editoria

Cliquot, la casa editrice del recupero

Cliquot ha iniziato le pubblicazioni nel 2015 e fino al febbraio 2016 ha proposto dieci titoli nel solo formato ebook. Successivamente ha intrapreso la strada del cartaceo.
L’obiettivo di Cliquot è quello di mettere in discussione la scala di valori che l’editoria del Novecento ha come scolpito sulla roccia per via dei limiti del supporto cartaceo. Come diciamo anche nel nostro manifesto, la storia della letteratura è fatta anche di grandi classici mancati, di creazioni trascurate per la difficile reperibilità (perché magari pubblicate in poche copie da un editore minore e poi dimenticate), per la disattenzione degli editori maggiori o per una sensibilità culturale mutata nel tempo. La linea editoriale è dunque animata da questo intento di riscoperta e rivalutazione. In catalogo abbiamo, per esempio, Riso nero di Sherwood Anderson, libro fortemente voluto in Italia da Cesare Pavese che ne curò la traduzione nel 1932 e che, dopo essere stato per anni in catalogo di grandi editori come Einaudi e Adelphi, da trent’anni era fuori stampa e introvabile. Oppure la raccolta di racconti La cosa marrone chiaro di Fritz Leiber, nella quale abbiamo inserito la migliore narrativa breve dell’autore, negli anni sfuggita al colosso Mondadori. (altro…)

su 66thand2nd e la felicità degli uomini semplici

su 66thand2nd e La felicità degli uomini semplici

di Martino Baldi

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Quello di 66thand2nd è un bellissimo progetto con una bella storia custodita nel nome della casa editrice. L’angolo tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, è infatti l’incrocio di Manhattan dove Isabella Ferretti e Tomaso Cenci hanno dato vita al primo nucleo del loro progetto editoriale, fattosi poi realtà concreta nel 2008 al loro ritorno in Italia. La casa editrice, con sede a Roma, nasce dunque con un cuore senza bandiere, portandosi dietro dalla cultura americana due caratteristiche fondanti, quella della multietnicità e quella della mitopoiesi sportiva, subito tradotte nell’individuazione di due segmenti editoriali particolarmente disertati dai colleghi italiani.

Le collane che sin da subito hanno incarnato le due anime principali della casa editrice sono “Bazaar”, “Attese”.
La prima comprende autori provenienti da ogni angolo del mondo, spesso migranti alle prese con il dialogo tra cultura originaria e cultura adottiva. La seconda è quella dedicata alle storie di sport che vanno da libri di autori internazionali affermati o addirittura ormai classici (si pensi a Sulla boxe della Oates o a Fuori dai giochi di Fitzgerald) a testimonianze e ricostruzioni di momenti in cui lo sport ha incrociato la Storia e raccontare l’uno è un modo stupefacente per raccontare l’altra (un esempio La squadra spezzata : la grande Ungheria di Puskás e la rivoluzione del 1956), da curiosità a episodi mitologici della storia sportiva internazionale poco celebrati e approfonditi in Italia (si pensi ai libri sul baseball o a Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter, il pugile ingiustamente recluso per omicidio per vent’anni, a cui Bob Dylan dedicò nel 1975 una delle sue più note canzoni).

Su un simile profilo più recentemente si è aggiunta anche la collana “Vite inattese” che propone libri di carattere più strettamente biografico che tuttavia si discostano dalla classica biografia di stampo giornalistico (quella, sì, molto frequentata in Italia) per l’alta qualità letteraria (si veda, tra i libri disponibili nel nostro catalogo, le bellissime biografie di Gino Bartali, Marco Pantani, Michael Jordan e Ayrton Senna). Altre collane eterogenee si sono aggiunte, nel segno di una vivacità editoriale non comune e di un’attenzione a grandi autori sfuggiti o strappati ai programmi editoriali degli altri editori (esemplare il caso di Antoine Volodine)

Tutto il catalogo di 66thand2nd è un tesoro, anche grazie alla cura editoriale che di ogni libro fa un gioiello, a partire dalla grafica e dalla qualità dei materiali, ma, dovendo scegliere un titolo da mettere in vetrina, optiamo per uno di quelli in cui si riuniscono le due anime di cui abbiamo detto: La felicità degli uomini semplici.


Curato dallo scrittore congolese Alain Mabanckou, uno tra gli autori africani di maggior successo tra quelli trasferiti in Europa, il volume raccoglie 15 racconti di altrettanti narratori provenienti dai più svariati angoli dell’Africa: dal Senegal al Gibuti, dal Benin allo Zimbabwe, dal Sudafrica al Togo e molti altri. Si svela pagina dopo pagina un sentimento del calcio strettamente avvinto a un sentimento della vita a cui è impossibile restare indifferenti, sia nel caso che si ami il calcio sia che lo si ignori. Il motivo è quello che traspare già dal titolo del libro, preso in prestito dal racconto dell’algerino Boualem Sansal in cui il protagonista, per vincere le angosce e le preoccupazioni che aggravano la vita di ognuno a livello mondiale come nel piccolo quotidiano, entra in un negozio con la speranza di poter acquistare degli eventi felici e finisce per fare incetta di DVD sulla morte di Saddam e sulla nazionale di calcio francese al Campionato mondiale del 1998.

Si respira qui e in gran parte degli altri racconti un appello alla felicità e alla semplicità che fa riemergere una modalità di vivere il gioco, la vita, le speranze, gli entusiasmi, le paure che sembra appartenere anche a un nostro passato, a un’anima che noi abbiamo seppellito in profondità ma che non smette di farsi sentire, pur nella sua remota impotenza. Un passato di bambini nelle strade a inseguire una palla di stracci, di sale di bar gremite per guardare tutti insieme le partite di calcio o il giro d’Italia, di racconti passati di bocca in bocca, e non di schermo in schermo, che facevano apparire le cose in una dimensione magica, sospesa, altra rispetto al calcolo del quotidiano.

Mabanckou scrive nella sua introduzione,”In sintesi, le storie che vi accingete a scoprire, a modo loro, richiamano un altro mondo, un mondo futuro che potrà sopravvivere solo se continueremo a perseguire ciò che ci unisce, ciò che ci accomuna. E il calcio è lo sport più adatto per raggiungere questo ideale. La letteratura gli mette le ali perché possa spingersi più lontano, volare più in alto e ottenere una delle vittorie più benefiche: la riconquista del nostro umanesimo.”

Questo raccontare il calcio, e attraverso il calcio una possibilità, unisce due mondi nel segno di una speranza comune ma provoca la sensazione strana, allo stesso tempo dolce e amara, che quella bellezza per qualcuno rappresenti il futuro e per qualcuno il passato.

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© Martino Baldi

Su Racconti edizioni

 Racconti

Su Racconti Edizioni

di Martino Baldi

Ha compiuto da poche settimana un anno di vita una delle più coraggiose scommesse sorte nel panorama dell’editoria indipendente negli ultimi anni. Si tratta di Racconti Edizioni. Un nome che già parla da solo.

La letteratura italiana deve probabilmente alla forma del racconto breve il meglio della sua produzione narrativa contemporanea. Una lista di maestri del racconto per quanto lunghissima non sarebbe esaustiva: D’Annunzio, Pirandello, Tozzi, Palazzeschi, Moravia, Alvaro, Gadda, Savino, Delfini, Fenoglio, Manganelli, Landolfi, Calvino, Parise, Pavese, Levi, Wilcock, Buzzati… in rigoroso ordine sparso). Eppure dal punto di vista editoriale il racconto è da tempo visto come il fratello povero, poverissimo, del romanzo. Non si legge, dicono. Non si vende, dicono. E quindi non si pubblica. Nel vuoto lasciato dunque negli ultimi anni dalle case editrici maggiori, nasce il progetto di Stefano Friani ed Emanuele Giammarco: approfittare della scarsa attenzione rivolta dagli editori più affermati nei confronti del racconto per diventare in Italia la casa editrice di riferimento per la narrativa breve. Una scelta “bibliodiversa” tout court e ancora di più se si approfondiscono le scelte di catalogo, con un attenzione particolare – pur senza restrizioni geografiche – a letterature considerate minori e a scrittori in lingue acquisite. Insomma, una vera e propria caccia al tesoro che mescola passione, competenza, ironia, coscienza anche etica e politica della missione editoriale e – non guasta mai – uno spirito guascone per il gioco e lo spiazzamento.

Come logo della casa editrice è stato scelto uno scarafaggio a pancia in su. Impossibile non pensare a Kafka, nume tutelare della casa editrice e della forma-racconto, ma il riferimento più diretto è da cercarsi all’interno del catalogo. A partire dagli scarafaggi che affollano gli appartamenti di Appunti da un bordello turco dell’irlandese (ma emigrato in Romania) Philip Ó Ceallaigh, per proseguire con quelli che compaiono nel complesso residenziale alla periferia di Bombay in Lezioni di nuoto di Mistry, i primi due libri mandati in stampa: entrambi ambientati alla periferia di grandi città (per quanto periferie estremamente diverse) ed entrambi perlopiù incentrati sulla vita di complessi residenzial popolari in cui si respira il profumo acre ma dignitoso di una povertà che si nobilita nella dignità dei suoi protagonisti, nella loro capacità di creare legami umani ed essere retti rispetto ai propri principi, verticali di fronte al proprio destino. Riuscendo perfino a filosofeggiare di tanto in tanto, con più realismo nell’atmosfera “in bianco e nero” piena di calcinacci e vodka del primo libro, con più immaginazione nell’atmosfera satura di curry e personaggi colorati e singolari nel secondo.

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Terrarossa edizioni

 

Libri:

“Né padri né figli” di Osvaldo Capraro
“Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio

Terrarossa edizioni

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Al Salone Internazionale del Libro di Torino 2017 una delle novità capaci di destare una particolare curiosità è stata Terrarossa Edizioni, piccola casa editrice pugliese, new entry nel panorama degli editori indipendenti. Intriga l’impostazione iniziale del catalogo, con due collane, entrambe di narrativa: una – “Fondanti” – dedicata al (benemerito!) recupero di romanzi recenti che però sono spariti troppo presto dalla distribuzione nonostante i loro meriti di rinnovamento del panorama letterario meridionale e l’altra – “Sperimentali” – al tentativo di individuare voci capaci di scavare nell’attualità con una identità stilistica originale. Un filo teso tra passato e futuro, e soprattutto una grande attenzione agli spazi lasciati vuoti dall’offerta editoriale nazionale. Entrambe le collane sono dirette da Giovanni Turi, editor con diverse esperienze alle spalle e molto noto in rete come acuto e attento lettore della contemporaneità sul suo blog Vita da editor. La casa editrice rivela la sua ambizione già nella cura grafica ed editoriale. Interessante inoltre la scelta di proporre nei risvolti di copertina (come anche sul sito dell’editore) l’identikit ipotetico del lettore ideale di ciascun libro: una carta di identità curiosa che può senz’altro invogliare a una prima conoscenza tra i lettori e gli autori di Terrarossa.

Le difficoltà del nostro tempo, e in particolar modo del meridione, la fanno dal padrone nelle prime uscite del catalogo, molto attento a evitare una letteratura troppo compiacente o addomesticata, sia da un punto di vista contenutistico sia dal punto di vista del linguaggio. Il tema del lavoro è un filo rosso che unisce entrambe le collane attraverso la presenza in entrambe di Francesco Dezio, con la riedizione a 13 anni di distanza di Nicola Rubino è entrato in fabbrica e con la prima pubblicazione di “Gente per bene”: quasi a voler proprio costituire uno sguardo lungo che in un prima e un dopo unisce i destini della condizione operaia con quelli dell’attuale precarietà diffusa.

L’altro tema dominante è quello del crimine, non in senso generico ma nelle declinazioni che esso può assumere in un dato momento storico e in un luogo specifico, come la Puglia. È sicuramente una scelta sensata, da questo punto di vista, quella di rimandare in stampa a dodici anni di distanza Né padri né figli di Osvaldo Capraro. Il romanzo ha il merito di essere stato uno dei primi a mettere su pagina le vicende legate alla criminalità organizzata pugliese, la Sacra Corona Unita, prima che il noir – come accade a ogni genere che diviene di moda – perdesse gran parte della sua carica di denuncia per divenire perlopiù un genere di intrattenimento. I protagonisti del libro sono Mino, adolescente con la passione del calcio, dato in affido per sfuggire agli abusi subiti dal padre, e il prelato don Paolo, prete anomalo dalla vocazione contrastata. Due personaggi che, nel loro mescolare luce e ombra, volo e gravità, sembrano distillare l’anima del noir, forse un poco meccanicamente ma attraverso le loro vicende si giunge a toccare con mano la bruciante realtà nascosta dietro le apparenze, nei rapporti che il mondo del crimine intrattiene e consolida a ogni livello sociale nella Puglia raccontata da Capraro, senza risparmiare – anzi – le forze di pubblica sicurezza e la Chiesa, avvelenando anche i legami amorosi, familiari e di amicizia; rendendo la vita un’impresa impossibile e le aspettative destinate a spegnersi tutte nella stessa cenere. Montaggio alternato, ritmo serrato, linguaggio spedito con inserti di intercalare dialettale, “Nè padri né figli” ha gli ingredienti adatti per una casa editrice che vuol presentarsi al proprio pubblico come garante di un equilibrio tra ambizione letteraria e leggibilità, adatto – per usare l’indicazione dell’editore – a “chi si fa prendere dalla narrazione e si affeziona ai personaggi; chi crede che il noir non sia un sottogenere e chi invece ne è convinto ma potrebbe ricredersi; chi non immagina quanto sia labile il confine tra criminalità e istituzioni.” Parola di Terrarossa.

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© Martino Baldi

Progetto Santiago – Comunicato Stampa (e non solo)

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Comunicato stampa

NASCE PROGETTO SANTIAGO, LA PRIMA REALTÀ EDITORIALE GESTITA AL 100% DAGLI SCRITTORI

Oltre 20 professionisti tra scrittori, editor e artisti, si uniscono per dare vita a un nuovo soggetto editoriale con uno scopo ben preciso: «Decidiamo noi cosa pubblicare, non il mercato». Subito online l’invito aperto ai lettori: tutti possono aderire al progetto cliccando su http://www.progettosantiago.it

Genova, 22 ottobre 2014 – Tutti fuori dall’editoria aziendale, per fare spazio ai lettori e agli autori. Sono queste le basi del nuovo progetto culturale ideato da Antonio Paolacci, scrittore ed editor di lungo corso, e forte di un collettivo di oltre 20 scrittori affermati, pronti a far rivivere in chiave contemporanea la figura dell’editore puro, a caccia di talenti piuttosto che di boom commerciali. Pensando prima di tutto ai lettori, chiamati a riprendersi il loro ruolo di protagonisti.

Costituita come associazione culturale, Santiago è un progetto open source, finanziato dagli autori stessi e aperto al sostegno di tutte le forme espressive di scrittura, anche multimediale. Avanti chi legge! è il manifesto di Progetto Santiago, che da oggi si mette alla ricerca di storie e percorsi artistici da raccontare. Libri da divorare, insomma, senza tanti fronzoli ma col gusto unico e inconfondibile del talento letterario.

«Come al falegname si chiede una sedia – spiega Antonio Paolacci nel raccontare l’idea – così all’editore si chiede un libro, non una strategia commerciale. Se i falegnami sacrificano la qualità della sedia per motivi legati al mercato, la gente non ha più un buon oggetto su cui sedersi. Lo stesso vale per gli editori. Oggi l’editoria ha perso di vista l’obiettivo primario: soddisfare i lettori. Sacrificati in nome dei profitti, si trovano in affanno. Occorre trovare un modo per tornare a offrire buoni libri. Chiedere agli scrittori è il modo più logico».

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Antonio Paolacci – Un giorno vi racconterò cos’era davvero Perdisa Pop

berlino 2009 - foto gianni montieri

berlino 2009 – foto gianni montieri

Un giorno vi racconterò cos’era davvero Perdisa Pop

Non so quante volte ho sentito Luigi Bernardi iniziare una frase con «Un giorno vi racconterò».
Era il suo modo per far capire ai meno informati che l’editoria è molto diversa da ciò che credono sia: «Un giorno vi racconterò come lavorano davvero quelli di [una nota casa editrice]», diceva. Oppure: «Un giorno vi racconterò come la pensa davvero [uno scrittore famoso]».
Poi questo giorno non veniva mai, non raccontava niente alle persone di cui non si fidava, ma riusciva comunque a insinuare dubbi, che è poi il primo dovere del vero narratore.

Quando mi annunciò che avrebbe lasciato l’editoria, per me non fu una sorpresa. Da almeno un paio d’anni mi diceva che era stufo, che voleva scrivere e basta, che appena possibile lo avrebbe fatto. E io, per quanto temessi che alle sue dimissioni avrei perso il lavoro, non cercavo di dissuaderlo: ogni volta gli dicevo che l’avrei fatto anch’io, se avessi potuto; che se io ero stanco dopo pochi anni, figurarsi lui dopo più di trenta.
La notizia vera e propria me la diede alla fine del 2010. Della sua malattia non sapeva ancora nulla. Smetteva di fare l’editor perché non ne poteva più e voleva scrivere, scrivere e basta.

Mi invitò a pranzo a casa sua. Mangiammo crescentine e tigelle parlando delle cose che stavamo scrivendo, bevemmo chinotto, due caffè a testa, dopodiché mi disse che aveva deciso: smetteva, e voleva lasciare a me la direzione di Perdisa Pop.
Mi chiese se me la sentivo. Risposi di sì, naturalmente. A quel punto diventò serio e mi fece un discorso che non dimenticherò.
Disse che in oltre trent’anni non aveva mai visto l’editoria conciata tanto male. Un mestiere allo sfascio, diceva, dove per fare qualcosa di interessante ti tocca combattere in modo iniquo con un esercito di imbecilli che affossano l’intelligenza.
Aggiunse che anche Perdisa Pop non avrebbe retto ancora a lungo. Per cui dovevo pensarci bene: se accettavo di dirigere il marchio dovevo accollarmi il grosso rischio che la fine di Perdisa Pop – se fosse arrivata dopo pochi mesi dalle sue dimissioni – sarebbe stata attribuita a me.
Gli chiesi se secondo lui poteva durare almeno un anno. Mi rispose che, nelle condizioni in cui si era all’epoca, sarebbe stato difficile. Occorreva inventarsi qualcosa, e dovevo farlo io, se accettavo, dal momento che lui non ne poteva più.

Difatti, nel settembre del 2011, Alberto Perdisa mi comunicò che intendeva chiudere di lì a due mesi.
Ne erano passati appena cinque dalle dimissioni di Bernardi e il primo titolo con me in veste di direttore editoriale non era ancora nemmeno in libreria. Come editor ero bruciato.
O meglio, avevo due sole possibilità: diventare uno dei troppi aspiranti editor armati di curriculum sui pianerottoli di altri editori (con l’aggravante di aver diretto un marchio giusto il tempo della sua fine), oppure combattere con l’unica arma che avevo: altri due mesi prima della chiusura.

Ridisegnai piani editoriali e strategie aziendali, cercai autori precisi da pubblicare, reimpostai la comunicazione della casa editrice… Le mie mosse erano bollate come fallimentari da quasi tutti: si trattava di dichiarare apertamente la nostra politica e prendere la strada contraria a quella imboccata dall’editoria attuale, ridurre le uscite annuali, licenziare i promotori, arrivare ai lettori aggirando la distribuzione, e pubblicare con orgoglio testi non commerciali, scritti da italiani conosciuti solo a pochi e caratterizzati anzitutto da una buona scrittura. Il che significava niente menzogne ai lettori, niente mode del momento, nessun preconcetto sulla stupidità del pubblico, nessuna marchetta, nessun compromesso.
E all’inizio del 2012 c’erano già troppe buone notizie perché l’editore potesse mandarmi a casa: i nostri lettori aumentavano, arrivavano ottime recensioni e molti complimenti. In condizioni migliori avremmo potuto crescere notevolmente, ma, anche con i nostri scarsi mezzi e nelle difficoltà generali, un anno dopo eravamo una delle poche piccole case editrici italiane in crescita, e forse l’unica (stando almeno a quanto gli altri dicevano e dicono). Meno di due anni dopo, concorrevamo ai principali premi nazionali e si parlava bene dei nostri libri sulle più importanti testate nazionali.

Ciò non toglie che Luigi Bernardi avesse ragione.
Da anni, ormai, le personalità più influenti in editoria distorcono le idee stesse di scrittura e letteratura. Non importa qui stabilire gli scopi di certe politiche, ma che tali politiche siano in atto è innegabile.
L’etica (anche lavorativa), l’onestà (anche intellettuale) e soprattutto la straordinaria potenza politica e sociale della letteratura sono in crisi nera. Non parlo della crisi economica – che c’è, ed è grave, ma è un’altra cosa. Parlo di problemi serissimi di disonestà (anche intellettuale), parlo di menzogne, di esaltazione di valori sbagliati, parlo di esistenze sprecate, di tempo e soldi rubati a tutti, autori e lettori. Parlo di politiche a-culturali che hanno ormai incistato nel pensiero comune l’idea che il libro sia un prodotto da supermercato, laddove è non solo metro di civiltà, ma è anche evoluzione personale, ed è piacere puro, uno dei più irrinunciabili che io conosca.

Negli anni di lavoro insieme, Bernardi mi ha insegnato anche a fronteggiare la paura. Ogni volta che mi parlava di cadute, io imparavo che, quando si cammina su terreni accidentati, cadere fa parte dell’atto di camminare. E che a volte, rialzandosi, è bene cambiare strada.

Quel pomeriggio del dicembre del 2010, dopo il secondo caffè, mi disse che avrebbe aspettato un bel po’, prima di comunicare a tutti che lasciava a me la direzione di Perdisa Pop. Avrebbe smesso ufficialmente all’inizio di aprile 2011: doveva essere aprile, mi spiegò, perché aveva iniziato a lavorare in editoria ad aprile del 1978 e voleva smettere esattamente al compimento del trentatreesimo anno di attività.
La sua fissazione per la precisione matematica era da Guinness. Ne rideva lui stesso, ma gli piaceva troppo, non poteva resisterle. E così sono diventato ufficialmente direttore editoriale il 5 aprile del 2011.

Questo per spiegarvi il motivo per cui ho atteso fino a oggi per comunicarvi quanto segue.
È per me una specie di tributo: oggi, 5 aprile 2014, la mia direzione di Perdisa Pop compie tre anni tondi, ed è quindi il giorno migliore per annunciare che non continuerà.

I motivi non vi importino. Di fatto, sono venute meno le condizioni basilari perché io possa continuare a svolgere concretamente questa attività. E a voi basti sapere che Perdisa Pop continua regolarmente a vendere i titoli in catalogo.
Quanto a me, vi darò notizie a tempo debito. Lo farò molto presto, ma non subito: se c’è un’altra cosa che mi ha insegnato Bernardi sull’editoria è che è piena di orecchie pericolose o, come avrebbe detto lui, di teste di cazzo.

In ogni caso sto lavorando. E non da solo, né solo per me stesso.
I tempi sono difficili e conoscere bene il proprio lavoro non è più sufficiente. Ma mentre assistiamo allo strangolamento di professioni fondamentali, tendiamo a dimenticare cosa siamo, tendiamo a dimenticare che l’editoria e la scrittura non possono e non devono essere considerati come lavori da mercanti, perché non lo sono.
E va precisato che non lo sono proprio, in concreto, che non si tratta cioè di avvolgerli in una coltre di romanticismo, ma di prendere coscienza di una realtà: l’atto di leggere è diverso dall’atto del comprare o del consumare prodotti alla moda. Ha un altro mercato, un altro target.

In questo contesto angosciato e sfiancante, dove si continua ad alimentare un’idea malsana di cultura e di letteratura, resto convinto che si possa reagire.
Occorre però il coraggio di farlo davvero. Il che, per chiunque come me lavora in questi ambiti, sembra difficile. Non siamo eroi, siamo persone con altre competenze. E siamo abituati a dubitare.
Solo che, assuefatti all’idea che sarebbe meglio non rischiare, alle volte rischiamo molto di più: accettiamo compromessi assurdi che ci porteranno a lavorare male e a fallire comunque, scontenti dei risultati e senza nemmeno un grazie da portarci a casa.

Quello che invece farò io è raccogliere le forze ancora una volta e ancora una volta creare, per quanto possibile, nuove occasioni. Ci sono competenze da mettere a frutto, voci da ascoltare, percorsi da scoprire, follie da realizzare, rabbia da usare come carburante.
Prendere le distanze da certe logiche e da certi mestieranti non è un vezzo artistico, è nostro dovere professionale.
Se preferiamo rimanere sui tristi sentieri tracciati da altri, piuttosto che indicarne di nuovi, non siamo scrittori, non siamo artisti, e non siamo editori. Se non sappiamo osare, non siamo ciò che millantiamo di essere, né mai potremmo esserlo.

©Antonio Paolacci

Susegana (TV) 5/6 ottobre – Libri in cantina

Libri in cantina

5/6 ottobre

Castello di San Salvatore, Susegana (TV)

Mostra Nazionale della Piccola e Media Editoria – 11 ed.

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Siamo felici di segnalare l’annuale appuntamento con ”Libri in Cantina”, mostra nazionale dedicata alla piccola e media editoria che si tiene tradizionalmente nel mese di ottobre nel Castello di San Salvatore, a Susegana, in provincia di Treviso. Sabato 5 e domenica 6 ottobre, a Palazzo Odoardo, oltre settanta le piccole e medie case editrici nazionali, presenteranno la propria produzione, promuoveranno novità editoriali con eventi e incontri con l’autore e laboratori dedicati all’infanzia, e offriranno una panoramica sulle più aggiornate strategie per essere protagoniste sul mercato nello scenario culturale mutevole di oggi.
Tema dell’undicesima edizione, sarà quello della “lettera” e tutto ciò che riguardi la scrittura epistolare in senso ampio.

www.libriincantina.it/programma.html

Interviste credibili # 10 : Antonio Paolacci

Paolacci

Ciao Antonio, come ci si sente a ritrovarsi con un terremoto sotto il culo?
Più o meno come il personaggio di John Travolta nella scena di Pulp Fiction in cui esce dal gabinetto e c’è Bruce Willis. Ciao Gianni.

Bologna (la città in cui vivi) com’è in questi anni? Com’è cambiata? Cosa le è rimasto addosso di quel fascino che la rendeva (a seconda dei casi) “la dotta” “la viva” “la saggia” (questa me l’ha detta un amico anni fa)?

Ho idea che anche in questa intervista sembrerò uno che non vede l’ora di lamentarsi. Molto bene. La risposta è: assai poco. Di dotto e saggio a Bologna è rimasto un solido ricordo e poco più, però diciamo che a suo favore ha la scusa di essere in compagnia di tutta l’Italia.

 

Quando ti arriva sul tavolo un manoscritto qual è la prima cosa che fai o che pensi, prima di cominciare a leggerlo?

Prima lo giudico dall’aspetto. Per quanto possa sembrare ingiusto, non lo è: la mediocrità di certi lavori si capisce da come sono presentati. C’è chi perde tempo in copertine sceme, disegni da scuola elementare, impaginazioni estrose, ecc. Poi ci sono le lettere di presentazione dalle quali si capisce che gli autori sono spesso vittime di equivoci e luoghi comuni sulla scrittura e l’editoria. In ogni caso, quando poi mi metto a leggere, quello che di solito penso è la nota frase: «Il cucchiaio non esiste».

Dal 2011 sei il Direttore di Perdisa Pop, quanto è divertente e quanto è difficile?

Difficile è fare questo mestiere per chiunque, negli ultimi anni, perché occorre combattere con soggetti esterni alle case editrici, persone che decidono troppo e con criteri discutibili. Parlo di chi ha il potere di dare visibilità ai libri, dai giornali ai premi letterari, dai distributori ai librai, i quali dettano spesso legge – o ci provano – perfino nei nostri piani editoriali, consigliando per esempio un certo cerchiobottismo, dal momento che trovano saggio accontentare un po’ tutti e non offendere nessuno. E io sono pessimo, nel cerchiobottismo. Però posso dire che ho imparato ad affrontare diverse difficoltà a modo mio, riuscendo a portare avanti quello che credo sia giusto senza accettare troppi compromessi. Ecco, di divertente c’è quest’ultima cosa, tra le altre che credo siano più intuibili.

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: David Foster Wallace

Tutto? Per carità, facciamo che ti dico solo una cosa piccola e un po’ personale, altrimenti non riuscirò mai a finire questa intervista. Penso che il suo modo di intendere e vivere la scrittura fosse esemplare. Credo sia anche per questo che nel leggerlo si sentono il potere e il piacere della migliore letteratura, al di là di ogni faccenda teorica, stilistica o tematica. Non perdeva mai di vista il fatto che osservare e raccontare il mondo con attenzione, ma anche con la consapevolezza di quanto sia facile sbagliare, è più che la base di un mestiere, è il punto di partenza di tutte le nostre azioni, quindi è concretamente più importante di ogni altra cosa. Wallace è uno dei pochi, pochissimi, scrittori che nei momenti di sconforto riescono a ricordarmi perché ho scelto di scrivere. La mia ammirazione non c’entra con il fanatismo e tanto meno con l’emulazione. C’entra semmai con la gratitudine.

Una cosa che ti viene in mente se ti dico: Luigi Bernardi

Senza dubbio il fatto che da ragazzino io ho passato una lunga, bellissima giornata con Michel Platini, e lui no. (Questa la pagherò con un sonoro vaffanculo.)

Ma davvero a Bologna state sempre a mangiare?

Guarda. A Bologna non sanno fare i dolci, per non parlare del pane. Bisogna che questo si sappia.

Parliamo di e-book, il tuo ultimo libro “Tanatosi” è uscito soltanto in formato elettronico, seguito da altri tre titoli (di Domenichini, Naspini e Bernardi), è molto più di una scelta di campo.
È insieme un progetto, un esperimento e una provocazione. Proporre certi autori italiani ai lettori italiani come si è sempre fatto, oggi sembra una specie di impresa, ostacolata da distributori, giornali, librerie… In un momento come questo può valere la pena fermarsi un attimo e fare un passo indietro per osservare il panorama in prospettiva. E magari porsi delle domande basilari, per esempio su cosa siano per noi la lettura, la scrittura, la letteratura, su quanto pensiamo che possa durare nel tempo il singolo libro, su cosa ci aspettiamo che ci dia in cambio dei soldi o del lavoro che ci chiede. Che peso gli diamo in generale, insomma. E in questo “noi” includo tutti: lettori, scrittori, editori, critici, distributori e librai. Gli ebook sono ancora una specie di mostro, nell’immaginario di molti. Ma ideare questa collana e farla partire con un titolo mio nel 2012 è stata una di quelle idee che vengono in un lampo e quadrano da subito. Per intenderci: credo che Tanatosi sia uno dei miei scritti migliori, se non il migliore in assoluto, e se fino a oggi è anche quello che ha venduto meno, non mi importa. Sapevo che sarebbe andata così. Il punto è che è là, disponibile in pochi minuti e a pochi euro, per chiunque abbia accesso a internet e voglia di leggerlo.

Ti ho conosciuto come scrittore, qualche anno fa, guardando il catalogo di Perdisa Pop, scelsi il tuo libro “Salto d’ottava” perché mi piaceva il titolo (ebbene commetto ancora simili peccati, perché tu no?) poi mi è piaciuto pure il libro, lo stile e quel misto di realismo e visionarietà. Mi piacque sia la storia che lo stile, non ho ancora letto “Tanatosi” (perché ho rimandato l’acquisto dell’E-reader, vabbè a Natale arriva) ma tutti me ne parlano in maniera entusiasta, mi dici due parole sulla storia?

È la storia più lineare che abbia scritto finora. Di solito cerco la frantumazione, gli spostamenti, disegnando percorsi più mentali che cronologici. In questo caso volevo raccontare qualcosa di molto preciso, strettamente legato al nostro tempo in relazione al passato e a un possibile futuro, e la linearità mi è sembrata la scelta migliore. Ma è anche il lavoro in cui, per la prima volta, ho immaginato una realtà diversa dalla nostra. Quando il contesto in cui siamo è raccontato fin troppo, e spesso male, la scrittura può mostrarlo forse meglio allontanandosene. Al momento questo mi interessa particolarmente. Anche il romanzo che sto scrivendo viaggia nella stessa direzione.

Pensando all’editoria di adesso, guardando da spettatore esterno, mi pare di non capirci molto, da dentro com’è? Cosa cavolo stanno combinando?
Nell’ultimo anno, in alcune interviste e interventi, ho cercato più volte di spiegare quello che sta succedendo dal punto di vista tecnico: modifiche nocive al sistema distributivo e della vendita, nascita di un monopolio di tipo aziendale, strategie di marketing, faziosità di critica letteraria e informazione. Come sai, è un discorso complicato e difficile da sintetizzare, ma in effetti è anche un po’ limitativo, perché a forza di parlare di questioni specifiche, come la visibilità dei libri e il sistema distributivo, rischiamo di perdere il quadro generale. Anzi, gli stessi libri sono solo un dettaglio, per quanto importantissimo, di un contesto culturale gestito male, dove la qualità e la passione sono considerati interessi di nicchia, questioni di secondo piano. Musica, cinema, teatro: in Italia c’è una seria crisi di contenuti, non solo economica. Mancano le competenze nella scelta, perché spesso a decidere sono le persone sbagliate. Il guaio è che ciò che racconta il telefilm Boris, per intenderci, a proposito della tivù, sta succedendo anche all’editoria. E paragono il libro all’intrattenimento televisivo proprio per non dare l’impressione di voler difendere soltanto la letteratura alta o quella che capiscono in pochi. Lasciamo perdere il capolavoro e il mito del genio incompreso: questo Paese è pieno di professionisti sconosciuti che saprebbero fare musica, film e spettacoli molto meglio di quelli che si vedono di più in giro. E lo stesso vale per la scrittura.

Che musica ascolti? Qual è per  te “L’album”?

Non ce l’ho, l’album. Sono uno che va a momenti. Negli anni ho consumato dischi di De Andrè come dei Nirvana, dei C.S.I. come dei Depeche Mode, dei Radiohead come di Piero Ciampi. E fai conto che ancora adesso ogni tanto riascolto i Bluvertigo, per dire.

Se guardo al vostro catalogo trovo alcuni degli scrittori italiani più interessanti, penso (tra gli altri) a Merico, Saporito, Liberale, Domenichini, Ronco, Palazzolo, Naspini e il nuovissimo romanzo di Luigi Romolo Carrino, perché sono così difficili da promuovere e, spesso, da trovare in libreria (manco fossero libri di poesia).

Anche questa è una risposta difficile da dare in breve. Partiamo dalle librerie, cioè da questioni più oggettive. C’è un lato tecnico che andrebbe spiegato meglio di come possa fare io qui, almeno a chi non conosce il sistema distributivo. Diciamo solo che i soggetti coinvolti (ovvero i distributori, i promotori e i librai), fino a pochi anni fa autonomi, sono oggi per lo più di proprietà dei pochissimi grandi editori italiani. Le conseguenze sono intuibili: è come se pian piano tutti i negozi di alimentari e supermercati fossero sostituiti da grandi ipermercati della Barilla, mettiamo, e voi foste produttori di un’altra marca di pasta. A questo si aggiunge il fenomeno stesso delle grandi librerie di catena, dove al posto di librai informati e competenti, a volte ci sono ragazzi sottopagati che parlano come commessi di una boutique («Quest’anno si porta molto il romanzo erotico»). Quanto alla promozione, il discorso è un altro ancora, e anche questo difficile da riassumere. Ma di sicuro posso dire che molti autori meritevoli vengono ignorati dalla critica e dai premi letterari per ragioni stupide come il fatto di non avere amici influenti. D’altra parte, a sfogliare certe pagine culturali, a volte sembra di leggere quella specie di rivista di Trenitalia che parla sempre benissimo dei treni. Non so se mi spiego.

La prossima volta o io a Bologna o tu a Milano ci si becca a cena, perché tutto ‘sto on-line alla lunga stanca, ok?

Contaci, e con menù rigorosamente campano, eh, mica cotolette e tortellini.

(c) Gianni Montieri

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Antonio Paolacci biografia

Interviste credibili # 2 – Luigi Bernardi

Gianni: Ciao Luigi, prima tre domande di servizio, com’è passeggiare a Bologna oggi?
Luigi: Bologna è un esaltatore di stati d’animo. Se sei incazzato ti offre motivi a ogni angolo per confermarti nella tua incazzatura; se invece sei cuorcontento, uguale. Non sono così sciocco da pensare che non sia così ovunque, e quindi passo alla domanda successiva. A Bologna però mi mancano esempi di architettura contemporanea. Non c’è un mattone fuori posto, è un museo all’aria aperta, una location cinematografica, incantevole ma dopo due giorni non ne puoi più.

Gianni: Dio ascolta ancora i Pearl Jam?
Luigi: Cazzo ne so. L’immagine che ho di Dio è comunque di qualcuno che non ascolta musica. Ma non solo la musica, nient’altro. Dio non ha orecchie.

Gianni: Lo Strega è sempre stato un liquore del cazzo, non trovi?
Luigi: Non bevo alcolici e mai berrei una cosa di quel colore. Sembra il liquido di contrasto per una radiografia ai Grandi Antichi di Lovecraft. Ma se subdolamente intendevi strapparmi parole contro l’omonimo premio letterario, non ti seguo.

Gianni: Di recente, a Bologna, ha aperto una libreria IBS, cioè il negozio italiano on-line per eccellenza. Sei riuscito a darti una spiegazione?
Luigi: È una strategia anti Amazon. Far circolare il marchio il più possibile in modo da diminuire l’impatto di quello della concorrenza. Non credo funzionerà perché far guerra ad Amazon è come farla alla Coca Cola. Il problema degli editori italiani è che sono anche distributori e librai. Si sentono onnipotenti. Negli ebook si sono messi in testa di poter fare senza Amazon e Apple. Investono palate di quattrini per creare piattaforme e reader autonomi. Non si rendono conto che siamo in Italia, un paese che non conta niente, con un mercato da quattro soldi. Avessero investito nel fare buoni e-book per Amazon e Apple, senza disperdere energie, i potenziali lettori li avrebbero seguiti con maggior convinzione.

Gianni: Tu sei uno dei più accaniti sostenitori (nonché precursore) dell’utilizzo dell’e-book, al di là dei vantaggi più evidenti (abbattimento costi, comodità, risparmio di spazio), qual è la vera forza del libro elettronico, secondo te?
Luigi: La risposta è non lo so. È una somma di circostanze, compresa quella che in Italia pochi fanno più libri cartacei degni di essere conservati. Mi piace leggere al buio sul mio IPad, mi dà la sensazione di non avere bisogno di altro. Siamo io e le parole del libro. È come parlare con qualcuno in un salottino invece che allo stadio. Ci si capisce meglio.

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Gianni: Stai lavorando a un romanzo o a una nuova raccolta di racconti? Oppure ti stai muovendo in più direzioni?
Luigi: Sto lavorando a un romanzo, per la prima volta del tutto estraneo alla narrativa di genere. Non ho mai scritto libri di genere, anche se ne ho sempre utilizzato i meccanismi che mi facevano comodo. Questa volta me ne terrò alla larga. È una sfida, prima di tutto a me stesso, e poi a tutti coloro che non sanno pensarmi senza noir alle spalle.

Gianni: In un saggio molto bello “Al tavolo del cappellaio matto” Alberto Manguel, definisce in vari modi il lettore ideale. Ti propongo qui tre delle sue definizioni: “Il lettore ideale legge tutta le letteratura come se fosse anonima” “Il lettore ideale sa quel che lo scrittore intuisce soltanto” “Il lettore ideale non esaurisce mai la geografia di un libro”. Pensi che esista un lettore ideale? Se esiste, il tuo come vorresti che fosse?
Luigi: Per quello che scrivo, sono costretto a non pormi troppe domande rispetto al lettore. Altrimenti scriverei quello che vuole lui. E allora mi accontenterei di diventare uno scrittore ideale.

Gianni: Tra i tuoi libri quello che mi è piaciuto di più è sicuramente il romanzo “Senza Luce” ma sono molto affezionato ai racconti di “Niente da capire” e per vicinanza a quelli di  “Maddalena e le apocalissi”, tu ti affezioni ai tuoi libri? Oppure quando il libro è finito non vedi l’ora di dimenticartene?
Luigi: Sono così affezionato ai miei libri che in pratica non li finisco. Lascio sempre delle porte aperte attraverso le quali il lettore può infilarsi. Il lettore e, cosa che inizialmente non credevo, anche io. Tanto che Senza luce e Niente da capire sono diventati tasselli di una narrazione molto più ampia che si concluderà all’ottavo volume. Ne ho già scritti cinque. Adesso mi sono preso una pausa per scrivere il romanzo di cui ti dicevo. Anche Maddalena tornerà, quella addirittura prima di tutti, in autunno direttamente in e-book con una storia dal titolo Babooskha.

Gianni: Hai lavorato tantissimi anni nell’editoria, fino all’altro ieri praticamente. Ti va di spiegarmi cosa diavolo accade nell’editoria italiana? In particolare cosa c’è che secondo te non funziona più?
Luigi: Il libro si è trasformato in prodotto dell’intrattenimento. L’intrattenimento ha regole che non hanno niente a che vedere con quelle dettate dalla critica letteraria. I ruoli si sono invertiti: il direttore editoriale risponde al direttore commerciale, che molto spesso proviene da settori esterni all’editoria e applica modelli che all’editoria erano estranei. Niente di nuovo. È successo al cinema, alla musica, persino all’arte. Ciò non ha impedito che si potessero fare buoni film, buoni dischi e buone opere d’arte. Si fanno e si faranno anche buoni libri. Questo è il momento più difficile, quello in cui “loro” sembrano avere trionfato. Ci si accorgerà presto che non è così.

Gianni: Quali sono gli scrittori e poeti che hai amato o che ami di più?
Luigi: Non farmi fare la lista della spesa. Non so neppure se è giusto fare una classifica di autori. Tutti gli autori sbagliano. Allora ti dico cinque opere che mi hanno segnato e che trovo irrinunciabili: I demoni, di Dostoevskij; La certosa di Parma, di Stendhal; Rumore bianco, di DeLillo; Il falò delle vanità, di Tom Wolfe; L’avversario, di Carrère.

Gianni: C’è un libro dal quale non ti separeresti mai?
Luigi: No, altrimenti come potrei rimpiangerlo?

Gianni: Ti conosco come una persona che non sopporta l’ovvio, le banalità. Se dovessi dirmi su due piedi la cosa che ti irrita maggiormente, quale sarebbe?
Luigi: Le interviste.

Gianni: Conta di più la storia che si racconta o come lo si fa?
Luigi: Conta il rispetto, per la storia e soprattutto per i personaggi. Se li rispetti, allora ogni tua parola sarà pensata per loro; e il chi e il come coincideranno.

Gianni: Sei un appassionato di musica, quali sono i tuoi album del cuore “se così si può dire”?
Luigi: Un’altra lista della spesa, sei incorreggibile. Te ne dico cinque anche stavolta: La terra, la guerra, una questione privata dei C.S.I.; Des visages des figures, dei Noir Désir; Tutu di Miles Davis; The Goldberg variation di Glenn Gould; Atom Heart Mother dei Pink Floyd.

Gianni: Tornerai al fumetto prima o poi?
Luigi: No. Ho dato troppo al fumetto, compresa l’illusione che potesse restituirmi qualcosa in cambio.

Gianni: C’è uno scrittore italiano giovane sul quale punteresti?
Luigi: Premetto che non leggo molto e potrei impegnarmi di più. Inoltre alcuni di questi giovani li conosco personalmente, alcuni sono anche amici, e non vorrei stilare inutili graduatorie di merito. Siccome però ho capito non mi lasci se non ti sgancio un nome, ti rispondo Michele Mari, che nonostante l’età è il più giovane di tutti.

Gianni: Quando passo da Bologna dove andiamo a cena? Offro io.
Luigi: A casa mia, cucino io.

(c) intervista di Gianni Montieri

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Luigi Bernardi

Solo 1500 n. 36 – Il thriller di Pupo

Solo 1500 n. 36  – Il thriller di Pupo

Si corrono grossi rischi a girare per le librerie del centro di questi tempi. Sabato scorso, sbirciando qua e là, a caso, mi imbatto in questo libro: La confessione di Enzo Ghinazzi. Ghinazzi? Ma non ci posso credere, è Pupo. Lo conferma la fascetta gialla sulla copertina, a firma di Mogol: “Anche con la penna in mano Pupo resta geniale…” la casa editrice è Rizzoli, tanto per dire. Pare si tratti di un thriller e pare che circolino foto di Pupo in pullover a collo alto scuro e occhiali da intellettuale. Non leggerò il libro, naturalmente. Non è possibile che sia bello, semplicemente. Il dramma comunque non è questo, il dramma è che Rizzoli l’abbia pubblicato solo per il nome, solo perché si pensa che Ghinazzi potrebbe vendere un bel po’ di copie. Gli editori pensano a quanto si potrà vendere, non a quanto valga una storia e meno ancora a come sia scritta, perciò teniamoci Pupo edito da Rizzoli e bene in vista sugli scaffali. L’originalissima trama pare si dipani alla vigilia del festival di Sanremo (ma che strano), uno dei cantanti più famosi viene ucciso misteriosamente (non l’avrei mai detto), ad indagare sarà un commissario un po’ ciccione, sfigato, separato o in crisi con la moglie ecc.. (anche questa non l’avete mai sentita). La domanda è perché? Ma mentre me la faccio cammino dentro la libreria e un paio di scaffali più in là, mi rispondo: esposto c’è il romanzo di Arisa (wow) ed. Mondadori. Parlare di editoria oggi è parlare di nulla, meglio cantare: “su di noi nemmeno una nuvola, su di noi l’amore è una favola”.

Gianni Montieri

Antonio Moresco – Pensieri a capo scoperchiato – da “il primo amore”

Leggo il punto di vista di Antonio Moresco sullo stato attuale dell’editoria italiana, in particolare, sulla situazione Mondadori e polemiche di questi giorni. Sono d’accordo con Moresco su molti punti, soprattutto sulla complessità della questione e di come questa  non possa essere risolta o spiegata con degli slogan. Pubblico qui l’articolo raccogliendo l’invito di Moresco a diffonderlo.

Pensieri a cranio scoperchiato
Antonio Moresco

 

   In questi giorni di fine agosto i giornali stanno parlando molto dell’ennesima legge “ad personam” (in questo caso “ad aziendam”) che consente alla Mondadori di non pagare al fisco una cifra enorme. Dopo la presa di posizione pubblica di Vito Mancuso, che ha espresso i suoi dubbi se continuare a pubblicare con questo editore e che ha chiamato, nome per nome, alcune persone che pubblicano presso lo stesso a pronunciarsi, si è dato fuoco alle polveri. Opinionisti, giornalisti e politici abituati a capitalizzare fulmineamente ogni cosa si sono gettati sulla vicenda con continue richieste di abiura editoriale rivolte a scrittori e saggisti (i poeti -chissà perché- non vengono presi in considerazione) che pubblicano con questo editore e con questo gruppo. Argomenti moralmente e politicamente ricattatori, ironie e sfottimenti in caso di risposte non gradite o evasive, esibizione di superiorità civile e morale, soprattutto da parte di giornali di gruppi editoriali concorrenti e di persone bene acquartierate in essi. Perché in Italia le cose funzionano così.
   Si invitano gli scrittori a schierarsi su questa “crisi di coscienza” trasformata in una macchina da guerra contro un’altra macchina da guerra, ad abbandonare questo editore per altri più virtuosi, ciascuno vantando le proprie benemerenze e la propria superiorità etica, in una battaglia che viene da lontano e che nasconde anche altri fini, sperando tra l’altro di scrollare l’albero e di accaparrarsi qualche frutto caduto, soprattutto se questo ha una buona quotazione di mercato e porta quattrini. Perché in Italia le cose funzionano così, tanto più in questi anni difficili, torbidi, in questo clima intossicato da una situazione politica, sociale e civile sempre più difficile da sopportare.
   Così può succedere che persino gli scrittori -che in Italia non sono tenuti in gran conto, a meno che non rimpinguino i fatturati- vengano utili all’interno di questi movimenti militari e di queste campagne. Lavagnette e specchietti con tanto di elenchi e faccine dei buoni, dei meno buoni e dei cattivi, di quelli più virtuosi e di quelli meno virtuosi. Pareri usa-e-getta da inserire in questo mosaico, esibizione di muscoli, esercitazioni, parate. Perché in Italia le cose funzionano così.
   Non metto in questo elenco gli scrittori cui, per ragioni di censura o di opportunità politica, sono stati rifiutati i libri da case editrici del gruppo Mondadori e che, giustamente, se ne sono andati.
   Siccome anch’io ho le mie convinzioni e le mie passioni ma non sono un soldatino, siccome non ci sto a farmi appiattire su quest’unica dimensione e a farmi schiacciare su queste semplificazioni strumentali e parziali, ma siccome non mi è neppure congeniale starmene zitto e coperto, in attesa che la polvere torni a posarsi e che la bolla si sgonfi, provo a esprimere qui, per iscritto, i pensieri, tutti i pensieri che mi sono passati per la testa in questi giorni, compresi quelli scomodi, non eleganti, quelli che in genere si preferisce lasciare nell’ombra, senza autocensurarmi né autolobotomizzarmi.

   La Mondadori oggi

   E’ la più grande casa editrice e il più grande gruppo editoriale italiano, ma il suo assetto proprietario consegna anch’essa -come molte altre cose palesi e occulte nell’Italia di oggi- a un gigantesco conflitto di interessi. La sua acquisizione da parte di Berlusconi a spese di De Benedetti e i modi con cui questa è avvenuta sono noti e sono stati anche materia di un clamoroso processo.

   La Mondadori ieri

   Ma neppure in passato, ai tempi del mitico fondatore Arnoldo, il percorso di questa casa editrice è stato ineccepibile e lineare. Perché evidentemente, per diventare il più grande gruppo editoriale italiano bisogna anche avere delle grandi maniglie. Perché in Italia le cose funzionano evidentemente così.
   Ma vediamo un po’ com’era la vecchia, mitica Mondadori:
   Nata dall’intelligenza e dall’intraprendenza di un giovane di un paese del mantovano (un altro che, come suol dirsi -e ammesso e non concesso che le cose stiano esclusivamente così- si era “fatto da sé”), da piccola bottega diventa via via la più grande casa editrice italiana, anche attraverso rapporti privilegiati con i potenti di turno, opportunismi, trasformismi.
   Ma è giusto ridurre tutto e solo a questo? All’interno di questa casa editrice hanno lavorato e si sono fatti le ossa uomini che poi sono diventati importanti editori, come Valentino Bompiani e Angelo Rizzoli, e soprattutto questa casa editrice non ha pubblicato solo il Vate o il fascistissimo Guido Da Verona, oppure un libro intitolato “Dux”, ma ha pubblicato anche e fatto conoscere in Italia scrittori come Kafka, Joyce, Gide, Alain-Fournier, Faulkner, Fitzgerald, Dos Passos, De Roberto, Pascoli, Verga, Pirandello, Thomas Mann, Lawrence, Vittorini, Malaparte, Brancati, Henry Miller, Sartre, Eliot, Ungaretti, Montale, Erich Maria Remarque, Hemingway, Bernanos, Döblin, London, Fante, Virginia Woolf, Saint-Exupéry e molti altri. Senza dimenticare tanti formidabili autori di “libri gialli” e di fantascienza, che ho letto con entusiasmo durante la mia adolescenza e che leggo ancora.
   Hanno fatto un’azione eticamente riprovevole, si sono disonorati tutti questi scrittori e questi poeti (parlo naturalmente di quelli in vita al momento della firma dei contratti) a pubblicare con questo editore?
   Per non parlare della casa editrice Einaudi, ora acquisita dal gruppo Mondadori, e degli autori che si trovano nel suo straordinario catalogo, i cui libri (quindi anche “Se questo è un uomo” e le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza”) a detta di alcuni non sarebbe più eticamente e politicamente corretto comperare.
   Una casa editrice è abitata da persone vive e che, in qualche caso, possono anche fare la differenza. Non si può ridurre tutto ai comportamenti dell’editore, al suo assetto proprietario e ai suoi consigli di amministrazione, che magari sono più che altro interessati a leggere i bilanci di fine anno e ad assicurarsi che siano in attivo. E che magari possono anche cambiare. Cinquant’anni fa la Mondadori era di Arnoldo, adesso della famiglia Berlusconi. Di chi sarà -se ancora ci sarà- fra altri cinquant’anni?

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