editoria indipendente

MACAO inEdito 2014 – Raccontare Obliquo

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Il 23, 24 e 25 maggio M^C^O ospita la seconda edizione di InEdito, festival di editoria indipendente.

Dopo l’edizione dello scorso anno, caratterizzata da una riflessione politica e culturale relativa al mondo dell’editoria, InEdito propone quest’anno una dimensione che richiama, più che al dibattere, al raccontare; un “Raccontare obliquo” – ripreso dai versi di Emily Dickinson “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”.

Obliquo non è una formula, ma tante forme. Obliquo è il rumore che fanno in noi le cose di cui ci appropriamo (almeno in parte), leggendole. Obliquo è lo sguardo trasversale che si spinge dal minuscolo al gigantesco; obliquo è per dire e lasciar insieme spazio per capire.

Raccontare obliquo è uno spazio che si concede a diverse forme di narrazione, in cui ognuno può trovare qualcosa per sé.

InEdito è:

Raccontare – Raccontarsi: un narrare di sé, della propria storia, della propria soggettività

Raccontare – Disegnare: raccontare per immagini

Raccontare – Scrivere: che non ha bisogno di essere spiegato

Raccontare – Giocare: con le parole

Raccontare – Ricordare: il racconto soggettivo di qualcuno o qualcosa.

Programma in PDF

Guida alle singole giornate

Venerdì 23 Maggio (Livio Sossi, Wu Ming, Frankie Magellano, Martina Testa, Paolo Cognetti, Alessandro Raveggi, Tito Faraci, Paolo Castaldi)

Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare. (David Foster Wallace – Infinite Jest)

Sabato 24 Maggio (Lea Meladri, Lisa Biggi, Letizia Iannaccone, Massimo Vitali, Libri Finti Clandestini, Paolo Pasi, Mendo, Paolo Agrati, Guido Catalano, Paola Ronco, Antonio Paolacci, Alessandro Zannoni, Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, Alessandra Terni, Nicoletta Bernardini, Giuseppe Merico, Anna Toscano, Rosario Palazzolo, Silvia Tebaldi, Gianni Montieri, Otto Gabos, Francesca Rimondi, Livia Satriano, gianCarlo Onorato, MisS xoX, Carlo Casale, Steve dal Col, Johnny Grieco, Massimo Giacon, Ivan Carozzi, Oderso Rubini, Ariele Frizzante, Federico Fiumani, Davide Toffolo)

La città non si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile. (Luigi Bernardi – Crepe)

Domenica 25 Maggio (Filippo Parodi, Anna Giurickovic, Andrea Staid, Massimiliano Tappari, Lidia Cirillo, Thomas Pololi, Alessandro Gallo, Patrizia Valduga)

 

Il programma dei Workshop

 

(Poetarum Silva sostiene M^C^O ed è partner di InEdito. Vi aspettiamo)

 

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Evento facebook

 

Paolo Triulzi – Febbre

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FEBBRE

Dalla febbre non sono mai guarito completamente,
questo è quanto. Cinque giorni ogni tanto, diciamo
una volta al mese, mi raffreddo del tutto e torno sotto
i trentasette. Mi affanno, in quei giorni, con la vita mia
da rimettere in pari. Cerco di riempire i vuoti lasciati
dai cicli di antibiotici che, come l’occhio dei cicloni,
registrano nel proprio epicentro etimologico il contrario
della vita e in sé risucchiano tutto quello che sta intorno.

Di solito stacca alle sette meno cinque della mattina
l’incubo notturno. Cinque minuti prima della sveglia.
Cinque minuti per passare in rassegna tutti i nascondigli,
picchiato fra il maglio dei sogni e l’incudine della veglia.
Intanto provo la temperatura. Misura trentasette e mezzo.
Ce l’ho. Poi: la sveglia, che ignoro e pospongo. Ripenso
ancora a dove ripongo le speranze che non ho. Mi alzo
a cercarle e inciampo nelle scarpe, inforco una cravatta.

È disfatta, nel bagno. La tonsilla è ancora gonfia e l’altra
arrossata mi minaccia. Se si toccano mi tagliano il respiro
e io muoio. L’otorino rinfaccia a mia madre la deviazione
del mio setto nasale. Lei si ricorda di una botta che presi
da bambino e nega ogni responsabilità. Discutono ancora
nella mia mente mentre faccio colazione. Deglutisco solo
da un lato il latte con i biscotti e il cortisone. Risento,
nella mente, il medico che mi dà per spacciato. Ed esco.

Di febbre ho qualche linea ma la tonsilla non migliora.
La vita continua anche da sola la sua strada. Io osservo,
in corriera, uno che corre per pigliarla e non ce la fa.
Nel lunotto posteriore il mondo si allontana. La nausea
vien da sé e se ne va. Immagini liquide nella mia testa.
Brividi mi tagliano la schiena. Allento, a fasi alterne,
la cravatta. Scorre in piena il fiume di latta che porta a
lavorare. Vi lascio fare: sospendo ogni giudizio sulla scena.

Scendo nella metropolitana. Scompaio sotto terra,
mi salvo per sottrazione dal fumo delle auto e dalla luce.
Sulla scala mobile, che mi pare troppo veloce, la discesa
mi produce quella sensazione strana nelle orecchie.
Resto immobile: sarà la febbre. Anche la scia dei neon
che lasciano nel tunnel dietro a sé, l’accetto: mi indica
la strada per il tornello elettronico che, come un oracolo,
ingloba l’obolo del mio abbonamento settimanale.

Nel display verde leggo il verdetto: giorni rimanenti: 1.
Poi mi ruotano addosso i denti di ferro del tornello. Entro
come tutti, nessuno scansa l’ultimo viaggio. Uno, ripenso:
ha senso: è venerdì mattina e con sta sera si va a zero.
L’Apocalisse è prevista nel weekend. Di certo pioverà.
Mi perderò la resurrezione della carne se la febbre sale.
Dovrò aspettarne un’altra la prossima settimana. Bisogna
essere in forma per difendersi nel giudizio universale.

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A stare a letto c’ho provato. Non c’è stato verso di guarire.
Vado a lavorare, allora, almeno peggiorerò. E invece no.
Mi sostengo con vari caffé e il mercurio sotto al braccio.
Ce l’hai ancora? Chiede una collega. Ce l’ho, le rispondo
dopo qualche minuto. Non sarai contagioso? La mia febbre,
dico, ce l’ho solo io. Ma non sei mai migliorato? Dico: no.
Infatti sono così da sempre: stazionario. Finisco l’orario
di lavoro e vado di nuovo alla stazione del metrò.

M’ingialla gli occhi, la febbre. Mi gira la testa a piacere.
Mi faccio un dovere di rispettare l’ora dell’antibiotico che
inghiotto sempre puntuale. Stringo in mano il settimanale
quasi esaurito, mi predìco la profezia dell’oracolo.
Giorni rimanenti: zero. E allungo la strada. Aspetto
l’autobus in piena rovina. Cerco segni ulteriori nelle rune
fitte sulle camicie degli impiegati senza giacca. Andiamo
tutti, come ogni giorno, passo passo verso lo zero.

Ripasso infine fra i denti del tornello. Viaggio sottoterra
verso la fine della settimana e attendo la catastrofe. Ulula
il treno dai finestrini aperti per il caldo soffocante e galleggia
fra la folla dei corpi l’aria che non entra. Solo l’oscurità
dalla galleria filtra dentro. Immobili gli impiegati senza giacca.
Nel rumore nessun suono: Niente di nuovo sotto il suolo.
Trovo un posto a sedere e rabbrividisco. Mi ci isso
ed estraggo il termometro: Ogni momento è quello buono.

E finalmente è trentasei. Salvato in extremis da me stesso
esco alla luce rinato. Impastato nel sudore e nella fiacca
ora mi asciugo nell’aria calda della prossima fermata. Sono
pronto per il fine settimana, per il tuffo nella birra e nell’oblio,
per saltare nel cerchio infuocato della prossima incarnazione.
Tornerò di nuovo io lunedì mattina, tornerò sopra trentasette
e a più cinque con l’abbonamento settimanale, a uno dopo
i pasti con l’aspirina, a guardarmi la tonsilla alla toilette.

Dalla febbre non sono mai guarito completamente,
questo è quanto. Cinque giorni ogni tanto, diciamo
una volta al mese, mi raffreddo del tutto e torno sotto
i trentasette. Ricomincio a sentirmi bene e quindi male.
Il mercurio sale poco dentro al vetro e io non ho più
scuse se resto indietro e ci resto. Mi duole in punti
ai quali è difficile arrivare e gli antibiotici non mi fanno
più niente. Torno a 10.000 nel conto alla rovescia universale.

@ Paolo Triulzi

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Il sito di Paolo Triulzi

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Le Edizioni Pratiche dello Yajè rievocano fin dal nome una particolare predisposizione all’evasione: visiva e culturale. Infatti il suo termine è derivato dal misterioso mondo degli sciamani, in particolar modo quelli della selva amazzonica. Yajè è il curioso nome che gli indios Shuar danno all’allucinogeno Ayawaska, un potente spirito vegetale che una volta entrato in corpo permette di aprire le porte dell’altrove.
Paolo Cabrini, il suo fondatore, con le edizioni Pratiche dello Yajè, rievoca magicamente, un’azione creativa e deragliatrice dai sistemi convenzionali ed estetici, in una sorta di spazio cartaceo autogestito e autoprodotto.
Un circo in cui muovere le sue passioni letterarie e incantatrici nell’arte editoriale del cut up e del collage per imbastire libri dediti alla ricerca di curiosità bizzarre dal mondo poetico letterario e non. Per contagiare e comunicare questa esperienza editoriale Pratiche dello Yajè ha creato uno spazio-laboratorio: “Officina Stampa Alternativa” dove imparare l’arte dell’incisione a rilievo e tecniche di psicoeditoria telepatica. Attenta ai fenomeni sociali, la casa editrice Pratiche dello Yajè sostiene il lavoro incisorio denominato “I fogli malvagi” una sarcastica, acida, grottesca e ironica interpretazione delle manie sociali, dal risvolto profetico. Una società cannibale dove le ideologie diventano un pasto collettivo e tragico dall’epilogo apocalittico. L’editore di Pratiche dello Yajè è cofondatore insieme a Federico Zenoni del libero incontro psicoeditoriale denominato LIBER.
http://www.praticheyaje.altervista.org – su Fb Officina Stampa Alternativa email: paolo.cabrini67@gmail.com

Interviste credibili # 13 – Manuela Dago e Francesca Genti su Sartoria Utopia

Calendario Sartoria Utopia - illustrato da Jean Genti

Calendario Sartoria Utopia – illustrato da Jean Genti

G: Allora, ditemi tutto dall’inizio come se fossi un bambino di tre anni. L’idea, le prove, gi spunti, i primi lavori, coraggio.

M: è iniziato tutto circa due anni fa e l’origine è da ricercarsi nel fatto che sia io che Francesca siamo due poete performative e con una forte propensione alla manualità. Da qui il desiderio di produrre materialmente i nostri libri, che ci rispecchiassero quindi al 100%, dai testi all’aspetto esteriore: copertina, formato, colori, tipo di carta, ecc… Il valore aggiunto, non trascurabile, è che facendo i libri a mano avremmo prodotto degli “oggetti d’arte” ognuno diverso dall’altro, questa idea era ed è per noi uno dei motori del progetto.

All’inizio abbiamo frequentato un corso di legatoria e appreso i primi rudimenti, siamo partite subito per il nostro viaggio mettendo in pratica quello che avevamo imparato, ma anche sperimentando senza timori le idee che di volta in volta ci venivano in mente.

I primi libri di Sartoria sono stati il mio, Altre forme di vita, L’arancione mi ha salvato dalla malinconia di Francesca e Manuale Portatile per la Devozione del Fertile Gaudio di Paolo Gentiluomo. Il primo è una plaquette di sedici micro-poesie connotata dal formato anomalo e assolutamente originale e dalla lettura double face; il secondo raccoglie tutte le poesie inedite di Francesca, nel tempo quindi si è ampliato man mano che la sua produzione poetica cresceva e la caratteristica del libro che più attira l’occhio del lettore è senza dubbio la copertina: coloratissima e con collage sempre diversi; il terzo è un canzoniere amoroso sui generis.

G: Sartoria Utopia è un bel nome. Utopia poi è una parola che rimanda sia a cose assolute, epiche, irraggiungibili sia, per come la vedo io, anche a piccoli sogni e al coraggio di crederci, voi che ne pensate? O meglio come l’avete pensata?

F: Il nome Sartoria Utopia è nato da un momento di libere associazioni tra me e Paolo Gentiluomo,  che è molto bravo a trovare i titoli per le cose. Io avevo tirato fuori “ferma utopia” da un verso della poetessa Piera Oppezzo, ma poi sembrava troppo duro, troppo programmatico, però utopia volevo conservarlo e abbiamo cominciato a fare delle rime e a un certo punto Paolo ha detto “sartoria utopia” quindi ho subito scritto un sms a Manuela che ne è rimasta contenta.

Per quanto mi riguarda l’utopia riguarda l’accrescimento della bellezza, l’immaginazione, la creazione di altri mondi: mi basta guardare un francobollo con raffigurato un aviatore sotto un cielo di piombo e la sirena dell’utopia mi seduce con il suo canto.

G: Raccontatemi un po’ di come procede il vostro lavoro: scelta dei materiali, illustrazioni, impaginazione, grafica.

M: La scelta dei materiali e della grafica sono strettamente legati al contenuto del libro. Copertina, formato e le altre caratteristiche devono infatti legarsi ai testi e creare una sorta di armonia tra le parti che accompagni il lettore dal primo approccio materiale col libro fino alla sua fruizione completa.

Una particolare attenzione in tal senso è sempre rivolta alla copertina, un esempio su tutti sicuramente è la raccolta di invettive Bastarde senza gloria che vede, in linea con i contenuti, un formato che abbiamo ironicamente definito “contundente”: cucitura giapponese, copertina rigida con una serigrafia originale realizzata anch’essa a mano da noi, essenziale ma diretta, il tre di spade del mazzo di Tarocchi Raider-Waite, che raffigura un cuore trafitto da tre spade e che riassume lo spirito dell’antologia, romantico e violento.

F: Inoltre abbiamo la fortuna di avere intorno a noi, tra i nostri cari, persone creative che ci aiutano con generosità, per esempio Anna Castellari, che è un’ottima grafica e ha impaginato tutti i nostri libri o Jean Genti, mio padre, a cui ho rubato due disegni per illustrare l’Utopico Calendario 2014 e che sicuramente sfrutteremo ancora per i prossimi progetti.

G: Tutto fatto a mano?

M: A parte gli interni che vengono stampati in tipografia, tutto il resto è fatto a mano da noi, dal taglio della carta per le copertine, all’incollaggio, alla cucitura.

F: Dateci tempo e realizzeremo anche la carta!

G: Parliamo adesso un po’ delle scelte dei poeti da pubblicare, come procedete? Invitate voi? Accettate manoscritti? Partite da un’idea circa il tipo di poeta che vorreste oppure cercate “la bellezza ovunque”?

M: Non abbiamo uno schema fisso. Ci è capitato di invitare i poeti a collaborare con noi proponendo loro di lavorare su un progetto, come è accaduto prima con Francesca Matteoni e Azzurra D’Agostino, che in una doppia plaquette hanno dialogato sui luoghi dell’Appenino tosco-emiliano e con le nove poetesse di Bastarde senza gloria poi, chiedendo loro di lavorare sul tema dell’invettiva. Ma riceviamo anche testi che ci vengono proposti dagli autori, li valutiamo senza preconcetti e se ci convincono siamo ben felici di pubblicarli, come nel caso di “Anna la nera e altri lividi” di Graziano Mignatta, autore che non conoscevamo fino a che non abbiamo ricevuto questa sua raccolta di caustica bellezza che ci ha subito molto colpite.

G: Raccontatemi un po’ dell’antologia Bastarde senza gloria, che fino ad ora sembra il vostro progetto più ambizioso.

F: Bastarde senza gloria nasce dal mio amore per alcune poetesse  contemporanee la cui scrittura si contraddistingue per una sotterranea e forte qualità eversiva che poi ognuna di esse declina in modo personale. Ho voluto raccoglierle quindi in questa antologia che non rende conto di una linea o di una scuola in particolare, ma di un’attitudine romantica nell’accostarsi alla parola e alla vita. Ho chiesto loro di scrivere delle invettive, di arrabbiarsi, di usare la parola, per dirla con Emily Dickinson, come “un fucile carico”. Ne è uscito un ottimo lavoro che è stato accolto dai lettori con il più sincero entusiasmo. I due reading collettivi che abbiamo fatto a Torino e a Milano sono stati esattamente come io mi immagino debbano essere i ritrovi di poesia: esplosivi.

Ho in mente di continuare questo lavoro di curatrice di antologie pretendendo sempre qualcosa di nuovo dagli autori che chiamo, mettendoli al lavoro su temi che magari non hanno ancora esplorato, e voglio che questi libri vengano poi desiderati fortemente da quattrocento lettori che, tenendo conto che ogni libro è fatto a mano, è il massimo che Sartoria Utopia possa offrire.

G: Quali sono i poeti e poete che state per pubblicare?

M: Stiamo lavorando alla raccolta dell’autrice milanese Anna Lamberti-Bocconi, una delle voci più incisive della poesia italiana contemporanea, che si intitolerà La signorina di Cro-Magnon, titolo eloquentissimo che preannuncia un libro connotato dalla forza che contraddistingue la scrittura di Anna.

F: E dopo Lamberti-Bocconi, che siamo molto onorate di pubblicare, abbiamo in programma una poetessa di cui poco si conosce: Fernanda Woodman, che ha cominciato circa un anno fa a mandarci le sue poesie, il titolo dell’opera sarà, con tutta probabilità, Diario, ma stiamo ancora lavorando sulla forma giusta per accogliere questi testi scuri e misteriosi, ci piacerebbe farne un vero e proprio libro oggetto. Inoltre sta per uscire la quarta edizione di L’arancione mi ha salvato dalla malinconia che, per la nostra capanna editrice, si sta rivelando un lillipuziano long-seller e uscirà in una veste grafica rinnovata e non più rilegato a quadernetto: si trasformerà anche lui in un piccolo Samurai (la collana iniziata con l’antologia Bastarde senza gloria connotata dalla copertina serigrafata e dalla legatura giapponese).

G: Tra voi due esiste un’ideale divisioni dei compiti o fate tutto insieme?

M: Solitamente la divisione dei compiti avviene più che altro per la parte amministrativa di Sartoria e per quanto riguarda la gestione del magazzino e le spedizioni di cui si prende cura Francesca per ragioni pratiche e logistiche.

Per quanto riguarda il lavoro manuale siamo intercambiabili, tutte e due siamo in grado di fare le stesse cose, una curiosità da sapere potrebbe essere che nella realizzazione dei Samurai, Francesca è operaia specializzata trapanatrice mentre io sono operaia specializzata nel posizionamento dei moduli da forare.

F: Manuela si occupa anche di organizzare reading, performance, presentazioni di Sartoria Utopia.

G: Mi dite, brevemente, qualcosa circa i vostri futuri progetti individuali?

M: In questo momento sto cercando di gestire la mia vita in modo da poter dedicare più tempo possibile alle attività di Sartoria, oltre alla realizzazione dei libri ci sono ovviamente tante altri aspetti  da curare: i contatti, le presentazioni ecc. Sto inoltre lavorando a una mia seconda raccolta.

F: Anch’io sto cercando di avere sempre più tempo per Sartoria Utopia per la quale sto mettendo a punto due progetti di laboratori che spero partano presto, inoltre mi piacerebbe dare inizio a nuove collane: una per bambini e una che ospiti testi spuri, cosidetti sperimentali, sia di poesia che di prosa, testi che attualmente non trovano spazio nelle collane delle case editrici, mi piacerebbe chiamare questa collana “gli impresentabili” e avrei già almeno un paio di ottimi autori da pubblicare.

G: Nascono sempre più spesso case – capanne nel vostro caso – editrici artigianali, qual è la spinta? L’editoria classica è finita? Inventare qualcosa di diverso è necessario o soltanto divertente?

F: Penso che tutte queste piccole case editrici nascano da una vera esigenza, siano quindi necessarie e non semplici divertissement e anche se lo fossero non ci sarebbe nulla di male: la poesia, la letteratura hanno molto più a che fare con il “divertirsi” che con questa specie di controproducente Realpolitik che livella verso il basso e l’ovvio l’editoria che tu definisci classica.

Per quanto mi riguarda, penso che Sartoria Utopia sia una delle cose migliori che io abbia fatto negli ultimi anni, mi infonde più coraggio, più libertà soprattutto come autrice, pensando che se le case editrici “classiche” non potranno accogliere i miei testi, essi sempre troveranno nell’Utopia un rifugio e un avamposto.

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intervista a cura di Gianni Montieri

 

interviste credibili #12 – Mariagiorgia Ulbar (su la Collana Isola)

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Collana Isola (scheda):

La collana Isola si compone di piccoli libri in A6 che uniscono poesia e illustrazione. Il progetto prevede una selezione di poete/i e una scelta di testi al fine di creare una sequenza di poesie  che viene discussa tra curatrice e curatore della collana e autori. I testi vengono inviati a illustratori scelti che leggono e disegnano integrando, in maniera del tutto libera, le poesie. I libri di Isola sono stampati in tiratura limitata di 50 copie. Sono ideati e prodotti da Mariagiorgia Ulbar con la preziosa collaborazione di Andrea Bruno.

Interviste credibili #12: Mariagiorgia Ulbar

G: Ciao Mariagiorgia, raccontami brevemente come è nata l’idea e quindi la collaborazione tra te e Andrea Bruno.

M: Un paio di anni fa, ho mandato ad Andrea Bruno il mio poemetto Osnabrück, chiedendogli di illustrarlo, e di lì a poco lo abbiamo stampato, in collaborazione con il gruppo Inuit, in tiratura limitata. La plaquette è stata accolta da amici e lettori con entusiasmo, è piaciuta l’idea dell’abbinamento di poesia e illustrazione in bianco e nero, così, dopo un po’ di tempo, abbiamo pensato che si potevano mettere insieme le forze per creare una piccola collana con il nome di ISOLA. Io mi sono occupata e mi occupo di contattare le poete e i poeti per farmi inviare testi che poi leggo e scelgo – sentendo la loro opinione – e infine mando tutto ad Andrea che pensa a quale illustratrice o illustratore possa lavorare sui testi in questione. Una volta che abbiamo tutti i materiali, pensiamo a un titolo e poi Andrea passa alla realizzazione grafica. La bozza viene girata agli autori, discussa e una volta che si è tutti d’accordo, si manda in stampa.

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G: Come vengono individuati i poeti che entreranno nella collana? Invitate voi? Ci sono stati, finora,  poeti che si sono proposti a loro volta?

M: Finora ho scelto poeti che conosco e apprezzo, ho parlato loro del progetto e li ho invitati a partecipare. Lo stesso è avvenuto per la parte che riguarda il disegno. Non escludo l’idea di creare un libriccino ISOLA per qualcuno che si proponga spontaneamente. Resta il criterio della scelta, che si basa sul valore poetico dei testi proposti – perlomeno secondo la concezione che ho io della poesia.

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G:  Guardando, sul sito, le schede dei libri fin qui pubblicati, Dina Basso, Yary Bernasconi, Sergio Rotino e uno tuo (quest’ultimo di prossima uscita), salta subito all’occhio l’importanza che viene data alle illustrazioni: come scegliete gli illustratori? Mi pare poi bellissima l’idea di abbinare il disegno al testo poetico (potrebbe funzionare pure al contrario, no? inviare delle illustrazioni a poeti e vedere che versi verranno fuori.)

M: Gli illustratori li propone e contatta Andrea, che ne conosce molti. In tutte le occasioni mi ha detto: “Io questi testi li vedrei bene con…” e io mi sono sempre trovata d’accordo. Il sistema è: leggere e vedere già un segno che si avvicini, per affinità o contrasto, ai testi scritti. Andrea, conoscendo bene il mondo di illustratori e fumettisti, riesce a trovare abbinamenti a colpo d’occhio. E per quanto riguarda il contrario, cioè che vengano prima i disegni e poi le poesie: sì, è un’idea, e non è escluso che prima o poi si decida di farlo. Personalmente, fino a oggi,  non ho mai scritto poesie ispirandomi a disegni, ma mi è capitato con le fotografie, per un progetto a cui sto lavorando proprio in questo periodo con il fotografo Gaetano Bellone e ammetto di provare molto piacere a obbedire a questo tipo di “costrizione” tematica e a dare spazio a quel peculiare lavorio del pensiero che si innesca con la lettura di un’immagine. A mio avviso tutta la poesia nasce così, come forma di traduzione di immagini reali, astratte o oniriche. Il cervello lavora per immagini. Nella storia dell’umanità queste sono venute prima del linguaggio, che è stato un’esigenza successiva per l’uomo. Basta pensare ai primi segni lasciati dai primitivi nelle caverne.

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G: Come l’hanno presa i poeti? Curiosità? Entusiasmo?

M Sì, sia poeti che illustratori sono entusiasti, soprattutto curiosi, quando li contattiamo. Poi passa un po’ di tempo prima dell’effettiva realizzazione e magari quasi si dimenticano. Si rianimano quando vedono la prima bozza in pdf e poi, quando si trovano in mano il libriccino in carta e inchiostro, fanno facce da bambini…

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G:  Puoi anticiparci qualcuna delle prossime uscite?

M: No che non posso anticipare, almeno non così presto! Posso dire solo che mi piacerebbe pubblicare dei libriccini Isola anche di autori stranieri, con testo sia in lingua originale che in italiano, riuscire a mettere tutto in un A6 di sedici pagine!

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G: Stanno nascendo sempre più progetti che prendono le distanze dall’editoria classica, secondo te è perché questa non esiste più o soltanto perché inventare qualcosa di diverso è un dovere e un privilegio e a nessuno dei due ci si deve sottrarre?

M: L’editoria classica esiste ancora, anche se arranca e non raramente delude. Ci sono tuttavia realtà positive anche nell’editoria classica. Tutto ciò che è diverso, alternativo e sperimentale è interessante, auspicabile e spesso ottiene risultati particolarmente soddisfacenti. Io credo che le due realtà possano tranquillamente coesistere e che anzi  dovrebbero sempre avere un occhio una sull’altra, per spunti, incastri, deviazioni. In generale, rispetto e apprezzo molto i progetti di editoria “differente”, perché sono lo specchio dell’entusiasmo, dello spirito pionieristico, dell’urgenza espressiva di molti. Importante è che non si perdano di vista autocritica, qualità, sobrietà.

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G: Nel farvi i complimenti e gli in bocca al lupo, ho un’ultima domanda: siete pazzi?

M Sei sicuro che sia una domanda?

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intervista di Gianni Montieri

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La Collana Isola

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Note biografiche:

Mariagiorgia Ulbar è nata a Teramo e vive a Bologna. Insegna e traduce dal tedesco e dall’inglese. Ha pubblicato testi su riviste letterarie e le raccolte Arance di mezzanotte (ElitEdizioni, 1999), I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, 2012) e Su pietre tagliate e smosse all’interno dell’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012). Ha pubblicato in edizioni tipografiche limitate il poemetto illustrato Osnabrück e le prime sei cartoline del progetto Poste/Poesie.
Andrea Bruno scrive e disegna storie a fumetti. I suoi lavori sono apparsi su numerose riviste e antologie italiane e internazionali. Ha pubblicato l’albo Black Indian Ink (Centro Fumetto Andrea Pazienza, 1999; Amok, 2000), la raccolta di disegni Disapperarer (Coconino Press, 2001) i volumi Brodo di niente (Canicola, 2007; Rackham, 2008) e Sabato tregua (Canicola, 2009).
Ha esposto in diverse mostre personali e collettive in Italia e all’estero.  Nel 2005 è stato tra i fondatori del gruppo Canicola, con il quale ha dato vita all’omonima rivista. Viva e lavora a Bologna.

Francesca Genti – L’arancione mi ha salvato dalla malinconia

l'arancione (una delle cover più recenti)

Francesca Genti – L’arancione mi ha salvato dalla malinconia – ed. Sartoria Utopia – euro 10,00

 

«Io ne uso parecchio di materiale pop nella mia scrittura, ma il significato che gli do non è affatto diverso dal significato che aveva per altri scrittori, cent’anni fa, parlare di alberi, di parchi e di andare ad attingere l’acqua al fiume. È semplicemente il tessuto del mondo in cui vivo.» Parto da questa frase dello scrittore americano David Foster Wallace per entrare nel mondo di Francesca Genti. Il percorso poetico della Genti è molto lungo e ricco e più volte è stata accostata la parola “pop” ai suoi versi. Sbagliando e sminuendo, se per pop s’intende semplice, commerciale (e anche sull’accezione negativa che si dà a quest’ultima ci sarebbe parecchio da dire). Facendo centro se invece si pensa al pop come materiale/linguaggio da utilizzare in scrittura e qui torniamo alla citazione di partenza. Francesca Genti è una poeta del nostro tempo, che nel nostro tempo nuota, tira su la testa, respira, nuota ancora, si sporca nella sabbia, cammina sulla riva, e poi sulle macerie e le macerie le colora e canta. Il materiale pop è ovunque intorno a noi, il pianeta, il nostro quartiere, la nostra casa, sono materiale pop. Noi siamo materiale pop. Ma siamo romantici, dolci, incazzosi, ingenui, stronzi, attenti o distratti, felici e infelici, innamorati o meno, come sempre e da sempre. Se il tempo è questo, se siamo questo, è profondamente sensato e inevitabile che un peluche, un televisore, un parco giochi di periferia, un bullone raccontino uno stato d’animo, una malinconia. Così come continueranno a farlo un cielo azzurro o un mare. Ecco cos’è la poesia di Francesca Genti, è la dimostrazione che un temporale, una stellata, un vaffanculo e un tostapane possano stare sullo stesso foglio di carta, come in un perfetto ingranaggio. Se tutto questo non bastasse, e L’arancione mi ha salvato dalla malinconia ne è l’ennesima conferma, la Genti possiede qualcosa che pochi hanno (o che pochi usano in poesia): fantasia e immaginazione. Non è affatto poco. Per questo quando si legge questo libro si ha l’impressione a volte di essere in un fumetto, a volte in un dramma, a volte in un film, spesso dentro gli stessi pensieri di chi ha scritto. Questo è un libro fatto di stati d’animo, di vita interiore che cambia il paesaggio esterno a seconda dell’umore, di osservazione che restituisce la realtà in maniera mai scontata ma sempre per quella che è. La Genti ha un controllo perfetto della metrica, della musicalità, sa giocare con la rima e rinunciarci. La poeta sa essere sintetica (la rara forma d’accelerazione mentale cara a Brodskij) e sa concedersi un dilatarsi delle strofe quando è necessario. L’arancione mi ha salvato dalla malinconia è anche una lunga dichiarazione d’amore alla vita, lasciata rimbalzare tra amici, perduti e nuovi amori, madri, gatti, case/cose. Mentre scrivo, questo libro artigianale ideato e costruito da Edizioni Sartoria Utopia (casa editrice della stessa Genti e di Manuela Dago) è giunto alla quarta edizione, nel tempo ha cambiato carta, copertina, colore, ma non ha mai perso forza.

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 @ Gianni Montieri

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Il sito di Sartoria Utopia

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NOSTRA SIGNORA DELLʼAZZURRITÀ

tutta la bellezza è struggimento
ma se penso alla cima del dolore
la associo soprattutto a un colore:
lʼazzurro primavera è il mio tormento.

il sole a fine aprile mi fa orrore
il pericoloso caldo appiccicato
il pazzo desiderio che mi invade
di liquefarmi azzurra nel creato.

Il tenero smottare del cemento
sotto il mio passo di cane vagabondo
cercando gentilezza per la strada

lʼabbraccio infedelissimo di un mondo
che mi considera un cane col cimurro
che mai potrà comprendere lʼazzurro.

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LE MASSICCIATE DI VIA FERRANTE
APORTI

Ascolto il canto della città consustanziato
di clacson e cardellini
-movimento- .

Nel cielo blu Yves Klein cʼè un reggimento
di giganti che giocano alle nuvole,
coriandoli cullati dentro il vento:
plastilina metafisica che forma
tigri, cavalli, astri in movimento.

Tutto quello che da testimone sento
mentre inabissa il viola della sera
è lʼavanguardia dello struggimento
è lʼinvasione della primavera.

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TUTTE LE MADONNE DELLA SERA

lente, primitive, in fila indiana
aspettando la Novanta nella sera
nel tramonto che rossiccio si dipana
aspettando nella sera una visione:
un gancio che disceso giù dal cielo
le ascenda a ultraterrena dimensione.

tutte le madonne della sera
estatiche davanti alla TV
aspettando dai programmi-verità
un messaggio, un segno, un dejavu:
la certezza che tutto quello strazio
sia la prova della loro santità.

tutte le madonne della sera
in plotoni verso i disco-pub
inguainate nei tanga e nei push-up
aspettando che un cristo di qualcuno
penetri lʼimene della noia
liberandole dalla loro castità.

tutte le madonne della sera
in vacanza il quindici di agosto
al collo un crocifisso di diamanti
al guinzaglio di uomini arroganti
aspettando un unico miracolo:
incontrare al mare degli amanti.

tutte le madonne della sera
genuflesse davanti alle vetrine
contemplanti con facce da cretine
giacche, minigonne, polacchine
arrancanti sopra tacchi molto alti
aspettando lʼApocalisse: i saldi.

tutte, tutte, tutte. e così sia.

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LA DOMENICA È UN PICCOLO AGOSTO

un morso, una maledizione,
un piccolo mostro, pura morte:
una storia da zucchero marrone.