ed. ponte alle grazie

Leggende metropolitane

 

2652277“Ogni membro del club è dotato infatti dell’autorità di battezzare qualsiasi suo conoscente con il nome che preferisce. Questo serve a espandere il Club, a sentirsi meno soli, a innervare la città di tanti membri del Club come noi.”

Nei giorni seguenti alle recenti elezioni comunali, un articolo annunciava con una sospetta assenza di ironia che il nuovo assessore al bilancio del comune di Riccione sarebbe stato un tale sig. Giovanni Bilancioni. Mi sono quindi immaginato la non remota possibilità dell’esistenza di un “Municipio Disney” a dimostrazione di quanta distanza possa oramai esistere tra me (cittadino reale) e ciò che dovrebbe rappresentarmi. Con automatico ottimismo poi il pensiero è volato inevitabile (sì, per forza) al bel romanzo di Paolo Zanotti pubblicato postumo da Ponte alle Grazie, Il testamento Disney. Chissà come avrebbe reagito Paolo a questa notizia; a quale membro del club Disney avrebbe attribuito o affidato il battesimo di questa scoperta. Paolo Zanotti purtroppo non c’è più e va ringraziata la casa editrice Ponte alle Grazie se dopo il bellissimo Bambini Bonsai  sia stato pubblicato questo suo romanzo precedente, rimasto nei cassetti perché rifiutato da diversi editori. Viene la tentazione di paragonare i due scritti; gli argomenti ci sarebbero in effetti. Genova sicuramente è la protagonista assoluta; non la Genova cimiteriale, postatomica attraversata dai Bambini Bonsai, ma una Genova che si prepara ad accogliere il G8 del 2001, una Genova con il suo perenne cimitero, le sue strade, le piazze, i locali, i giardini; tutti punti di riferimento orizzontali e verticali che non possono prescindere dalla presenza assoluta del mare.

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L’alibi del Bonsai

bambinibonsaiTi racconterò i tempi della pioggia. Evocherò per te l’attimo sospeso in cui, dopo mesi e mesi di calura rognosa, apocalittica, omicida, l’afa raggiungeva il suo picco, il tempo era immobile, il corpo si scioglieva: il big bang era vicino, lo si poteva toccare. Ti spiegherò come, dopo il primo scroscio, noi bambini ci riunivamo in bande. Non c’era bisogno di conoscersi prima, né di vestire la stessa livrea: un istante simile a quello degli uccelli migratori avrebbe indirizzato pure noi”.


Sono troppi i riferimenti simbolici, visivi, immaginifici evocati in questo brano tratto dal romanzo di Paolo Zanotti: “Bambini Bonsai”  (Ponte alle Grazie, 2010) per non cadere nella piacevole trappola dell’azzardare una lettura poetica del Tempo, nell’accezione di coordinata, sensazione o illusione caratterizzante l’intero sviluppo narrativo del testo. Non passa inosservata la frequenza di riferimenti e metafore che riportano costantemente all’idea della crescita come atto totalmente dipendente da una presa di coscienza del tempo nel suo evolversi non solo come intuizione, ma come conseguenza e stimolo di relazioni con l’altro da sè.
Il titolo stesso cela una serie di riferimenti che inevitabilmente portano all’idea di “tempo”. Cosa è un Bonsai se non un’opera d’arte che si mette a confronto col tempo, un’opera che nasce e si sviluppa per durare indefinitamente a prescindere dal suo artefice, dilatando il senso del tempo a discapito dello spazio. Si è detto e scritto forse poco su questo bel libro di Paolo Zanotti,  unico romanzo pubblicato in vita. Volevo così ricordarlo a poco più di un anno dalla sua scomparsa. Un romanzo volutamente scritto al passato, un romanzo in un presente difficilmente definibile, un romanzo che affronta la crescita come susseguirsi indefinito di fissità, di contrapposizioni e di scambio. Un romanzo che si sviluppa come profezia futuribile ma è allo stesso momento atemporale come una fiaba.
La storia di Pepe ha inizio in un cimitero, il cimitero di Staglieno, Genova, il luogo dove è stata allestita una baraccopoli che ospita gli sfollati dell’ultima definitiva catastrofe naturale che ha portato a variazioni climatiche e alla scomparsa di tutti gli animali, delle piante così come dei profumi. Un cimitero, città dei morti progettata per fermare il tempo, luogo di memorie, di attimi fissati nella pietra, di date con un principio e una fine. All’interno di queste mura Pepe cresce in un continuo reciproco annullarsi di un passato e un presente che rinunciano a diventare futuro, complice un mondo di adulti che come obnubilati dal terrore sembrano pietrificati (come statue) nel ricordo delle occasioni perdute o nel mantenimento delle tradizioni. Una generazione ferma nel tempo e col tempo, come se la catastrofe e il conseguente crollo delle certezze “adulte” (il lavoro, la casa, i legami affettivi) avessero tolto ogni alibi ad un domani. Gli adulti appaiono così vittime del tempo e affrontano passivamente il loro quotidiano: I genitori di Pepe per esempio: una madre inquieta che non trova pace in nulla, che cerca negli altri e nell’altro un’adolescenziale liberazione da un presente diverso da come lo aveva sognato, dall’altra parte un padre, fermo, disilluso che procrastina ogni decisione (la costruzione di una casa che non finirà mai: metafora della stabilità, della sicurezza) e che si rinchiude nelle sue “droghe musicali”. L’adulto ha poche alternative ad un futuro che sembra essere dissolto, l’educazione dei bambini (quale miglior garanzia per un futuro?) è infatti delegata a “programmi”. Pepe cresce così tra i sentieri di Staglieno e le sue statue, feticci di un passato immobilizzato e oramai solo vagamente immaginabile, ma ha anche le sue statuine: feticci pupazzi in plastica degli animali, un gioco di altri tempi, regalo di una misteriosa prozia, unico adulto che sembra conservare ancora una forma di consapevolezza ancestrale del passare del tempo e quindi, della speranza. Una fata madrina che cresce Pepe, che gli mostra i segni del rimpianto per un passato che manca: è lei a profetizzargli l’arrivo della pioggia, è lei l’unico adulto che consapevolmente sceglierà di scomparire improvvisamente e quale altra lettura più rassicurante come un viaggio, potrebbe avere la morte per un bambino? Pepe resterà in attesa della profezia con le sue statuine, contenute in una scatola in latta sul cui coperchio c’è la fotografia di una bambina bellissima “con gli occhi di albicocca”. E’ in questa immagine che Pepe comincia a dipanare il filo che lega un passato al presente, Pepe se ne innamora ed è quindi inevitabile che quella immagine diventi l’alibi per la ricerca di ciò che può chiamarsi futuro.

L’arrivo della pioggia scardina, ma viene bene dire “scioglie” ogni legame tra mondo adulto e mondo bambino. Gli adulti spariscono, cadono in una forma di catalessi imbelle, spaurita; I bambini vengono come trascinati da una marea che li porta via dal cimitero e li fa vagare in una Genova quasi irriconoscibile, se non attraverso quei pochi precisi riferimenti che come metafore arricchiscono la narrazione. A quei bambini in fuga, una sorta di crociata con armi e bagagli, attrezzati per la pioggia si uniscono Pepe e la piccola ribelle volitiva e curiosa Primavera. Corrono tutti verso una Genova che si apre come un mondo vitale, che sotto una pioggia incessante e col sottofondo del mugghiare animalesco di un mare moribondo agonizzante (e ancora l’acqua che si fa metafora del tempo), si adatta a luogo del passaggio, dello scambio, della caccia, dell’incontro, dello scontro e tutto attorno alla chiesa di santa Eurosia, la santa bambina. Sono i bambini a rigenerare l’idea e la normalità di una vita quotidiana, Tempo e spazio tornano ad essere coordinate coerenti e interagenti dell’esistenza e ridanno momentaneamente vita ad una città, fino ad allora non luogo e non tempo: il mercato torna ad essere spazio dello scambio, la strada spazio dell’incontro e della perdita: punti di ri-partenza per la ricerca di Pepe e Primavera Il cui mondo si aprirà ad interazioni che genereranno conseguenze che non possono non tenere in considerazione la felice possibilità di un domani, e questo riguarda il loro destino ma anche quello della compagnia a cui si uniranno: la misteriosa Petronella con la sua valigia da streghetta, il fratellino e il suo giovane “precettore”. Una piccola compagnia di bambini, armati di magia, speranza, dubbi e contraddizioni in un viaggio verso la meta, quel castello di fiaba dove Pepe, quasi sotto l’incantesimo di Petronella in un prolungato rimpiattino attraverso le stanze di una casa che sembra vivere, respirare, allargarsi, arriverà a trovare un mare così come era prima della catastrofe, e sui cui scogli avverrà l’epifania dell’incantesimo malvagio di generazioni di adulti terrorizzati dall’idea della perdita ineluttabile dell’infanzia e la presa di coscienza di un necessario passaggio: sciogliere
l’atrocità di quel vincolo per imparare ad essere padrone del futuro e riparare all’errore più grave degli adulti: la paura di mollare la presa rassicurante del presente.

© Jacopo Ninni

Cristiano de Majo – Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico –

Cristiano de Majo – Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico – ed. ponte alle grazie – 2010

Questa è una storia. Questa storia ha un protagonista, anzi due. La storia comincia con una frase “Io non sono morto , siete voi a essere morti”. La pronuncia D.D. , lo scrittore, l’impostore del titolo. La pronuncia   prima di morire. Intorno al suo letto ci sono: sua madre, suo padre, Sveva la fidanzata e soprattutto, il protagonista numero due:  Massimiliano Scotti Scalfato, il biografo. Poi D.D. muore, e la storia, la sua storia comincia.

Fin da giovanissimo la mia unica grande aspirazione è stata nutrirmi delle vite degli altri. Il primo libro letto, a nove anni e mezzo, fu una biografia di Alfred Hitchcock, presa d’istinto dalla libreria del salotto di casa senza sapere chi fosse Alfred Hitchcock. E ho passato interi pomeriggi della mia adolescenza a consultare e a confrontare date, a scoprire a quale età il tale scrittore avesse esordito, e a stupirmi della natura segreta di certi vizi, o a rammaricarmi di qualche morte tragica e prematura avvenuta in un tempo in cui non ero ancora nato. Lo confesso: sono sempre stato interessato più agli altri che a me stesso, e dunque il campo di cui mi occupo è precisamente quello in cui posso mettere a frutto questa predisposizione.
(massimiliano scotti scalfato) 
Ho letto il libro di de Majo (come mi accade spesso) in un Miilano-Venezia-Milano. Ho sorriso, mi sono sorpreso, mi sono, qualche volta, rapidamente commosso, mi sono incazzato con entrambi i protagonisti e a entrambi ho voluto bene. Ho finito la lettura con la certezza di aver avuto fra le mani un gran libro. Cristiano de Majo ha scritto una storia bellissima, sull’onda “delle biografie immaginarie di Nabokov, Borges, Wallace” [cit]. Io credo d’aver trovato uno scrittore di quelli destinati a farci compagnia a lungo. Aspetto fiducioso i suoi prossimi libri.

La storia: D.D. muore, lascia una grande quantità di scritti, appunti, note, (forse) un romanzo. Massimiliano si assume   il compito di scriverne la biografia. Lo fa col piglio dello scienziato, è un filologo e su queste cose non scherza. Si documenta, scava fra le carte, inevitabilmente nelle complessità caratteriali e familiari di D.D. . Questo cercare di Massimiliano a cosa porterà? Riuscirà a ricostruire la vita e l’opera incerta del suo amico?  Sono poi stati veramente amici? Massimiliano è frustrato, pure un po’ depresso. D.D. era eccentrico, controcorrente, insofferente alle convenzioni. Alla fine Massimiliano quale biografia avrà scritto davvero? La sua,  quella di D.D., o quella di entrambi?  Avrà trovato riscatto, a storia conclusa, il morto o il vivo?

Questo libro è una commedia. Uno sguardo ironico e attento sull’amicizia, sulle debolezze, su certi meccanismi familiari. Cristiano de Majo possiede il talento per l’invezione letteraria e la preparazione per costruirne la struttura. Naturalmente, consigliato.

@ gianni montieri

Nota biografica: Cristiano de Majo è nato a Napoli nel 1975. Ha partecipato alle antologie di Minimum fax “Best off” (2005) e “Voi siete qui” (2007). Ha esordito con il racconto lungo “Sistema elefante” ed. Punctum. Nel 2008 ha pubblicato con Francesco Longo “Vita di Isaia Carter, avatar” (laterza) e insieme a Fabio Viola “Italia 2. Viaggio nel paese che abbiamo” (Minimum fax). Ha scritto reportage e saggi brevi per Internazionale e Diario. Questo è il suo primo romanzo.