ed. LietoColle

Quando guardi cosa vedi: Misura, di Bernardo De Luca

Misura di Bernardo De Luca (LietoColle 2018, Collana Gialla) è un libro dove forma e contenuto sembrano richiamarsi in modo programmatico fin dal titolo: la misura è innanzitutto quella dei distici in cui è scandito ogni testo, e quindi un ordine, un rigore imposti in maniera strutturale; ma è anche, più profondamente, un tentativo di fare i conti con una certa realtà incattivita mantenendo su di essa un controllo razionale, e prima ancora emotivo. In questo senso, Misura a sua volta costituisce un distico con il primo libro di Bernardo, Gli oggetti trapassati, uscito nel 2014 per D’If, dove lo stesso mondo di scarti, detriti, veleni (scenario partenopeo nei mesi dell’emergenza, ma anche latamente e universalmente post-apocalittico) veniva però affrontato per via di esubero e catalogazione, affondando nel magma della materia degradata (“tutto ingurgita lo spazio che raccoglie/ i nostri morti, le cose inutilizzabili”). Per dirla con Francesco Orlando (rimando a Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura, Einaudi, 1993 e 2015), quel primo libro era come un catalogo di oggetti sterili-nocivi (che segnano cioè una reazione e una riconquistata supremazia della natura contro l’uomo), in una variante però inimmaginabile prima dei più recenti disastri ambientali. In Misura non è cambiato lo sfondo e il repertorio sterile-nocivo, ma è come se l’accento emotivo venisse spostato di lato (anche grammaticalmente, a favore di un tu lirico), permettendo uno sguardo lucido e fermo sull’universo intossicato, e un registro stilistico raggelato. Così laddove negli Oggetti trapassati l’io reagiva ancora senza una regola, per inerzia e apatia (“il passaggio della soglia è un gesto/ che non prova terrore, non ha importanza”), svilente senso di vuoto (“poca cosa la stupida/ mia presenza”) o con premuroso allarme (“Posso solo coprirti gli occhi, evitarti/ la paura”), nel nuovo libro si trattiene l’energia, si fissa il tono, si persegue una cadenza analitica. Talvolta la normalità del disastro viene contemplata da un interno domestico, da una finestra notturna che è anche specola adulta di routine e responsabilità: “«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere»/ il televisore parla le sue lingue/ sale un odore di detersivo dai bicchieri./ Sei andato alla finestra”, p. 16; “ti chiedi/ come proteggi quelli che non parlano/ che nella stanza buia stanno/ in un angolo a dormire”, p. 32. Il bisogno di logicizzazione porta invece a conclusioni antifrastiche, che non sono altro che accettazione della dialettica fondamentale passato/avvenire, immobilità/movimento, morte/vita: “Prova a non muoverti/ trattieni./ Muoviti/ segui la scia.”, p. 13; “È solo un’immagine/ è ciò che ora ti vede”, p. 29; “quando guardi cosa vedi/ la stasi di ogni movimento”, p. 33; “ognuno sta dove/ non può tornare…”, p. 44. La sfida della misura avviene dentro la città smisurata, “aperta e chiusa/ nell’intermittenza delle sirene”(p. 20), distesa “nella sua aria spettrale” (p. 27), agglutinata ai paesi che “s’addensano all’incrocio delle statali” (p. 18). Ma è soprattutto la città velenosa “coi suoi buchi neri”, che “si espande nei fumi dei polimeri” (p. 28). Contro la pioggia di scorie, “muovere la scopa/ è un gesto di speranza” (p. 22, immagine speculare a quella dello spazzino che negli Oggetti trapassati “spazza croste/ essiccate del giorno precedente/ in un lavorio di rozza precisione”). Si osservano “lastre di acciaio/ lamiere dei capannoni sventrati” (p. 34), il mare diventato “un’escrescenza della plastica” (p. 48), un paesaggio post-umano in cui sperimentare la morte in vita: “Sai cos’è la bellezza di queste/ strade inumane, le rovine/ come domande sospese” (p. 35). Questa contrastata esperienza estetica ha molto a che fare con un certo sentimento romantico del Sublime, ma appunto si tratta ora di un Sublime di nuova maniera, in cui nessuno può dirsi veramente al riparo dalle rovine, nessuno può considerarsi del tutto incolpevole rispetto al loro accumularsi. Proprio in un libro che ha fatto della misura dichiarata il proprio solco di scrittura, non deve sorprenderci allora questo sentimento ambiguo di grandezze e forze incommensurabili, che sono anzi la ragione profonda del correre ai ripari, di un dare argini formali all’apprensione. Come di fronte alla notte che appare quale “uno scintillio di roghi” tra cui si muovono “gli uomini della caligine” (p. 45), immagine che sembra congiungere la Terra dei Fuochi e l’ultimo Twin Peaks. Ma è ancora quel tono freddo a registrare che “non sono una minaccia, sono ciò che vedi” (p. 45), e questa evidenza basta a darci la misura del guasto. Bernardo raggiunge così il risultato ammirevole e raro di una poesia civile in assenza di enfasi e protagonismo.

@ Andrea Accardi

 

«Noi dobbiamo assolutamente sopravvivere»
il televisore parla le sue lingue,

sale un odore di detersivo dai bicchieri.
Sei andato alla finestra. Hai aperto

un’anta e a passi lenti hai camminato:
la ringhiera, il freddo ferro verde,

ti divideva dalla strada e il piombo
scendeva dentro nei polmoni.

Sei rientrato in casa, hai messo su l’acqua:
hai aspettato che il tè bruciasse gli organi. (altro…)

Guglielmo Aprile, poesie da “I masticatori di stagnola”

 

Algoritmo

1

Il pitone delle strade annoda
l’algoritmo della sua morsa
sulla gola delle giornate.

Imitiamo chi ci è seduto accanto
mentre sbuccia tonnellate di sabbia;
nessuna traccia che riporti all’utero.

Migliaia di camicie da infilare
ciascuna con cura nella sua gruccia
per migliaia di mattine,

algebra altera che incatena il sangue.
Spero che il glicine si sbagli
quando teorizza la metempsicosi.

 

La Fenice

La tv accesa fino a immergerci nel lago,
tanto per compagnia, invecchiamo
come posate chiuse nei cassetti

che non hanno imparato mai a volare,
la pelle perde tono e si frastaglia
in frattali, friabili, di ghiaccio,

la nebbia fa illeggibili i tatuaggi,
le vecchie asciugamani buone solo
per farne stracci. Eppure

il sole sfida cecità di secoli
trapassando le serrande abbassate;
lo scarabeo sopravvive agli imperi,

battezza l’alba dalla cenere di ieri,
dopo ogni gradino appena fatto

ne spunta in cima alla scala già un altro.

(altro…)

Poesie di Luca Bresciani da “Canzone del padre” (LietoColle 2018)

Amare è astronomia.

Orientare gli occhi
nell’infinito dei palazzi
ipotizzando a quale distanza
è ancora viva la tua finestra.

Galassie opposte
appese alla stessa legge
e sperare è vivere
con il diritto di esplodere.

***

Ci appartiene
lo stesso modo di camminare:
troppo veloce per restare
e troppo piano per fuggire.

La stessa fame
viene a divorarci le suole
e se ne va lasciandoci dritti
come alberi appena morti.

***

A mia madre piangevano le ossa.

Il volto le restava asciutto
ma il corpo si faceva più corto
per fuggire senza indietreggiare
vicino a un uomo fatto di rumore.

Io ero un pannello fonoassorbente
come quelli ai lati delle autostrade.

I nei allargarono i fianchi
diventando adesivi di rondini
e rimasi a reggere una primavera
che né odorava e né intiepidiva.

***

“Non la guardare nel viso
altrimenti prendi il malocchio”.

Dicevi questo di mia nonna
mentre giocavo sotto casa
illuminando con i pennarelli
le prime pietre dei miei anni.

Tu sembravi felice
nel vedermi fissare il marciapiede
ma al cielo basta un istante
e io so che evade per sempre.

***

Un padre pieno di elio
che mi sfuggiva dalla mano
e il braccio che restava ampio
guardandolo diventare minuscolo.

Solo gli alberi e i bambini
sanno morire spalancati.

***

Prima di dormire
io ascoltavo il tuo odore.

Era il racconto di un corpo
nato senza equilibrio
che crollava senza gridare
come un quadro dalla parete.

I figli sono gelosi
dei lividi dei padri
e per farsi male
si allenano a cadere.

***

Psichiatria è un reparto
che non conosce il silenzio.

È un bosco di cemento
dove si caccia tutto l’anno.

Tu avevi il collo dei cervi
dopo l’esplosione dei fucili
e nelle geometrie delle mattonelle
cercavi una croce per la tua carne.

Luca Bresciani (Pietrasanta, 1978) ha pubblicato le seguenti raccolte di versi: Lucertola(Edizioni del Leone, 2011), Modigliani (LietoColle, 2015), L’elaborazione del tutto (Interno Poesia, 2017). Sue poesie sono ospitate in diversi siti letterari, tra i quali Poetarum Silva, Atelier Poesia, Versante Ripido, Pioggia Obliqua e Interno Poesia.

Daniela Andreis, L’ottavo giorno della settimana

 

Daniela Andreis, L’ottavo giorno della settimana, LietoColle 2017

Intimità è una meta, intimità è un concetto, intimità è una dimensione dell’esistenza. “Intimità” è parola che va pronunciata con cautela e avvicinata con la cura di chi si fa responsabile di una propensione alla discesa, di una immersione nel profondo, così come di un dialogo senza remore e barriere, senza secondi fini, senza tentazioni egocentriche.
Travolta dalla sua versione pubblicitaria, con prodotti strombazzati per il tramite degli aggettivi “intimo”, “intima”, tirata per il collo del superlativo – così càpita – nel nome di una catena di punti vendita, all’intimità non sono dedicati né i giorni feriali, né i giorni festivi della settimana. Daniela Andreis, come recita il titolo della raccolta qui presentata, proprio all’intimità sembra riservare, preservandola in tal modo dalle grottesche e mercantili deformazioni, L’ottavo giorno della settimana.
È di un’intimità perduta e ritrovata che si tratta, di un’intimità cercata e cantata, di un’intimità più ampia, quella degli amati lari, dei sogni inseguiti e laceranti nel distacco, della rievocazione onesta nel dolore. Con l’aggettivo ‘onesto’ (anch’esso, in verità, alquanto strattonato e stropicciato da più parti, ma non certo qui, nella poesia di Daniela Andreis) intendo la veritiera limpidezza del dettato che si sposa con il dolente comprendere.
In tale felice – pieno, riuscito – connubio, anche i neologismi che fanno la loro comparsa (quelli rimasti, in misura più limitata, purtroppo, rispetto alla versione originaria che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima), anche i termini nel dialetto veronese appaiono tutti necessari al dire e a ciò che si intende dire. Progettualità e intenzionalità della parola poetica e della sua composizione rifuggono da inutili sfoggi e da fastidiosi fumi, donando efficacia alle figure retoriche, tra le quali lascia un’orma profonda la similitudine della merla.
Le citazioni in epigrafe a ciascuna delle tre parti che compongono la raccolta e presenti anche all’interno delle sezioni – da testi di Osip Mandel’štam e di Gesualdo Bufalino, amati lari e numi tutelari anch’essi, da testi di Nadia Agustoni e Mariangela Gualtieri, “austere viandanti”, per dirla con le parole di Rilke nella prima parte del Libro d’ore –,  testimoniano l’intreccio di radici e letture, che è carne e sangue, vita e dolore, scontro con il verdetto, constatazione del passaggio e traccia di resistenza, che sa farsi anche soffio vitale.

© Anna Maria Curci

 

È una sera come questa
in cui i tuoi capelli sono la sola cosa
che si muove
in cui tutte le ombre sono ferme
nelle strade labili di dicembre;
in una sera come questa
un’altra frase se n’è andata
con la tua risata crinolina
e una timidezza sfiorata:
mettiti nei miei panni
nei miei comuni affanni,
che nessuno ora indossa le scarpe
come facevi tu
nato con cent’anni
che per me solcavi le dure nevi di pianura
con cappotti infeltriti
col timore
che i miei piedi
andassero in cancrena
mettiti sulle mie spalle
sonagliera
col permesso di sbirciare da una scapola
la mia paura. (altro…)

Antiniska Pozzi, Tre poesie

Tre poesie da Amavo (una volta) un comunista di Antiniska Pozzi, vincitrice del Premio Beppe Salvia 2018, Opera Prima Inedita. La raccolta sarà pubblicata in autunno dalla casa editrice LietoColle.

 

Eri solo un ragazzo ricco
con il vizio del comunismo dichiarato
io ero solo la figlia
di un operaio deceduto
(e mi hai amata)
(e ti ho amato)
ci siamo consumati insieme
qualche centesimo di ingenuità
tu vedevi le strade come corde di violino
io pensavo a futuri
francamente impossibili
poi abbiamo sentito

un tonfo
morte teatrale
ma del resto non c’è altro tipo
di morte

ci penso ancora
alla tua stanza di adolescente atipico
ai ragni dalle zampe
infinite
nella casa del lago
probabilmente sono ancora lì
perché qualcosa che non finisse
doveva esserci

 

Nulla si cuoce sul ghiaccio
servono fiamme e tempo
ovvero
pericolo e attesa
un salto triplo
sui comodi acquisti

 

Cercami scomposta sul divano
le gambe buttate a caso
come in un dipinto di Picasso
le gambe che vorrebbero essere lunghe
vicine alla bocca
che non vorrebbe aprirsi

Cercami le mani sotto i piedi
o ferme sotto il seno
mi rivesto in quella pelle di bambina

Annodami una treccia
con le braccia
scopri che quando rido
la Via Lattea perde il suo ordine primigenio

Trovami su un letto di domenica
contami i nei che non mi hanno abbandonata
perdonami la schiena rigida
c’è ancora un posto
in fondo agli occhi bui

Ho il cuore sbiadito
stasera
stropicciamelo ancora un po’
ho battiti stanchi
anemici sentieri

la lotta l’ha gonfiato e ora
è come
un palloncino dopo qualche giorno
in un angolo della cameretta

Sedute le ragazze fuori dai caffè
hanno ciglia lunghe
e memoria corta
sono quasi bambine
ma non lo sanno
profumano di caffè e promesse (d’amore)
fumano e sognano
fingono mestieri
si prendono sul serio
ma sono così giuste
hanno pensieri lisci
e balsami sulla voce
si guardano a trapassare
mantengono il segreto

 

[selezione di Ilaria Grasso]

 

Anna Maria Farabbi, da ‘La casa degli scemi’

sull’argine

mentre piscio nel fiume
ho la gioia della liberazione tra le gambe
una velocissima curva giallina lucente che schizza
suonando nel cerchio dell’acqua

io sono il signore della mia acqua
il signore del niente
che sperpera i suoi pesci i suoi morti i suoi maestri
mangiati e bevuti negli anni
per restituirli al fiume affinché mi concili alla foce

*

sto zitto e penso

a chi improvvisamente cade e si rompe
a chi serve un dio per paura di spaccare sé stesso conoscendosi
a chi come me apre la catena
e mette non per cristo ma per etica
la sua vita alla mano
di quelli che gli altri definiscono ultimi

* (altro…)

Maria Borio, poesie da ‘L’altro limite’

Soppesi la mia vocazione,
non esagero,
poi parli dei passi più veri,
non ci credo.

Così vale adesso la conta
di gradi e virtù,
come mi hai chiesto
e ancora chiedi

chi siamo,
cose di vento,
cose che chiamano.

*

“trasparente
se la verifichi, ma tutt’altro che una serena esplorazione”

Quale direzione trattengono le cose,
quale semplice pretesa?
Il bisogno di uscita, l’intercapedine
che non ci isola.
La mia protezione è lontana
e solo umana, come il corpo
di una mente o una voce.
E lo spazio dove tutti valgono
il peso del giorno e nemmeno
si inanella di occhi. Di scatto
alcuni riconoscono che è possibile
anche il vuoto, altri si riprendono
dopo averlo colmato.
Ma il tuo nome è arrivato
sopra a un nulla, ha lasciato
con la luce la via.
Poi lo spazio si è preso
tutte le cose come mie e tue,
come le stringevi allora
in un balzo, nell’aria.

* (altro…)

I poeti della domenica #181: Paola Febbraro, Febbraio 1989

Febbraio 1989

Roma. Ora il cielo è molto grigio e basso
e i palazzi, le case hanno colori sbiaditi.

Scrivere, lasciare scritto, testimonianze di ‘viaggi’, di
materie toccate ma anche ogni poesia…una mela, un
pettine, un cerino e ancora
una serie di poesie: una carta nautica, una carta
topografica, istruzioni chimiche per miscelarsi a ciò che
ci sta attorno;
la prima parola o il primo verso che indica il punto da cui
cominciare un attraversamento…

C’è bisogno di una pioggia magica a Piazza Maggiore
a Bologna, una cascata di fiammelle. C’è bisogno di
prodigi
a Bologna
hanno bisogno di sentirsi fulminati dalla loro individualità,
dalle stellezze

da: Paola Febbraro, Stellezze. A cura di Anna Maria Farabbi, LietoColle, Faloppio (CO), 2012

Sororità – Claudia Iandolo (Nota di Monia Gaita)

di che luce si veste il tuo respiro

mentre fluttua lo spazio di energia

mentre corri l’infanzia delle stelle

 

di che respiro è fatta la tua luce

ora che spenta è questa luce poca

in cui ci dibattiamo come pesci di tonnara

 

di che luce sei ora che l’occhio non ti coglie

se non al ciglio di un sogno appena fatto al mattino

mentre un mondo nasce ed uno muore

 

*

al check-in eri senza bagaglio

scanzonata e scalza per un altro viaggio

 

ora che sei onda e corpo

aspettaci agli arrivi

 

manda al solito indirizzo

tempo che non ci affanni

 

ora che ti affacci su scale sospese

mandaci lune come perle da infilare

e sogni che non franino al mattino

 

nunc et in hora che verrà comunque

aspettaci agli arrivi e alle partenze

tu in mulieribus splendida e lunare

 

*

eppure gli uomini ti guardarono

amazzone lunare

 

in questo settembre

in mancata epifania

 

levis sit tibi pulvis

 

levis

sul tuo seno feroce

sui tuoi fianchi

di vergine boschiva

su questa terra

 

di madri esitanti

e padri zoppi

di noi mentre aspettiamo

sciolte irrisolte

maschi

che ci lasciano al mattino

tra Venere e Sole in congiuntura estrema

 

ma gli uomini ti guardavano

Anadiomene

in passo guascone

viaggiatrice inattesa

d’aeroporti e stazioni

 

sorella d’altro amore

che è quest’amore

che ogni volta ferisce

che muore ogni volta

di parole uguali

 

 

Sororità edito da Lietocolle, 2014, è un libro di poesie che Claudia Iandolo ha scritto per l’amica morta, Lina. Il rischio, per ogni autore, nel trattare un evento così sofferto, consiste nell’imprimere ai versi un’enfasi scontata, un manierismo lezioso all’insegna del turgore commemorativo. Rischio, questo, del tutto scongiurato, dall’evidente disinteresse di Claudia Iandolo sia per la poesia facile e accessibile sia per il culto encomiastico-memoriale. Nessuna opaca diluizione dell’essenzialità lirica va ad offuscare il primato accordato allo scavo della parola, al respiro teso e nitido, all’irruzione della visione, resa con un linguaggio icastico e oracolare insieme. La poetessa non inaugura il regno della morte, ma il regno della luce, e fa di ogni verso un organismo biologico munito di vita propria. La morte non si annida negli affetti, non ne appassisce i fiori, non ne annichila i campi. La parola traduce questa legge interiore in legge naturale fornendole sacralità e arte, persegue un progetto di emancipazione dal dolore, investe nell’asse espressivo delle mete assolute. Lina sta su una duna oltre la gora. La gora è l’assenza che propaga il dolore senza farne, però, un precipizio. Per Claudia la morte ha passaggi nascosti: se ne rovisti gli spazi, una lanterna magica proietta la figura dell’amica restituendone il volto, la voce, o come scrive a pag.42 “i fianchi di vergine boschiva”. E’ una poesia camaleontica, debitrice di una quantità di influenze, provocatoria, antiromantica e classica, secondo la lezione del poeta e scrittore francese Jules Theophile Gautier. L’ottica metastorica supera la fruizione del tempo come moto continuo e rettilineo sublimando Lina a entità mitopoietica, a elemento panico e cosmico del reale, imperitura traccia che sbaraglia il buio. La morte non smarrisce la rotta alla speranza, non sfregia l’aria fresca, la voglia di dire, la rinascita. La nostra autrice sa restaurare la complicità e la grazia degli istanti vissuti con l’amica. Quando la nostalgia dei vivi è così intensa, si disvela in orme archetipiche e in cristalline epifanie, riporta a galla gli annegati, li risarcisce dell’oblio. E io dico semplicemente: non c’è secessione, non c’è morte che tenga. Lina vive, cammina nelle pagine con un carisma che la parola genera ed accresce.

© Monia Gaita

Sedici marzo 1978

rapimento Moro – fonte Corriere della Sera

 

Quattro lettere il nome
e quattro il cognome.
Anche la città,
teatro della vicenda,
sempre e solo quattro lettere.
Solo il destino non più
da pace a inferno.

Nella strada cinque corpi
quattro avieri, una donna
e quattro falchi.
Nove i comunicati
e tante le verità
nascosta la più vera.
E fra tanti segreti
ancora il destino
a cambiare
quelle quattro lettere
da vita, a morte.

(a Aldo Moro)

 

© Marco Annicchiarico, da E poco più lontano, Lietocolle, 2009

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato

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Come si è affaticato, che pena che fa
pensare a tutto quel niente, dillo piano
magari ci sente.

 

Mentre c’è ancora chi si ostina a stracciarsi vesti e capelli davanti a un presunto cadavere della poesia, noi qui ancora ci ostiniamo a orientarci in un panorama che riteniamo più vivo e attivo che mai. Non a caso e provocatoriamente oggi vi narriamo dell’ultima raccolta di Azzurra D’Agostino, poetessa che riesce a dare vita alla poesia non solo attraverso la sua scrittura, ma anche con l’organizzazione di eventi importanti, tesi non solo alla diffusione della parola, ma al rimarcare il fatto che la voce poetica è più viva che mai e (scusateci tanto) “vive e lotta insieme a noi”. La citazione apparentemente idiota e furbesca è riferita per esempio all’intervento di Azzurra D’Agostino nell’ambito delle manifestazioni organizzate a Gaggio Montano (BO) con la creazione di un presidio culturale a sostegno dei lavoratori e cittadini dell’Alta Valle del Reno presso il presidio dei lavoratori Saeco.

La pubblicazione di cui vogliamo parlarvi porta il titolo di Alfabetiere privato ed è uscita recentemente per LietoColle, in collaborazione con Pordenonelegge. Ci troviamo in realtà davanti a una raccolta antologica di scritti pubblicati precedentemente. Quello che risulta interessante è l’obiettivo con cui l’autrice ha scelto i testi qui raccolti, cioè la volontà progettuale di ricostruire attraverso la forma antologica l’idea di un indice alfabetico delle tematiche affrontate (o come dice Azzurra “alcune private ossessioni”), che si presentano poi come modalità attraverso cui il mondo si rivela all’autrice; Animali, Corpi, Filosofia, Mondo, Morte, Parola, Presenze, sono i “capitoli” in cui viene apparentemente ripartita l’intera produzione. Un indice scarno che non si sviluppa lungo un intero alfabeto e che evidenzia dei vuoti, delle aporie che sembrano voler esprimere la necessità di essere colmate. La volontà quindi non è quella di racchiudere una produzione poetica in un contesto “privato”, protettivo, ma al contrario ci troviamo davanti alla consapevolezza di una mancanza di parole “altre” (e quindi stimoli, suggestioni, dubbi) che genera questa idea di “privazione” tra le lettere dell’alfabeto. Ma è proprio qui che la scrittura poetica di Azzurra trova la sua sfida: la constatazione di un limite non è altro che un punto di partenza per aprire nuovi interrogativi, arrivare a “diluire” quelle parole spesso limitate e limitanti per riuscire ad affrontare ciò che sta oltre e tra i limiti. In contemporanea chi conosce e apprezza la scrittura di Azzurra D’Agostino sa bene quanto sia importante l’utilizzo della lingua e quanto sia piacevole e coinvolgente la sua abilità nel giostrarsi tra quelle che lei definisce 3 lingue: oltre all’italiano e al dialetto del suo Appennino, compare quella che definisce “una lingua mista, che cerca la pulizia elementare, ed è quella con cui sono composte alcune poesie che chiamerei “per tutti” (visto che non amo usare la distinzione di poesia “per bambini”)”.  Questa ricchezza linguistica della poesia di Azzurra non è che uno dei suoi sconfinati “modi” (nel senso musicale del termine) per sottrarsi ai limiti delle parole, degli alfabeti.

“Penso che non solo i poeti ma tutti gli artisti possano proprio grazie al limite darsi una misura nel tentare di esprimere il fuori misura che sempre ci abita, che ci cammina accanto. Per questa ragione, ecco la scelta di sette parole che aprono a una molteplicità di altre parole, che contengono anche quelle che nel corso degli anni hanno indirizzato il mio lavoro – come abitare, per esempio, o abbandono, che qui restano all’apparenza escluse.”azzurra-dagostino

 

Vedere le cose disfarsi è questo
salto, le poche lettere che separano
culla e nulla, cura e bara, e noi qui
sempre a prendere misure,
dentro un corpo che è la più assoluta
solitudine, e averci fatto l‟abitudine
non basta – non basta questa campagna
né la legna a marcire non basta seguire
cogli occhi come il bosco si riprende
tutto e come tutto si arrende. Cos’altro fare?
Piangere?

 

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato, pordenonelegge.it & LietoColle

*

© Iacopo Ninni

Paolo Ottaviani, inediti

UN SOLDATO MI DISSE NON SPARARE

Un soldato mi disse non sparare
tutti sulla collina sono morti
guarda oltre il campo spento il brulicare

delle ombre, incerte sagome, contorti
spiriti in cerca ancora di una pace,
non sono i vivi diversi dai morti

che di cenere coprono ogni brace.
Quasi tra sé cantava e controvento
(forse intravidi un suo ghigno fugace,

strano timore da spaesamento).
Parlo con i miei morti,
bisbiglio alle mie piante.
Credo finito il sogno negli assorti
volti dei cari, oltre il nudo versante.
Quale strana collina
ora ci accoglie? Siepi d’albaspina
lampeggiano nel bianco
felicemente bianco
il gelsomino nel chiaro orizzonte
poi mi risveglio e ritrovo Caronte.

*

UN RAGAZZO LUNARE

Sorride in hora mortis una madre.
È il tempo inquieto del dolce vagare.
Precipitano rondini leggiadre

contro l’azzurro d’acciaio del mare.
È un po’ come morire – e sorridente
va in una luce incerta ad irrorare

di caldo sangue una radice ardente.
Nessuno in questo deserto s’inchina
a pregare e nessuno veemente

insulta il cielo sopra la collina.
Solo va pensieroso
un ragazzo lunare
e terrestre in cammino su un petroso
tratturo antico ove non può strappare
la carne del suo cuore
dalle rocce che il caso – o forse amore? –
in ogni angolo scaglia
senz’ordine o avvisaglia.
S’incurva sulla terra e sulla luna,
ritrova la sua luce in una cruna. (altro…)