ed. castelvecchi

Passaggi

Sono-innamorata-di-Pippa-Bacca-chiedimi-perche_referencePenso che abbia ancora senso ri-parlare oggi della morte di Giuseppina Pasqualino di Marineo, meglio conosciuta come Pippa Bacca, l’artista milanese violentata e uccisa il 31 marzo del 2008 durante una performance. È importante ricordare quei fatti, a otto anni di distanza, perché, alla luce di una dolorosa attualità, emerge il dubbio che il dibattito aperto nei giorni successivi al ritrovamento del suo cadavere possa aver rappresentato il prodromo, oserei dire linguistico, di una pratica mediatica,  via via consolidata, dell’accogliere certi eventi drammatici secondo un’etica di tutela sociale ai limiti del tribale. Mi riferisco a Valeria Solesin o Giulio Regeni o a casi simili, là dove il contorno mediatico si è sovrapposto al contorno reale. In tutti questi casi e altri simili, in carenza spesso non casuale di un dibattito sull’intero contesto, la lettura mediatica e pubblica si è concentrata sulla vittima e la sua predestinazione più che sul carnefice e i moventi (diretti o indiretti che fossero) che hanno causato quelle morti “evitabili”, perché culturalmente e socialmente prevedibili. Il cadavere dell’artista milanese, partita l’8 marzo del 2008 con un’altra compagna per un percorso in autostop che le avrebbe portate da Milano fino a Damasco vestite da sposa, verrà ritrovato 15 giorni dopo. Nei giorni successivi, sui quotidiani, social network (Facebook era agli esordi in Italia), blog, il dibattito si concentrò sulla prevedibilità di un esito di per sé evitabile alle origini e quindi “fastidioso” per una società che si è ritrovata a mobilitarsi per risolvere un inutile problema. L’essere “femmina” e l’essenza “femminile” del progetto stesso non potevano concedere molti alibi a chi “poteva rimanersene a casa sua“. (altro…)

Francesca Genti – La febbre

 

Francesca Genti – La febbre – ed. Castelvecchi – 2011

Giochiamo con i cani: il primo di noi che conta cento cani morti vince.

Io sono a ottantasette, sto vincendo.

Andrej è a quota trenta.

Il vecchio Astrologo ne ha contati dodici, ma lui non fa testo, è cieco.

 

Quando ho chiuso il libro, il mio volo Milano –Napoli era in fase di atterraggio. Ho sorriso durante l’apertura del carrello, per tutto il tempo di frenata, e dopo, ancora, sorridevo fino all’uscita, ai parcheggi. E’ un romanzo che lascia un buon sapore, questo debutto narrativo di Francesca Genti. Un’apocalisse ironica e romantica. Un mondo orribile, squarciato e devastato che, però, regala spazio a momenti di profonda tenerezza, scampoli di libertà. Si muovono in questo scenario lunare, decadente (o decaduto) tre personaggi: Il poeta dei graffiti (il grande artista e voce narrante), Andrej Babilonia (il poeta vero) e l’Astrologo (il mistico, colui che va oltre, restando). Nel tempo di prima, nel mondo “normale” tutti e tre hanno goduto di grande fama,  successo. Per usare le stesse parole dell’autrice (dette qualche settimana fa alla presentazione del libro a Milano): se la sono goduta. Il poeta dei graffiti, mezzo uomo e mezzo bestia, inventore della body animal art, a un certo punto dichiara: <<Sono diventato un mostro. È stato un successo planetario.>> questa frase, a mio avviso, rappresenta una buona sintesi del senso dell’intero romanzo. In fondo è questo che facciamo ogni giorno, rendiamo tutto più brutto e questo piace. La città è portata allo stremo e all’estremo, con ogni probabilità, dai comportamenti e dagli eccessi dei suoi abitanti; i tre protagonisti non sono certo innocenti, e sono Umani, nient’altro che questo. Sono geniali, a tratti, crudeli, teneri, cattivi, forti, deboli, istintivi e primordiali, estremamente moderni. Questa città dove il sole fisso non tramonta mai, dove i poliziotti sono sempre a caccia di chi non si “assoggetta”. Poliziotti accompagnati da cani-babbuino (scanditi in tre varianti ugualmente terribili e divertenti). Una Cattedrale imponente che è diventata: centro commerciale, punto nevralgico, prigione. Una Cattedrale che andrà distrutta come ogni cosa, inevitabilmente. Un mare che passato dall’acqua al catrame e man mano avanza e si prende ciò che resta di questo posto. Sesso, cannibalismo, corpi trasformati, bambini che raccontano d’aver mangiato i genitori con la stessa dolcezza con cui ti direbbero di un gioco o di una caramella. In questa alternanza fra amore e crudeltà, Francesca Genti dà sfoggio di grande talento inventivo (cosa che peraltro ha già più volte dimostrato scrivendo in versi) ma anche di grande acume e capacità di osservazione. Cosa ha fatto alla fine la Genti se non prendere il nostro mondo, i suoi peggiori difetti, e colorarlo alla sua maniera un po’ nera e un po’ rosa? Accentuando con le parole e i colori ciò che in fondo (almeno in parte) viviamo già. La realtà portata all’eccesso di Palahniuk, per farcela vedere meglio. La Cattedrale destinata a diventare centro commerciale/prigione è  l’esempio chiaro di come l’autrice abbia saputo guardare oltre quello che c’è con lucidità e ironia. I tre attori principali li ameremo e li odieremo, a tratti risulteranno repellenti ma ci sarà un momento, nel libro,  un pagina, una parola, che per ognuno di loro ci farà provare simpatia, affetto. Quando ci riconosceremo.

@gianni montieri

nota biografica:

FRANCESCA GENTI – Nata a Torino nel 1975, vive a Milano. Ha pubblicato le raccolte di poesia Bimba Urbana (Mazzoli, Premio Delfini 2001), Il vero amore non ha le nocciole (Meridiano Zero, 2004) e Poesie d’amore per ragazze kamikaze (Purple Press, 2009), ed è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo e arabo. In veste di narratrice ha partecipato a diverse antologie, firmando  il libro di racconti Il cuore delle stelle (Coniglio Editore, 2007). Suoi testi sono apparsi su «Nuovi Argomenti», «alfabeta2» e «Velvet». La febbre è il suo primo romanzo.

Giuseppe Merico – Io non sono esterno – romanzo

GIUSEPPE MERICO – IO NON SONO ESTERNO – CASTELVECCHI – 2011

Quand’era domenica si pregava il Signore. Io pregavo così: << Padre nostro incolonnato sulla tangenziale, sia santificato il tuo nome e spero tu ce l’abbia un nome, non come me che non mi chiama mai nessuno. Venga il tuo regno lontano da casa nostra, sia fatta la tua volontà e spero tu ce l’abbia una volontà, non come me che la mia è morta. Come in Cielo e così in Terra, come in Cielo e così in Terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano comprato con quattro soldi nel supermercato con gli scaffali vuoti, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li  rimettiamo ai nostri debitori, poi dimmi cosa significa “Rimetti a noi i nostri debiti” che io non l’ho ancora capito. E non ci indurre in tentazione come fa la mamma quando dice “Vieni qui” che mi tocca leccarle i capezzoli, ma liberaci da Lui, liberaci da tutti i Lui, amen>>.

La forza della grande scrittura sta nel  fatto che grazie a essa qualsiasi storia possa essere raccontata, anche la più terribile e devastante. In un Salento cupo, scuro, che più grigio non si può, un posto che non consiglieresti nemmeno al tuo peggior nemico, muovono  le pagine di questo romanzo. Un ragazzo malato segregato in cantina dal padre, costretto a rinunciare a ogni cosa e a subire violenze e abusi sessuali. Una madre che non sa proteggerlo, lo sfasciacarrozze, la Sacra Corona Unita. Non si vede un ulivo, un turista, il mare lo si attende come un miracolo. Giuseppe Merico non ci accompagna dentro le sue storie, non  fornisce le precauzioni per l’uso. Apre la porta con un calcio e  ci scaraventa nella stanza. A quel punto non possiamo fare nient’altro che avanzare parola dopo parola, pagina per pagina, finché nel dolore non riconosciamo il nostro, finché non ci commuoviamo, pure in mezzo a tutto questo male, per poi proseguire ancora e ancora. Il padre, la madre, lo sfasciacarrozze, perfino Magnolia (l’amica immaginaria del ragazzino) sono duri, provati, a tratti repellenti. Eppure ci sono rari momenti, in questo romanzo, in cui si prova un moto di commozione, un accenno di pietà, per ognuno di questi personaggi. Nessuna giustificazione, Nessuna salvezza. E quanto si vuole bene al ragazzo? Quante volte ci vorremmo tuffare nell’inchiostro e tirarlo fuori da lì? Fargli una carezza, dirgli: “Ehi, andrà tutto bene”.

<<Perché sei così, papà>>, gli chiedo.

Se ne sta in silenzio per un po’, poi dice: << Non so come altro essere…>>.

Merico è uno scrittore di cui si aveva bisogno. Scrive in maniera cruda, pulita, tagliente. E’ cristallino e coraggioso. Si mette in gioco di continuo, si scava dentro e da lì dentro, inventa. Non bisogna aver paura delle storie. Una storia ben scritta è qualcosa che ci salva, sempre. Io non sono esterno è un romanzo che si divora, un romanzo che una volta finito si ha voglia di uscire a prendere un po’ d’aria, di fare due passi. Dopo, però, si ha voglia di rileggerlo.

@ gianni montieri

Francesca Genti – La febbre – Castelvecchi (anteprima Capitolo III)

CAPITOLO III

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IL MARE

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Camminare sul marciapiede non è affatto un’impresa facile. L’asfalto fonde sotto i nostri piedi, sembra di stare in mezzo a una palude, tra le sabbie mobili.

Andrej cammina lento, a fatica. Lui ha il compito di accudire l’Astrologo, le ruote della carrozzella fanno attrito sulla melma d’asfalto, lasciando dietro di noi una sinuosa traccia del nostro passaggio.

Imbocchiamo un lungo viale che porta fuori città. Un tempo era un viale commerciale, negozi di ogni genere si susseguivano per chilometri.

Ora non rimangono che vetrine rotte, a parte un cinema che proietta ancora film, frequentato essenzialmente da poliziotti in cerca di un po’ di svago nelle ore di pausa. È un cinema porno, ma

il concetto è molto lontano da quello che significava in origine.

Mi spiego meglio: niente è più proibito, basta dare un’occhiata alle creature che girano in città. Ibridi, nati da accoppiamenti bestiali.

La nuovo frontiera del porno è l’amore.

Nella sala vengono proiettati film che grondano stucchevole romanticismo. Pura melassa. Questa è la nuova frontiera, il nuovo proibito, il sogno più estremo.

Passiamo davanti al cinema. Entro nell’atrio, prendo il programma, lo consulto: Matrimonio sull’isola, La torta della mamma, Il primo bacio, i titoli delle pellicole che vengono proiettate.

Mi avvicino alla cassiera, che mi guarda spaventata.

«Quale proiezione mi consiglia?»

Rimane interdetta, non sa in che categoria incasellarmi.

«Vendete giornalini?»

«Sì» mi dice, tirando fuori un pacco di giornaletti da sotto il bancone «abbiamo Amore, Amore e ancora Amore, L’anello di fidanzamento, Nozze d’oro, Fiocchi e cicogne, Eterno diamante».

Li compro tutti, saluto e esco.

Cosa c’è di meglio di una gita al mare tra amici con un bel pacco di giornali porno? Li leggeremo tra un tuffo e l’altro, mentre ci riposiamo, prendendo il sole.

Il tragitto per arrivare al mare è ancora lungo, ma certamente più breve dell’ultima volta che ci siamo andati.

Giorno dopo giorno, il mare avanza, inesorabilmente mangia la città, metro per metro, come un colloso melanoma.

Scordatevi l’azzurrità e la freschezza dell’acqua, il sapore del sale, l’effervescenza delle onde, questo nuovo mare è nero, composto quasi esclusivamente da catrame, tuttavia, se si vince la pigrizia e ci si spinge al largo se ne incontrano porzioni più pulite, non più nero catrame, ma fango e detriti.

Ci si mette un po’ ad abituarsi, ma poi ci si fa il callo e non si rinuncia, di tanto in tanto, a una bella nuotata.

Avere la fortuna di possedere una maschera a raggi infrarossi e guardare il fondale è un’esperienza unica. Sotto c’è la città che il mare ha mangiato.

Case, fabbriche, centri commerciali completamente ricoperti, annegati nel catrame, sono diventati le tane di creature che si sono adattate velocemente al nuovo ecosistema.

Camminiamo e camminiamo senza incontrare nessuno, ci investe un’intensa zaffata di bruciato che ci segnala che siamo vicini alla meta.

«Dall’ultima volta sarà avanzato di un chilometro» osserva Andrej.

Siamo arrivati. In fondo alla strada c’è il mare.

Guardiamo l’orizzonte nero con il sole basso, fermo, appeso al cielo: è un panorama affascinante.

Ci sistemiamo sul tetto del capannone di una fabbrica, un luogo ideale per oziare, sdraiarsi a prendere il tenue sole.

Io sono completamente coperto di peli, a parte le gambe che hanno le squame. L’abbronzatura non è il primo dei miei pensieri.

Da quando lo conosco non ho mai visto il corpo dell’Astrologo scoperto a parte il viso e le mani, Andrej invece è vanitoso, subito si spoglia, rimanendo in mutande, benché non più giovane ha ancora un bel corpo atletico.

L’Astrologo si immerge nella lettura di un giornaletto porno: Nozze d’oro.

Anche io gli do uno sguardo: foto di anziani sorridenti, davanti a una torta, intorno a loro una numerosa famiglia con figli e nipoti, cani e gatti. Alcune foto raffigurano i vecchi coniugi in giardino, altre nel loro appartamento arredato con gusto squisitamente piccolo borghese. C’è da eccitarsi, ma mi trattengo, mi siedo, guardando l’orizzonte, perdendomi nei miei pensieri.

Andrej si tuffa in mare.

Dopo un po’ che sono assorto nei miei ragionamenti vengo distratto da un rumore, è l’Astrologo: con il bastone batte per terra, mi giro allarmato, ma capisco che non è il segnale di fuga.

Disegna la silhouette di una donna. Possibile? Vuole dirmi che ha avvertito la presenza di una donna ribelle nelle vicinanze?

Comincio a guadarmi intorno, non vedo nessuno oltre noi due.

L’Astrologo mi fa un cenno con la testa, come a dirmi: va a cercarla. Ubbidisco.

Seguo il perimetro del mare per molti chilometri, non incontro nessuno se non una colonia felina, gatti mutanti con le ali.  Sono tutti mollemente accoccolati sul terrazzo di una casa per metà a bagno nel catrame, quando mi vedono cominciano a miagolare forte, con aggressività, non capisco se sono spaventati o vogliono attaccarmi, comunque mi levo velocemente di torno.

Prendo una piccola strada, comincio a correre, poi la vedo, mi fermo. Sarà a duecento metri da dove mi trovo io. È bella, giovane, in bikini, sdraiata su una stuoia, il corpo è molto bianco e riluce sotto i raggi bassi del tramonto.

Prende il sole sui gradini di una chiesa mezza distrutta. Silenziosamente mi nascondo, non voglio che mi veda, si spaventerebbe.

Mi accovaccio dietro un’auto capottata e spio i suoi movimenti. Passa del tempo, lei rimane quasi immobile, di tanto in tanto con la mano si tocca i capelli neri.

Latrati selvaggi interrompono il silenzio, la ragazza si alza in piedi di scatto, spaventata raccoglie le sue cose. Nel giro di pochi secondi, dalla via opposta a quella dove mi trovo io, compare un manipolo di poliziotti, vedono la ragazza e le sguinzagliano contro i loro mastibuini.

Senza pensarci, mi muovo verso gli animali, corro inferocito verso di loro. La ragazza vedendomi urla terrorizzata, ai mastibuini è abituata, ma una creatura brutta come me non l’ha mai vista.

Alla vista di questo grande essere non immediatamente identificabile anche i mastibuini si spaventano, si fermano, indietreggiano, infine scappano dai loro padroni.

Mi giro verso la ragazza, non c’è più, ha avuto il tempo di fuggire. A questo punto penso sia meglio seguire il suo esempio, i mastibuini sono ingenui, ma non stupidi, la vista può ingannarli per qualche secondo, ma non gli altri sensi, molto velocemente si rendono conto che, seppur con qualche modifica alla carrozzeria, la miserabile accozzaglia animalesca che hanno davanti non è altro che un fragile essere umano.

Corro per un bel pezzo, fino a quando mi ritrovo nuovamente immerso nel silenzio. Mi siedo sui gradini che non portano più a niente. Respiro profondamente, sorrido. Sono contento di avere salvato la ragazza. Ma soprattutto di averla incontrata: questo significa speranza.

Al solo pensiero che la parola “speranza” mi si sia materializzata nel cranio scoppio a ridere.

La ragazza è semplicemente un nuovo gioco: cercarla, incontrarla nuovamente, magari parlarle, un altro gioco per passare il tempo, prima che il tempo finisca.

Si è fatto tardi, anche se il concetto, in questa perenne luce serotina perde di molto il suo peso. Torno sui miei passi per raggiungere gli amici.

Andrej è sdraiato, qua e là il suo corpo è coperto di chiazze di catrame, l’Astrologo si è appisolato sulla sedia a rotelle, ha la testa reclinata e russa piano.

Mi stendo vicino a Andrej.

«Non ci crederai mai ».

Andrej non è un espansivo, non dà grandi soddisfazioni, non muove un muscolo, non si gira a guardarmi, fa cadere la mia frase nel silenzio.

«Non vuoi sapere cosa ho visto?»

Sbadiglia. «Che cosa?».

Sto per cominciare il resoconto, ma mi ferma con un gesto della mano.

«Prima di raccontarmi aiutami a togliere queste macchie».

Accetto di buon grado, comincio a strofinarlo: «Prima sono stato quasi attaccato da una colonia felina mutante, decine di gatti di taglia piccola, tutti neri con ali da pipistrello».

«Non li ho mai visti, gli ultimi gatti mutanti che abbiamo incontrato erano quelle carcasse di siamesi con gli zamponi da orso, ti ricordi?».

«Sì, ma non è questa la cosa interessante: ho incontrato una ragazza»..

Appena pronuncio “ragazza” sento il corpo di Andrej tendersi sotto le mie zampe, i muscoli guizzano piacevolmente come allegri pesciolini impigliati nella rete della carne.

«In bikini addirittura, bel corpo… prendeva il sole sdraiata su una stuoia».

Andrej ghigna dispettosamente: «Forse è meglio che tu la smetta di comprare quei giornalini, eccitano troppo la tua fantasia».

«Ti assicuro che non è una fantasia, né un’allucinazione, la ragazza esiste, prendeva il sole e il sottoscritto l’ha salvata da una muta di mastibuini».

Andrej continua con il sarcasmo, è un uomo sensibile, è il suo modo di difendersi: «… e dopo averla salvata? Le hai chiesto la mano?»

«Molto divertente, oltre che auspicabile, ma forse sei tu che devi smettere di leggere quei pornacci da due lire. Quando mi ha visto è scappata, era quasi più spaventata da me che dalla polizia».

L’Astrologo interrompe la nostra conversazione con uno sbadiglio somigliante a un ruggito. Si è svegliato. Attira la nostra attenzione nel solito modo: battendo imperiosamente il bastone a terra.

Andrej gli va allegramente incontro: «Maestro».

Il vecchio sembra di cattivo umore. Emette strani suoni che non riusciamo a decifrare. Andrej gli si avvicina e lo abbraccia con tenerezza, con un fazzoletto gli pulisce la bocca bavosa.

«Cosa desideri, maestro? Siamo a tua disposizione».

L’Astrologo disegna per terra quella che ha tutta l’aria di essere una pizza.

«Ha fame, vuole andare a mangiare».

Ottima idea, anche se non di facile realizzazione.

@FRANCESCA GENTI – LA FEBBRE – ED. CASTELVECCHI 2011 –

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Link ai capitoli precedenti:

Capitolo I

Capitolo II

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesca Genti – La febbre – Castelvecchi (anteprima capitolo II)

CAPITOLO II

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IL POETA DEI GRAFFITI

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Ricordo la prima volta che incontrai Andrej.

È stato proprio qua, in questa città. Mancavo da molto tempo.

Ero nella seconda stagione della mia carriera, avevo già inventato la body animal art.

La mia performance era attesissima, erano passati anni prima che accettassi l’invito del gallerista. Mi ero fatto pregare molto e alla fine di un lungo corteggiamento, avevo acconsentito.

Tutta la città, tutti i ricchi della città erano in fibrillazione. Il ritorno del Poeta dei Graffiti.

Mi avevano conosciuto da ragazzino, portato a cena, a letto, in vacanza.

Avevano cercato di sedurmi con quello che avevano a disposizione: soldi, corpi, palazzi. Mi avevano disgustato.

Ora tornavo per disgustarli io, anche se conoscendoli sarebbe stato molto difficile, forse impossibile.

La performance, One Man Zoo, era fissata per le 19.

Li spiavo dal magazzino adiacente alla galleria.

Centinaia di figure si muovevano lente, risaltando sul bianco abbacinante dei muri appena intonacati.

Chiudevo gli occhi: sentivo il rumore di tacchi alti sul marmo del pavimento, il frusciare dei tessuti appesi ai loro corpi. Dilatavo le narici per avvertire l’odore della carne, i profumi raffinati.

Captavo brandelli di discorsi, ma non mi arrivava il senso delle loro parole, allora mi concentravo sul suono delle voci: latrati, pigolii, squittii, gorgheggi, ragli, grugniti. Le loro voci mi sembrava non avessero niente di umano.

Aprivo di nuovo gli occhi per guardarli, c’erano nuovi giovani, figli e figlie. E poi c’erano loro, i vecchi, i miei ex amanti, padroni.

Non erano molto diversi da me, anche loro si erano trasformati  molto, nella speranza di conservare quello che in passato avevano avuto in abbondanza: la bellezza.

Ero attratto soprattutto dalle bocche delle donne. Mi colpivano come un pugno. Erano come foglie di rare piante grasse, tropicali, ora chiuse, ora dilatate. Poi c’erano i colli: rugosi, cadenti, la parte più  vera di loro.

Appoggiato a una parete c’era un giovane uomo sulla trentina: Andrej Babilonia, lo scrittore.

Anche lui, come me da dietro la porta, osservava la scena. Vicino a lui, c’era un uomo anziano su una sedia a rotelle, era piccolo, rinsecchito, portava occhiali da sole, era l’Astrologo, già decrepito molti anni fa, esattamente come ora. Li guardai pochi secondi e avvertii che erano inseparabili, legati da un loro speciale matrimonio, da un indistruttibile filo telepatico.

Alle 19 in punto entrai in scena. Spalancai la porta del magazzino cacciando un ululato assordante.

Tutti si azzittirono, rimanendo immobili, centinaia di occhi puntati su di me.

Il Poeta è tornato.

Mi presentavo così: al posto della mano destra una zampa di rapace, in corrispondenza dell’osso sacro una lunga coda di scimmia, le gambe nude, coperte di squame. Il mio viso era, allora, ancora intatto, riconoscibile.

Cominciai a muovermi tra gli astanti, a studiare quegli strani animali intorno a me. Respiravo a pieni polmoni l’aria pesante, mista di attesa, paura, eccitazione. Anche io mi eccitai, mi venne duro. Avrei potuto tirarlo fuori, poi pensai che il gesto era vecchio e che non avrebbe suscitato la benché minima reazione, ci voleva ben altro pour épater le bourgeois e comunque non era quella la mia intenzione; roba passata, intemperanze di gioventù.

Dagli altoparlanti partirono le note de La morte del cigno e mi misi a danzare sublimemente sulla musica. Mentre eseguivo il balletto vidi gli occhi di alcuni decrepiti oligarchi luccicare per la commozione. Alla fine della performance ci fu uno lunghissimo applauso a cui risposi scodinzolando, arricciando e dimenando la mia flessuosa coda. Dopo scomparii nel magazzino.

Mentre mi riposavo bussarono alla porta e prima che avessi dato un segnale di permesso entrò Andrej.

Con grande semplicità mi fece i complimenti per il mio lavoro. Fu breve, gentile, formale. Mi colpì molto. A quel tempo era ancora timido. Scambiammo poche parole, poi arrivò il gallerista pregandomi di andare di là, di unirmi alla festa, tutti mi aspettavano.

Che noia le feste, uguali in ogni parte del mondo, zuppe di conformismo come tutto il resto. Ma non potevo sottrarmi, facevano parte del mio lavoro. Al di là di quella porta ognuno di loro spasimava per me, pronto a scaricarmi addosso il fuoco  dei suoi fantasmi, desideri, pulsioni, paure.

Uscii, mi diedi in pasto alla folla, ai flash, alle domande.

Mi è sempre piaciuto mangiare e il buffet allestito dal gallerista era all’altezza delle mie aspettative. La vista di tutto quel cibo così fresco, così buono, così bello, mi mise subito di ottimo umore, divorai ogni cosa. E dopo vari bicchieri di champagne quasi mi divertivo, diventando gradualmente più ciarliero. Abbracciavo con autentico trasporto gente che avevo sempre disprezzato. Nessuno era particolarmente impressionato dai miei inserti animaleschi. Una ragazza mi regalò un anello infilandomelo direttamente nella coda, gli ex amanti facevano la fila per salutarmi, toccarmi, strapparmi un appuntamento. Mi sentivo appagato.

Tutto questo grazie a qualche tartina al salmone innaffiata da una congrua dose di champagne.

Sono sempre stato un uomo superficiale.

La festa era movimentata, gente andava e veniva in continuazione. Di tanto in tanto controllavo con la coda dell’occhio dove fosse Andrej.

Era sempre dove l’avevo visto prima che cominciasse la performance, appoggiato al muro e vicino a lui c’era sempre l’Astrologo. Provai antipatia per quel vecchio, mi sembrava avesse un guinzaglio invisibile con il quale rendeva suddito Andrej, si vedeva che non voleva farselo scappare e si vedeva che Andrej non ne aveva nessuna intenzione. Di tanto in tanto qualche bella ragazza gli si avvicinava, attaccava bottone, lui sorrideva con grazia, parlavano un po’, bevevano vino. Quel ragazzo mi incuriosiva sempre di più, avrei voluto parlargli, ma la mia vanità me lo impediva.

Io ero la star, l’artista, il Poeta. Toccava a lui venire da me, non il contrario. Certo non era facile avvicinarmi, ovunque mi spostassi un muro di carne umana mi seguiva, accerchiandomi.

Ormai era l’alba e la festa stava finendo. Stanco, sbocconcellavo gli avanzi del ricco buffet. Fu allora che Andrej mi parlò per la seconda volta, porgendomi un foglio di carta ripiegato in quattro.

«Ho scritto una poesia dedicata a lei» mi disse.

Sgranocchiando una fetta di crostata presi il foglio e lo congedai con un mugugno. Lui mi salutò portando con sé il vecchio infermo.

La poesia si intitolava Il corpo del poeta.

Fu l’inizio di una grande amicizia.

@FRANCESCA GENTI – LA FEBBRE – CASTELVECCHI 2011  (continua…..)

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Link al  Capitolo I

Francesca Genti – La febbre – Castelvecchi (anteprima – capitolo I)

Uscirà questa primavera, per Castelvecchi, il primo romanzo di Francesca Genti. Pensando di far cosa gradita ai lettori del nostro  blog, proporremo, per tre mercoledì a partire da oggi i pirmi tre capitoli del libro. Una scrittura interessante e dinamica quella della Genti, che ben supporta la sua straordinaria fantasia, buona lettura.  (gianni montieri)

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CAPITOLO  I

I CANI

 

Ci sono dei cani che si suicidano. Si buttano giù, nel vuoto, senza un latrato. Calmi.

Ce ne sono dappertutto, in ogni edificio che affaccia sui quattro lati della piazza.

Noi siamo al centro della piazza, al centro della scena.

Seduti su una panchina osserviamo quello che succede.

Giochiamo con i cani: il primo di noi che conta cento cani morti vince.

Io sono a ottantasette, sto vincendo.

Andrej è a quota trenta.

Il vecchio Astrologo ne ha contati dodici, ma lui non fa testo, è cieco.

Conta i cani in base ai tonfi che percepisce. Il rumore è come di cachi giganti che si spiaccicano dolcemente a terra.

Il silenzio ci avvolge, è facile cogliere il rumore dei cani più vicini.

Non è più tempo di guardare il cielo notturno, cercare stelle cadenti, esprimere desideri.

Questo per due ragioni.

La prima è che da un bel pezzo non esiste più la notte. Il cielo un giorno si è ribellato. Il sole si è incastrato rimanendo appena sopra la linea dell’orizzonte.

Sono anni che viviamo in un perenne tramonto.

La seconda è che, al pari del cielo stellato, anche il futuro non esiste più. O meglio: è drasticamente diminuito, abbiamo quasi esaurito la nostra razione di futuro.

Siamo rimasti in pochi qui  ai margini della città e tutti con le ore contate. Esprimere un desiderio? L’unico sensato sarebbe quello di essere catturati, torturati e uccisi il prima possibile. Ma non possiamo farlo perché non vogliamo morire.

È contro ogni logica, ma è così.

Cosa rimane da fare allora se non giocare ai cani, ricordare il passato, cercare di stare su?

Andiamo con ordine.

Siamo in tre. Io, Andrej e l’Astrologo.

Siamo esseri umani di sesso maschile, adulti, di età avanzata.

La città negli ultimi tempi è cambiata molto.

Ho già detto che viviamo nell’eterno del tramonto. Da quanto? Non lo so, senza l’alternanza di giorno e notte si perde velocemente la cognizione del tempo.

Non abbiamo orologi. Una volta se ne trovavano disseminati per le strade, ora non più. È tutto finito, molte case sono crollate, altre stanno per crollare. Oltre a noi tre, ci sono pochissimi ribelli, la maggior parte delle persone iinfatti ha firmato e se ne sta ben protetta al centro della città. Daremmo un braccio per incontrarli. «Darei la vita per incontrarvi!» è solito urlare lugubremente Andrej.

Non è facile, se ne stanno tutti nascosti.

Per usare un eufemismo, non è una buona idea andarsene in giro per le strade.

Sono terra di nessuno, anzi, qualcuno c’è.

Ci sono molti poliziotti. Le sembianze sono quelle umane: hanno braccia, gambe, piedi, mani, occhi incastrati nei bulbi oculari, capelli di vario colore e lunghezza, sono vestiti con divise e non girano mai soli. Ognuno di loro porta al guinzaglio un cane-babbuino. Sono feroci. Ne esistono di tre razze.

I babbu-bull, incrocio tra babbuini alfa e pit-bull, gli alababbu, babbuini alfa incrociati con alani e i mastibuini, mastini più babbuini alfa.

Hanno selezionato razze molto intelligenti e molto aggressive, poi c’è stato l’addestramento, un lunghissimo film horror, ed eccoli pronti per la loro missione, la solita dall’alba dell’umanità, riassumiamola così: estirpare l’erba cattiva.

Noi tre resistiamo, non ci hanno ancora preso e questo è quasi un miracolo.

Infatti, a differenza degli altri, noi non ci nascondiamo, proprio per niente.

Per quanto mi riguarda, il totale sprezzo del pericolo deriva dal mio passato, dalla mia vita, da quello che sono stato.

Mi presento, io sono Il Poeta.

Naturalmente è un nome d’arte. Non ho mai scritto mezzo verso in vita mia, per quello c’è Andrej.

C’è stato un tempo in cui facevano la fila per intervistarmi. Caccia al Poeta. Volevano rubarmi l’anima e non solo.

Sono diventato famoso in una settimana.

Mi annoiavo molto in questa città.

Il piattume della sua vita notturna e culturale era insopportabile.

Così ho comprato un pennarello, un biglietto della metro e con pazienza ho cominciato con i miei graffiti, i miei slogan.

Di cosa potevo scrivere? Il sesso era ormai dappertutto, totalmente depotenziato, alla violenza si erano già assuefatti, ho pensato alla religione, un grande classico, un intramontabile evergreen.

Belzebù maiale terminale.

Baal straccione.

Satana feticista dei piedi con vescica.

Thot lavora in un call center.

Con pazienza ho coperto tutte le fermate con le scritte.

Sono bastati pochi giorni che giornalisti, scrittori, galleristi, video maker mi erano alle calcagna.

Tutti cercavano Il Poeta dei Graffiti, così mi aveva soprannominato un critico d’arte scrivendo un articolo sul mio lavoro.

Insomma sono diventato famoso con il mio neograffitismo concettuale. E ricco. Ho girato il mondo facendo mostre in tutte le più importanti gallerie, ma di nuovo mi annoiavo terribilmente.

Finché in uno scantinato di Giurgiu ho scoperto la più estrema e segreta forma di body art.

Consisteva nel tagliarsi parti del corpo e sostituirle con parti di animali.

Ho cominciato tagliandomi una mano e inserendole al suo posto una zampa di rapace.

Sono andato avanti così per molto tempo, inventando la body animal art, diventandone l’unico, ricercato, riveritissimo esponente.

Nel corso della mia carriera mi sono spinto oltre i limiti immaginabili, trasformandomi in un frankestein all’ennesima potenza, in un terribile zoo ambulante.

Vedendo come stanno le cose adesso, ho trasformato il mio corpo in un oracolo.

Sono diventato un mostro. È stato un successo planetario.

Ho subito talmente tante operazioni e mi sono inflitto talmente tanto dolore che il pensiero di venire sbranato da un cane babbuino non mi fa né caldo né freddo.

Sono le mie ultime ore, voglio viverle allegramente.

L’Astrologo ha un sussulto, con il suo bastone di ebano colpisce tre volte il suolo. È un segnale. Significa che stanno arrivando.

Con calma Andrej e io ci alziamo e adagiamo il vecchio sulla sua sedia a rotelle.

«Dove andiamo?»

L’Astrologo rotea il bastone in aria, poi lo poggia a terra e disegna sull’asfalto morbido come cera un cerchio irregolare.

«Vuole andare al mare» dice Andrej.

Lentamente ci avviamo, io davanti e Andrej dietro, portando la carrozzina.

Sono la loro sentinella, la loro guardia del corpo.

Il motivo è molto semplice: le mie sembianze sono talmente mostruose che i poliziotti e i loro cani-babbuino, almeno di primo acchito, rimangono terrorizzati.

Quei pochi attimi di spaesamento sono preziosi per la nostra fuga.

Come ho già detto, l’idea di essere catturato non mi spaventa particolarmente, ma l’idea di fargliela ancora una volta, quella sì che mi eccita.

È un altro gioco, come contare i cani.

Dice la saggezza popolare: più si invecchia, più si torna bambini.

E io ormai  sono proprio vecchio, decrepito addirittura.

Ai miei occhi tutta la città è un enorme, sterminato, tremendo Luna Park.

C’è un altro motivo per il quale non voglio farmi prendere: non voglio morire prima di Andrej e l’Astrologo, mi sento responsabile per entrambi.

E poi, anche se non l’ho mai confessato, in fondo al mio cuore, in un angolo della mia mente, penso che Andrej abbia ancora qualcosa da fare prima di tirare le cuoia: incontrare una donna e fare un bambino.

Sarebbe un gesto assurdo, data la situazione in cui siamo? Non certo più assurdo di mettersi in marcia, sfidando eserciti di poliziotti, per andare a fare il bagno nel mare di catrame che giorno dopo giorno avanza, mangiandosi un altro pezzo della periferia nord est della città.

 

 

 


@ FRANCESCA GENTI – LA FEBBRE – ED. CASTELVECCHI 2011  (continua…)