edgar allan poe

Bustine di zucchero #14: Stéphane Mallarmé

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Mallarmé

In uno scritto del 1862, intitolato Hérésies artistiques. L’art pour tous, Mallarmé difendeva la sacralità dell’arte poetica, già all’epoca sofferente «di una volgarizzazione e di una diffusione a buon mercato, di un’apparente e dannosa comprensione da parte di falsi ammiratori» (Ramacciotti). Ciascuna arte sacra (come la musica, la pittura, la scultura) è avviluppata di mistero, e questo vale in egual modo per la poesia. La riflessione dell’autore di Hérodiade rimase costante nel tempo, offrendo ulteriore conferma nel 1891 quando, in risposta a un’inchiesta sull’evoluzione letteraria, affermò che «nominare gli oggetti vuol dire sopprimere i tre quarti del godimento della poesia»; al contrario, suggerire l’oggetto, evocandolo, definisce l’uso perfetto del suo mistero, e tale uso è rappresentato dal simbolo. L’arte tutta è, quindi, simbolismo. I numi tutelari di Mallarmé furono Baudelaire e Poe; il primo fu importante per la sua formazione, col secondo trovò affinità riguardo al principio della parola poetica svincolata dalla finalità etica (Mallarmé, va ricordato, tradusse le poesie dello scrittore statunitense). Iniziatore del Simbolismo, egli coltivò l’ideale della poesia pura attraverso un linguaggio ermetico teso a comunicare «non l’essenza delle cose, ma l’essenza ideale delle nostre più fuggevoli fantasie», una poesia oscura, «ma ricca di lampi improvvisi di rara bellezza» (Bonfantini). Nel caso di Brezza marina non bisogna soffermarsi solo sull’idea esotica di salpare. Nei versi iniziali in cui leggiamo «Fuir! là-bas fuir!», fuggire occupa uno spazio simbolico. Il «desiderio inesplicabile che ci prende talvolta di lasciare i propri cari e partire», scrisse il poeta in una lettera, si proietta in una scrittura che fa da portolano, ma la scrittura stessa vuole essere partenza e insieme punto di approdo, centro e periferia di una parola fatta di “suono puro” al di là del suo significato originario. Talora l’angoscia di tracciare questa mappa si riflette sul foglio, nel timore del Nulla prende corpo la paura della pagina bianca da cui Mallarmé era ossessionato («non riusciva a produrre che molto poco», ha scritto Paul Valéry). Per il poeta francese – fautore di una poesia concepita come un rito capace di emanare bagliori di mistero – l’atto di segnare la pagina significava liberare la parola dal silenzio per divenire, per dirla con Baudelaire, un invito al viaggio e di conseguenza una destinazione verso l’assoluto.

Bibliografia in bustina
S. Mallarmé, Poesie e prose, Milano, Garzanti, 1992, p. 43 (Introduzione e note di V. Ramacciotti, traduzione di A. Guerrini e V. Ramacciotti).
S. Mallarmé, Hérésies artistiques. L’art pour tous, sulla rivista «L’Artiste», 15 settembre 1862, p. 127-128.
J. Huret, Enquête sur l’évolution littéraire, Bibliothèque-Charpentier, 1891, p. 55-65.
M. Bonfantini, Poesie di Mallarmé, voce tratta dal Dizionario delle opere e dei personaggi, vol. 7 (Pat-Q), Milano, Bompiani, 2005 p. 7183-7184

Emiliano Ventura, Edgar Allan Poe. Un americano fuori posto.

Poe

 

Emiliano Ventura

 

Edgar Allan Poe. Un americano fuori posto

 

 

“La vita è ancora in quei capelli, la morte è nei suoi occhi”.

Edgar Allan Poe, Lenore

Nel 1849 gli Stati Uniti si preparano a dar forma al ‘destino manifesto’, cioè a spingersi verso ovest confidando aprioristicamente nella ‘superiorità’ della civiltà europea (bianca) nei confronti della civiltà dei nativi d’America (gli indiani selvaggi). Nello stesso anno, a Baltimora, un uomo muore appena quarantenne in preda a uno stato d’incoscienza; quell’uomo è un famoso poeta e scrittore si chiama Edgar Allan Poe.
Mentre la giovane nazione statunitense si volta all’ovest, lo scrittore, poeta e giornalista Edgar Allan Poe si volge all’est; Inghilterra, Germania, Francia, Italia e Grecia sono i luoghi dei suoi autori, dei suoi interessi poetici e letterari.
È stato D.H. Lawrence a far notare la profonda differenza tra J.F. Cooper, lo scrittore che crea il mito della frontiera americana (per cui l’ovest) e Poe, tra i più europei degli scrittori americani.
La sua breve vita si articola in un binario immaginario, ma lineare, che unisce Richmond, Baltimora, Filadelfia, New York e Boston; tutte queste città sono posizionate lungo un percorso di una certa linearità, da sud verso nord lungo la costa orientale degli Stati Uniti, il lettore più disciplinato può tentare una verifica su una qualsiasi cartina geografica.
Edgar Allan Poe nasce a Boston, nel nord, ma è il sud con la Virginia e Richmond a segnare il paesaggio indelebile della sua infanzia e adolescenza. Avrà sempre pose da aristocratico fieramente elegante, anche nella povertà, condizione che conoscerà molto bene. Scettico del progresso e della democrazia sarà una delle voci più critiche della sua società, dei suoi poeti e intellettuali.
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Quattro passi #3 – Paura

Pietro Annigoni, "Su 'Libertà' di GIovanni Verga"

Pietro Annigoni, “Su ‘Libertà’ di GIovanni Verga”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “la paura”. Buona lettura.

Qui sta il punto. Mi credete pazzo. I pazzi non sanno quello che fanno. Avreste dovuto vedere me, invece. Avreste dovuto vedere la saggezza con cui mi comportai, e la cautela, la preveggenza, la dissimulazione con cui mi misi all’opera! Non sono mai stato tanto gentile con il vecchio come la settimana prima di ucciderlo. E ogni notte, verso mezzanotte, giravo la maniglia della sua porta e l’aprivo, piano piano. Poi, quando lo spiraglio era sufficiente, introducevo una lanterna cieca, schermata in modo che non ne filtrasse neppure un raggio di luce, e poi mettevo dentro la testa. Avreste riso, certamente, a vedere con quanta destrezza mi affacciavo! La muovevo lentamente, molto lentamente, in modo da non disturbare il sonno del vecchio. Mi ci voleva un’ora per infilare la testa nell’apertura, in modo da riuscire a vederlo disteso sul letto. Potrebbe un pazzo essere tanto prudente?

(E. A. Poe, Il cuore rivelatore, traduzione di Mariarosa Mancuso, Feltrinelli 1998, I ed. or. 1839)

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Nicola Tonelli – E non mi dava fastidio

E NON MI DAVA FASTIDIO

Racconto di Nicola Tonelli

(Con l’aiuto di E.A.Poe)

Avevo otto anni quando per la prima volta vidi l’uomo che sarebbe diventato mio padre. Non escludo di averlo visto anche prima, ma i miei ricordi più remoti iniziano a quell’età. Non capisco come certe persone dicono di ricordarsi del primo giorno di scuola, dell’asilo e di quando ancora non camminavano. Io mi sono sforzato tante volte per vedere aldilà degli otto anni, ma trovavo sempre un muro, squarciato dai racconti di suor Celestina, pieni di santi bambini che vedevano la madonna. Quanto strizzai gli occhi cercando di vederla, con l’unico risultato di percepire solo lampi di luce che mi accecavano.

Quel giorno ero nel giardino dell’orfanotrofio che giocavo a rincorrere le farfalle. Era una mattina tiepida di fine settembre, così la superiora aveva permesso a tutti di uscire.

Ne avevo appena presa una tra le dita: gialla con striature verdi. La povera creatura si era posata su una margherita proprio accanto a me e, con un guizzo di mano, l’avevo catturata. Si dibatteva, cercava di liberare le ali, strette tra pollice e indice.

Beatrix, John e Joshua si erano avvicinati per vedere l’insetto.

Posso toccarla, chiese Joshua. Solo dalla mia mano, dico io. Guardavo le lunghe antenne, il corpo lanugginoso la proboscide del naso. Mi sembrava persino di vedere gli occhi disperati che chiedevano la libertà. Quando gliela restitui gettandola in aria, il mio sguardo si posò sulla cancellata in fondo al giardino, e alla strana persona ferma dietro. Intanto che la farfalla cadeva miseramente ai miei piedi, senza la polverina magica che la faceva volare, io fissavo quell’uomo.

Non credo fosse vecchio, era stempiato, ma ancora con tutti i capelli neri.

Portava una redingote sopra un panciotto colorato, lunghi calzoni in lino neri, e era appoggiato ad un bastone. Quello che mi colpì fu lo sguardo. Aveva occhi celesti come il cielo e un sorriso appena accennato, di quelli che donavano all’espressione del viso una serenità celestiale. Il bastone terminava con un manico in argento e potevo scorgere la criniera argentata di un leone. Se mi avesse chiesto di fuggire con lui, l’avrei fatto senza pensarci due volte. Non avevo mai superato la grande cancellata in ferro battuto e di quanto succedeva al di là lo potevo solo immaginare. È un mondo pieno di odio e violenza, diceva suor Celestina.

Dopo poco estrasse un orologio d’oro dal taschino, guardò l’ora e se ne andò, scomparendo dietro il muro di cinta.

Ricordo che abbassai lo sguardo proprio nell’attimo che una lucertola verdognola addentava la farfalla. Muoveva la testa a destra e a sinistra mentre staccava a morsi la testa dell’insetto. Fissai lo strazio senza fastidio.

Vidi l’uomo il giorno dopo e quello dopo ancora.

Si fermava davanti al grande cancello e, appoggiato al bastone, guardava dentro il giardino. Quando estraeva la cipolla d’oro capivo che si sarebbe allontanato per tornare la mattina successiva.

Quello è sir Absalood Roth, mi disse suor Celestina. Un sant’uomo che adotta ogni anno qualche bambino. Chiesi se avesse moglie e lei stupita esclamò: “Certamente! Un uomo solo mica può adottare dei bambini. Ha una santa donna che a causa di una malattia non può mai uscire di casa.”

Quella sera, al termine della pregheria, promisi al buon Gesù che se mi avesse fatto adottare, pure io da grande sarei diventato buono come il signor Absalood.

Il giorno di San Patrizio suor Albina, la madre superiora, mi accompagnò nel suo studio dove era seduto un uomo. Vedevo solo le spalle ma riconobbi il signor Absalood dal collo lungo e dall’orologio che dondolava nella mano. Questo è sir Absalood  Roth, disse la madre superiora. Tra tanti bambini ha scelto te per essere adottato quest’anno. Ringrazialo di questa carità.

Feci l’inchino, lui mi porse la mano. Era calda, avvolgeva completamente la mia.

Ecco mi dissi, anch’io ora ho una famiglia, e numerosa a sentire suor Celestina. A occhio e croce avrà adottato dieci bambini disse, mentre mi aiutava a sistemare la valigia. Appena compiono 14 anni sir Absalood trova loro un lavoro fuori città e inviano una lettera per ringraziarci di tanta generosità. Che Dio lo benedica.

Quel giorno pensai che Gesù m’avesse ascoltato. Venni adottato, uscii dal cancello e salii in una vera automobile. Dal finestrino vedevo sfrecciare a ben cinquanta l’ora, case, alberi, campagna. Superammo la collina che dominava Llandovery, il castello medioevale, le rovine romane, e poi ancora campagne, fossati, ponti sul fiume, boschi di larici.

La casa era al termine di un viale nascosto da arbusti soffocati dall’edera.

Era grande, con una torre poco discostata, alta come il campanile della chiesa.

Stranamente era senza finestre, tranne una grande apertura ovale sulla cima.

«Due sono le regole in questa casa. Non devi uscire dalla stanza dopo il tramonto, e per te», disse fissandomi con occhi diventati neri,«sono sir Absalood.»

Era la prima volta che lo sentivo parlare. Aveva una voce profonda, così bassa che mi rimbombava nel petto.

«Si signor Absalood.»

«Come ti chiami?»

«Thomas, sir Absalood.»

Entrammo in un salone immenso, con un lampadario tutto luccicante e pieno di gocce di vetro. Una grande scala, con il corrimano di legno lavorato, portava ai piani superiori, il pavimento era in marmo bianco screziato di rosa e sui muri tanti ritratti di soldati con la spada sguainata. Un arazzo con san Patrizio che gettava un serpente in mare riempiva un’intera parete. Ci vennero incontro bambini di ogni età. Grassottelli, sorridenti, curiosi di toccare il nuovo arrivato. Mi circondarono, e mentre lui scomparve dietro a una porta in acero rosso io venni preso per mano e accompagnato su per la scala. Ognuno aveva la propria camera con bagno, un lusso per chi, come me, fino la sera prima dormiva con dieci compagni di camerata e la loro puzza di sudore.

Tutto era come un sogno e nulla faceva presagire quello che sarebbe successo.

C’era un servitore, Archibald, sordo come una campana, che prendevamo sempre in giro e una tata, Miss Hope, continuamente ubriaca. La padrona usciva dalle stanze solo di notte e la mattina successiva trovavamo tracce del suo passaggio: un bicchiere sporco di rossetto, un fazzoletto profumato, un ricamo lasciato sulla poltrona. Aveva una strana malattia, diceva il servo, che la costringeva a vivere di notte e ripararsi dai raggi del sole di giorno. Il signor Absalood lo vedevamo solo la domenica quando, tutti assieme, andavamo a messa. Per l’occasione era usata la carrozza di famiglia guidata dal servo sordo e trainata da due cavalli che avevano visto tempi migliori. La nostra era una piccola comunità di mocciosi che giravano per casa tutto il pomeriggio, venivano istruiti dal parroco la mattina, facevano tre pasti e ingrassavano un pound al mese.

I primi tre mesi passarono in un batter d’ali. E venne il giorno che il più grande di noi, Barney, compì 14 anni. Festa grande con la presenza di sir Absalood che regalò una penna tutta d’oro.

«Questa sera, Barney, ti porterò al tuo nuovo lavoro. Saluta tutti,  poiché andrai in un posto troppo lontano per venirli a trovare. Nella tua stanza scrivi alla madre superiora e prepara le valigie.»

Dal balcone della mia stanza cercai di vederlo partire ma quella notte non scorsi alcun movimento sul piazzale e tantomeno sentii un’automobile andarsene. Forse mi sono appisolato, pensai il giorno dopo, vedendolo mancare a colazione.

Passarono altri tre mesi, tra lo studio dei vangeli al mattino e giochi nel pomeriggio, e venne il turno di Carlton compire gli anni. Anche a lui fu regalata una penna d’oro, fece i bagagli e sparì dalla casa. Si, il verbo sparire calzava a pennello. Anche stavolta rimasi sveglio, ma non vidi alcun movimento in strada. Neppure i miei compagni erano d’aiuto, ma chettifrega, dicevano, goditi le giornate e non metterti nei guai.

Una mattina chiesi al parroco se conosceva la signora.

«Certo, l’ho conosciuta appena fui assegnato a questa parrocchia. Diciamo, vent’anni fa. Una bellissima donna, moglie irreprensibile, caritatevole con i bisognosi. A natale invitava tutti i poveri della zona nella sua grande casa. Poi quella strana malattia. Sono oramai quindici, no sedici anni che non esce più dalle sue stanze in cima alla torre. Pover’uomo.»

«Come si entra nella torre?»

«Solo il marito conosce il passaggio.»

Io non sono mai stato il tipo da impicciarsi degli affari altrui, ancor meno trattandosi della famiglia adottiva; non sempre però gli avvenimenti della vita ti lasciano in pace.

La mattina seguente la partenza di Isaac, esattamente undici mesi dopo il mio arrivo, avevo l’intestino sottosopra. Forse troppa zuppa di cipolle pensai, così chiesi al curato di tornare alla mia camera.

Appena in camera mi fiondai in bagno e mentre ero seduto sulla tazza del vater sentii rumori provenire dalla stanza accanto. Qualcuno apriva  i cassetti e li gettava in terra. La cosa mi sembrò strana poiché la camera era stata occupata da Isaac e il servitore l’aveva pulita appena alzati.

Non tirai l’acqua e incollai l’orecchio al muro. Sentivo trascinare, frugare e sbattere la porta. Dal buco della serratura vidi passare il servitore con una valigia in mano. Lo seguii attraverso il salone, la cucina, la biblioteca, la dispensa. Si fermò davanti ad un armadio che aprì con una chiave che teneva al collo. Dentro, una montagna di vestiti.

Forse sono vestiti smessi, pensai.

Poi vidi la camicia preferita di Carlton. Ricordo che la indossava anche per andare a letto, e quando era il momento di lavarla, rimaneva a torso nudo finchè si asciugava.

I miei compagni non credettero alla storia dei vestiti, chiusero gli occhi davanti l’evidenza e mi consigliarono di fare altrettanto. Anzi, mi esclusero dai loro giochi dandomi del pazzo visionario. Non capita tutti i giorni dicevano, d’essere accolti in una bella casa, istruiti, serviti e amati come figli. Io non coglievo l’aspetto dell’amore ma rimasi in silenzio.

Arrivarono in un colpo solo due altri bambini che andarono ad occupare le stanze vuote, fu festeggiato Walt che sparì come gli altri.

Una mattina che il parroco sembrava di buon umore gli chiesi se avesse più visto i ragazzi dopo il loro trasferimento.

«Sir Absalood Roth gli trova un lavoro in paesi lontani. Tuttavia, appena sistemati inviano una lettera nella quale raccontano ciò che fanno. Un benefattore del paese.»

E si possono leggere chiesi, giustificando questa curiosità con la profonda amicizia che avevo con Carlton.

Una settimana dopo arrivò con un rotolo di lettere legato con nastro di raso nero.

Ogni lettera aveva timbri diversi, ma la scrittura era la medesima. Stessa inclinazione delle vocali, identica sbavatura sulla “a”.

Ero forse io prevenuto o il parroco aveva due prosciutti di finta generosità davanti agli occhi?

Potevo fregarmene, ingrassare un pound al mese, studiare il profeta Isaia, prendere in giro Archibald o emulare il mio eroe.

Nella biblioteca avevo trovato le avventure di Sherlock Holmes che avevo letteralemente divorato. A lui erano sufficienti un paio di scarpe sporche, dei calzoni lisi e una foto per risolvere qualsiasi caso. Diceva che le piccole cose sono di gran lunga le più importanti. Così cercai altre prove, di cosa ancora non lo sapevo.

Al compimento del mio undicesimo compleanno avevo esplorato ogni stanza, pertugio e cantina della casa. Avevo aperto armadi, cassetti, credenze senza trovare nulla che mi riconducesse agli amici scomparsi. Holmes si travestiva per non essere riconosciuto, ma di certo non potevo travestirmi da servitore vecchio e neppure da tata alcolizzata. Ero certo tuttavia che le tracce del passaggio notturno della madre adottiva erano false. Il bicchiere, con l’alone di rossetto, era asciutto come non fosse mai stato usato, e il ricamo era fermo sempre nel medesimo punto.

La sera del compleanno di Victor, appena il signor Absalood ci congedò mandandoci nelle nostre stanze, mi nascosi sotto il letto del mio amico.

Dopo poco lui entrò canticchiando, si sedette alla scrivania, estrasse la penna d’oro dall’astuccio, la intinse nell’inchiostro e iniziò a scrivere. Passarono solo due minuti che vidi cadere la testa sul tavolino e le braccia afflosciarsi lungo i fianchi. Stava dormendo. Altri cinque minuti e sentii aprire la porta. Vidi le scarpe lise del servitore e quelle macchiate di rum della tata.

«Facciamo presto.», disse l’uomo.

«Pesa più degli altri. Il signore sarà contento.», farfugliò la donna con la bocca impastata.

«Ricordati di prendere l’inchiostro con il sonnifero. Nessuno deve sospettare.»

«Certo, certo, e tu domani sgombera la stanza.»

Non sono corraggioso, ho paura del buio, dei serpenti, dei topi, di rimanere chiuso in una bara, di vedere il sangue. Non sapevo che fare, fiondarmi in camera sotto le coperte o seguirli mentre trascinavano il mio amico chissà dove?

Va bene, Holmes aveva l’amico Watson che gli copriva le spalle, ma non gli mancavano tre anni per scomparire.

Li seguii.

Lungo il corridoio, giù per le scale, attraverso l’atrio, nella sala con il caminetto e scomparvero dietro l’arazzo. Contai fino a dieci, scostai un lembo e trovai una porta. Prima di aprirla feci una preghiera: giuro Gesù mio che se esco vivo mi faccio prete; poi però ricordai che l’ultima volta mi fece adottare da sir Absalood Roth così chiesi solo una generica protezione.

Al di la della porta, un corridoio illuminato da fiaccole accese e echi di passi.

Vedevo spuntare dal soffitto di terra radici di alberi, licheni e muschi.

Dopo quaranta passi, fatti in punta dei piedi, mi trovai davanti a una scala.

Non è vero che la paura ti secca la bocca e blocca l’intestino; mi scappava e se non volevo farmela adosso dovevo tornare sui miei passi. Mi dissi che sarei tornato nel pomeriggio, quando la tata era sbronza e il servitore faceva la pennichella.

Non ci andai nè quel giorno nè quello dopo ancora, ma solo il pomeriggio del quinto. Era lunedì, Archibald era al mercato e la tata sbronza in cucina, i miei compagni sparsi per la casa. Misi in tasca un coltello, che avevo nascosto a pranzo, una scatola di zolfanelli e superai per la seconda volta l’entrata dietro l’arazzo.

Arrivai alle scale e contai trentanove gradini prima di fermarmi davanti ad una porta chiusa. Pregai fosse sprangata, così da tornare indietro, ma una semplice spinta la fece aprire. Nessun cigolio.

Una zaffata di carne putrefatta mi riempì i polmoni e ebbi un conato di vomito.

Ero in una grande stanza circolare, illuminata dall’unica apertura che si scorgeva dal giardino.

Ciò che vidi non lo dimenticherò mai.

Nella parete opposta alla porta un letto con baldacchino e Victor nudo; era appeso al muro con gambe e braccia divaricate la testa reclinata in avanti. Un tubicino di colore scuro usciva dall’inguine e si infilava sotto le coperte del letto. A terra, tutt’attorno, corpi rinsecchiti.

Feci solo tre passi e una voce rauca mi bloccò.

«Chi c’è?»

Fino a quel momento mi ero pisciato addosso solo una volta: quando suor Celestina mi rinchiuse nello sgabuzzino delle punizioni e mi dimenticò al buio per cinque ore.

Questa era la seconda.

«Chi c’è?», ripetè la voce seguita da un colpo di tosse.

Non credo che rispondere fosse la cosa più giusta invece, con un tono in falsetto, dissi: «Mi chiamo Thomas.»

«Avvicinati.»

Il buon Dio ci ha dato le gambe per correre e la voce per gridare; non feci né l’uno ne l’altro, e mi avvicinai.

Forse attirato da quella voce roca, forse sperando di aiutare l’amico appeso, forse solo per curiosità.

Tra le coperte intravidi un viso scavato da mille rughe, due occhi infossati che mi guardavano e una bocca senza labbra. Non era né uomo né donna, ma una mummia a cui non potevo dare l’età.

«Cosa ci fai qua? Se arriva mio marito ti uccide.»

«Lei è la signora Absalood?», chiesi titubante e stupefatto.

«Tanto tempo fa lo ero, ora sono solo un fantasma.»

«Perché?», era l’unica cosa che riuscii a dire.

«Quando mi ammalai i medici dissero che non c’era rimedio. Il mio sangue si seccava nelle vene. Roth mi accompagnò persino nel continente ma tutti davano la stessa risposta. Un dottore tedesco consigliò un ricambio di sangue ogni due mesi. Lui mi ama così tanto da sacrificare le vite di giovani per prolungare la mia. Ma è vita questa? Ho un rimorso che mi devasta l’anima.», poi con voce implorante, «Aiutami a morire, ti prego.»

«Non posso.»

«Cos’hai nelle tasche?»

Le rivoltai facendo cadere gli zolfanelli con carte argentate di cioccolatini e briciole di pane.

«Dammi quei fiammiferi.»

La mano che uscì dalle coperte era incartapecorita con vene scure in rilievo.

«Ci dev’essere un altro modo.»

«Non capisci, solo un incendio può far accorrere la gente del paese. Vattene  ragazzo, e ricordami nelle tue preghiere.»

Da sotto le coperte iniziò ad uscire del fumo, poi una fiamma viva avvolse il letto.

Scappai.

Ed eccomi qua, seduto sul cordolo del marciapiede, una coperta sulle spalle, circondato dai miei fratelli.

I pompieri sono arrivati e hanno circoscritto l’incendio, e tra poco arriverà anche la polizia.

Dicono che sono un eroe, ma non mi sento di esserlo perché davanti a Victor crocifisso ho provato un’eccitazione che saliva dalle viscere, scoppiava nel petto e non mi dava fastidio.

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Biografia (scritta dall’autore):

Sono nato a Dolo il 21/11/1961, laurea in Economia e Commercio a Ca’Foscari, insegnante di matematica presso un istituto tecnico. Ho partecipato con miei racconti alla pubblicazione di Cucina di Storie, volume 1, 2, 3, 4 a cura di Annalisa Bruni, Lucia De Micheli, Anna Toscano. Ho vinto il concorso “La Seriola” a Dolo, il concorso letterario a Campodarsego (Pd), il concorso Poesia Conviviale a Mestre (Ve), segnalato  al concorso letterario a Ponte San Nicolò (Pd) e un racconto è stato inserito nella raccolta “Angeli nella mia vita” pubblicato nell’inserto del Corriere del Veneto del 19/09/2010. Finalista infine al premio “Il GiovaNE Holden” 2011.

Attualmente insegno matematica presso un istituto tecnico a Mestre (Ve), curo incontri letterari per la biblioteca della scuola e seguo un progetto scolastico per pubblicare un’antologia di racconti scritti dagli studenti.

Quando dico che scrivo molti fanno un sorriso di circostanza: pensa te, un insegnante di matematica che scrive racconti.

Ma forse che i professori non possono sognare?