Edb Edizioni

Attualità di Lutero

Franco Ferrarotti, Attualità di Lutero, EDB, 2017, € 7,50

Libretto bellissimo, e difficile, quello scritto con passione da Franco Ferrarotti per i “Lampi” di EDB. Già dal sottotitolo si legge questa bella complessità: La Riforma e i paradossi del mondo moderno.
Arriviamo, in questo 2017, a cinquecento anni dalla Riforma. La sua forza, allora, fu dare una misura nuova a “individuo” e “parola”, una misura che arriva fino a oggi. La sua funzione, fondata su questa forza, fu liberatoria, e spezzò l’Occidente cristiano.
La conclusione di Ferrarotti è che Lutero sia “meta-moderno”, una figura capace di attraversare nuovamente le domande dell’uomo moderno, un vero motore della modernità. Ma potremmo dire di più: che è attuale, che la sua azione continua nella nostra contemporaneità proprio perché viene da lontano, perché ha segnato allora la strada del presente.
Con Lutero abbiamo imparato a riconoscere che «Dio non interpone diaframmi fra sé e il credente». O meglio, che non interpone più, che non ci sono più interferenze: è il frutto della sua lotta contro la Chiesa di Roma. La contrasta «perché è troppo moderna, non perché lo è troppo poco». In questo paradosso scorgiamo appunto la modernità e l’attualità di Lutero, il quale fu in grado di sperimentare la miseria umana, di conoscerla e di esaltarla fino a farla diventare la chiave interpretativa del mondo.
Dall’interferenza alla confidenza, dall’esercizio della coscienza alla forza della parola. «Natura verbi est audiri, l’essenza della parola consiste nell’essere ascoltata», scrive Ferrarotti. Ed ecco ancora un paradosso: la lettera uccide e lo spirito vivifica, secondo Lutero, ma proprio la parola con la rivoluzione protestante diventa lo strumento principe per elevare allo spirito. Già, la parola è sostanza e la sostanza è spirito.
Il paradosso, il tremore: è quanto di più attuale ci sia. Trema l’esistente nell’esistente, l’uomo nel suo impasto di schiavitù e libertà, libero e servo a un tempo. Si tratta di una contraddizione giustamente tragica e presente, un’aporia distintiva dell’oggi.
Basta il famoso e meraviglioso passaggio tratto da Libertà del cristiano a dar voce a quanto si sta dicendo: «Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno. Un cristiano è un servo volenteroso in ogni cosa, e sottoposto ad ognuno…».
Per elevarci, sembra dirci Ferrarotti, occorre più luce, la luce di una ragione per così dire di grado superiore, più raffinata e alta rispetto all’ingenuità di tanto razionalismo che ha spesso depositato nel tempo conclusioni scontate e insufficienti.
L’approdo che attendiamo è ancora e sempre il bene, certo, il bene kantianamente inteso come superamento della perversità del cuore e rispetto della legge morale, la legge che ci impone di pensare Dio, di tornare a pensare le categorie del folle, della morte, della trascendenza, che paiono non più degne di esser prese in considerazione. Non le si vuole più pensare, queste dimensioni. Sembra di poterne fare a meno. Eppure, la necessità dell’uomo resta sempre, in fondo, proprio la trascendenza.
E come sempre, anche per fare questo occorre la grazia, l’abito della grazia. Come sempre, decisivo è che la grazia abbia un suo intreccio con libertà e verità. Soprattutto oggi, in tempi in cui la soggettivazione del sacro si è affermata. Oggi, tra noi, figli dell’età moderna.

Cristiano Poletti

 

I Vangeli nel commento di Gianfranco Ravasi

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Gianfranco Ravasi, I Vangeli, Bologna, EDB, € 44,50

L’ultima fatica editoriale del Cardinal Gianfranco Ravasi, I Vangeli, nella bellissima edizione EDB, prende avvio dal primo Credo cristiano, scritto da Paolo nella lettera ai Corinzi. Credere nel Gesù che nasce e muore, da una parte; dall’altra, credere nel Cristo che risorge glorificato. Morte e resurrezione, tutt’e due suffragate da fatti, da accadimenti e testimonianze in qualche modo incontrovertibilmente certificati dalla storia.
Non c’è per Ravasi il Gesù della storia e il Cristo della fede, alla Bultmann, l’uno diverso dall’altro, ma c’è il Gesù di carne, che mangia, soffre, dubita, gioisce, urla e piange, e che trova la sua continuità nel Cristo che sta nella storia e nella luce della resurrezione. È sempre lo stesso, uno e uno solo, Gesù Cristo.
I Vangeli, tutti e quattro, s’inscrivono in questo spazio di tempo, in questo cammino dell’Uomo-Dio, da una vita puramente umana a una vita “altra”, attraverso, pure lui come noi, il faticoso valico della morte vera. E s’inscrivono, ciascuno, con un personale messaggio proveniente da gesti, fatti e parole di Gesù custodite per anni nel cuore e nella mente, ma attualizzate e rapportate alle contingenti esigenze della propria comunità di riferimento.
I temi sono molti: Cristo perno della storia; teologia della libertà dell’amore; universalità della Chiesa; teologia del bene/male, della luce/tenebra. Messaggi di difficile esegesi perché, dice Ravasi, i Vangeli sono il frutto terminale di un percorso che conosce tappe complesse, momenti e situazioni differenti e difficili da ricostruire. Anche perché, afferma parafrasando Eraclito, tutti i testi religiosi, quali essi siano, non spiegano tutto, perché il mistero di Dio è imprendibile, ineffabile e infinito. Poiché però questi testi hanno pure la funzione di svelamento, di rivelazione, allora ammiccano e rimandano a significati allusivi, che si celano sotto simboli e segni intrappolati in ciò che Gesù dice e fa. È il Segreto Messianico. Gesù non vuole che si vada in giro a parlare dei suoi miracoli. Più tardi sì, ma non adesso. Non è il momento giusto.
Scrive Ravasi che la sua è una lettura “essenziale”, perché non vuole fermarsi alla prima comprensione o intuizione che i Vangeli possono immediatamente suggerire, ma intende carpire il significato ultimo che sottostà a quei simboli e a quei segni, ricorrendo magari a passi corrispettivi dell’Antico Testamento e anche a quelli che antecedono la Sacra Scrittura, oltre a vivisezionare parole e verbi ebraici e greci.
Il verbo greco enghýzein, ad esempio, riferito al regno di Dio, significa sì che è vicino, ma è vicino già presente, qui e adesso.
Le interpretazioni del Cardinale, mai in verità accomodanti e conformiste, sono a volte sorprendenti.
Gesù è scandalo, ma non per la sua grandezza; scandalizza perché è un essere modesto e vive in mezzo a gente come noi; i bambini sono modelli non tanto perché sono innocenti, ma perché Gesù li considera come immagine della libertà, della vera fede; l’incontro di Emmaus vuol dirci che Cristo è l’ora, l’oggi, che non è sepolto in un passato remoto e non è neppure colui che è lontano. Certo, nel libro ci sono affermazioni non sempre condivisibili. Una su tutte, che noi cristiani siamo ora il vero Israele, che siamo noi ora i chiamati.
Alla fine, Ravasi si fa una domanda: se Cristo è risorto e glorificato dovrebbe essere ancora possibile incontrarlo. Il problema è sempre lo stesso, da secoli: la nostra difficoltà, o la poca voglia, a riconoscerlo.


Cristiano Poletti

 

Cercare Dio nella palude. Da “Silenzio” di Endō a “Silence” di Scorsese

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Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude (Le persecuzioni dei missionari in Giappone da Shūsaku Endō a Martin Scorsese), EDB, € 11,00

Quello affrontato da Shūsaku Endō nel romanzo Silenzio (1966) e ora da Martin Scorsese con il film Silence è un tema altissimo e difficilissimo. Anzi, sono più temi in uno: di questa complessità si carica ogni vera grande opera d’arte, se animata come sempre dovrebbe essere da un confronto serrato con la violenza, la fine, la morte. E proprio per comprendere meglio questa complessità, sciogliendone qualche nodo, è davvero utile leggere un libro breve e prezioso, scritto da Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude. Tosolini, teologo, direttore del Centro studi dei missionari saveriani a Osaka, si muove tra pagine di storia e di cultura e sa farci entrare in una materia ricca di interrogativi che inevitabilmente restano privi di una risposta certa.
Quando nel 1549 si apre per il Giappone il cosiddetto “secolo cristiano”, l’Europa è nel vivo della diffusione del Luteranesimo. Carlo V, il più grande sovrano dell’Età moderna, avrebbe dovuto di lì a poco rinunciare all’unità religiosa, e quindi politica, dell’Impero. Nel 1555, con la celebre formulazione della Pace di Augusta, cuius regio eius religio, si rassegnava alla rottura esercitata dal protestantesimo. Dopo l’ondata dei movimenti ereticali nel Basso Medioevo, questa è una rottura che sconvolge e minaccia alle fondamenta la Chiesa Romana: una contesa che avrebbe spaccato culturalmente, socialmente ed economicamente l’Europa, disegnandone il destino dei secoli successivi. Da questo profondo turbamento nasce a Parigi, nel 1534 (con conferma papale nel 1540), l’ordine dei Gesuiti. L’attività missionaria e l’opera di evangelizzazione sarebbero presto diventate colonne portanti della Controriforma. Fu lo spagnolo San Francesco Saverio a spingersi fin nell’Estremo Oriente, prima in India, poi in Indonesia, quindi appunto nel 1549, in Giappone.
Il film di Scorsese ci porta direttamente al termine del periodo cristiano. Ci troviamo tra il 1640 e il 1641, quando le persecuzioni dell’era Tokugawa, attive da tempo, avevano ormai portato l’azione dei cattolici a un dolorosissimo epilogo. Vediamo missionari esposti al bilico tra la colpa e l’espiazione; il “martirio al contrario” dei cristiani giapponesi che, nascosti e perseguitati, si consegnano alla tortura e alla morte violenta per proteggere i Padri missionari; la vicenda di Padre Francisco Rodrigues, stretto tra il bisogno di Dio e la necessità di sopravvivere; la costrizione alla fumia, all’abiura.
D’altronde, non c’è “dolcezza” nel cristianesimo. Cristo è venuto a dividere: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la pace, ma la spada» (Matteo 10,34); è venuto a ferirci, aprendoci l’orizzonte del sacrificio, del martirio se necessario: «Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita a causa mia, la ritroverà» (Matteo 10,39).
«Il romanzo di Endō – ha dichiarato Scorsese – affronta il mistero della fede cristiana, e per estensione il mistero stesso della fede. Rodrigues impara, un po’ alla volta, che l’amore di Dio è più misterioso di quanto conosca, che egli concede molto più alle vie dell’uomo di quanto siamo disposti ad ammettere, e che egli è sempre presente… anche nel silenzio.»
Il libro di Tosolini si addentra nel campo delle tante domande poste dal libro di Endō e dal film di Scorsese. Tra queste, ecco forse quella centrale: la mia fede, si chiede il credente, è e sarà grande come l’amore che ho per Dio? È e sarà incrollabile?
La fede, per il religioso, s’inscrive sempre, necessariamente, nel territorio della ragione. Ma la ragione dell’uomo non può, non riesce proprio, a comprendere il silenzio di Dio di fronte allo schianto del male, al cospetto dell’uccisione, dell’ingiustizia. Dio non solo non parla la nostra lingua, ma non ci parla affatto. Non si manifesta, non interviene nella storia, non agisce in alcun modo per “ripararla”, e noi non possiamo far altro che pensarlo e raffigurarlo come un uomo. Cristo, Dio incarnato, è in ogni essere umano, nel cuore della sofferenza di ogni uomo, in ogni “palude” dell’anima e del corpo. In questi termini, nelle parole di Endō: «Ho voluto mostrare che Dio, il quale appare solo superficialmente disinteressato alla sofferenza e miseria umana, di fatto parla attraverso un medium che va oltre le parole». Queste sono, perlomeno sarebbero, le conclusioni.
La palude è il Giappone, dove la religione cristiana non può attecchire; la palude è l’impossibilità che la vertigine della trascendenza per l’uomo occidentale e il tutto rappresentato dalla natura per l’uomo orientale s’incontrino; ma la palude è soprattutto la grande non risposta, il silenzio non tanto di Dio, ma il silenzio che si impone alle ragioni della nostra fede.
Del resto, tra tutte le voci la prima, l’originaria, appartiene al silenzio. Lo sentiamo in noi, continuamente, e intorno a noi: Dio è silenzio, e lascia a noi ogni decisione. Non c’è risposta dunque alle ragioni con cui “costruiamo” la nostra fede o con cui compiamo la storia. «È neonato anche Dio. A noi di farlo/ vivere o farne senza; a noi di uccidere/ il tempo perché in lui non è possibile/ l’esistenza», recita una splendida poesia di Montale, A un gesuita moderno, in Satura.
Per credere occorre andare oltre i limiti della ragione, occorre fidarsi, ossia porre la fede più in alto o se si vuole più giù, fino all’abisso del male, del sacrificio, della perdita.

Cristiano Poletti

Qualcosa di inabitato (Stelvio Di Spigno, Carla Saracino)

2013-12-24 17.40.40

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Stelvio Di Spigno

*

Quadranti

Quanti fascicoli di luce, quanti sguardi innevati,
e mattine il cui carico è dolore dovrà attraversare
questo corpo corale di tutte
le gioie distrutte, i disamori, le cadute,

prima che il tempo di ognuno anche per me
si esaurisca, sulla soglia di casa, o rinculando
con montagne di parole nella mente, guardando
solo il cielo, facile da vedere qui da Anzio,

quando, per non odiare gli uomini, storci il collo,
distrai gli occhi, punti a caso dentro una stradetta
senza uscita,

e i lavori in corso sono la sola certezza
che tutto si riabitua e si riabita,
ma non saremo noi a goderla, la felicità promessa.

*

Napoli rivisitata

Forse hai capito quale festa ti dà gioia,
se Ognissanti o Natale, mentre previeni
il vento ottuso del porto, con tutti
quei presepi di barche e budelli,
e fuori c’è l’aria secca dei palazzi, e sembra che il Vesuvio
bruci elettricità nell’atmosfera: un giorno
andammo con mio nonno a leggere le pietre
nella grande vasca della stazione,
e su di loro c’era un volto napoletano.

Città di fame immonda e solo da guardare: oggi
lavoro lontano, non posso vederti invecchiare,
hai un saluto per tutti nelle asole bollenti,
e passi in umiltà senza domandare
che i tuoi arrivi siano scaltri la sera, che si disfi
quella mole di infamia che ti fa nera, che una mano
infili nel fitto dei tuoi vicoli una riserva umana
di latte impiantato tra colli e caserme.

Ogni volta che hai pianto ti ho visto
perdere a dadi ogni verginità, e come
se fossi una madonna abbandonata
in una delle mille edicole di quartiere,
ho cercato la tua essenza da amare
dentro un barattolo di complimenti a ore,
sapresti regalarmi ancora un po’ di castità
fermarti dove si passa dal diluvio alla sciagura,
essere in tempo per salvare ancora te
dalla tua storia  e insieme prendermi e farmi
ancora tuo, come quando ero
uno dei tuoi fantasmi arroventati.

*

Diario, 2.1.2004

Andrea è in Francia e io me ne sto qui,
cercando di guarire ma peggioro –
È tremendo
come può avvoltolarsi
la vita intera a un gambo di ortica,
succhiarne tutto il succo,
bollire sulle labbra, morire di bruciore,
credendolo piacere.

.

*

Carla Saracino 

*

Non parlare, vita d’una volta.
Ogni scrittura sul foglio
della fatica di ricordare
è dilapidazione, preparazione
alla morte.
Sii dentro, sta’ reclusa.

.

*

A poche cose dedichiamo un nome.
Nella vita, come nella menzogna,
i nomi coincidono col cuore.
E a nulla vale crederli.
Loro sanno  cosa non dire.

.

*

Cercare il cuore del secolo nelle case
abbandonate del materano, un pomeriggio,
mentre l’erba stipa sotto terra l’annuncio
del tempo che non vedrai.
Essere nella fiamma del camino d’un albergo
senza bellezza
e fumare il gelo sulle labbra alla fastidiosa cerimonia
della cena.
Essere in tanti dentro se stessi, una volta sola negli altri.

.

*

Alla tua vita imploro una cosa:
restare nascosta dove io passo.
Alla tua vita non chiedo altro che
il colmo di un vile significato.

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******

Stefano Di Spigno, Carla Saracino, Qualcosa di inabitato, EDB Edizioni, Milano, 2013.

Wilderbeast di Jack Underwood e Francesca Moccia

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Titolo: Wilderbeast

Autori: Jack Underwood e Francesca Moccia

Editore: Edb Edizioni, 2013

È una novità e un privilegio, come afferma Alberto Pellegatta, curatore della collana Poesia di Ricerca, per EDB Edizioni, poter ospitare nel nuovo volume Wilderbeast la voce di uno dei giovani di punta della nuova poesia inglese, Jack Underwood – che nel 2009 è stato pubblicato nella prestigiosa collana di poesia dell’editore londinese Faber&Faber – e quella di Francesca Moccia. Il volume, arricchito da tre disegni della brava scultrice Nada Pivetta, è anche l’esordio in italiano di Jack Underwood, che qui viene tradotto in maniera efficace dallo stesso Alberto Pellegatta.

Il titolo del volume Wilderbeast è tratto proprio da una poesia di Underwood, espressione intraducibile e gioco di parole, che può essere definito come qualcosa che va oltre il selvaggio, luogo o animale che sia, Wilderbeast è un’affinità di significati.

Underwood con la sua poesia apre un sentiero dantesco nella nostra vita di tutti i giorni, l’immaginario infernale si sposa alla quotidianità, al guardare in una luce differente, nuova, una teologia d’impatto, in una finezza del dettato che sprigiona significati e imposizioni di immagini.

Un chiaro esempio di questa poesia è A volte la tua tristezza è uno yacht: “enorme, bianco e costoso, come un’incudine/ caduta dal cielo: come saliremo a bordo/ se a forza di guardare in alto ci fa male il collo?/ Altre volte è una pietra su un prato all’inglese, e la materia/ non può mai essere distrutta. Ma oggi la teniamo ferma/ sul bordo del tuo letto, chiudendo gli occhi/ su un’altra ora aperta ascoltando/ le voci dei nostri vicini avere le voci/ dei loro amici a pranzo”.

Il campionario di Underwood non si traduce mai in derivazioni o logiche semplicistiche di pensiero o autobiografia; Underwood vive nel suo elemento selvaggio, dove nulla può sembrare compiuto ed eterno, dove il mutamento è regola, prassi.

La ricerca costante di una nuova terminologia di vita porta questo autore a comporre poesie come Teologia, dove il pensiero si scioglie in immagini ipnotiche e di estrema tensione come se la realtà fosse del magma da raffreddare o pietra scritta con inchiostro speciale: “Ho provato a pensare allo zoo,/ all’uccello che ha visto con la testa a incudine,/ alle lucertole che si aggiravano furtive nella casa dei rettili./ Era stata una buona giornata./ Ma ricordava la pantera nel recinto/ dove aveva aspettato trenta minuti,/ fissando la scura capanna nascosta tra gli alberi./ Immagina se non ci fosse la pantera”. Ora questa filosofia dello sguardo, di un pensiero sempre in attività, fa incontrare il diavolo, la bestia, quella vera, che pur rappresentata nella sua immagine più iconica richiama i vizi di sistema, i propri ricordi che risultano tentazioni, ombre dei nostri segreti e accenti più remoti: “…..Sono andato avanti, accelerando il passo. Satana ha cambiato tattica;/ mi ha immerso in sensazioni: la prima volta ubriaco,/ il calore di una bugia ben raccontata, l’adolescenza/ intravista tra i seni della parrucchiera,/ il profumo dello shampoo e l’alito di sigaretta./ Quindi da una piega del culo ha richiamato la pioggia/ e la coda davanti a un fish and chips, il sapore di birra e gassosa,/ le umide scarpe da calcio che fa penzolare per le stringhe,/ da cui cadono ghiande e castagne matte….”.

Discorso completamente diverso per quel che riguarda Francesca Moccia, autrice di poesia già nota, che può vantare l’inclusione in due importanti antologie di autori nati negli anni settanta, I poeti di vent’anni, a cura di Mario Santagostini (Stampa, 2000) e Nuovissima poesia italiana, a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi (Mondadori, 2005), dove già aveva dato prova delle sue capacità tattili e materiche nell’affrontare un mondo allucinante e strisciante così compiutamente espresso nel suo primo libro La muffa del creato (Lietocolle, 2005).

Francesca Moccia è un’autrice molto particolare, dai tratti oscuri e permeabili; la sua poesia prova che esiste ancora una tensione vera per la parola, per un ribilanciamento della lingua e una vera ricerca, che porti ancora al centro l’originalità; chiaro esempio ne è questa poesia: “Le labbra di lupo finanziano l’anima/folte sopracciglia il particolare./ Disserta d’affari gli occhi/d’insetto stringono domande./ Il corpo cullato come fosse un rito sacro./ Ritaglia il gallo la lamiera, invoca il sole/ spalanca il becco, strilla”.

I paesaggi della Moccia stringono la realtà a idee di pensiero spesso poco rappresentate nella nostra poesia contemporanea. La sua scrittura stagna in un’idea metafisica della poesia, sempre lampante, come il prolungamento di una scia, il suo inarrestabile vortice trascina ogni cosa rendendo sogno e realtà la stessa attesa: “Lei è una piccola fantasia tra due/punti./ Somiglia a tanti è un’ipotesi che/ passa per uomo”. E ancora, l’idea presente di muovere la materia oltre i confini della decifrazione, in territori allucinati dove la compressione del mondo si distende e si respira una nebbia d’immagini interiori: “Un albero è vissuto senza bosco./ Svelato, appoggiato:/sembianze di un sogno”.

Nell’opera di Francesca Moccia qualcosa di sconosciuto ci prende in contropiede e crea connessioni di senso; idee e parole non sono più ostaggio della rappresentazione ma sostantivi certi e selvaggi: “Nella nebbia le figure si adattano/ la collina è un filo che si ritira/era freddo, ogni distruttore si alza/ al mattino e attacca l’opera./ Assapora pianissimo il dolore delle tue ossa./ La terra ha respiri più profondi dell’acqua”.

IL CERVO APPLAUDITO di Leopoldo Maria Panero

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Autore: Leopoldo Maria Panero

Titolo: Il cervo applaudito

Introduzione e traduzione: Ianus Pravo

Editore: Edb Edizioni, 2013

È uscito da poco per l’editore milanese Edb, nella collana “Poesia di ricerca”, diretta da Alberto Pellegatta, il nuovo libro di Leopoldo Maria Panero Il cervo applaudito. Introdotto e tradotto da Ianus Pravo, il libro è inoltre arricchito da due disegni di estrema raffinatezza firmati da Massimo Dagnino.

Il cervo applaudito è un’opera molto particolare: un’opera “dettata” dall’autore stesso a Ianus Pravo durante i loro incontri a Las Palmas di Gran Canaria, l’esilio solare dove da più di dieci anni Panero vive, ospite dell’ospedale psichiatrico. È solo da qualche anno che il pubblico italiano di poesia conosce meglio l’opera di Panero; sono stati pubblicati per l’editore romano Azimut Narciso nell’accordo estremo dei flauti nel 2005 e Dal manicomio di Mondragon nel 2007, sempre a cura di Ianus Pravo, che ne ha tradotto i testi. Un paio di anni fa è invece uscito Peter Pan non è che un nome per l’editore “Il Ponte del Sale” con traduzioni e curatela di Sebastiano Gatto e Ianus Pravo.  Nel 2011 è inoltre stato pubblicato il libro Senz’arma che dia carne all’imperium da Società Editrice Fiorentina, che contiene alcune poesie inedite in Italia di Leopoldo Maria Panero e di Ianus Pravo. In ultimo, è apparso nel mensile di Crocetti “Poesia”, Luglio/Agosto 2012 N. 273, un bellissimo saggio e traduzione di Alessandro De Francesco alla poetica della “crudeltà” di Panero.
Il cervo applaudito si conferma una piccola novità editoriale: il libro infatti è inedito sia in Italia che in Spagna.

Coglie nel segno l’incipit dell’introduzione al volume di Ianus Pravo, che cita il verso di T.S. Eliot, tratto da i Quattro Quartetti, «In my end is my beginning»: nessun altro poeta contemporaneo come Panero conosce e soffre l’impossibile identità artistica, incarna la figura del poeta prosciugato del suo stesso senso, la non figura. Proprio lo stesso Panero parla di sé, di come «Noi, gli scrittori ultimi o postumi, non siamo altro che correttori di bozze»: quindi si tratta di scrivere il già detto, la grande parola, il grande “Poema”, l’ultimo.
Panero è un maestro della citazione altrui, lo fa continuamente con frasi o autori come Pound, Yeats, Eliot, Novalis, Whitman, Dante Alighieri, Gimferrer, che sicuramente vivono nella sua tensione poetica, nel suo dizionario del plagio.
«Figura di Dio / un porco tra i rami / un porco che cade una volta ancora / al suolo sospirando / ferito dalla freccia del silenzio / Chi si aggirò tra viola e viola, lo disse Eliot, / facendo enorme la primavera / e distruggendo il sogno.»

La riscrittura è anche questo: è ordinarsi nel caos, è riproporre costantemente la propria fine attraverso tortura, crudeltà e follia. «Che pesci boccheggiano sulla spiaggia / invocando un fiume che non esiste / e disfacendo il dolore in piccole lamine /che solo sanno piangere / come il freddo nella tomba / la tomba perfetta del poema / fatta solo per urlare /per giocare con le dita della notte / e ricordo mia madre che morì senza le sue tette / e che il signore del mare accarezza / cercando una rovina più compiuta della rovina / più crudele del verso / che invoca se stesso / e ormai non piange.»

Nella sua poesia Leopoldo Maria Panero non solo cita, ma intesse una scrittura accesa, moderna; la riscrittura riparte anche da qui, dall’inglobare ogni cosa, ogni riferimento, ogni influenza. Nei testi, la forza e il magma surrealista rimangono la fonte principale dell’autore: il suo sguardo sul mondo, il suo andare oltre, verso il “poema”, verso questa Babilonia di significati e precisione: «Oh diamante ancora intatto / di cui sono il ricordo / perché sono solo il ricordo di me stesso / sulla sottile riva mi attraversano gli elefanti / e come un elefante cresce il poema / e come un serpente si contorce nella mia mano / cercando un palazzo che non esisteva / ed ero solo nella mano che scrive / dicendo / Dio vive nel palazzo della mia mano / nell’ombra crudele della mia mano / che aizza i suoi cani / come Diana i suoi cani / Diana sa la mattina per quanto valgono i suoi cani.»

La libertà del verso di Panero spazia da testi lunghi, complessi, che sono pura materia lavica e fantastica, alla precisione millimetrica di testi molto più brevi, che rendono ancora di più l’idea della mostruosità della mente umana, di quell’applicazione che il reale ha sul surreale, sul non visto, sull’immaginato. «Il mio grande amore si chiamava Maiz Blanco / fu torturata e stuprata sulle colline / vicino al lago dove bevevano gli elefanti / e una voce sputa nel mio cervello / la parola ieri.»
Questo è un percorso nel buio più profondo della mente, nella propria rovina e in quella del mondo, che può procedere nel sottosuolo dello spirito, sfinito, schiavo delle manie e delle sensazioni. «Il bambino è lo schiavo dell’uomo / e l’infanzia è soltanto / una rovina tra le mie labbra / tra le mie labbra chiuse alla vita.»
E ancora: «Una mano scrive sull’agenda / domani ucciderò una donna / e leccherò la capigliatura / morta della sua testa / e farò canzoni per spavento dell’uomo / e parlerò all’udito delle ceneri / che non mi ascoltano.»

C’è un continuo ribaltamento del soggetto, uno straniamento che non ha conclusione, nemmeno alla fine della poesia, nel punto di termine. I significati dell’opera di Panero vanno oltre la pagina, oltre la calligrafia stessa e oltre tutte quelle regole che reggono la letteratura, e la fanno schiava della retorica e della stagnazione formale.
«Walt Whitman è una donna che cade sopra il poema / e striscia lungo il verso / come ogni mattina / per parlare all’udito del sole / all’udito atroce del mattino / che non mi aspetterà.»
Leopoldo Maria Panero combatte contro se stesso, contro la sua stessa opera, che non vale il silenzio delle biblioteche e nemmeno il silenzio dei manicomi; perché la sua poesia è resistenza pura, continuo oltraggio ai doveri della vita, alle regole imposte, che sono strumenti e offese alla libertà della parola.

Per questo il non luogo della mente, dove si muove la poetica di Leopoldo Maria Panero, è una regione sconosciuta, sola, che non può essere affrontata con la ragione. Viene dalle profondità, si sposa con gli effetti delle parole, resta sulla pagina come l’ultima frase, come il “poema” da riscrivere, che conosce solo i territori più stretti e ostici. Il cervo è la figura chiave, la metafora, il simbolo dell’altezza estetica, della bellezza che non può guarire l’uomo e i suoi mali. La vera e unica bellezza dell’essere. «Il poema è un lago / dove finisce il cervo / applaudito soltanto dalla pagina / dalla pagina in silenzio dove muore il cervo / il cervo atroce della pagina / dove non ci sono io né c’è l’uomo.»

In questa perdita totale di se stessi, Panero chiude, lascia che il mondo si spieghi da sé, senza congetture e proclami, senza misure e limiti. Non c’è nessuna ragione per andare avanti, non c’è nessuna volontà di voler essere salvati, rimane solo la forza del pensiero, la parola viva, libera e il cadavere di se stessi da guardare con estrema osservanza.
«Non c’è misura, non c’è limite / dove non c’è nessun luogo / e dove il tempo non ha tempo / e il cadavere è / verde / Oh Alighieri, mon semblable, / mon frère che vuoi volere il crocifisso / e non sai sapere la volontà che muore / come un pane tra le labbra.»

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