ed. pequod

Stelvio Di Spigno – La nudita

Stelvio di Spigno – La nudità – ed. PeQuod 2010

“mentre scrivere di un cesto è diventato / soltanto nominare ciò che esiste”. Si guarda da fuori Stelvio Di Spigno. Lo fa per gran parte di questa bella raccolta di poesie, divisa in sette sezioni. Il poeta si assenta da sé come se dicesse “aspettami me stesso, vado un attimo di là”. Di là, nell’altra stanza, l’autore come da dietro una telecamera guarda il mondo e dentro il mondo si guarda. Racconta del disagio di non saperlo assaporare. O di assaporarlo male, di sbieco. Troppo lento quando ci sarebbe da correre. Con addosso la voglia di scappare quando, invece, il Di Spigno che osserva avrebbe voluto fermarsi ancora un po’. Con  un ulteriore scarto in avanti l’autore si scruta dal futuro, come da un retrovisore, un futuro prossimo che non lo contempla. Quello che proviamo a fare è un gioco forse azzardato ma lo tentiamo per comprendere. Per capire ci andiamo a sedere nella stanza da dove l’autore si osserva, da dove si guarda scrivere. Questo è un libro di dolorosa profondità, poesie che scorticano. Di Spigno ha fatto  un grande sforzo, unendo le parole del nostro linguaggio quotidiano alla sua intenzione di poesia né comune, né semplice, raggiungendo una splendida armonia. I versi sono belli, bellissimi e non risparmiano il lettore, non lo rilassano e come potrebbero? Le persone, gli amici, i posti, il buio, dove l’autore ci conduce hanno lasciato ferite, a volte necessarie. Spiagge dal difficile approdo, ma che quando ci arrivi ti pare che il mare sia soltanto tuo. Il male e la voglia di vivere si scontrano, a volte vanno a braccetto e mai si risolvono; come quando ci pare difficile scegliere di uscire per dividere un caffè o starcene su un divano con la testa fra le mani. La nudita: duro, intenso. Molto bello. “Non mettiamo davanti agli occhi cose spoglie, / è solo una parte di noi che ci distoglie / da quante vite ci sono senza pace e se solo / la notte fosse eterna, in questo venerdì, / vedremmo che il mondo non tornerà lo stesso, / non ci assomiglia più, si è ritirato in noi.” (pag. 56)

Gianni Montieri

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Nota: recensione pubblicata sul numero 8 della rivista QuiLibri

Renata Morresi – Cuore Comune

RENATA MORRESI – CUORE COMUNE – ED. peQod 2010

«Erompe una battuta netta / da fuori, da un telefono / come se la pioggia di poco prima / battesse ancora nella mente. // Non siamo tutti nello stesso tempo.» Il bellissimo verso, che chiude una delle poesie dell’ultima sezione, di questo libro d’esordio di Renata Morresi, ci dice molto sul significato profondo di questa raccolta. Non siamo tutti nello stesso tempo, stesso momento. Quasi sempre ci sfioriamo appena, troppo presto, troppo tardi. Finiamo perduti perché smarriti in mille altre cose. Quindi, forse, Morresi ci dice che non siamo tutti nello stesso tempo, perché tutti stiamo sempre inseguendo qualcos’altro, quindi, in realtà, siamo tutti nel medesimo scarto temporale ma non sappiamo o possiamo suonare lo stesso ritmo.

Naturalmente è solo una delle chiavi di lettura di questo, che uno dei più bei libri di poesia usciti nell’ultimo anno. Molto atteso, perché chi segue la poesia ha imparato dal web, soprattutto, negli anni, ad amare i versi di Renata Morresi, a saperla aspettare. La raccolta è composta da sei sezioni mai completamente staccate fra loro, il lettore noterà come dalla prima all’ultima si faccia un percorso con l’autrice. La poeta parte dall’intimo, dai ricordi e da qui si apre quasi portandoci per mano, attraverso gli oggetti, gli affetti, i luoghi, le domande, gli straniamenti. Fino ad arrivare all’altro da sé, tanto profondo e oscillante, da diventare parte stessa delle cose, dei posti, quasi una “trasfigurazione del quotidiano” (come dice Massimo Gezzi nella nota di copertina al libro). Renata Morresi alterna momenti di scrittura cristallina dove la purezza del verso incanta, a una grande abilità nel giocare con le parole. «io, too, lieve / nausea e l’uovo e voi / il vov, il lei e lie / to me». O la limpidezza di questi altri versi: «Sulla groppa del bufalo notturno, / costone ricciuto del promontorio, / il mare alto si beve il mio sguardo. // Se lo beve per intero, mi sta / sopra non come a riva dove arriva / schiacciato sotto i fianchi. Chi lo sa / come si vede il mare. Come finge / di stare per una ed essere molte / figure che non una sa capire». Cuore comune rappresenta un debutto notevolissimo dove la capacità di usare il linguaggio e di osservare dietro le cose, ci regalano un viaggio fra i versi che lascia traccia, fortunatamente. «Girandomi verso le stanze / infilate in un mantice di luce / di te risuonano le gambe / il braccio, poi un profilo / concentrato sul pavimento. // Sei paziente col bianco / sai che canta».

Gianni Montieri

Nota biografica: Renata Morresi (1972) insegna presso l’Università di Macerata, traduce e fa ricerca, si occupa di critica culturale e poesia. Ha scritto vari saggi nell’ambito della letteratura anglo-americana. Sue poesie sono incluse in varie antologie e riviste, cartacee e on-line ( Tra le altre ricordiamo   Calpestare l’oblio(Argo/Cattedrale, 2010). È redattrice dei blog letterari La poesia e lo spirito e Absoluteville. Dal 2001 collabora a realizzare la rassegna di poesia Licenze Poetiche.

@recensione di gianni montieri – in precedenza sul sito della rivista Argo (www.argonline.it)