EdiLet

Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa

Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa. Prefazione di Anna Maria Curci. Postfazione di Marco Onofrio, EdiLet, Edilazio Letteraria 2017

Un canto dalle sponde. La poesia di Cristina Polli

Il mito di Ulisse, che continua a essere fonte pressoché inesauribile di ispirazione e variazioni sul tema, non ci tramanda la figura di una figlia, una sorella di Telemaco che vivesse in modo diverso dal fratello Telemaco l’assenza del padre, di una donna che opponesse un’alternativa, mite e consa­pevole della propria mitezza controcorrente, ai principi di rivalsa e di rivendicazione di diritti af­fermati per nascita e per stirpe, di una donna che, allo stesso tempo, desse voce, non tessendo tele da disfare e ricominciare come la madre Penelope, all’attesa e alla ricerca. Leggendo le poesie di Cristina Polli, qui riunite nella sua raccolta d’esordio, sembra invece di ascoltare la voce di quella figlia di Ulisse di cui non troviamo testimonianze nei testi antichi e tuttora attuali dell’odissea degli umani. Un canto dalle sponde, con lo sguardo rivolto in più direzioni e che trae note originali dall’incontro tra l’osservazione attenta, del grande così come del piccolo, e la meditazione che sgorga da una consuetudine, da una vera e propria cura introspettiva.
Che cosa resta della guerra permanente, della guerra combattuta “tutti i giorni” – qui e altrove i rife­rimenti intertestuali alla poesia di Ingeborg Bachmann si affollano – e di quella guerra sfiancante che domina storia e immaginario, o meglio la storia dell’immaginario, la guerra di Troia? Una me­moria che si scopre dilaniata e che, tuttavia, non rinuncia al suo esercizio, attraverso la parola poeti­ca. La pietra tagliente, la pietra sbriciolata, la polvere e il “canto oltre la polvere” (Bachmann), sili­ce, sale e sabbia sono figure ricorrenti nella poesia di Cristina Polli, fonte copiosa di metafore: «Ge­nero metafore di pietra/ roccaforti a spigolo vivo, oltre» (Metafore di pietra); «Polvere il mio respi­ro/ Polvere i giorni/ Ho grani di silice tra le dita» (Polvere e sabbia); «Per dire la parola/ Prima di essere sassi» (Prima di essere sassi).
Del padre tanto a lungo assente, il ‘canto dalle sponde’ di Cristina Polli propone un versante inedito, malinconico e resistente a qualsiasi tentativo di portarne in superficie, esaurendole in gesti divulga­tivi, tutte le (insondabili) profondità: «Mio padre aveva gli occhi verde bosco/ E gli gravava sui trat­ti un’inquietudine perenne.» (Mio padre aveva gli occhi verde bosco). Nella trasfigurazione della memoria, il tono cromatico dell’iride giunge come un «desiderio taciuto».
Del padre a lungo atteso, ancora, vengono rievocati gli incontri. Attenzione, però: il punto di vista non è quello dell’instancabile esploratore, dello scaltro conquistatore, bensì quello di chi accoglie il naufrago, di chi opta per la sospensione e sospende il tempo della storia generatrice di guerre, sbri­ciolatrice indifferente di destini individuali. Nausicaa propone un tempo alternativo alla macina, una sosta. Anch’essa avrà fine, tuttavia. L’ultimo verso che ripropone il primo, come avviene spes­so tra i componimenti poetici qui proposti, rivela il testo come ronde. Come in Girotondo di In­geborg Bachmann, nella raccolta Il tempo prorogato, non è mai contemplato il trionfo di chi ama. L’amore trionfa, per così dire, in solitaria, e tende la mano alla fine, alla morte, quasi a rievo­care una danza macabra: «E sarai il mio dolore d’abbandono/ Se approdi naufrago alla mia riva» (Nausicaaa).
Immaginiamo, leggendo queste poesie di Cristina Polli, che la figlia di Ulisse abbia raffor­zato la sua intelligenza dell’attesa con l’osservazione dei giochi dei bambini. La consuetudine che all’autrice proviene dalla scelta professionale (Cristina Polli insegna nella scuola primaria) conferi­sce valore di massima universale alle meditazioni che sgorgano dall’osservazione di corse, drammi, ripicche e riconciliazioni in giardino. L’osservatorio diventa altresì un luogo di nuove combinazioni linguistiche: «I bambini svariano corse festose»; l’enjambement, qui, è mimesi del chinarsi del gli­cine sull’universo assorto, slanciato e accaldato, non reso in una finta innocenza, ma restituito nel fervore della scoperta: «Pochi alberi in fiore e i grappoli/ Pendenti del glicine ascoltano/ Risa e voci e curvano/ Le fronde su drammi/ Di ingenui ripicche e segreti/ Svelati agli insetti/ Rapiti tra l’erba.» (In giardino). (altro…)

proSabato: Massimo Pacetti, Le ronde

Massimo Pacetti, Le ronde

Passo per strada, sul marciapiede dal lato in ombra, che oggi fa caldo, e da una finestra aperta, al primo piano esce una musica, una canzone che ho già ascoltato.
Sono trascorsi quarantacinque anni.
Il terremoto quarant’anni fa spazzò via la torre e la piazza, a Gemona del Friuli.
Al cinema gli alpini stavano da un lato, la fanteria d’assalto dall’altro lato, e in mezzo i civili, al centro.
Si chiamava, o meglio, tutti lo chiamavano “Fort-Apache”, e c’era un bel campo di calcio, nella vecchia caserma di Artegna. Le montagne della Carnia su a nord, e a est… la cortina di ferro.
Non so di quale ferro si parlasse.
Ci guardavamo, fra i monti del Carso, vestiti tutti uguali, di verde marcio.
Avevamo tutti vent’anni, a est e a ovest. E i cani abbaiavano, nella notte fredda ed elettrica del confine.
I cani abbaiavano a est e a ovest, e avevano tutti lo stesso ululato, lo stesso uguale latrato.
I cani parlavano la stessa lingua.
A nord, il nord dell’ovest, i terroristi preparavano il tritolo.
Ovest, contro ovest, o nord-ovest. A ovest, ci odiavamo.
A est e ovest non ci conoscevamo, non ci eravamo mai incontrati, né scontrati.
Ci guardavamo fra le lenti dei cannocchiali.
E al mattino riposavamo senza odiarci, senza volti, esausti, sfiniti, indifferenti. Ci divideva il mare e ci dividevano i monti, e la cortina di ferro!
La cortina di ferro, una barriera.
Carri armati e soldati, fucili carichi, inerti. Pallottole bagnate dalla brina e dalla pioggia, dalla neve e dalla nebbia, fra le terre e le valli, fra le pietre affilate come lame. Voci, fra l’abbaiare dei cani, incomprensibili parole di lingue sconosciute, grida secche.
Nelle notti di luna, ombre sui picchi e una bottiglia di grappa che scorre fra le mani.
A est e a ovest.
Cambia solo il nome, la grappa è la stessa. Slivoviza o grappa.

Il confine è una linea immaginaria, fra vette e rocce che non sanno da che parte stanno.
Potremmo sederci insieme, siamo tutti vestiti uguali.
La cortina di ferro è solo una linea inesistente di odio nella notte, che non divide chi ha vent’anni.
A sud, oltre il Mediterraneo, si fa la guerra.
Non c’è la cortina di ferro, c’è la guerra. E ci saranno i morti. (altro…)

Marco Onofrio, Energie

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Marco Onofrio, Energie – Frammenti e racconti, Roma, EdiLet, 2016, pp. 211

di Dante Maffia

Marco Onofrio è una sorpresa continua, ma non ci si deve meravigliare, perché la scrittura nasce dalla vita e dalla scrittura stessa e si amplia, si moltiplica, si apre a trecentosessanta gradi avida di tutto, desiderosa di entrare in ogni mistero, di svelare il senso della vita, della morte e dell’amore. Cari lettori, diffidate di quegli scrittori stitici, come diceva Aldo Palazzeschi, che stanno tutto il giorno, e alcuni anche la notte, ad aspettare l’ispirazione portata da una falena, l’input suggerito da un refolo di vento o dal fiato guasto del lavandino… Chi è scrittore è onnivoro, sempre teso alla luce e alle ombre, sempre pronto ad acciuffare ciò che arriva dalla profondità del buio per vedere se è possibile dipanare la matassa del mistero in agguato nei posti più impensabili. Chi è scrittore, e Marco Onofrio lo ha già dimostrato con opere di critica, di saggistica, di narrativa e di poesia, è in eterno combattimento con se stesso e con il mondo non per il gusto di essere in guerra, ma perché il movimento ha fauci ingorde… E questo libro, Energie, nasce a Marco proprio dal movimento, inteso nella sua più specifica e bizzarra efficacia. Non è poesia, non è narrativa, non è saggistica, non è elzeviro, non è annotazione storiografica, non è commento… Dunque? Evidente, è vita, nel suo ingorgarsi ed evolversi, nel suo farsi e disfarsi, nel suo cercare adesione e nel suo rigettare i luoghi comuni, le abrasioni di sempre, quelle malattie ormai endemiche del letterato italiano che, nonostante scrittori come Pirandello, Zavattini, Flaiano, Mastronardi, Celati, Ceronetti, Landolfi, Bonaviri, Consolo, Ripellino, Emilio Villa, sono rimaste a trionfare. Ecco dunque delle Energie, cioè rigurgiti, ribellioni, viaggi sterminati nel quotidiano, coincidenze col vuoto e col nulla, dimostrazioni simboliche della realtà colte nel loro farsi e nel loro disfarsi, nel cammino violento per appropriarsi di una direttiva che, ahimè, non esiste in realtà, perché tutto è energia che si forma e si spande e solo la finzione (Borges) rende visibile. (altro…)

Luciano Nota, La luce delle crepe

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Luciano Nota, La luce delle crepe, EdiLet, EdiLazio Letteraria 2016

Lettura di Anna Maria Curci

Ogni volta che la poesia di Luciano Nota mi viene incontro, che sia attraverso la pagina stampata, che scaturisca da un momento vissuto insieme (come per Pignola), o che la sua voce risuoni in un messaggio a me inviato, mi siedo idealmente sul ciglio erboso di una ripida discesa a valle. L’associazione spontanea è indubbiamente per me, che ho avuto la ventura di conoscere quei luoghi, con i pendii che si offrono allo sguardo di chi percorre una delle strade che si diramano dai fianchi e dalle spalle di Accettura, paese natale del poeta. A tale spontanea associazione, tuttavia, si aggiunge quella suggerita dal collocarsi stesso della poesia di Luciano Nota «dazwischen», (per dirla con le parole della scrittrice Alev Tekinay), «nel mezzo», «tra» un elemento «e» un altro. Entità diverse, certo, combinazioni inattese, ma solo apparentemente irragionevoli. Una ratio qui c’è, eccome, ma è la pura ragion d’essere della poesia che lancia ponti temerari, come sottolineava l’autore stesso nella sua precedente raccolta, Tra cielo e volto.

Con il volume La luce delle crepe, Luciano Nota arricchisce di un elemento strutturale la sua costruzione poetica: al posizionarsi ‘in bilico’, ‘sul limitare’ si aggiunge dunque la capacità di scorgere la luce tra i varchi, il bagliore inviato attraverso le crepe, la disposizione (sorprendente qui la vicinanza a un motivo importante nel romanzo di Ingeborg Bachmann, Malina) a farsi crepa. L’invito ad ascoltare seduti sul ciglio si amplifica, o meglio, diviene più preciso – sotto questo profilo il talento nella scelta rigorosa e spiazzante dei binomi trionfanti nel verso breve si manifesta qui ulteriormente affinato e cresciuto – ad aguzzare la vista, a predisporla all’incanto attraverso una costrizione-concentrazione volontaria, coraggiosa e tenace al punto di irradiamento ‘scomodo’ (la gola angusta, “la via stretta”). Coraggiosa, questa volontaria costrizione, perché richiede il prezzo salato dell’esclusione, della messa al bando, dell’essere additati dal sociale consorzio. Mentre si fa professione di fede e insieme esortazione al volo, nonostante, la verità dell’incanto si configura così nella diceria dei molti come Delirio: «È un fatto magnifico./ La bacchetta non serve./ Dovreste solo alzare/ con un colpo esemplare / la mente/ e correre, scansare,/ colpire col minimo/ pieno dell’esistenza/ gli scritti rigati/ sul niente./ E credere all’incanto,/ al mito realizzato/ dell’uomo capace di/ avere deliri,/ e volare.»

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Luciano Nota, La luce delle crepe

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Luciano Nota, La luce delle crepe. Prefazione di Dante Maffia. Postfazione di Marco Onofrio,  EdiLet 2016

Recensione di Paolo Ruffilli

Scrivendo della poesia di Luciano Nota, sottolineavo già in passato il richiamo a una forza primigenia, a una “naturalezza” del profondo, voce archetipica e delle origini, ispirazione autentica, a marcare in modo originale la vocazione dell’autore. Quella notazione critica mi pare confermata con ancor maggiore evidenza nella nuova raccolta appena pubblicata, La luce delle crepe (EdiLet, 2016), che fa dire a Marco Onofrio nella postfazione al libro che «Nota è uno degli autori più sinceri e solidi della poesia italiana contemporanea.»
La luce delle crepe attesta in tutte le poesie che compongono la raccolta una grande forza espressiva, tanto più incisiva perché giocata senza enfasi e senza forzature, in levare e facendo ricorso a un tono colloquiale molto coinvolgente. E il fatto direi fondamentale è che la misura è una qualità innata in Nota, anche se indubbiamente hanno esercitato la loro influenza i molti “classici antichi e moderni” evocati da Dante Maffia nella sua acuta prefazione.
La presenza della natura continua ad avere una potenza fondante in tutti gli aspetti della vita, dal primo decisivo marchio delle origini e della formazione («La mia terra è ciò che incide / duramente il dorso / e nel petto si stagna. / E non sarà mai spina, / ma cima») a ogni altra occasione in cui capita di aderirvi per una ricarica vitale («Acqua e terra sotto i piedi. / Mi stendo per sentirne l’essenza») e fino alla magia che avvolge sulla scena naturale i corpi degli amanti («Ammaliati. Morire d’amore / al centro di un querceto. / Gonfiarci nel caldo fardello. / Cercarci, rifarci dove prima eravamo, / dove il bosco si apriva / al linguaggio delle malve. / E le querce non parlavano, / spiavano»).
Rivolgendosi a un “tu”, sempre evocato con discrezione ma con pungente acribìa, Nota svolge il filo del discorso sui sentimenti intrecciati dentro l’esperienza esaltante e insieme inquietante dell’amore. È «forse perché assuefatto / ai più aguzzi disinganni» che continua «a filare il manto / delle più ardue condizioni.» Ed è (senza forse) perché è poeta e non si priva dell’incanto che continua «a sostenere / il fabbisogno delle larve.» Fatto sta che proprio l’essere poeta gli consente di parlare in modo fulminante e convincente dell’amore, per quel suo riuscire a mettere sotto cristallo senza spegnerla perfino la passione: «Vorrei evitare il dopo, / il dolce stilnovo / con tutte le sue affezioni. / Ti vedo / esteso, acuto, in gioco, / orientato al fuoco / sul drappo verde del divano.» (altro…)

Massimo Pacetti, Racconti impertinenti

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Massimo Pacetti, Racconti impertinenti, EdiLet 2016 (Collana Hemingway, diretta da Marco Onofrio)

Perché sono davvero impertinenti i racconti di Massimo Pacetti, riuniti nel volume pubblicato da EdiLet? Perché scansano con abilità i limiti imposti da definizioni che provano ad arginare generi e tipologie, e dunque se ne infischiano di rispettare suddivisioni in tematiche, ma, al contempo, le uniscono, le mettono in dialogo l’una con l’altra.
Curiosi e impetuosi, portano non tanto «il sole nero della Malinconia», come faceva El Desdichado di Gérard de Nerval, quanto piuttosto i raggi chiari dell’inattualità, o, per essere più precisi, di ciò che viene marchiato come inattuale da chi si adopera – scempio, questo sì, attualissimo e perdurante – a coprire di menzogne la realtà, a insabbiarla, a imbellettarla, sempre a fini predatori.
Impertinenti, nel senso di un percorso alternativo o addirittura capovolto, sicuramente ribelle, rispetto alla scia, al binario, alla traiettoria lineare, è l’ordine di apparizione dei racconti, sicché è proprio l’ultimo, Le ronde, a svelare il passo, a indicare la rotta.
Di una rotta dell’inattualità si tratta, una rotta profetica, come avviene per molti testi letterari di grande rilevanza, ché qui ad agire è l’intuizione, guardare dentro e in profondità, scorgere prima degli altri, attraversare con lo sguardo. Ad essere attraversata è l’esistenza dell’individuo nella storia, il suo esserne parte, la sua scelta di esserne travolto oppure, con una resistenza consapevole, sbrigativamente tacciata come impertinenza, di cercare, sempre, la verità. Per illuminare questo aspetto centrale parto, appunto, dal racconto Le ronde, che va indietro nel passato dell’io narrante, precisamente a quarantacinque anni fa, nella «vecchia caserma di Artegna», con le montagne della Carnia sullo sfondo. Non è un deserto dei tartari, è un paesaggio di frontiera, tuttavia, a ridosso di quella cortina di ferro che solo ai perenni narcotizzati può apparire un’entità museale, un’etichetta da riservare ai manuali scolastici. «Sono crollati i muri di vergogna? / Di altre cortine di ferro il contagio / si è sparso, il ghigno mescola le carte.», scrivevo qualche anno fa. Nelle pagine di Le ronde, tra ventenni in mimetica ai tempi della guerra fredda, tra il calore dato da sorsi di grappa condivisa a est e a ovest, leggo e trovo conferma:

I nostri vent’anni hanno il profumo della grappa e dei monti nelle notti di pioggia. A ovest e a est.
E ora che i capelli si sono colorati di bianco come i picchi della Carnia, gli occhi hanno visto la verità. Che un’altra storia è stata scritta, e non è quella che aveva portato fra le vette e i dirupi del confine orientale i ragazzi a vent’anni. E la cortina di ferro si è dissolta, e il confine orientale, e il confine occidentale, sono parole che si sono perdute nel vento, e abbiamo paura di voltarci indietro.
Credevamo che i nemici fossero davanti a noi e, con tristezza, abbassiamo lo sguardo per non vedere quel tradimento dell’esistenza, quella menzogna infernale: i nemici erano fra di noi.
A est e a ovest.
Come sempre.
Una dura sconfitta, una pesante lezione, che non abbiamo ancora imparato.

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