editrice l’arcolaio

Luciano Benini Sforza, La matita e il mare

lamatitaeilmare

Luciano Benini Sforza, La matita e il mare, L’arcolaio, 2016; € 12,00

L’endiadi del titolo racchiude tutta la poesia di Luciano Benini Sforza: la racchiude nel gesto delicato di chi disegna a matita, e la comprende nella vastità del mare dove da sempre si rivolgono gli occhi del poeta; semplificando al massimo, potrei dire che il titolo andrebbe letto “la poesia del mio paesaggio”, dove “la matita” indica la poesia e “il mare” tutto il pae­saggio abbracciato nello sguardo di una vita dal poeta. Come un ritrattista lungo il litorale, Benini Sforza coglie i segni e li sfuma, in giochi d’ombre e chiaroscuri dovuti alla costante presenza della luce, nella vasta tela della vita che è compresa nel mare, nell’acqua, che è il corpo di ogni cosa perché ogni corpo si fa mare, o onda, o flutto, o goccia. È forse anche la dimensione liquida della società, della modernità, secondo la felice definizione di Bauman. È soprattutto un ritorno agli elementi primor­diali, originali, ancestrali, essenziali; è un ritorno alle proprie origini attraverso la poesia, una poesia delle origini (ma siamo sicuri che la poesia di Benini Sforza se ne fosse allonta­nato?):

Questa poesia, sai, torna all’origine,
ai primi messaggi, alle confidenze,
alla stanza con i respiri sovrapposti.
Torna ai codici diversi di sentire dentro i giorni
il viaggio del corpo e delle mani.
La nostra poesia ha sbagliato la partenza.
L’essenziale, mi dico ora.
Il biglietto
stretto dell’appartenerci. (p. 35)

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‘Appartamenti o stanze’ di C. Gallo. Lettura di G.A. Liberti

gallo-appartamentiLettura di Appartamenti o stanze di Carmen Gallo (d’if, 2016)
di Giuseppe Andrea Liberti

Che la poesia di Carmen Gallo abbia al suo centro «il tema della relazione e del rapporto tra relazione e senso (della relazione)», lo notavano già i lettori di Paura degli occhi (L’arcolaio, Forlì 2014). E che i suoi versi tracciassero sin da allora una planimetria di muri e barriere, lo evidenzia Alessandra Trevisan nella sua recensione al volumetto:

Lo spazio è molte cose in questa poesia, ed è molti luoghi: è un edificio (una “casa”), è una città (o un “paese straniero”), è un oggetto o sono molti oggetti. Tornano, soprattutto, i sostantivi “mura”, “pareti”, “finestre”, a segnalare l’idea di confine che lo spazio traccia fisicamente e con la parola nel verso ma, tuttavia, si tratta di sbarramenti fragili, che non reggono […].

Di quell’opera prima, da tutti riconosciuta come una prova di precoce maturità stilistica, il poemetto Appartamenti o stanze (Edizioni d’if, 2016) prosegue il discorso riprendendone i motivi e i temi più evidenti: la spazialità, definitivamente tematizzata sin dal titolo, delle «pareti» e delle «finestre», e dunque delle stanze; la presenza massiccia e perturbante del corpo, stanza esso stesso come si vedrà, e delle sue parti singole; la memoria e i suoi fantasmi, che nell’ipotesi narrativa («Questo libro racconta una storia», p. 54) trovano la dimensione più adeguata per la loro manifestazione.
L’impressione è che il poemetto provi a fare i conti, oltre che con i fantasmi e dunque con la memoria, con il dramma del contatto con l’Altro. Tutti i personaggi del libro vivono un’incomunicabilità di fondo presentata al lettore sin dalla prima scena, con l’«uomo che urla» che

ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare il vuoto (p. 13).

«Misurare il vuoto»: attività che torna dopo poche pagine, sempre seduti accanto alle «donne intorno al tavolo» (p. 18). Anche nell’en plein air d’apertura, opposto alla dimensione suggerita dal titolo, si misurano i «vuoti», come se i soggetti fossero già “chiusi in camera”. Intorno ai tavoli si consumano gli incontri, i discorsi, le persone «parlano, si separano» (p. 15), ma i tavoli devono «lasciare/ libero lo spazio per chi vuole ballare» (ibidem). Il minimo cenno di comunità viene spento da un gesto che sembra favorire l’iterazione, ma che piuttosto la uccide:

La musica è alta, e la voce
non arriva a spalancare la finestra.
Tutti sentono la mancanza dell’aria (p. 17).

Proprio l’avvio delle danze consente di andare tra i tavoli e incontrare le presenze (Gallo li definisce «fantasmi») che animano Appartamenti o stanze. La figura più singolare è probabilmente quella della “donna bianca”, che «siede lì da dieci anni» ma «non riconosce le lingue e i giorni» (p. 16). Sarà, questa, la figura che più d’ogni altra interpreterà la difficoltà della comunicazione col ricordo. «La donna non vuole nemmeno parlare con noi», si legge alla sua prima apparizione; d’altronde è questa figura che annuncia «concordanza/ difficile della parola al senso» (p. 19). Per lei, la comunicazione è aggravata dal problema del significato: ciò che si dice, non è detto sia ciò che s’intende dire. C’è poi il suo essere ancorata a «un ricordo preciso, e uno solo» (p. 16). Non mette conto sapere quale sia il ricordo in questione; vale la pena, piuttosto, notare come la persistenza di un solo ricordo – nello stesso corpo che «non ha nessun ricordo/ di quando cantava, rideva, agitava piano/ le mani nel vuoto, tra i fili della flebo […]» (p. 33) – trasformi la donna in sedia. La donna diventa parte del mobilio, non sapendo più come rapportarsi né al presente che consente di percepirsi come corpo tra altri corpi, come singolo nella collettività, né a quel passato che fa di un corpo un’individualità con una sua storia. (altro…)

Cultura come Universo: ‘Il tempo del consistere’ di G. Fabbri (di L. Cenacchi)

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Gianfranco Fabbri, fondatore dell’Arcolaio di Forlì, esce, dopo un lungo silenzio, con il libro di prose Il tempo del consistere.
Si intuiscono subito, anche a una lettura sommaria, le molteplici sfaccettature di cui questo libro è carico e, di conseguenza, la difficoltà di impostare un discorso critico che possa abbracciarle tutte. In questo articolo prenderò in considerazione, da una parte, la riflessione sul tempo sottesa alla struttura del libro: di come la sua struttura lirica interpreti il sentimento del tempo postmoderno; dall’altra come Fabbri, non riuscendo più a poter concepire genuinamente una identità e un sentimento lirico legati al territorio, opponga a questo una de-realizzazione che lo proietta nell’orizzonte culturale della coscienza, il quale si rivela nuovo universo d’interazione.
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  1. La frammentazione del tempo

Questo libro, inevitabilmente, è anche un’opera che concerne il sentimento del tempo.
Il tipo postmoderno non può più concepirlo come un continuum, come progresso e ha teso a frammentarlo rivalutando così «l’attimo isolato e isolabile»;[1] oggi lo scrittore «tende a una percezione omogenea di un tempo galleggiante, che sottomette l’essere all’istante».[2] Anche Il tempo del consistere non fa eccezione e infrange il continuum, il progresso cronologico, chiudendo gli eventi in componimenti singoli che, a loro volta, sono diluiti dalla coscienza dello scrivente che li percepisce. Difatti il libro si fonda su un rilancio tematico di concordanza od opposizione. Così il campo d’azione non diviene più la realtà, ma la coscienza, la quale impone il tempo, per così dire, dei suoi frammenti, i suoi istanti sempre attuali.
Questa suggestione dispiega, così, il senso etimologico del titolo del libro Il tempo del consistere (cum+sistere, stare fermo, stare saldo, avere il proprio fondamento in…), dunque radicarsi nell’istante della coscienza. Questa peculiarità si può ritrovare sin da subito nell’episodio Non mi va di alzarmi che apre la prima sezione del libro, Echi del passato. Qui percezione esterna e interna si fondono.
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  1. Realtà e cultura

Qual è la conseguenza di questa fusione? Ovviamente uno straniamento dalla realtà. O meglio: vi è una dipartita dalla territorialità, che non può più rispecchiare l’io. Questo è sintomatico, soprattutto, nella sezione L’occulto sguardo dal presente in cui vengono dipinti paesaggi desolanti e vuoti, assieme a difficoltà comunicative con altri personaggi. Nel trapasso dalla prima alla seconda sezione l’impressione ricorrente è che il mondo abbia perso qualcosa: l’efficacia del rapporto umano. Difatti la dimensione del gioco, che la incarnava, viene quasi totalmente a mancare; viene così sostituita da suture precarie e frangenti di pura incomunicabilità. Ritorna un dialogo con gli oggetti,[3] ma non è altro che lo specchio di quello con gli uomini: nel migliore dei casi momenti passivi, come la tastiera, oppure la macchina gialla.
In questo modo Fabbri registra lo sgambetto che il mondo fa all’uomo, anche se qui si dovrebbe parlare ancora di poeta: non tanto la perdita dell’altro quanto la difficoltà comunicativa o, a volte, l’impossibilità comunicativa.
Ma quello che soccorre il Nostro nell’inerzia di questo immaginario è proprio la ‘suggestione della cultura’ che si rivela un universo gravido in cui agire e dal quale ci si può lasciare fecondare. Nell’omonima sezione, così, l’ipotetica biblioteca di Fabbri (che chiamerei biblioteca essenziale), più che per titoli, è ordinata per nominativi in cui si innestano le riflessioni dell’autore. Questa caratteristica prosegue alternamente anche nelle successive sezioni.
Così la realtà straniante viene sostituita dall’immaginario culturale, che è quello della coscienza. È questa la cosa interessante di questo libro, che lo apre a sviluppi interessanti e a congiunture inattese. Quello che rimane certo è, fra le tante cose, la transizione d’identità cui l’autore è stato obbligato. L’io, non potendosi più rispecchiare nel territorio, tende a compiere una parabola d’astrazione, ma senza rinchiudersi in una sterile autoreferenzialità. Difatti la suggestione della cultura, obbligandolo a un confronto, impone all’io di uscire fuori di sé per poi ritrovarsi accresciuto. La cultura diviene così non solo un silenzioso interlocutore, non restituisce soltanto l’equilibrio perduto,[4] ma si scopre depositaria di quell’umanità smarrita. Io credo non sarebbe un errore sillogizzare: cultura come essenza dell’essere umano. Perché? Perché la dissoluzione dell’orizzonte geografico ha aperto possibilità di virtualità totali ed è in questa totalità d’immaginario, intesa come molteplicità di suggestioni amalgamabili[5] e comunicanti, che si dovrebbe costruire un identità comune, almeno nell’utopia letteraria. In questo libro Fabbri, mi pare, si sia aperto a questa possibilità, alle sue molteplici virtualità, e per un certo verso, rispecchia anche, seppur sia un uomo profondamente legato al ’900, l’architettura plurale, anche se confusa, del nuovo millennio.

© Luca Cenacchi

Note
[1] Postmodernismo e letteratura in Bertrand Westphal, Mappe della letteratura europea e mediterranea, Mondadori 2001.
[2] Ibidem.
[3] Cfr. pp. 44, 46.
[4] Cfr. Ciò che mi frega è lo specchio.
[5] Ma non deve essere operazione intertestuale, qualora si considerasse intertestualità la giustapposizione paratattica di elementi letterari.

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Luca Cenacchi nasce a Forlì nel 1990. Ha scritto prefazioni a raccolte di versi. Suoi articoli critici sono apparsi su Poetarum Silva, Fara poesia, Kerberos Bookstore e la piattaforma Laboratori Poesia della Sammuele editore. Sue poesie sono pubblicate in antologie, fra le quali La mia sfida al male (Fara 2016). Collabora con il Centro Culturale l’Ortica.

I poeti della domenica #158: Liliana Zinetti, Il pomeriggio d’aprile ripete l’inverno

perché ho cercato troppo ciò che ho perso.
Philipp Jacottet

Il pomeriggio d’aprile ripete l’inverno.
Non potrai essere felice se cammini tra le ombre.
La felicità ha un’età breve.
Hai guardato troppo a lungo.
No, sono risalita e la luna
era la stessa luna,
rifletteva l’identica disperazione.
Le stelle sono cumuli di gas e detriti
solo i vermi non mentono.
Dobbiamo imparare la distanza,
subirla è il dolore.
Guarda, la siepe del giardino
delimita un piccolo mondo
d’insetti sotto un tetto d’erbe,
il sorprendente azzurro di una farfalla
è cielo.
Il gesto del contadino che apre
il ventre molle della terra,
la mimesi del fiore che sfoglia ricordi
del colore
sono la liturgia del minimo
a cui soggiace la vastità del mondo.

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© da Liliana Zinetti, Improvviso il mare, L’arcolaio, 2012

Appunti per un omaggio a #NardaFattori

 

narda

Come Cristina Campo, Narda Fattori è stata tradita dal suo cuore malconcio. Come Cristina Campo, Narda Fattori se ne è andata improvvisamente, lasciando tutti sgomenti e sorpresi. Come Cristina Campo, Narda Fattori è morta a gennaio: l’11 gennaio, un giorno dopo la Campo. Come Cristina Campo, Narda Fattori ha sempre avuto lo sguardo e l’attenzione fermi sulla parola scritta e sul suo valore etico, e di conseguenza anche sulla bellezza come categoria estetica; una bellezza ottenuta e mantenuta tale anche quando la lingua sfiorava la mimesi (se non la parodia) del parlato, perché la realtà circostanziale non è mai stata estranea alla poesia di Narda Fattori. Detto questo, il parallelismo finisce qui perché all’aristo­cratico esclusivismo campiano Narda Fattori sostituì e perseguì la mirabile vocazione alla comprensione e alla accessibilità universale della sua poesia: ogni poesia scritta doveva essere chiara anche a chi non disponeva degli strumenti per comprenderla, per educazione e istruzione ricevute, di certo non per scon­tare la fatica di entrare nel testo, ma proprio per il motivo opposto: per entrare nel testo della poesia e scoprire che non c’erano sconti dalla vita all’individuo, all’uomo. La parole erano il suo strumento, da pla­smare una volta catturate lungo quel percorso che dal cuore sale alla mente per fissare il pensiero; quelle «parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi/ che passano o trapassano messaggi/ che si confondono si inerpicano e cadono// povero pensiero e povere parole/ che culla scomoda e malconcia la mia testa». A questa tensione etica fa da controcanto un’aura d’infanzia che le permetteva di mantenere vivo lo stupore ingenuo di chi coglie il variare dei colori dei paesaggi romagnoli a lei cari, posti sempre a sfondo, quasi mai nominati direttamente. Quel mondo dell’infanzia – dove «i bam­bini hanno gambe come ali/ per correre dietro al vento» – che forse le era caro per affetto lontano: dalla sua infanzia caratte­rizzata anche dalle letture suggerite da un padre – “ombra timoniera” – sempre pronto a procurarle libri su libri. E questo è uno di quegli aspetti esterni della vita di Narda che ho appreso di recente. Perché in realtà di lei ben poco sapevo oltre la sua poesia.

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E dire che io ho conosciuto la sua poesia tardi, e molto poco conosco ancora. Galeotto fu l’editore, mi verrebbe da dire; e in effetti le cose andarono proprio così, poiché il mio incontro fu determinato dalla pubblicazione, nel novembre del 2011, della raccolta Le parole agre con L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.
Sin dal titolo, come da più parti è stato indicato, era chiaro che la vita aveva presentato un conto salato alla poesia di Narda. Eppure lei non si era ritratta dalla sfida di raccontare i mali di questa società che ai suoi occhi, che essendo occhi di un poeta sono occhi dell’umanità, si schiantava sull’asfalto di strade percorse ad alte quanto inutili velocità, metafora di una frenesia del vivere che conduce all’annullamento di ogni cellula di umanità. Le parole agre è un libro fatto di condizioni difficilmente sopportabili (e tra i significati di “agro” ciò che è “difficile da sopportare” rientra a pieno diritto), come quelle presentate nella carrellata, nell’infilata, nella teoria, nel catalogo degno di un poema epico, di figure femminili, o meglio ancora di femminilità frammentata delle poesie raccolte in Frammenti di anatomia, la se­conda e ultima sezione del libro, che segue quella eponima alla raccolta. (altro…)

Narda Fattori, Dispacci (L’arcolaio)

dispacci

Narda Fattori, Dispacci, L’arcolaio 2016

I Dispacci di Narda Fattori sono ambasciate poetiche che del messaggio e della poesia possiedono tutta la forza comunicativa e creativa. L’equilibrio, la coesistenza, il connubio tra significatività del contenuto e cura dell’espressione non mostra cedimenti e ogni testo della raccolta ne dà testimonianza. Una prova evidente della riuscita di tale unione è il movimento sicuro sull’asse temporale e tra le direttrici temporali: mi riferisco non solo ai piani del passato, del presente e del futuro, ma anche all’uso meditato e misurato dei tempi e dei modi verbali. Anche nel procedere di un singolo testo, questi si alternano spesso e ricorrono in più varietà, come accade, in maniera esemplare, proprio nei primi tre dispacci, inviati rispettivamente al padre, alla madre, alla sorella. Non si tratta soltanto di andare a ritroso con i ricordi, non ci si limita – e non si sbarrano gli accessi, tuttavia – alla nostalgia, al rimpianto. I messaggi ai propri lari includono i desideri, le aspirazioni e le peculiarità di quelli, così come le dicerie e le opinioni forzatamente manchevoli degli altri. Perché sono forzatamente manchevoli le opinioni ‘pubbliche’, ‘comuni’? Lo sono per il semplice fatto, come dichiara Narda Fattori, che tutti gli umani si trovano a dovere, e a non sapere fronteggiare «materia / difforme e sorgiva – implacabile –// vita».
Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»;  la vocazione dei poeti che «Testardi tornano a seminare fonemi/ dentro i solchi» è sentinella su un avamposto arrischiato, uno dei pochi, tuttavia, che garantiscono vista acuta ed eloquio chiaro. Un metodo di conoscenza e un sistema di invio e disseminazione del messaggio del quale si sono volute perdere le coordinate e che la poesia, caparbiamente e controcorrente, pure persevera nel tramandare. (altro…)

La “reticenza” di Damiano Sinfonico (di Samuele Fioravanti)

sinfonico storie

Damiano Sinfonico, “Storie”, L’Arcolaio, Forlì 2015

Damiano Sinfonico ha scritto un libro di reticenze. Pur leggibilissima e piana, la sua è una poesia del riserbo che, giunta al culmine, puntualmente glissa. Una poesia dello smacco. Sinfonico non ci risparmia di aprire l’intero volumetto con il pronome “mi” e di chiuderlo con la parola “vita”, per poi dirci il meno possibile non solo su di sé ma anche sulla vita. Pertanto, quando scriveremo il suo nome, d’ora in avanti, intenderemo parlare di colui che dice “mi” e che dice “vita”, non dell’autore che si firma in calce e occhieggia in copertina, poiché Damiano Sinfonico, appunto, ci scorta sull’orlo della franchezza e garbatamente si defila.
La terza sezione delle sue Storie, intitolata alle poesie “innocenti”, cioè schiette, non rinuncia a comporre un breviario minimo di impicci privatissimi e seccature, tuttavia non passa il segno. Damiano si ricrede, non reagisce ai rimproveri, finge di non essere a casa e, insomma, non si espone mai del tutto. Ci informa che è tornata “la barista russa” e ammicca: “scorbutica [e] scontrosa”, ma a dirlo sono gli altri (È tornata, mi dicono, la barista russa), lui ricorda solo “uno scontrino battuto in fretta”. Eppure le fa il verso, giacché lo scontrino battuto in fretta non è poi dissimile dalla rapidissima quartina che sta schizzando per descriverla: tre versi di sette parole e un verso di due, ma il verso di due parole è un settenario – un settenario battuto in fretta.
L’intero libro è screziato di simili, microscopici guizzi, in cui persino la prosodia si fa riserbo e scacco, poiché Damiano Sinfonico preferisce indubbiamente questa cautela ai comizi dei “poeti” che “parlano di dolore, impudicamente” (Si presentano due poeti in libreria: ma il “si” è passivante o riflessivo? Un altro wit?). La sua poesia dello smacco e del riserbo è quindi una poesia della decenza; il che non significa, ovviamente, che si tratti di una poesia della vergogna. La discrezione è nemica dei nostri vasti regimi mediatici e lo smacco ha dunque tutta l’aria dell’impercettibile Davide innanzi al gigante Golia.
Sinfonico, del quale dovremmo pur dire che è di Genova, non la menziona benché ne parli e la esibisca in copertina; e per non dire Genova, accenna a Palazzo Spinola, all’Acquario e persino alla sopraelevata e alle manifestazioni studentesche dell’Onda Anomala sotto il Governo Berlusconi IV, ma, a ben vedere, quel che dice è solo “ponte” e, una volta, gli scappa “l’onda”, però minuscola (Il ponte, oggi, è riservato al traffico automobilistico). Se parla di Venezia non nomina Venezia e, dei suoi campi e campielli, non rileva che “piazze”. Per riserbo e per decenza, il suo lessico è colto e opportuno, nient’affatto lambiccato, schifa l’hapax e mira alla lucidità dell’aggettivo consono ma usuale. Sono “piccole”, “belle” e “graziose” le sue cose, se sono cose, e sono “rosse”, “bianche” o “grigie”, se sono colorate; tuttavia, per l’incanto del garbo e del riserbo, appaiono preziose poiché ci sono puntualmente sottratte e, come dicevo, ci sono sottratte al culmine. Anche a Parigi non cita Parigi (L’ultima colazione in Place des Vosges) ma quella Venezia che affiora innominata nei suoi versi – “le prime case riflesse nell’azzurro” – non è ancora Venezia: lo sarà presto, per ora è “bellezza scocc[ata]” dai fuggiaschi veneti altomedievali (Fuggivano da Aquileia). Una bellezza scoccata come la luce nell’Anguilla montaliana o il ramarro dei Mottetti, come scoccano le sette sul campanile gozzaniano della Notte santa e come “scocca l’arco del dir” nel XXV del Purgatorio. In una sola parola si annida un altro guizzo che è uno scacco, che dice Venezia dove non la dice, che dice di più dove dice di meno.
Damiano Sinfonico ha scritto un libro di reticenze poiché non svela al presente quel che si aspetta dal futuro. Ha scritto un libro che inizia da una perdita (Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla) e approda a “un altro secolo di vita” dove “aspettare insieme il domani” (Il trasloco sta finendo). Ha scritto un libro sull’aspettativa, nel quale Venezia è bella perché non è ancora Venezia e Zlotograd è tanto più vicina quando è dietro l’orizzonte (Zlotograd, non è scomparsa dalle mappe). Nessuna meraviglia, quindi, che abbia donato a un’amica una busta chiusa chiedendole di aprirla “quando sarai molto vecchia” (Una volta ho regalato a un’amica una busta). L’amica non rompe il sigillo – e noi con lei, sospesi. Perché Sinfonico ci nega anche quel che ci spetta, portandoci in “gita all’acquario” quando “le vasche dei delfini [sono] vuote” e “i bambini delusi”; ciononostante ci invita a credere coi “pescatori” che il lamantino sia “una sirena” (Barbaglii di una gita all’acquario) e coi “coloni incolti”, in fuga, che la laguna veneta fiorirà di “merli”.

© Samuele Fioravanti

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Una selezione di testi da Storie può essere letta qui.

Novità: Anna Maria Curci, “Nuove nomenclature e altre poesie” (L’arcolaio, 2015). Con una nota di Laura Vazzana

Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie (L'arcolaio, 2015)[Nuove nomenclature e altre poesie, di Anna Maria Curci, è uscito in questi giorni, ed è un piacere presentarlo al pubblico della poesia; un piacere doppio: come amico e come direttore di collana contento di avere seguito quasi tutte le fasi. Il ‘quasi’ è d’obbligo, perché solo al poeta è concesso vivere il momento della creazione. Io ho avuto la fortuna di leggere per primo ogni poesia, ogni singolo verso, mano a mano che diventavano libro. fm]

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Anna Maria Curci
Nuove nomenclature e altre poesie
L’arcolaio, ‘Fuori collana’
2015

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LEGGENDO NUOVE NOMENCLATURE E ALTRE POESIE DI ANNA MARIA CURCI
di Laura Vazzana

 

Partendo dal presupposto che la Poesia è comunicazione, è arte, è bellezza e, quindi, appartiene a tutti, lascerei da parte, per un momento, l’analisi competente degli studiosi o degli appassionati per considerare cosa arriva della Poesia di Anna Maria Curci ai non addetti ai lavori, al sempre menzionato uomo della strada o alla più classica casalinga di Voghera. Anche senza essere intenditori di metrica, le pagine di Nuove nomenclature e altre poesie scorrono via come una musica delicata e orecchiabile. Senza inciampi, per usare un termine caro ad Anna Maria.
Il quadro generale della nostra epoca viene dipinto attraverso le sue assurde incongruenze, le false illusioni di benessere e di sicurezza, con un’ottica amara ma coraggiosa anche sugli orrori di un passato più o meno prossimo. Con un’idea geniale annunciata nel titolo, le parole di moda sono invece il pretesto per guardare l’oggi.
Emerge, poi, dai versi la ricerca individuale esistenziale, caratterizzata dal dubbio, dai giorni del vorrei. L’espressione bellissima ‘auto-inferno’ dice già tutto. Anche la lotta eterna tra realtà e desiderio trova spazio, ma il desiderio che non sporge rinuncia contro la realtà che lo ha malmenato lascia la porta aperta alla speranza che il desiderio non cederà, che non si smetterà di sognare. Altrove, uno dei settenari recita: era sogno, era vero’ a sancire ancora che la linea di demarcazione tra i due aspetti non è sempre definibile nella vita. Tema antico ma sempre attuale su cui l’autrice volteggia con eleganza.
Anna Maria gioca con le parole con soavità graffiante e ironica (soliti ignari – spiazza affari – inodore è il tanfo) ma più che un gioco è un utilizzo sapiente, per esprimere pensieri precisi in forme stringate. La sintesi cattura il concetto e lo dipinge nitidamente. Un termine in più sarebbe inutile. Quale aggettivo potrebbe definire il vuoto di valori meglio di diserbante, per esempio? L’effetto è immediato. Il messaggio descrittivo ha la potenza di una fotografia.
Chiudo ricordando l’invito quasi gridato con vigore nei Canti dal silenzio: «ascolta… ascolta… ascolta… ascolta…»
Grazie Anna Maria. Ascolteremo di più.

Clandestino

 

Sta dalla parte dei respinti
e non l’ha scelto. Il tedesco
lo chiama nero, se lavora,
a bordo passeggero cieco.

Il francese lo bolla senza
carte, per l’inglese è immigrante
illegale. Soliti ignari,
qui, rispolverano il latino.

Eppure, “di nascosto” era “clam”:
cosa c’è di segreto in chi,
nell’angolo, prega che lingua
non taccia o copra il suo destino?

. (altro…)

Simone Consorti è oscenamente onesto (di Massimiliano Damaggio)

Simone Consorti, Nell'antro del misantropo, L'arcolaio, 2014C’è una cosa che viene rimarcata qua e là, quando si scrive di libri – specialmente di poesia. C’è un giudizio che riguarda il contenuto. Si è fortemente contro, almeno a livello inconscio, a ciò che non presenta vie di fuga. Sembra proibita la poesia che non ha uscite di emergenza. Pare che la poesia, in qualche modo, debba espletare un ruolo moralistico, addirittura edificante. Debba “costruire”. C’è chi fa commenti sull’assenza di una non chiara pars construens dopo essere passati per la pars destruens – come lessi qualche tempo fa in un commento su un blog. Ma chi scrive poesie non è – e sarebbe meglio non lo fosse mai – un filosofo – altrimenti tanto varrebbe scrivere un trattato di filosofia. Il contenuto di una poesia non è soggetto ad interpretazioni personali, e deve essere preso per quello che è – piaccia o non piaccia, poco importa. Perché la poesia non si struttura su tesi e antitesi filosofiche, non è politica, non è pensiero. La poesia è antecedente il pensiero e solo a volte gli è propedeutica. Così, ci sono testi che mi colpiscono anche se hanno un contenuto che non condivido – per la forma, per la potenza o, addirittura, per il suo proprio opposto. Non mi sembra compito della poesia portarmi su un terreno di argomentazioni filosofiche – e se non ne condivido il contenuto, posso sempre andare a bermi una birra e non farla tanto lunga. Nell’antro del misantropo è appunto uno di questi libri, dove non c’è alcuna pars construens – ma molta pars destruens – almeno così può sembrare. Forse è meglio che sia più chiaro: non c’è nemmeno alcuna pars destruens ma una visione soggettiva dello sfacelo, proprio e altrui. Lo sfacelo non è positivo né negativo: è. Uno sfacelo piacevole, ironico, fine a se stesso – una scrittura che rimesta la sporcizia inevitabile e che in tutti i modi vogliamo mascherare con la creazione di tesi costruttive per qualcosa che, semplicemente, si avvia verso la decomposizione. Dico “piacevole” perché piacevole è il linguaggio di Consorti, ironico sempre, a volte giocoso – questa la migliore modalità per rendere fulminante un concetto:

Oggi ho piantato un sasso
innaffiandolo e parlandoci
dandogli semi e cercando
il terreno adatto
Il mio sogno è che cresca come
un Partenone
Oggi ho piantato in asso
un fiore per un sasso

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Anteprima. “Nell’antro del misantropo” di Simone Consorti (L’arcolaio, 2014)

Simone Consorti, "Nell'antro del misantropo" (L'arcolaio, 'Fuori Collana', 2014)

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Sto diventando me stesso

Sto diventando me stesso
non ho bisogno di uno specchio per vederlo
sta accadendo proprio adesso
e non c’entra con come mi sento
Tra poco sarò un sasso
immobile e incapace
di fare un solo passo
Non mi aspettare più in là
o domani
non dirmi di stringere
o aprire la mani
o stropicciare gli occhi
davanti al mare immenso
perché sto diventando me stesso

. (altro…)

Anteprima: “Santuario del transitorio” di Alessandro Salvi (L’arcolaio, 2014)

Alessandro Salvi, Santuario del transitorio

Costato un lavoro lungo anni (almeno cinque), Santuario del transitorio accorpa tre movimenti precisi che sono anche il risultato della revisione di precedenti plaquette o singoli testi che hanno goduto di una circolazione autonoma a partire dal 2009. Finalmente ora le tre sezioni, Santuario del transitorio, Madrigali eroici e Ladro di tamerici, vestono l’abito definitivo, che non solo nella forma chiusa e nel solco di un Novecento fattosi tradizione sviluppa la poesia di Alessandro Salvi: Santuario del transitorio è tutto condito con un’abbondante dose di ironia e disincanto che ben rendono lo straniamento dal tempo, il quasi desiderio di allontanare il tempo e la storia in una dimensione forse barocca (e per un poeta nato a Pola nel 1976, e residente a Rovigno, il tempo e la storia da allontanare sono ben precisi, identificabili, riconoscibili).
Perciò ogni scelta di registro, ogni scelta di campo, sono azioni in un certo senso politiche, azioni necessarie per la sopravvivenza stessa della poesia in una società che corrode e corrompe ogni cosa: la poesia è la speranza per chi, prossimo all’imminenza anagrafica di luziana memoria, intende comunque indicare una via possibile per sé e per chi in questi versi comunque ci si ritrova in parte. Malgrado, ripeto, siano assenti la Storia come protagonista diretta, e quindi anche il “momento politico” (Mauro Sambi), e l’io si dichiari «ai ferri corti con il quotidiano».
Prende perciò le mosse da questa prima dichiarazione di inappartenenza al proprio momento storico un viaggio che ci condurrà verso il santuario del provvisorio, di ciò che è precario e si contrappone all’assoluto, all’astratto, all’eterno (sono parole di Alessandro Salvi). Ma non siamo portati a visitare un sito archeologico in rovina: non ci accolgono macerie. La lingua solida, robusta, che conosce un «impasto di aulico e quotidiano» (sono parole di Mengaldo riferite a Saba che trovano un senso anche per Alessandro Salvi senza far gridare allo scandalo) fino a una deriva gergale di segno opposto, è la corda con la quale ci reggiamo, ed è la corda che si lega alle strutture all’apparenza solide di questo santuario: madrigali, sonetti, una sestina sono le stanze che ci accolgono. E se i madrigali ultimamente godono di una rinnovata fortuna (si pensi ai madrigali di Gianluca D’Andrea, centrali anche nella sua raccolta [Ecostistemi]), stupisce di più la presenza di una sestina (che chiude la raccolta e che a un novecentista come me ricorda immediatamente il tardo Ungaretti), e più ancora di una sonettessa («suonata e un po’ depressa»), caudata e manierista, come ripresa del più italiano dei metri usati in poesia. Non fatevi però depistare da questo gioco! Ricordatevi che appartiene al barocco la capacità di distrarre dalla realtà con ogni mezzo, per rappresentare in altro modo la stessa realtà che si cerca di allontanare, di fuggire.
E se per allontanare il contemporaneo si può utilizzare la lingua, ecco che Salvi ottiene l’effetto ricercato: lo straniamento totale. Il recupero di una linea che si origina da molto lontano è quanto di meno comune si possa incontrare di questi tempi nella poesia italiana, a meno che non si scada nel manierismo, nell’imitazione, nel tranello della memoria scolastica. Ciò non avviene mai in Santuario del transitorio; non può avvenire dal momento che il poeta possiede non solo gli strumenti per piegare la lingua, ma possiede anche la forza per dominarla e giocare con essa, fino a farla letteralmente (e figuratamente) franare (come nei versi finali di Le inarrivabili parole tramano). E in questo procedere, malgrado siano nette le posizioni che oppongono questa poesia a quella affine per tema di Gabriele Gabbia, vedo proprio innestarsi la raccolta di Salvi nel solco di una riflessione toccata anche da La terra franata dei nomi. Sicché ogni lontana parentela assunta a difesa della propria poesia viene spazzata via nell’attimo stesso in cui ci si accorge che il poeta parla al suo presente: il poeta è nudo davanti a una moltitudine di specchi e solo questa rifrazione, questo moltiplicarsi continuo di immagini di sé come fossero i mille intricati percorsi interni a un labirinto, gli consentono di sopravvivere, di non soccombere al peso della precarietà.

[prefazione a Santuario del transitorio di Alessandro Salvi, L’arcolaio, 2014]

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da Santuario del transitorio

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Del mondo ogni contorno rendi acuto
robusta e mesta serpe del pensiero
che t’intrufoli subdola nel mio
io più recondito.
Gomito a gomito con il delirio
e ai ferri corti con il quotidiano,
sei tu il pane che bene o male sfama.

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Io vi parlo da questa
inospitale zona del sentire.
Sì, questo scrivere pare mi annienti
a poco a poco, ma
mentre mi invento un vivere migliore
m’abituo a questo fuoco con cui gioco
da tempo ormai. Noi siamo solo ostaggi
del provvisorio.
Non è una fuga nell’irrazionale
bensì si tratta solo di guardare
l’invisibile che si spoglia e addita
lì dove vita e morte si coagulano
in un tutt’uno.
Io dentro queste parole ci vivo.
E muoio, a volte.
In quest’antro mi nascondo dal mondo,
venite a prendermi se ci riuscite.

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Senhal

Non è di te che penso. Penso ad altro,
a questa indenne e magica insistenza
con la quale mi ostino a non desistere.
A volte, è vero
sì ti bramo, ma sei inabbordabile.
Sembri lontana come una galassia
cui diamo un nome appena e tante ipotesi,
anche se – a dire il vero – ne sappiamo ben poco
di quanto accada, quale vita pulsi,
ammesso sia possibile una vita,
ma questo è già un altro paio di maniche.
Tu non hai colpa alcuna di quel che avviene, sei
innocente e candida come il camice
del macellaio.
Sei così come sei, e basta. Insormontabile
un silenzio lunare adesso ci divide.

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da Madrigali eroici

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5.

Non ce la faccio a subire ulteriori
sconfitte, sempre le solite scene…

Non posso tollerare più le vostre
parole polveriere, che in agguato
minacciano di esplodere.

Questi sguardi caudati non mi piacciono
per niente,
manco le vostre mani frigorifere.
Via dalle vostre grinfie e dalle vostre
graffianti smorfie amorfe.

Ora sono di un’altra specie, dicono.

E non mi è dato essere che questo:
cinico osservatore di me stesso,
allegro affossatore del non detto.

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6.

Queste sono parole di ossidiana…
idilli brilli e sconquassati invero,
tutti intenti a tradire più che a dire,
o sbaglio? Sii sincera con me, dimmi
i drammi che ti stritolano, dammi
una ragione in più per non demordere;
se vuoi t’offrirò un altro giro ancora.
Vomiteremo infine sull’aurora
o al chiar di luna. Il resto poco importa.

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da Ladro di tamerici

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Senti, parliamone da vecchi amici:
aiutiamoci a vicenda. Ti chiedo
di riprovare ad essere felici,
una miglior soluzione non vedo.

Sono un ladruncolo di tamerici.
A volte faccio il gradasso, poi cedo
al tuo cospetto. “Maledetto” dici
“ti rodi il fegato e il cuore allo spiedo

infilzi, crogiolandolo al lentissimo
rogo dei tuoi rimorsi, i quali fingo-
no di non esserci… poi stai malissimo”.

Di nero allora io tutto dipingo,
affogo nel mio fango e non è il massimo.
Non chiedermelo perché a te mi stringo.

Io rimango ramingo.
Né come uomo, né come poeta
giungerò mai all’agognata meta.

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Alessandro SalviAlessandro Salvi
(Pola, 1976) vive da sempre a Rovigno. Esordisce nel 2008 con la pubblicazione della raccolta Piovono formiche carnivore e altre inezie (Aletti); seguito nel 2011 da Eserciziario di metafisica per principianti, silloge inclusa nel volume collettivo Creare mondi (a cura di Alessandro Ramberti) per conto della casa editrice riminese Fara. Altre poesie e insieme a testi vari (recensioni, traduzioni, prefazioni) sono apparsi sia su carta sia in rete: “Sovremenost” ( 2/maggio 2009), “La Battana”, “Panorama”, “La Voce del popolo”, “TELLUSfolio”, “Farapoesia”, “Neobar” e altrove. È stato segnalato da Maurizio Cucchi su “Specchio” e “Tuttolibri” (“La Stampa”). Alcuni suoi componimenti sono stati inclusi nelle antologie: La ricognizione del dolore (2007), a cura di Pietro Pancamo e Il segreto delle fragole 2010 (2009), a cura di Elio Pecora e Luca Baldoni. Risale al 2011 è la plaquette, pubblicata con la En Avant! Produzioni di Pistoia, I fori nel mare. Nello stesso anno viene pubblicata, per la Apeiron di Rovigno, la seconda edizione di Piovono formiche carnivore e altre inezie con la traduzione in croato delle poesie a fronte.

“[Ecosistemi]” (L’arcolaio 2013) di Gianluca D’Andrea. Alcune poesie

Gianluca D'Andrea, [ecosistemi]

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Ora il vuoto sbriciola
minuzie estive,
senti la polvere di primavera
su pianure esterne.

Oggi non si accettano i salti,
la gioia condivisa

nella creazione
sperma sulle spalle
spruzzi e zampilli
escrescenze d’arti e tronchi imbestialiti

una lingua sulla scarpata
l’accesso negato
e il mondo risospinto nell’arcadia
dei rapporti.

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***

Bave animali invertono i suoni
percussioni invasive
il mondo è un altro ordine
evirare la possanza dei monti
una figura somma, delinquere minerali

oggi invento la mia lingua
su scarpate fossili
slanci di pietra

e mi arrocco
vedo le labbra del disgusto – la lebbra –
putredini, ossate maleolenti
sul mio viso

chiuso nella valle
dove chi detiene si appresta
appronta la montatura

striature di nero
nella gloria, fuori alibi
l’ircocervo si spulcia
rilasciando fioriture e detriti.

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***

SENSITUDINE

Ammazzano a più non posso,
che poi carne è carne offende
il pudore che la lingua salta
nei video o nelle strane fermate
in cui s’inventa una storia d’amore.

Sono allo stremo della decenza stravolta
e ancora una volta l’origine affianca
un valore alla massa
e fa dello slancio un ordine,
per quanto occluso,
un desiderio d’amore.

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ISOLAMENTI

Distrutto sia il pastore da se stesso,
case su case e nuove architetture
sciamano nello scarico del cesso.

Distratto dal rumore del tuo mondo
s’increspa la mia pelle e le storture
di membra che scaracchiano l’immondo.

Amori, fresche acque, dolci storie
romantiche di un tempo, graffi estorti
a un uomo strangolato, alla memoria
di candide violenze, grembi sporchi.

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IMBRATTAMENTO

Sporcare per dare un ordine al caos
è già un paradosso, sgorgare per dare
senso a una vita in comune
non è un dilemma. Sul versante
della dissacrazione l’azione non è riuscita,
più sobria sarebbe la candida
espressione del tutto si muove come l’autore
vuole o toccare altri tasti, da questo
(«questo» all’infinito) l’errore.
La finzione è già del bambino che gioca
e attraversa il suo tempo.

Il fatto poi che un’idea
debba violentare la primigenia carenza
è il modo di fare in modo
che un mondo s’inventi una speranza,
come vivere in comune un’emozione
o l’emozione di essere fuori di sé,
nell’estasi d’adorazione,
splendore che riluce dove oscuro è.

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CERCAVO LA CLAUSURA

Cercai quel calore infantile,
quel caos d’insorgenze, afrori e ludi
da appiccicare allo studio di parole,
amori madidi e candore
per esperire contatti attuali.

Albedo, lucore di cavi, paesaggi vulcanici
avvertono l’imminenza minerale,
un corpo litico
e la fusione in cui articolare
solidi gesti, cloni,
stimmi febbrili.

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PAROLE – [ALTRI ECOSISTEMI]

La lingua mi è esplosa,
nulla regge
nessuna stessa sorregge
un solo verso,
solo un grumo –

acidi cosmici e condensa,
una polpa viscida,
unta, vischiosa
che s’ama
s’accoppia
s’accavalla
smostrandosi –
dal pallore al groviglio
le membra s’incrostano.

Polpa insincera
è tutto aggettivi
solo salti e dilettanza
nessuna costruzione o sistema,
un solo pensiero
tutto.

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Gianluca D'AndreaA tre anni dalla plaquette Evosistemi e a quattro dai testi apparsi in rete già col titolo Ecosistemi, Gianluca D’Andrea amplia la riflessione avviata sin dal 2006 e reinnesta, rivisto nell’impianto, quel primo germe nella nuova raccolta [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013).
Il serrato discorso metapoetico è dilatato per tutta la lunghezza della raccolta, e vien da supporre pure oltre la cornice stessa come fossimo posti tutti innanzi a qualcosa che ancora cresce nell’autore e di conseguenza nella poesia stessa. Una poesia che interroga sé stessa e ricerca in questo procedere non solo la motivazione dell’espressione artistica, bensì la ragione prima di un profondo attaccamento alla vita nonostante tutto il marcio presente nel vivere quotidiano, per superare il marciume stesso (come già notava Stefano Guglielmin all’indomani dell’uscita di Evosistemi). È difatti la costruzione di [Ecosistemi] ad autorizzare una tale ipotesi dal momento che l’ultima sezione porta l’emblematico e polisemico titolo di In-Formare (che risponde a distanza alla prima In-Vo­luto), punto di momentaneo approdo dopo una sorta di gioco a rincorrersi di temi e sezioni (ne siano la prova le due sezioni Ecosistemi Ritorno a Ecosistemi).
La dedica ad Andrea Zanzotto ha l’immediata funzione di contestualizzare questo nuovo percorso e allontanare i capitoli più lirici della produzione precedente di D’Andrea (penso sia a Chiusure sia, e so­prat­tutto, a Canzoniere I, raccolte uscite entrambe nel 2008). Ma la dedica è anche altro: è sia espres­sione del riconoscimento di un interlocutore in assenza, sia il segno di una continuità di dialogo con l’uomo così come è stato condotto dal poeta di Pieve di Soligo negli ultimi vent’anni, con le ultime raccolte. Se i paesaggi geografici sono diversi, uguale è il dolore espresso dai due nel guardare il degrado dell’uomo. La differenza sta nella freschezza dell’invettiva di D’Andrea che non vuole per nulla emulare la voce forte ma stanca del grande maestro. Spetterà ai critici entrare nel reticolato di queste poesie volutamente diseguali nella forma, scelta stilistica che rende all’istante la frantuma­zione di ogni nesso, di ogni nodo.
Spetta invece al lettore – se vorrà – superare l’apparente ostacolo di una lingua forzata nuovamente dal suo interno e lasciarsi condurre in questa inquieta disamina della vita. [f.m.]

Gianluca D’Andrea (Messina, 1976) è poeta, critico e traduttore.
Suoi testi, interventi critici e traduzioni sono disseminate in varie sedi: antologie, riviste italiane e sul web.
Ha pubblicato: Il Laboratorio (Lietocolle, 2004); Distanze (2007, scaricabile al sito http://www.lulu.com); Chiusure (Manni, 2008); Canzoniere I (L’arcolaio, 2008); Evosistemi (Edizioni L’Arca Felice, 2010).
Il suo sito web è all’indirizzo http://gianlucadandrea.wordpress.com.