ed. LietoColle

Sedici marzo 1978

rapimento Moro – fonte Corriere della Sera

Quattro lettere il nome
e quattro il cognome.
Anche la città,
teatro della vicenda,
sempre e solo quattro lettere.
Solo il destino non più
da pace a inferno.

Nella strada cinque corpi
quattro avieri, una donna
e quattro falchi.
Nove i comunicati
e tante le verità
nascosta la più vera.
E fra tanti segreti
ancora il destino
a cambiare
quelle quattro lettere
da vita, a morte.

(a Aldo Moro)

*

© Marco Annicchiarico, da “E poco più lontano”, Lietocolle, 2009

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato

azzurra-dagostino-alfabetiere-privato-copertinapiatta

Come si è affaticato, che pena che fa
pensare a tutto quel niente, dillo piano
magari ci sente.

 

Mentre c’è ancora chi si ostina a stracciarsi vesti e capelli davanti a un presunto cadavere della poesia, noi qui ancora ci ostiniamo a orientarci in un panorama che riteniamo più vivo e attivo che mai. Non a caso e provocatoriamente oggi vi narriamo dell’ultima raccolta di Azzurra D’Agostino, poetessa che riesce a dare vita alla poesia non solo attraverso la sua scrittura, ma anche con l’organizzazione di eventi importanti, tesi non solo alla diffusione della parola, ma al rimarcare il fatto che la voce poetica è più viva che mai e (scusateci tanto) “vive e lotta insieme a noi”. La citazione apparentemente idiota e furbesca è riferita per esempio all’intervento di Azzurra D’Agostino nell’ambito delle manifestazioni organizzate a Gaggio Montano (BO) con la creazione di un presidio culturale a sostegno dei lavoratori e cittadini dell’Alta Valle del Reno presso il presidio dei lavoratori Saeco.

La pubblicazione di cui vogliamo parlarvi porta il titolo di Alfabetiere privato ed è uscita recentemente per LietoColle, in collaborazione con Pordenonelegge. Ci troviamo in realtà davanti a una raccolta antologica di scritti pubblicati precedentemente. Quello che risulta interessante è l’obiettivo con cui l’autrice ha scelto i testi qui raccolti, cioè la volontà progettuale di ricostruire attraverso la forma antologica l’idea di un indice alfabetico delle tematiche affrontate (o come dice Azzurra “alcune private ossessioni”), che si presentano poi come modalità attraverso cui il mondo si rivela all’autrice; Animali, Corpi, Filosofia, Mondo, Morte, Parola, Presenze, sono i “capitoli” in cui viene apparentemente ripartita l’intera produzione. Un indice scarno che non si sviluppa lungo un intero alfabeto e che evidenzia dei vuoti, delle aporie che sembrano voler esprimere la necessità di essere colmate. La volontà quindi non è quella di racchiudere una produzione poetica in un contesto “privato”, protettivo, ma al contrario ci troviamo davanti alla consapevolezza di una mancanza di parole “altre” (e quindi stimoli, suggestioni, dubbi) che genera questa idea di “privazione” tra le lettere dell’alfabeto. Ma è proprio qui che la scrittura poetica di Azzurra trova la sua sfida: la constatazione di un limite non è altro che un punto di partenza per aprire nuovi interrogativi, arrivare a “diluire” quelle parole spesso limitate e limitanti per riuscire ad affrontare ciò che sta oltre e tra i limiti. In contemporanea chi conosce e apprezza la scrittura di Azzurra D’Agostino sa bene quanto sia importante l’utilizzo della lingua e quanto sia piacevole e coinvolgente la sua abilità nel giostrarsi tra quelle che lei definisce 3 lingue: oltre all’italiano e al dialetto del suo Appennino, compare quella che definisce “una lingua mista, che cerca la pulizia elementare, ed è quella con cui sono composte alcune poesie che chiamerei “per tutti” (visto che non amo usare la distinzione di poesia “per bambini”)”.  Questa ricchezza linguistica della poesia di Azzurra non è che uno dei suoi sconfinati “modi” (nel senso musicale del termine) per sottrarsi ai limiti delle parole, degli alfabeti.

“Penso che non solo i poeti ma tutti gli artisti possano proprio grazie al limite darsi una misura nel tentare di esprimere il fuori misura che sempre ci abita, che ci cammina accanto. Per questa ragione, ecco la scelta di sette parole che aprono a una molteplicità di altre parole, che contengono anche quelle che nel corso degli anni hanno indirizzato il mio lavoro – come abitare, per esempio, o abbandono, che qui restano all’apparenza escluse.”azzurra-dagostino

 

Vedere le cose disfarsi è questo
salto, le poche lettere che separano
culla e nulla, cura e bara, e noi qui
sempre a prendere misure,
dentro un corpo che è la più assoluta
solitudine, e averci fatto l‟abitudine
non basta – non basta questa campagna
né la legna a marcire non basta seguire
cogli occhi come il bosco si riprende
tutto e come tutto si arrende. Cos’altro fare?
Piangere?

 

Azzurra D’Agostino, Alfabetiere privato, pordenonelegge.it & LietoColle

*

© Iacopo Ninni

Paolo Ottaviani, inediti

UN SOLDATO MI DISSE NON SPARARE

Un soldato mi disse non sparare
tutti sulla collina sono morti
guarda oltre il campo spento il brulicare

delle ombre, incerte sagome, contorti
spiriti in cerca ancora di una pace,
non sono i vivi diversi dai morti

che di cenere coprono ogni brace.
Quasi tra sé cantava e controvento
(forse intravidi un suo ghigno fugace,

strano timore da spaesamento).
Parlo con i miei morti,
bisbiglio alle mie piante.
Credo finito il sogno negli assorti
volti dei cari, oltre il nudo versante.
Quale strana collina
ora ci accoglie? Siepi d’albaspina
lampeggiano nel bianco
felicemente bianco
il gelsomino nel chiaro orizzonte
poi mi risveglio e ritrovo Caronte.

*

UN RAGAZZO LUNARE

Sorride in hora mortis una madre.
È il tempo inquieto del dolce vagare.
Precipitano rondini leggiadre

contro l’azzurro d’acciaio del mare.
È un po’ come morire – e sorridente
va in una luce incerta ad irrorare

di caldo sangue una radice ardente.
Nessuno in questo deserto s’inchina
a pregare e nessuno veemente

insulta il cielo sopra la collina.
Solo va pensieroso
un ragazzo lunare
e terrestre in cammino su un petroso
tratturo antico ove non può strappare
la carne del suo cuore
dalle rocce che il caso – o forse amore? –
in ogni angolo scaglia
senz’ordine o avvisaglia.
S’incurva sulla terra e sulla luna,
ritrova la sua luce in una cruna. (altro…)

Respirare il limite. Note su ‘Futuro semplice’ di Gianni Montieri

montieri_big-212x300

[In occasione della ristampa – LietoColle, 2016 – ripropongo una mia nota di lettura su Futuro semplice, il primo libro di Gianni Monieri, pubblicata su Nellocchiodelpavone qualche anno fa. (F.F.)]

.

Imparassimo almeno dalle foglie/ cadere nella stagione giusta/ mantenendo un tono di decoro/ la scelta del colore.  Leggere la poesia di Gianni Montieri significa entrare in una dimensione di limpidezza cristallina, in un esercizio di pulizia e purezza. Di Montieri è propria l’attenzione, mai manieristica, per il dettaglio del dettato; ogni parola in questi versi vive di una propria necessità insostituibile, che scaturisce dalla percezione precisa, chirurgica, del flusso di vita che scorre dinanzi allo sguardo del poeta. Un’attenzione che sintetizza la vertiginosità del dettato poetico con la profonda capacità descrittiva del vero narratore. Non è un caso che una delle poesie del libro sia dedicata a Raymond Carver, quasi alter ego del poeta.

Il tratto comune di molti testi di Futuro semplice (LietoColle, 2010) sta nella capacità di dire un sentimento, di mostrarlo nella sua originaria verità, senza nominarlo, ma attraverso la condensazione nei gesti, negli oggetti; e più che a un uso, che pure è presente, del correlativo oggettivo, questo procedere mi dà la sensazione di un approccio fenomenologico: mostrare gli eventi nel loro originario manifestarsi. Il mondo viene colto nel suo darsi prima di qualsiasi  distinzione tra soggetto e oggetto, tra interiorità ed esteriorità e quindi, stilisticamente, tra lirica e realismo. In questi versi le cose ci accadono nella loro evidenza primigenia – e quindi nella loro semplice apertura alla vita, al futuro – nella loro immensa gratuità e sono colte prima che si possano interpretare, giudicare, prima che il vivere ci costringa a scegliere a perpetuare quell’errore che l’esistere è. Tutto ci accedeva insieme ripete Montieri in più testi mostrando un’attenzione che, al tempo stesso, è un ricordo mitico e un percepire originario (l’occhio non distingueva/ l’inevitabile dallo straordinario/ conteneva nella stessa iride/ il contrabbando e San Martino/ il parcheggio abusivo e via Orazio) e che diventa un vero e proprio atto d’amore per la vita, nelle sue contraddizioni irrisolte (si veda il bellissimo frammento XXVI dell’inedito (Sud) in caso di morte). (altro…)

L’assedio di Famagosta, di Guglielmo Aprile

Guglielmo-Aprile-Lassedio-di-Famagosta-copertinapiatta

Il re spodestato, rinchiuso/ nella torre più alta, da solo,/ sentitelo come delira!// Non ha con chi parlare, e sono mesi/ che ha rinunciato al sonno; e quante volte/ l’uccello bianco della follia, con la sua risata atroce,/ gli è balenato dinanzi! E lo tenta/a strangolare mentre dormono i suoi parenti,/ a versare liquido verde nei pozzi,/ a bruciare vivi senza giustificazione/ gli ambasciatori giunti a informarsi della sua salute;/ a tenerlo a bada è solo/ l’efficiente turnover dei carcerieri.// Lo hanno dovuto rinchiudere, si dice,/ perché fuori controllo, e il suo spettro/ viene ancora evocato per far paura ai bambini,/ anche se in tanti/ non l’hanno mai visto in faccia, e pensano persino/ che sia il frutto di una superstizione.// Il re, come delira/ dall’alto della sua torre! Fatelo tacere,/ vi prego, fatelo tacere/ o l’intero regno cadrà nello sconquasso,/ diverrà ingovernabile.

Il libro di Guglielmo Aprile, L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015), fa riferimento, in maniera originale e allusiva, sin dal titolo, all‘assedio della città di Famagosta da parte degli Ottomani ai danni della Repubblica di Venezia; fu la battaglia decisiva che permise ai Turchi di impossessarsi dell’intera isola di Cipro. L‘assedio durò quasi un anno, dal 22 agosto 1570 al 4 agosto 1571. Famagosta venne assediata dall’imponente flotta turca ottomana capitanata da Lala Kara Mustafa Pascià. I veneziani erano guidati da Marcantonio Bragadin e da Astorre Baglioni e resistettero nonostante la sproporzione delle forze in campo e la certezza della sconfitta. Aprile dunque sceglie fin dal titolo l’archetipo narrativo dell’assedio, archetipo costitutivo della letteratura e della civiltà occidentale, basti pensare che il primo libro di cui abbiamo memoria l’Iliade narra di un assedio. L’assedio è la metafora dell’esistenza stessa, la ricerca o la difesa di un bene, spesso enigmatico e sfuggente, agognato e vagheggiato, al di là del suo reale valore. La vita è cinta d’assedio da un prima inconoscibile e da un dopo certo, minaccioso e incombente, è circondata da forze che la premono e che la incalzano sia dal di fuori che dal di dentro. L’originalità dell’opera di Aprile è data dalla forza magmatica del verso che emerge come un flusso inconscio che preme e si fa immagine, pensiero, discorso. Il sentimento che sembra prevalere è lo sgomento, la paura (Deve essere accaduto/ qualcosa, e di non poco conto, aprendo/ le pagine a caso del libro/ di Scienze o dando una semplice occhiata/ nella cassettina di latta/ conservata in soffitta,// che mi ha spaventato/ e costretto a fuggire: ed è da quando/ i pesci rossi ancora nuotavano/ nell’occhio dei semafori/ che scappo e ho paura), che trova ristoro in una memoria che si confronta e cerca di salvare ogni più piccolo dettaglio, trasfigurandolo e spesso rendendolo irriconoscibile; essa così si fa soglia tra il buio e la luce, tra la parola, che trova un appiglio per rimanere, e quella che invece scompare nelle nebbie del tempo. Se un “prima” del dire poetico c’è stato, esso non può essere raccontato, rimane come traccia invisibile che ci parla in negativo, attraverso la sua assenza, è il passato remoto che dimora in ognuno di noi  e che si agita invisibile dietro il primo ricordo cosciente che affiora alla luce, in questa prospettiva la storia individuale e la storia collettiva, l’ontogenesi individuale e la filogenesi della specie sono l’una lo specchio dell’altra (C’è un bambino in me/ che ripassa una vecchia filastrocca/ aspettando di recitarla in presenza/ del custode della vecchia scuola,/ se solo dimentica una sillaba è il ramo/ il cui scricchiolio annuncia una valanga). Questo continuo rimando tra storia individuale, che si trasfigura in tanti frammenti narrativi, e storia collettiva si riverbera anche sulla contemporaneità, non è un caso che nell’episodio storico che dà il titolo al libro si faccia riferimento a un evento in cui si delinea lo scontro tra due civiltà, in cui l’una considera l’altra barbara; il tema dei barbari alle porte ritorna spesso nel testo e dà il titolo alla seconda sezione del libro: Barbari alle porte. La capacità di Aprile è quella di tenere insieme questo sterminato materiale con una versificazione corposa, ma sempre controllata, che assume come metro di riferimento l’endecasillabo, con un linguaggio volutamente alto e ricercato, in cui, pur susseguendosi le immagini e le parole in maniera incalzante, mantengono sempre un filo conduttore che, pur in maniera labirintica, conduce a una conclusione che è, al tempo stesso, narrativa e morale. Vi è un’etica profonda in questi versi, la fiducia nella parola che più che nascondere mostra, per accenni, per tentativi, per sentieri lunghi e interrotti indica una strada, un nuovo umanesimo che porta dalla paranoia del potere – evidenziata dal titolo della prima sezione: Il tiranno nel suo labirinto – ad una possibile fratellanza, in cui l’altro, che si manifesta nelle pagine di questo libro e nell’epoca che viviamo, non sia più il nemico alle porte ma un possibile fratello (Organizziamo barricate, posti di guardia;/ a volte non si fanno vivi per giorni, sembrano/ tacere, essere spariti; ma a uno sguardo/ più attento balena ancora tra i rovi/ il pugnale delle loro pupille/ in agguato. Dobbiamo essere vigili, o forse/ tentare di venire a patti, di imparare a convivere// con i barbari fratelli dei confini?). Ultima suggestione che può illuminare ancor di più la comprensione del libro riguarda la città di Famagosta, infatti essa è da più di quarant’anni, dall’invasione da parte della Repubblica Turca di Cipro, una città fantasma a cavallo del confine che separa la parte turca da quella greca dell’isola. È un luogo in cui le tracce umane arretrano di fronte al trascorrere del tempo e al riaffiorare della natura, è come se fosse una pagina bianca della storia in cui, a dispetto delle intenzioni di chi l’ha resa un deserto, si può cominciare a riscrivere il destino dell’uomo.

© Francesco Filia

Su “Litanie dell’acqua” di Daniela Liviello

Daniela-Liviello-Litanie-dellacqua-copertinapiatta

I testi che leggiamo qui oggi sono tratti da Litanie dell’acqua (Lietocolle, 2012) di Daniela Liviello. La sua è da subito al nostro orecchio una poesia che ha molto a che fare con quell’etica della comprensibilità del Novecento che continua la linea che è stata di Bertolucci e di molti altri autori. Dice bene Stefano Donno nella prefazione al volume a proposito dell’autrice e dei suoi temi, che se da un lato guardano a quel Sud di Vittorio Bodini, ad esempio, dall’altro ne prendono completamente le distanze grazie a un dire contemporaneo che fa della terra d’origine uno spazio che si potrebbe definire “corporeo”. Questo Sud ricorda quello dei versi corporei di Goliarda Sapienza e Rocco Scotellaro, ad esempio, e le immagini, tuttavia, sono visioni odierne in cui permane qualcosa di primigenio, come l’acqua del titolo. Anche lo stesso sostantivo “litanie” ossia “invocazioni o preghiere”, richiama un senso atavico dello ieri che riverbera nell’oggi.
Versi tanto delicati quanto ricchi, quelli di Daniela Liviello, che svelano l’intima e profonda appartenenza alla sua terra, il Salento. Sa emozionare a richiami profumati, al nitido mormorio del mondo in cui lei è cresciuta, dando forma alla coscienza di un vissuto in quella sua terra ma non solo. Interiormente il suo pensiero resta al margine, ma si fa analisi ancor più amorevole e presente.
Profumi aspri e suoni amati, attesi e conosciuti come anche una sola goccia a cadere può essere.

Abbandonare
Accettare
Amare

È ferita dichiarata, e lascia un vortice di pensiero che soffia e scuote l’urlo ben nascosto tra i suoi versi.
Lo strazio della calura, la spossatezza del non dichiarato e la nostalgia, schiumano tra i suoi versi che scivolano senza chiasso lungo muretti a secco, in un percorso amorevole eppure rancoroso, come solo l’amore sa essere.
Dal suo iniziare ci avverte già, con maestria, quanto “ogni goccia è mare/da traversare”.

© Clelia Pierangela Pieri e Alessandra Trevisan

.

***

Le strade in fondo sono tutte uguali
percorse nel buio
con pesante passo di valigia stretta
legata a fili del sonno traversato ogni notte.
A lato sta lo strapiombo del mare.
Se le strade sono sogni che sdogano
qui la neve non è più soffice del volo
d’un passero tra i limoni.
Resta l’occhio di una finestra in fondo
ad ogni via
una voce un suono chiama
a restare.
E di tanto in tanto una pioggia
sommessa
e ogni goccia è mare
da traversare.

.

(altro…)

Renzo Favaron – poesie

L’altra riva

 ‘Scoltare l’altra riva,
l’archeto che sfrega le corde
de ‘na viola
e insieme ste vosi mescoà ai sienzhi,
fassi de note che le carezza
l’aria cofà neve.
E chì, lontan, forse lo stesso
che ‘scolta, ùn o gnente pi
ch’el sogno de on omo,
se piega a scrivare
pa’ ridar ‘na supiada, forse,
a cue’o che xe sta pì sacrificà
in lu: tonba dei rinpianti.

 El voria desmentegare
e diventare l’archeto che sfrega
le corde de l’altra riva,
essare el legno e no’ cue’o che lo ‘dopara.
Cuesto e no’ altro, cofà ‘na candela
inpissà pa cue’i che no’ gà pì oci…
L’omo no’ se piega solo pa’ scrivare
el se piega parché ghe xe dei rumori
che fa cualcun in-te le so rece.
Calcossa che lu o cualcun’altro
gà fato cascare…

L’altra riva – Ascoltare l’altra riva,/ l’archetto che sfrega le corde/ di una
viola/ e insieme queste voci mescolate ai silenzi,/ fasci di note che
accarezzano/ l’aria come neve.
E qui, lontano, forse lo stesso/ che ascolta, uno o niente più/ che il sogno
di un uomo,/ si piega a scrivere/ per ridare soffio, forse,/ a quello che in lui
è stato/ più sacrificato: tomba dei rimpianti.
E vorrebbe dimenticare/ e diventare l’archetto che sfrega/ le corde dell’altra
riva,/ essere il legno e non colui che lo usa./ Questo e non altro, come una
candela/ accesa per quelli che non hanno più occhi… L’uomo non si piega
solo per scrivere, si piega perchè ci sono dei rumori/ che qualcuno fa nelle
sue orecchie./ Qualcosa che lui o qualcun’altro ha lasciato cadere…

****

Adese

No’ gero de pì de ‘na gaina.
Anzhi, me sarìa piasesto essare
on papavaro, rosso in mezo al fromenton
zalo, cofà cô gironzoavo
in-te ‘na strada bianca, arginae
e a destra e a sinistra che gera el velo d’i selgari
a far da angei custodi al me canae.
No’ gò mai cognossù ‘na parola cussì:
Adese. E se anca no’l fusse sta el me canae
gnanca el Danubio pi celebrà
me gavarìa dà lo stesso scagasso
e boresso de cuando ghe gera la piena
e tuti se festeiava San Martin…

Sì, ghe xe sta on papavaro
rosso in mezo al fromenton zalo,
ma ‘desso gnessun lo cata su,
o rancura le somesse.

Solo el canae… eco de tuto,
drito e roverso dea moneda persa.
L’Adese riflesso, peicoa dea memoria,
specio intiero, sbetegare de gaìna
da ‘na riva a l’altra,
co’ la cuae, ‘fa ‘na puese,
voentieri m’incamino…

Adige – Non ero più di una gallina./ Anzi, mi sarebbe piaciuto essere/ un papavero, rosso in mezzo al grano/ giallo, come quando bighellonavo/ in una strada bianca, arginale/ e a destra e a sinistra c’era il velo dei salici/ a fare da angeli custodi al mio canale./ Non ho mai conosciuto una parola così:/ Adige. E se anche non fosse stato il mio canale/ nemmeno il Danubio più celebrato/ mi avrebbe messo la stessa paura/ e dato lo stesso piacere di quando c’era la piena/ e tutti si festeggiava San Martino…

Sì, c’è stato un papavero/ rosso in mezzo al grano giallo,/ ma adesso nessuno lo raccoglie, o lo tramanda.

Solo il canale… eco di tutto,/ dritto e rovescio della moneta persa./ L’Adige riflesso, pellicola della memoria,/ specchio intero, chiocciare di gallina/ da una riva all’altra,/ con la quale, come una pulce,/ volentieri m’incammino.

***

Cofà la piova

 per Enrico Pieranunzi

Ghe xe ore, da l’alba al tramonto,
che stuarìa la luse del giorno
(o, forse xe istesso, del mondo)
e ‘spetarìa la piova, imagine de vose…

No, massa famigliare. Via, manco imedià
ma manco crua ‘na musica
che se verzhe cofà le sale de on castelo,
imagini de on  trio afiatà
contrabasso-organo-bateria,
manco imedià ma manco crue
de cuando parola a giosse se dava el canbio,
manco imedià ma manco crue
de ‘na guida a la cuae xe pì famigliare
la soitudine del rumore dea piova…

Cô no’ ghe xe pì gnessun
al cuae fare visita, forse tornare
xe tuto e solo cuesto,
cô anca la memoria no’ va
‘vanti né indrìo e gli oci
i gà solo el vodo ‘torno
e no’ ghe xe pì gnessuna roba
da nominar, né imagine
pì viva del sosia che xe la me guida.

Epur no’ xe on adio
che sto pensando,
se la parola che me vien
a la boca xe el ciao de on incontro,
el ciao che fra tute le parole
che cognosso sòna
cofà on saudo de benvegnù.

Pa’ voaltri, nomi de nomi, mi son
cofà la piova che da putin ‘spetavo.
Eco de on pianto…

…………………….Via, manco imedià
ma manco crua xe ‘na musica
che se verzhe cofà le sale de on castelo,
imagini de on trio afiatà
contrabasso-organo-bateria
‘ndove tuto se risera:
musica nera de l’onda
che se staca da la riva
 ……………………e a la riva torna…

Come la pioggia – Ci sono ore, dall’alba al tramonto,/ in cui spegnerei la luce del giorno/ (o, forse è lo stesso, del mondo)/ e aspetterei la pioggia, immagine di voce…

No, troppo familiare. Via, meno immediata/ ma meno cruda una musica/ che si apre come le sale di un castello,/ immagini di un affiatato trio/contrabasso-organo-batteria,/ meno immediate ma meno crude/ di quando parola a gocce si alternavano,/ meno immediate ma meno crude/ di una guida a cui è più familiare/ la solitudine del suono della pioggia…

Quando non c’è più nessuno/ a cui fare visita, forse tornare/ è tutto e solo questo,/ quando anche la memoria non va né avanti né indietro e gli  occhi/ hanno solo il vuoto intorno/ e non c’è più nessuna cosa/ da nominare, né immagine/ più viva del sosia che è la mia guida.

Eppure non è un addio/ che sto pensando,/ se la parola che mi viene/ alla bocca è il ciao di un incontro,/ il  ciao che fra tutte le parole/ che conosco suona/ come un saluto di benvenuto./ Per voi, nomi di nomi, io sono/ come la pioggia che da bambino  aspettavo./ Eco di un pianto…

Via, meno immediata/ ma meno cruda è una musica/ che si apre come le sale di un castello,/ immagini di un affiatato trio/ contrabasso-organo- batteria/ in cui tutto si richiude:/ musica nera dell’onda/ che si stacca dalla riva/ e alla riva torna…

****

In diaeto

Se penso a la me storia, no’ penso
in Talian, ma in diaeto.
Se vedo el me paese, lo vedo
in bianco e nero, o no’ lo vedo.
Epur no’ son vecio: solo
o no’ son cressuo o no’ son mai vissuo
al de là del circolo che cô lo se bate
el me parla in diaeto
o no ‘l me parla par gnente.
Ogni tanto, cô tira la tramontana
o sento fare el me nome,
me pare de no’ ‘vere pì fradei e sorele,
de essare solo al mondo.
Alora torno a casa, ciapo on goto,
lo inpenisso e che dago da bevare
a le piante, po’ puisso la gabia
del canarin, sbasso le saracinesche
e davanti a lo specio speto che passa
l’ora in cui no’ son ch’el rosso vivo dea sigareta:
batisuòsola de tute le robe che no’ ghe xe pì
a ogni respiro.

In dialetto – Se penso alla mia storia non penso/ in italiano, ma in dialetto./ Se vedo il mio paese, lo vedo/ in bianco e nero, o non lo vedo./ Eppure non sono vecchio: solo/ o non sono cresciuto o non sono mai vissuto al di là di un cerchio che, quando lo si batte,/ mi parla in dialetto o non mi parla per niente./ Ogni tanto, quando tira la tramontana/ o sento fare il mio nome,/ mi pare di non avere più fratelli e sorelle,/ di essere solo al mondo./  Allora torno a casa, prendo un bicchiere,/ lo riempio e do da bere/ alle piante, poi pulisco la gabbia/ del canarino, abbasso le saracinesche/ e davanti allo specchio aspetto che passi/ l’ora in cui non sono che il rosso vivo della sigaretta:/ lucciola di tutte le cose che non ci sono più/ a ogni respiro.

Nota: il testo “In diaeto” è tratto dall”antologia Guardando per terra – Lietocolle

 

 

per chi volesse ascoltare Renzo Favaron recitare alcuni suoi testi : Virgole di poesia – Favaron

 

**********************************

Notizia

Renzo Favaron è nato a Cavarzere nel 1958, vive e lavora a San Bonifacio (Vr). Dopo un’iniziale plaquette in lingua, uscita nel 1989, intitolata Voci d’interludio, nel 1991 pubblica in dialetto veneto Presenze e conparse.

Del 2001 è il romanzo breve Dai molti vuoti.

A partire dal 2002 pubblica alcune minuscole plaquette presso le edizioni Pulcino-Elefante. Nel 2003 pubblica Testamento, un’altra raccolta di poesie in dialetto, nel 2006 Di un tramonto a occidente e nel 2007 Al limite del paese fertile (venti anni di poesia in lingua accompagnate da tre cartelle di Alberto Bertoni).

Il racconto La spalla è del 2005.

Del 2009 è In cualche preghiera. Segue nel 2011 Un de tri tri de un, che raccoglie venti anni di poesia in dialetto.

Del 2012 è Ieri cofa ancuò (nostos par passadoman).

Agostino Cornali – Questo spazio può essere nostro

Agostino                                                                    per Agostino Cornali (1957-1978)

 

Saltano gli schemi, stanze chiuse
-insopportabile il freddo delle maniglie-
e subito tre fischi dal corridoio..

Ci vuole coraggio a tornare qui
anni dopo la fine della partita
e trovare ante sfondate, vetri rotti
dalle pallonate, odore di cavolfiore..

Il tempo, è vero, ha svuotato gli armadi,
soffiato polvere tra le lenzuola
ma questa casa non è vuota
c’è chi resiste, rimane a guardia
delle assenze

e c’è una foto in bianco e nero
degli anni settanta
con la maglia della squadra,
le scarpe da calcio,
il sorriso di un goal.

una foto per incontrare il tuo sguardo
quando nessuno ci vede,
per ricordarmi che è tuo e non mio
il nome che porto

 

***

Via della Torre 15

.

Si perde il conto degli anni
in questo luogo
di case azzurre e piscine
che riflettono una luce accecante,
che confonde la mente

si dice vent’anni come dire
niente, fingendo di non sapere
che la mia casa è stata venduta
due volte,
e adesso ci vive un ragazzo
che non conosco.

Dentro hanno fatto un corridoio,
al posto della sala c’è una camera
e il bagno è davanti alla cucina,
tanto che adesso

se ci entri non ti orienti

così dice la Brigida,
la portinaia con la voce stridula,
la stessa di vent’anni fa

dice che hanno
modernato, che è cambiato un po’ tutto

ma lei si ricorda bene
di me, di mia madre, della cugina
che lavorava alla Scala.

Nel quartiere c’è silenzio,
sono scomparsi molti palazzi,
a volte si aprono squarci
su un cielo che non ti aspetti.

Non sembra la periferia di Milano,
sembra una città senza bambini
travolta da una guerra
di cui nessuno
ha avuto notizia

e io mi sento addosso la vergogna
del disertore

 

***

A scuola

.

In questa stanza sarà sempre autunno,
l’inizio di qualcosa
che non accadrà mai

dentro quest’aula vivrete seduti
e verrete interrogati
ogni giorno
come testimoni del nulla
imparato a memoria

in gola avrete sempre
la risposta soffocata
e nell’aria viziata alzerete le mani
per arrendervi

sarete condannati
per ogni peccato
che non avrete commesso

 

***

Giunti da ogni confine
col cranio trafitto dalla cometa

ma il cherubino disse
no, qui non accade
niente,

qui la pista si perde
in un cerchio di rovine
illuminate male

ma loro volevano l’urto dei corpi,
il sudore e la comunione

e il battito nelle vene,
la musica delle sfere
che fa tremare le pareti

 

***

Giocavano a tennis
in mezzo alla strada
e i figli dei figli contavano
i punti
seduti contro il muro della casa.

Qualcuno dietro un cancello
disse anche quell’uomo
è tuo parente, non lo
riconosci?

Questo accadde prima
di un temporale
e prima della malattia
che scavò le loro ossa.

Si cresceva in silenzio,
insieme alle ortiche.

 

***

la sua figura non differiva molto dalla tua
Sofocle, Edipo Re, v. 74

La prima pioggia d’agosto,
un coltello nella schiena

a fine stagione se ne andavano tutti,
tornavano nelle loro città
violente di pianura.

ci lasciavano qui
a parlare delle cose ultime,
quando il buio cala
come un colpo d’ascia
nel primo pomeriggio

e dopo cena ci contavamo le ossa,
i capelli, le macchie della pelle,
misuravamo le distanze
tra gli occhi, tra i denti

per trovare somiglianze,
relazioni, nuove
parentele

sperando che fosse almeno il sangue
a tenerci vicini
nelle notti d’inverno

 

***

Questo spazio può essere nostro

.

è qui che dovremmo vivere,
nascosti
tra le gradazioni del verde

qui dove le case cadono
a pezzi, i cani ringhiano
prima dei temporali
e i gatti si gettano dai tetti
con un tonfo che ci sveglia
nel cuore della notte.

Durante i fine settimana
cancelliamo i nomi di tutte le vie
per inventarci una vita diversa,
e poter fingere di incontrarci per caso
ad ogni svolta,
ogni incrocio

come gente appena tornata
da chissà quale paese,
gente che non si vedeva
da anni,

che chiede come stanno
anche i parenti più
lontani

 

***************************************

Agostino Cornali è nato a Milano il 20 dicembre 1983. Laureato in lettere classiche all’università Statale di Milano, insegna materie uma­nistiche in una scuola superiore di Bergamo, città dove vive dall’età di sei anni.
Questo spazio può essere nostro è la sua prova d’esordio, pubblicata a seguito del riconoscimento di primo classificato nel concorso “Opera Prima 2010” di LietoColle.

Diego Conticello: Barocco Amorale (recensione di Marzia Alunni)

BAROCCO AMORALE: UN LIBERO CONCERTO DI POESIA

di Marzia Alunni

La poesia, per Diego Conticello, è un medium espressivo privilegiato, inesauribile, ma con una sorvegliata attitudine di scrittura che pone importanti problematiche nello stesso tempo in cui invita alla lettura degli esiti maturati.

Nella sua opera prima, dal titolo, affascinante e suasivo, di Barocco Amorale (LietoColle, Collana Erato, 2010), il poeta gioca sul significato polisemico attribuito alla menzionata “amoralità”. Essa è intesa come una sorta di categoria ribelle, e perciò ‘sui generis’, dell’esistere, dell’amare, in una parola dell’essere.

La visione del linguaggio, che l’autore intende proporre, è personale. I limiti del suo mondo, parafrasando dunque Wittgenstein, è preferibile non fissarli a priori in maniera restrittiva nella lettura interferente e critica.  L’ideale è avvalorare il concetto di una flessibilità a largo raggio, olistica, impegnata  nella ricerca di moduli espressivi non adusati e finalmente liberi.

Il contrasto vissuto nell’attività di scrittura, affabulatoria e creatrice, è con la tradizione, anzitutto metricologica, ma anche deitticamente espressa dai più pervasivi luoghi comuni che la caratterizzano, dai miti che surrettiziamente vengono ripetuti ‘ad libitum’ dalla contemporaneità.

Quale poesia possa valere per un mondo impoetico, sembra oggi domandarsi intanto, ogni lettore, la risposta, trovata nell’opera, risiede nella totale libertà/responsabilità del creare.  A tal uopo, si spiega l’intervento, in premessa, dell’autore, volto a chiarire le linee della sua ricerca espressiva. Essa guida, suggerisce la strada, non già semplicemente per leggere, o aderire, ma per evitare di essere lontani dalla percezione, come valenza primaria, della poesia. In tal senso è comprensibile, il rifiuto di facili ritmi, cadenze o vocaboli non originali e frutto di una ricerca meditata, sempre indice di vera arte.

A provare la sostanziale correttezza di questa posizione pensano i versi stessi, ne cito due, tratti dalla poesia ‘Nostalgia’, perchè assai emblematici della posizione assunta: “…ascolto armonie anarchiche / per sapermi vivo.”

Se non ritenessi in parte superfluo il ricorso ai parametri noti del recensire, potrei osservare che, nella fattispecie, si assiste ad una lapidaria dichiarazione di poetica.     Molto opportunamente quell’aggettivo ‘anarchiche’ interviene a salvare, liberando chi legge dall’abitudine alla classificazione, a restringere il campo.

Sono aperte tute le strade, sembra suggerire l’autore, dalla meditazione, anche controcorrente, all’atto contemplativo, fondante un mondo di metafore che si rincorrono, dialogano, e confondono i sensi, per condurre a quella amoralità, empatica e naturale, propria di ciascun essere umano. A ben vedere, nella messa tra parentesi dell’ovvietà è compresa un’ardua cura nel tentare rischiose, e premianti, esperienze di ricerca lessicale. Termini suggestivi e stuzzicanti come l’aggettivo “bluati” (ma è solo un…aggettivo?), catturano, seducono e risvegliano dall’apatia quotidiana.

Un discorso a parte bisogna dedicare inoltre alla scelta, del poeta, di parlare in prima persona, l’io adottato non è infatti puramente lirico. Le matrici ermetiche, dichiarate, sono una sfida, un nobile canovaccio sul quale recitare in modo veramente innovativo.  Non si nota una rigida scelta elitaria, come per l’artista, chiuso nella torre d’avorio, che adotta uno stile oscuro, presupponendo un’incomunicabilità che oggi nessuno più  desidera.

Il lessico originale di Conticello svela un’urgenza di aprirsi al dialogo congruente, e testimoniare, si veda la bella poesia dedicata a Catania, e le pagine volutamente non melodiche, eppure un vero concerto di poesia.

Per tornare agli aspetti meditativi, è giusto prendere atto di una distanza incommensurabile, e tutta umana,  fra la rappresentazione di un mondo, il nostro, controverso e afflitto dalla finitudine, e le attese interiori.  L’io, per Diego Conticello, non ha, del resto, i limiti della vieta e scontata confessionalità, è libero, nell’immersione naturalistico-panica che manifesta in modi assai diversi.

A riprova, si osserva una dilatazione del confine fisico/metafisico, dettata dalla necessità di rifuggire dal banale, essa trapela nella filtrata scrittura, a volte ammaliante, caratteristica del poeta che sa dire: “…E se raccogli / aroma di cosmo / nel calice / pacato / d’una mano / sarai / seta del vago”[ Svernare ad oriente].

Concludendo, l’impegno e la libertà creatrice, il lavorio e mai l’elegante e addomesticata prigionia intellettuale, sono gli elementi ‘vivi’ e fondanti di questa esperienza letteraria, certamente motivata nella ricerca di un nuovo equilibrio, di spazi mediati fra sapere ed elaborare.

@ Marzia Alunni

Cristina Leti – Terza remigante – ed. Lietocolle

Cristina Leti –  Terza remigante – ed. Lietocolle 2010

“E’ un inverno, questo, / troppo lungo anche per mattoni alcolizzati / e malte depresse, / per grondaie incontinenti e antenne anoressiche, / per parabole bugiarde e tralicci metrici.” Possiamo partire da qui per provare a raccontare questa bella opera prima di Cristina Leti, da questi versi densi di parole quotidiane, di stati d’animo applicati alle cose.  I versi qui sopra riportati, nucleo centrale, della poesia “Le case”, ben rappresentano la maniera dell’autrice di poetare, di raccontare. Anche qui come, spesso accade nella poesia contemporanea più efficace, ciò che ci circonda, che incrocia lo sguardo, le mani del poeta, diventa verso e attraverso la fluidità,  ben presente, ci restituisce sensazioni, riflessioni, ci costringe a guardare oltre. Nella poesia di Cristina Leti (come nota Alessandro Seri nella sintetica e precisa prefazione) è presente una forte territorialità di una Roma che non conforta come di una provincia che, probabilmente, non salva. “ I tombini a Roma sono come le bocche / insaziabili dei neonati. / A volte però / anche loro rigurgitano acqua e fango.” Per  la Leti contano molto anche le persone che si buttano a spigoli fra i versi e completano il disegno del suo intento poetico.  Azzardando si potrebbe dire: Noi siamo le cose, le cose stanno con noi, le cose ci raccontano, le cose fotografano e portano addosso la nostra anima. E’ naturalmente un’ipotesi che, però,  crediamo abbastanza verosimile. Le poesie della Leti scavano con perizia. I versi, in una precisa alternanza, fra brevi e più lunghi, non perdono mai il ritmo, non permettono al lettore di distrarsi né di smettere di leggere. Cristina Leti hai il talento e il coraggio di cercare le parole nuove, di usare, dunque, quella terza remigante.  “Alla fine del terzo giorno. / il fuochista / mi fasciò stretti i polsi, /  con larghe corregge di cuoio.”

@ Gianni Montieri

LE CASE

Evaporeranno i cattivi pensieri

e con loro

pure le umidità,

che deformano e scrostano cementi e intonaci.

Ogni casa ributterà in strada,

gli inquilini fastidiosi

per godere pienamente e in pace

di quel caldo salvifico

che asciuga solai e soffitte.

 .

È un inverno, questo,

troppo lungo anche per mattoni alcolizzati

e malte depresse,

per grondaie incontinenti e antenne anoressiche,

per parabole bugiarde e tralicci metrici.

Quando poi la pioggia leccherà gli spigoli dei tetti

e piccole lingue di fumo stanche,

accarezzeranno i marsigliesi rossi e rotti,

il barbaglio di una 40 watt,

cederà il passo al gregge dei minuti diurni.

***

Sbatterà il naso la notte

sul dorso freddo dei vetri,

per meglio vedere

il ruotare cieco degli amanti

tra spigoli e specchi.

La verità

è spina dorsale o chiglia

parte emersa sul fondo di bottiglia.

 .

Una piovra rosa attaccata alla parete,

spierà il bacio rubato;

quello dato

tra le ombre cave

e in prossimità delle giunture.

Non esisterà abbraccio più forte

che quello del fuoco e del vino,

tra le buone letture

di poeti ormai dimenticati

al gelo del cimitero degli inglesi

a Roma.

***

BATTERY PARK

I dubbi migliori

si consumano sempre

nello spazio clitorideo.

Tra paradossi idrodinamici

e aumenti di pressione

in corrispondenza delle strozzature.

A me interessa la fisica,

ma pure le boy band.

Ho sognato un campo di grano in carbonio,

respingere il vento verticale di Manhattan.

Aste sottilissime e gialle, lunghe due metri,

rallentare gli spostamenti d’aria

che si creano sotto i grattacieli,

per via dell’Effetto Venturi.

***

Le idee notturne viaggiano solitarie

su strade sterrate di montagna.

 .

Alcune hanno i piedi scalzi,

altre invece, hanno caviglie sottilissime

avvolte in spesse calze di filanca color caramello.

Delle vecchie hanno pure le bocche sdentate

e le vene azzurrine che irrorano i polsi assenti.

Quelle più temerarie e tenaci,

come le caramelle di menta

sperse nelle borsette marroni a fisarmonica,

annaspano sfuse e stantie,

tra i mille tornanti della mente.

 .

In zona liminale si spezzano. All’improvviso.

Fanno la stessa fine dei femori labili delle novantenni.

***

Eppure, ancora, ho fermo il polso.

Pazienza e memoria, quanto basta, per leggere

qualche stupido verso di insensata bellezza e verità:

a Spoon River, in cima alla collina,

gli uni accanto agli altri, riposano,

Hod Putt e Flectcher McGree,

Pauline Barrett, Lucinda Matlock e Minerva Jones.

 .

Nella biacca di un tedioso pomeriggio invernale,

solo bare di legno schiodate

e qualche palmo di terra smossa.

Si vive lontani, quassù,

da truci vendette e bieche menzogne

dai tetti d’ardesia e dalle finestre d’angolo.

 .

Distanti con rammarico, anche

dal fracasso e dai fischi della locomotiva,

dal frizzare del metallo dei vagoni

sugli scambi della strada ferrata.

****************************************************

NOTA BIOGRAFICA:  

Cristina Leti è nata Rieti nel 1976. Laureata in Lettere Moderne all’Università degli Studi dell’Aquila, ha conseguito successivamente il Master in Editoria e Comunicazione. Pubblicista, collabora con di­versi periodici occupandosi d’arte, letteratura e in particolar modo di narrativa per ragazzi. Sue poesie e racconti brevi sono stati pubblicati su riviste e antologie. Diverse le segnalazioni e i riconoscimenti a Premi Letterari, tra i quali Opera Prima LietoColle 2009 di cui la pubblicazio­ne Terza remigante è il risultato.

Futuro semplice – Gianni Montieri – ed. LietoColle – collana Erato, 2010 (post di natàlia castaldi)

Con gioia ripropongo a un anno di distanza questo articolo, che racconta con i limiti della lettura soggettiva, un bel libro che apprendo oggi essere in seconda ristampa. Le cose buone funzionano ancora.

nc

______________________

E’ ufficiale, da oggi il primo libro di Gianni Montieri è disponibile per l’acquisto online

Qui il collegamento al sito della LietoColle, da dove è possibile ordinare “Futuro semplice”

Poetarum Silva, che vanta la presenza di Gianni tra i suoi autori, saluta così il suo “Futuro semplice”

“A vele piene, Gianni!”

la redazione tutta.

***

Futuro semplice – Gianni Montieri

Le cose muovono incontro al giorno

ho sogni interrotti

senza un approdo a far da sponda

mi risparmio la paura

aspetto la seconda risposta

la carezza inattesa

l’accordo, l’apertura.

.

Cos’è un “futuro semplice”? Un tempo in-definito ancora da venire, una speranza, un progetto da realizzare, costruire o – semplicemente – da augurarsi?

Non solo, è nell’aggettivazione che la connotazione temporale acquista la sua valenza, il suo spazio semplice come il rituale e quotidiano ripetersi dei gesti, che nel reiterarsi segnano gli oggetti, consumano della nostra presenza le cose, imprimendo loro l’odore dell’appartenenza, il calore del guscio, quel senso “materno” di certezza.

la casa non sta nelle pareti colorate / sta nelle mani dove la testa appoggia / quando duole per la gravità del giorno

Avete mai fatto caso a come i vecchi siano attaccati agli oggetti più consunti ed a quanto sia difficile allontanarli da una vecchia coperta, un logoro maglione, una plurincollata tazza per la zuppa di latte?

Futuro semplice. L’essenziale? Essenziale come il necessario, il poco da portarsi dietro; essenziale come pregno della nostra essenza, perché vissuto, “certificato”.

“Certificato”: certus + factus, certo perché già fatto, già provato e sperimentato: semplicemente “rassicurante” nella sua certezza come l’odore del caffè “prima di berlo”.

conoscere l’azione successiva induce calma / riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale /

annusare il caffè prima di berlo lo certifica

Ma come arrivare ad un “futuro semplice” se non vivendo nell’osservazione rituale del presente per impossessarsi dei suoi gesti, dei suoi “punti di riferimento”, degli incroci negli scambi repentini di tempo nelle sue frazioni tra passato e presente continuo?

Il tempo: una convenzione? – forse. Uno spazio? – probabile. Una condizione in itinere – (in)certezza. Ma che certezza può dare una cosa che sia “in itinere”, in viaggio, in divenire? A rollin’ stone doesn’t take musk – dicono gli inglesi –una pietra che rotola sempre non raccoglie muschio intorno a sé:

Io sto al sud proporzionalmente / appartenenza più che somiglianza / porto tracce degli umori, la durezza /

-certi sguardi- […] dicono che non ho l’accento / particolare privo d’importanza /

le parole tronche, questo conta / sono tutti i miei risparmi

Qualunque cosa sia il tempo, è il nostro passo a determinarsi misurandolo, è l’occhio a fissarne i cambiamenti di luci ed ombre, la pelle a percepirne gli sbalzi di temperatura nell’alternarsi delle stagioni. Cosa fare?

Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del naviglio

Cercare un’appartenenza che concilî nelle intercapedini di spazio e tempo la memoria per in-vestirsi della propria certezza.

tenersi un ricordo appeso a un chiodo / una voce sentita alla radio /

che quasi in ombra canti / per fortuna o per altro.

Muoversi lentamente apprendendo la fretta nella metropolitana tra gli scambi di passaggio.

l’istante in cui si mischiano i corpi / sulle scale della metropolitana /

quando nulla pare deciso / prima dei caffè, delle brioche / si fa finta di essere uguali.

Dalla lettura dei versi di Gianni Montieri emerge un disincantato spirito d’osservazione che restituisce senso di duale appartenenza ad ogni piccolo gesto del suo narrarsi in una Milano grigia eppure morbida, malinconica, come una decadente signora rimasta sola ad osservare, appollaiata tra i suoi piccioni, il convulso scorrere e scivolare via di incompiute esistenze dalle sue stesse tasche.

qui di questi tempi è pieno di gru / la città si espande verso l’alto / da ottomila al metro quadro /

[…] / anche Marta va in analisi / non cena mai al cinese / “vai a sapere che ci mettono in quei fritti” /

Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo / piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare /

-via i piccioni, via i neri e i braccialetti- / stamattina ci siamo salutati /

[…] / io Londra, tu altrove / cos’ha Milano che non va?

Futuro semplice” è l’aspirazione di una intera generazione di precari, uomini e donne precari negli affetti, precari rispetto alle certezze apprese nell’infanzia, precari nelle abitudini che devono essere sottoposte al vaglio dell’incerto. Ne emerge un quadro generazionale di affetti spezzati, di incognite, di memorie, di corse frenetiche e sguardi lenti, un film neorealista collocato fuori tempo, o – forse – un monito, un allarmante grido nell’assordante silenzio di un individualismo forzato, impossibilitato alla costruzione di una “comunione” di intenti, di vite, che ci rimbalza indietro di mezzo secolo di storia, restando ancorato alle aberranti contraddizioni tra fasulli ottimismi capitalistici e l’ombra dei suoi stessi fallimenti.

Uno sguardo pregno degli umori di una terra che non ha offerto futuro che si muove su un terreno che promette frutti a caro prezzo: quello del tempo tramutato in profitto, soggetto ad ogni “cambio d’opinione”. Non resta che osservare, adattandosi, e “aspettare” (r)esistendo aggrappati alle poche ed importanti certezze del quotidiano, appartenedovi totalmente.

Le poesie di Montieri si possono leggere come capitoli di un’unica narrazione – descrittivi eppure musicalmente lirici nel verso naturalmente propenso all’endecasillabo, troncato e riallacciato in morbidi enjambement – dal procedere “minimalista” ed essenziale nel linguaggio, che rivela uno sguardo onesto e consapevole che non addita, non giudica, non infierisce ma, semplicemente, si racconta narrando.

natàliacastaldi

.
AVANZI
.
Il gesto dell’apparecchiare possiede grazia
così come la mano che chiede alla rosa
di non sentir paura mentre l’altra pota
è un rituale, una funzione
non c’è spavento dentro l’abitudine
conoscere l’azione successiva induce calma
riporre il libro sulla stessa traccia di scaffale
annusare il caffè prima di berlo lo certifica
.
la casa non sta nelle pareti colorate
sta nelle mani dove la testa appoggia
quando duole per la gravità del giorno
-per il troppo vento-
.
***
.
ANDIRIVIENI
.
Di grazia nei gesti
di sfumature, polvere tolta
e tornata dopo appena un minuto
il coraggio che sta nel perdono
già basterebbe
.
la tenerezza di una mano
quando appena ti sfiora
-farne a meno-
tenersi un ricordo appeso a un chiodo
una voce sentita alla radio
che quasi in ombra canti
per fortuna o per altro.
.
***
.
RESTYLING
.

Di questi tempi è pieno di gru
la città si espande verso l’alto
da ottomila al metro quadro
.
(non ci sfioriamo, non ci parliamo
gli extracomunitari puzzano
la 90 prendila tu)
.
anche Marta va in analisi
non cena mai al cinese
“vai a sapere che ci mettono in quei fritti”
Milano sarà perfetta, in tempo per l’expo
.
piazza Duomo ripulita ancora più rettangolare
-via i piccioni, via i neri e i braccialetti-
.
stamattina ci siamo salutati
ti ho detto ciao, mi hai dato un bacio
io uno zaino, tu una borsa
io Londra, tu altrove
cos’ha Milano che non va?
.
***
.
RISPARMI
.
Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-
.
(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)
.
se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista
.
dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi
.
(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).
.
***
.
PARZIALMENTE TERRENI
.
Ci siamo spartiti molto
dissolto in lontananza il resto
tenendo bene in mente
la scelta fra l'andarsene e il sognare
.
non abbiamo imparato a pregare
accontentandoci dei nostri passi
del suono certo del tacco sull'asfalto
restare in una stanza vuota
a noi non è concesso
cerchiamo conforto nel rumore
-nel suono grezzo-
.
coltiviamo speranze in curva
non avendo mestiere per i rettilinei
nessuna competenza
sui tratti autostradali.
.
***
.
MILANO, ORE 19.30
.
C’è una luna gialla
altezza guglie
a illuminare le conversazioni
gli aperitivi a Piazza dei Mercanti
.
passi rapidi
verso le scale di Cordusio
o in direzione opposta
in coda per il cinema
.
un diniego negli occhi della donna
dice all’uomo che tornerà da solo
al tavolino fa di colpo freddo
-il conto, per favore-.
.
***
.
.
.
L’ASCESA
.
Precipito, rara acqua piovana
come foglia d'inizio autunno
prendo colore scivolando in basso
.
soprattutto non parlo
in questo volo radente
non pronuncio niente
.
è questo che ti sto spiegando
a ogni vuoto d'aria
stretta allo stomaco
ramo che spezzo col peso
racconto un pezzo di questa caduta.
La felicità è un abisso.
.
***
.
ATTRAVERSO MILANO
.
Io Milano l’ho imparata il sabato
nei passi lasciati ai bordi del naviglio
su bancarelle di libri troppo usati
l’ho assimilata nei caffè
bevuti appena dopo l’alba
.
osservando la fretta un po’ di lato
ho allungato la falcata
ne ho preso possesso in metropolitana
un lunedì qualunque di gennaio
sottoterra amando l’interscambio
.
le ho voluto bene veramente
quando ho capito
il senso delle tangenziali
compreso che la nebbia ha una ragione
distinto da lontano
il suono che fa il tram.
.
***
.
ATTO D’AMORE
.
Tornare a sfiorarti
a comprenderti davvero
nella discesa a gomito
che va dal bosco al centro
.
vedere se è rimasta poesia
fuori dalle cartoline
-dai denti-
.
scivolo dentro quelle notti
processioni d’auto sul lungomare
risate chiassose e clacson
.
come ci pareva facile
.
ignoravamo i motivi
delle voragini d’asfalto
dei palazzi fatiscenti
.
l’occhio non distingueva
l’inevitabile dallo straordinario
conteneva nella stessa iride
il contrabbando e San Martino
il parcheggio abusivo e via Orazio
.
un solo panorama
.
adesso che le ragioni dell’età
saprebbero spartire, scegliere
verso nel bicchiere la certezza
che a te devo almeno un uomo.
.
***
.
CONSUETUDINE INVERNALE
.
I piccioni volano bassi
fra strani tagli di vento
il rettangolo di piazza Duomo disegna
una perfetta chiusura del cerchio
.
freddo – noia – silenzio
.
qualcuno scatta foto da cartolina
l’unità di misura di un ricordo
in metrò è segnalato un guasto:
a Conciliazione si è ammazzato un vecchio
.
di essere soli non si smette mai.
*