginite dall’aria salmastra
Dalla contingenza di venti anni di sinistra
Senza coraggio senza di te

Avevamo la certezza che i poeti
Alle notti bruciano di cortesia
Compromettono parole cambiando l’ordine
Il sillabario il neologismo e aggiungono
Nuovo al vecchio anche se è antico
Il nuovo ed il dolore la pena
– guai ad ammalarsi per un raffreddore –

Che i poeti sono gelosi e molto
Ma solo degli altri poeti
Come se una parola data non facesse
Testo – e men che meno libri di testo –
E si piange la mancata assegnazione
Del premio letterario di un generoso Nobel
Il posto in prima fila come spettatore
Del sé
e dello stesso –

L’avevamo imparato a memoria
E riaffiora come una preghiera
A metà il poema
in genere la mente non va oltre
la prima quartina –
poi diventa un gemito un rumore di fondo
– in genere la morte non va oltre, la vita –

ma piace pensare alla stazza della nave
il bastimento carico alla fortezza volante
leggera resistere all’aria all’acqua
sfilare via lasciare scia di pochi e preziosi attimi
l’escoriazione sul mento ed al ginocchio –
superficie profonda un arco teso tra la terra e cielo
un punto
di cedimento.

La dimensione della parola. Su Dire di Fabio Michieli – di Davide Zizza

La dimensione della parola. Su Dire di Fabio Michieli

di Davide Zizza

 

Un antico proverbio turco dice che scrivere è “scavare un pozzo con un ago”. Ce lo ricorda Orhan Pamuk nel suo librettino intitolato La valigia di mio padre. Se da una parte questo paragone prefigura il duro lavorio dello scrittore, narratore o poeta che sia, dall’altra presuppone che scrivere diventi pure un atto di chiarificazione stilistico-tematica capace di riportare alla superficie del testo una dimensione coerente di parola e significato, eliminando ciò che di questo scavo non serve. Ancor più in poesia l’opera di scavo può manifestare un senso di una più profonda essenzialità in quanto la parola poetica – per quanto possiamo fornire definizioni importanti derivanti dalla tradizione letteraria – rappresenta nella sua costituzione testuale un’arte del levare. Se lo scrittore filtra, il poeta distilla.
Così scopriamo la raccolta Dire di Fabio Michieli, pubblicata nel 2008 (L’arcolaio editore): un vero e proprio distillato in cui l’autore ha riversato non solo la sua visione, ma anche l’esperienza di scrittura come purificazione, scrittura come estrazione della verità. Il momento poetico del “dire” – declinato non come un dire della purezza ma come una purezza del dire – manifesta una sostanza verbale che vuole fondersi con la pagina stessa, quindi parola e foglio assorbiti vicendevolmente per creare “un libro chiaro […] una pagina bianca quasi pura” dove quel quasi rappresenta lo sguardo dell’autore, sguardo non soltanto soggettivo, ma capace di catturare con attenzione i segnali intorno a lui.

lieve, un respiro lontano si fa
eco e mistero: voce che s’innerva
se un cuore esangue dorme tra le mani

Augusto De Molo, nelle sue impressioni di lettura, ci restituisce una pregnante definizione di relazione del poeta con la propria città nel senso figurato di un Orfeo contemporaneo e la sua Venezia-Euridice che il poeta guarda negli occhi, non per perderla come nel mito tradizionale, ma per comprenderla a fondo.
Credo che un motivo ulteriore vada a legare – filo invisibile ma resistente – ogni verso componente la raccolta, un oltre che ritroviamo nel desiderio di chiarire un tema, un’immagine o un argomento, ma anche di superarlo. È l’idea di poesia quale osservazione della realtà che diventa a sua volta occasione di poesia, del dire. Pertanto non solo l’immagine in sé, assorbita, fortemente interiorizzata nella sostanza della parola, ma immagine superata nella sua stessa definizione poetica e di conseguenza osservazione che va a definire o a ridefinire un significato costituitosi nel tempo, per es. in questi versi dedicati al mito orfico:

(Euridice a Orfeo)

voltati e guardami! sei tu: sono io:

m’interroga il silenzio sceso come una nube
a cingermi e salvarmi dall’intorno vociante –

ora voltati e guardami! ti supplico:

spegni il tuo amore incauto! eternami nel canto!
annientami: dissolvimi: esaudiscimi: annullami

Qui non riscopriamo la rivisitazione del mito fine a se stessa ma un superamento del tema per ricavarne un’occasione montaliana di riflessione, di ciò che rappresenta. In altre parole, prestandoci le parole dalla prefazione di Fortini alle poesie di Rilke tradotte da Giaime Pintor, la scrittura di Michieli è “poesia che è occasione di poesia” e pertanto non obbedisce necessariamente ad una interpretazione ‘ideologica’, ma diventa motivo poetico di espressione. Una poesia il cui titolo ha rievocazione oraziana, vestigia terrent, è – in linea con il tema dell’occasione – un mettersi in ascolto del senso che il tempo e i giorni assumono per l’autore:

ma le ceneri che ho nere sul capo
le ha posate il vento che ancora sparge
reliquie di chi arse ieri sul rogo,

nell’ultimo scorcio di Carnevale.

A queste ceneri che preannunciano il periodo quaresimale il poeta preferisce “l’azzurro che invade il giorno sereno”, un azzurro “tutto cielo o tutto mare” il cui colore sottintende un ideale di uniformità fra parola e senso, facendoci così riscoprire la finalità di una scrittura che ritagli una sua dimensione sulla carta. Dimensione umana che non nasconde le ferite del tempo (“così non ho diritto alle illusioni!”) o la ragione di un dolore (“fu […] /il ricordo a disperdere sul volto/due rivoli di noia”) o ancora il senso dell’attesa (“già s’agghiaccia l’attesa se al ritorno/sul volto squamerà/la fiamma che arde nuova una passione”), dimensione che si presta ad una funzione simbolica e significativa:

(di quel che resta avvolto nella carta non lo diresti mazzo
ma l’idea che di esso ci si può fare […]
non lo diresti un mazzo quel che resta)

Fabio Michieli nel suo Dire riesce a delineare uno spazio di parola in un movimento essenziale che distilla nel fondo della pagina un sentire profondo e autentico.