ebook

Francesco Filia, L’inizio rimasto

Francesco Filia, L’inizio rimasto, con incisioni di Pasquale Coppola e prefazione di Aldo Masullo; Il Laboratorio / le edizioni.

*

Insieme a Francesco Filia abbiamo deciso di rendere scaricabile gratuitamente in ebook (cliccando sull’immagine della copertina oppure qui: InizioRimasto) questo suo piccolo e prezioso libro d’artista, L’inizio rimasto, stampato in sole 50 copie, e impreziosito da 5 incisioni di Pasquale Coppola e dalla enorme (mi riferisco al contenuto) prefazione del professor Aldo Masullo, che più passano gli anni e più mi pare che ringiovanisca per lo spirito e la lucidità con cui elabora i concetti. L’unico modo per introdurre queste poesie di Filia è quello di dimenticare (scherzosamente) quello che scrive Masullo e di procedere per proprio conto. Sarà una nota breve che cercherà di spiegare perché questi dodici testi di Francesco Filia sono importanti, sono davvero una cosa da salvare. Intanto tracciano una linea ben chiara nel percorso poetico di Filia, di nuovo qui si sta su una frontiera; di nuovo il poeta napoletano guarda il punto dell’orizzonte lungo il quale scorre l’umano e da lì ribalta l’ovvio, stravolge il primo sguardo. Il colpevole può avere una premura? Essere innocenti è una colpa? Qualcosa alla quale non possiamo sottrarci. La sofferenza la prova chi è colpevole, ecco che viene esaminata l’incapacità di reazione, lo stare fermi che è proprio di chi attende, di chi si accontenta di definirsi vittima, di chi si sta lì come un orizzonte basso, su un molo dove non s’alza mai un vento.

All’angolo della strada la memoria
non mendica il passato

Prendiamo questi due versi della poesia d’apertura, è come se dentro ci passasse tutta la poetica di Filia, la somma di tutti i libri precedenti. La rara capacità di raccontare il contrasto, lo vediamo con chiarezza qui, la memoria è una costruzione che non c’entra niente con la nostalgia, tiene conto del passato se questo insegna, se giustifica la visione del futuro. La memoria lì all’angolo della strada ha almeno una doppia visuale, se si tratta di angolo le strade sono almeno due, l’architettura interiore deve prevederle entrambe.

Poesie queste di un tempo sospeso, di luoghi di certificata e respingente bellezza. La bellezza allontana, per Filia, per eccessivo rapimento, per la sua stessa intollerabilità. Poesie che sanno di rimpianto, che sono una dura presa di posizione verso una generazione (quella nata negli anni settanta) che non è stata capace di costruire, di inventare, nemmeno di morire. Poesie che sanno ancora una volta del tufo dei muri di Napoli e come sappiamo questo è il più grande contrasto della storia. Bellezza e debolezza, meraviglia e sconfitta, collina e vuoto sotterraneo, allegria sconfinata e disperazione continua. “Scorciatoia infinita per la vita /  è già vivere” attacca un’altra poesia e io a queste parole mi attacco e un poco mi salvo.

*

© Gianni Montieri

Davide Nota, I Rovi #ebook

Clicca sull’immagine per scaricare il pdf I Rovi di Davide Nota.

davidenota

Tanzio da Varallo, San Benedetto si getta nudo nel cespuglio di rovi (1630- 1633)

Oggi Poetarum Silva propone con molto piacere I rovi di Davide Nota, poeta e critico del quale ho molta stima. I rovi è un libro completo di poesia; libro intenso e molto bello, col quale Nota compie un lavoro importante sulla lingua e sulle parole. È questo, poi, un libro di grandi domande e di molta luce. Di certo un libro di questo tempo e di questi tempi. Per questo motivo sono molto felice che Davide Nota ci abbia proposto di pubblicarlo interamente e di consentire lo scarico dell’ebook gratuitamente. L’ebook si può scaricare anche cliccando qui. Grazie e buona lettura. (gianni montieri)

*

I rovi

Ma se una lingua inesistente sente in sé
la lontananza siderale degli astri
che di ogni corpo fanno un corpo vivo e mortale,
quanto distante è questa vita dalla vita stessa
che la anima ed ignora, immaginandola
come una cosa sola?
Ma senza fare di condizione virtù, non mima
il passo falso del presente
dove l’azione è questa pubblica parola
che non conduce a niente. Forma
il pensiero il ritmo della mente
che se non può ma vuole agire è sempre
un’illusione abietta o un desiderio
vivo
che gronda di aggettivi e oggetti. E vinto
si nasconde, non manifesta resa.
Circonda il tempo il tempo dell’attesa.

*
Così nel buio lo stagno lunare germoglia
in un canto di rane.
Tutta la vita è un fiorire notturno senza presente né fato.
I nuovi campi di sterminio sono pieni di luce.
E in ogni oggetto è nato un occhio che inibisce l’opera.
Un cantiere di cavi cinge il letto in cui dormi.
Ma esiste ancora un luogo dove crescono i rovi
e le anime dei morti che ritornano a sera?
Chi lo cerca non trova
più niente. Una dimora
al confine di un fossato invalicabile.

*

Davide Nota, I rovi

La poesia torna in Feltrinelli con gli eBook di Zoom

La poesia torna in Feltrinelli
con gli eBook di Zoom di nuovo inediti nel catalogo

(comunicato stampa)

.

.

Feltrinelli ha con la poesia un rapporto profondo e di lunga data, iniziato già nel 1958 con la collana Poesia, proseguito poi con la componente poetica dei Classici e coronato con le opere dirompenti del grande Edoardo Sanguineti, le spregiudicate raccolte di Charles Bukowski e il tragico, potente poema Solo andata di Erri De Luca.

Oggi Feltrinelli porta in digitale la freschezza della poesia contemporanea.

Oggi 5 febbraio sono uscite le prime raccolte inedite nella collana solo digitale Zoom Poesia:

  • Un quaderno di radici di Tiziano Fratus
    C’è una bellezza da inizio del mondo / nel mettere ordine in cose che non ti appartengono
  • La voce dei grandi edifici di Gianni Marchetti
    Il mio è un dialogare col Nulla / Si sa / E dialogare col Nulla / Una volta su un milione / Porta all’Infinito

(altro…)

Antonio Paolacci – Un giorno vi racconterò cos’era davvero Perdisa Pop

berlino 2009 - foto gianni montieri

berlino 2009 – foto gianni montieri

Un giorno vi racconterò cos’era davvero Perdisa Pop

Non so quante volte ho sentito Luigi Bernardi iniziare una frase con «Un giorno vi racconterò».
Era il suo modo per far capire ai meno informati che l’editoria è molto diversa da ciò che credono sia: «Un giorno vi racconterò come lavorano davvero quelli di [una nota casa editrice]», diceva. Oppure: «Un giorno vi racconterò come la pensa davvero [uno scrittore famoso]».
Poi questo giorno non veniva mai, non raccontava niente alle persone di cui non si fidava, ma riusciva comunque a insinuare dubbi, che è poi il primo dovere del vero narratore.

Quando mi annunciò che avrebbe lasciato l’editoria, per me non fu una sorpresa. Da almeno un paio d’anni mi diceva che era stufo, che voleva scrivere e basta, che appena possibile lo avrebbe fatto. E io, per quanto temessi che alle sue dimissioni avrei perso il lavoro, non cercavo di dissuaderlo: ogni volta gli dicevo che l’avrei fatto anch’io, se avessi potuto; che se io ero stanco dopo pochi anni, figurarsi lui dopo più di trenta.
La notizia vera e propria me la diede alla fine del 2010. Della sua malattia non sapeva ancora nulla. Smetteva di fare l’editor perché non ne poteva più e voleva scrivere, scrivere e basta.

Mi invitò a pranzo a casa sua. Mangiammo crescentine e tigelle parlando delle cose che stavamo scrivendo, bevemmo chinotto, due caffè a testa, dopodiché mi disse che aveva deciso: smetteva, e voleva lasciare a me la direzione di Perdisa Pop.
Mi chiese se me la sentivo. Risposi di sì, naturalmente. A quel punto diventò serio e mi fece un discorso che non dimenticherò.
Disse che in oltre trent’anni non aveva mai visto l’editoria conciata tanto male. Un mestiere allo sfascio, diceva, dove per fare qualcosa di interessante ti tocca combattere in modo iniquo con un esercito di imbecilli che affossano l’intelligenza.
Aggiunse che anche Perdisa Pop non avrebbe retto ancora a lungo. Per cui dovevo pensarci bene: se accettavo di dirigere il marchio dovevo accollarmi il grosso rischio che la fine di Perdisa Pop – se fosse arrivata dopo pochi mesi dalle sue dimissioni – sarebbe stata attribuita a me.
Gli chiesi se secondo lui poteva durare almeno un anno. Mi rispose che, nelle condizioni in cui si era all’epoca, sarebbe stato difficile. Occorreva inventarsi qualcosa, e dovevo farlo io, se accettavo, dal momento che lui non ne poteva più.

Difatti, nel settembre del 2011, Alberto Perdisa mi comunicò che intendeva chiudere di lì a due mesi.
Ne erano passati appena cinque dalle dimissioni di Bernardi e il primo titolo con me in veste di direttore editoriale non era ancora nemmeno in libreria. Come editor ero bruciato.
O meglio, avevo due sole possibilità: diventare uno dei troppi aspiranti editor armati di curriculum sui pianerottoli di altri editori (con l’aggravante di aver diretto un marchio giusto il tempo della sua fine), oppure combattere con l’unica arma che avevo: altri due mesi prima della chiusura.

Ridisegnai piani editoriali e strategie aziendali, cercai autori precisi da pubblicare, reimpostai la comunicazione della casa editrice… Le mie mosse erano bollate come fallimentari da quasi tutti: si trattava di dichiarare apertamente la nostra politica e prendere la strada contraria a quella imboccata dall’editoria attuale, ridurre le uscite annuali, licenziare i promotori, arrivare ai lettori aggirando la distribuzione, e pubblicare con orgoglio testi non commerciali, scritti da italiani conosciuti solo a pochi e caratterizzati anzitutto da una buona scrittura. Il che significava niente menzogne ai lettori, niente mode del momento, nessun preconcetto sulla stupidità del pubblico, nessuna marchetta, nessun compromesso.
E all’inizio del 2012 c’erano già troppe buone notizie perché l’editore potesse mandarmi a casa: i nostri lettori aumentavano, arrivavano ottime recensioni e molti complimenti. In condizioni migliori avremmo potuto crescere notevolmente, ma, anche con i nostri scarsi mezzi e nelle difficoltà generali, un anno dopo eravamo una delle poche piccole case editrici italiane in crescita, e forse l’unica (stando almeno a quanto gli altri dicevano e dicono). Meno di due anni dopo, concorrevamo ai principali premi nazionali e si parlava bene dei nostri libri sulle più importanti testate nazionali.

Ciò non toglie che Luigi Bernardi avesse ragione.
Da anni, ormai, le personalità più influenti in editoria distorcono le idee stesse di scrittura e letteratura. Non importa qui stabilire gli scopi di certe politiche, ma che tali politiche siano in atto è innegabile.
L’etica (anche lavorativa), l’onestà (anche intellettuale) e soprattutto la straordinaria potenza politica e sociale della letteratura sono in crisi nera. Non parlo della crisi economica – che c’è, ed è grave, ma è un’altra cosa. Parlo di problemi serissimi di disonestà (anche intellettuale), parlo di menzogne, di esaltazione di valori sbagliati, parlo di esistenze sprecate, di tempo e soldi rubati a tutti, autori e lettori. Parlo di politiche a-culturali che hanno ormai incistato nel pensiero comune l’idea che il libro sia un prodotto da supermercato, laddove è non solo metro di civiltà, ma è anche evoluzione personale, ed è piacere puro, uno dei più irrinunciabili che io conosca.

Negli anni di lavoro insieme, Bernardi mi ha insegnato anche a fronteggiare la paura. Ogni volta che mi parlava di cadute, io imparavo che, quando si cammina su terreni accidentati, cadere fa parte dell’atto di camminare. E che a volte, rialzandosi, è bene cambiare strada.

Quel pomeriggio del dicembre del 2010, dopo il secondo caffè, mi disse che avrebbe aspettato un bel po’, prima di comunicare a tutti che lasciava a me la direzione di Perdisa Pop. Avrebbe smesso ufficialmente all’inizio di aprile 2011: doveva essere aprile, mi spiegò, perché aveva iniziato a lavorare in editoria ad aprile del 1978 e voleva smettere esattamente al compimento del trentatreesimo anno di attività.
La sua fissazione per la precisione matematica era da Guinness. Ne rideva lui stesso, ma gli piaceva troppo, non poteva resisterle. E così sono diventato ufficialmente direttore editoriale il 5 aprile del 2011.

Questo per spiegarvi il motivo per cui ho atteso fino a oggi per comunicarvi quanto segue.
È per me una specie di tributo: oggi, 5 aprile 2014, la mia direzione di Perdisa Pop compie tre anni tondi, ed è quindi il giorno migliore per annunciare che non continuerà.

I motivi non vi importino. Di fatto, sono venute meno le condizioni basilari perché io possa continuare a svolgere concretamente questa attività. E a voi basti sapere che Perdisa Pop continua regolarmente a vendere i titoli in catalogo.
Quanto a me, vi darò notizie a tempo debito. Lo farò molto presto, ma non subito: se c’è un’altra cosa che mi ha insegnato Bernardi sull’editoria è che è piena di orecchie pericolose o, come avrebbe detto lui, di teste di cazzo.

In ogni caso sto lavorando. E non da solo, né solo per me stesso.
I tempi sono difficili e conoscere bene il proprio lavoro non è più sufficiente. Ma mentre assistiamo allo strangolamento di professioni fondamentali, tendiamo a dimenticare cosa siamo, tendiamo a dimenticare che l’editoria e la scrittura non possono e non devono essere considerati come lavori da mercanti, perché non lo sono.
E va precisato che non lo sono proprio, in concreto, che non si tratta cioè di avvolgerli in una coltre di romanticismo, ma di prendere coscienza di una realtà: l’atto di leggere è diverso dall’atto del comprare o del consumare prodotti alla moda. Ha un altro mercato, un altro target.

In questo contesto angosciato e sfiancante, dove si continua ad alimentare un’idea malsana di cultura e di letteratura, resto convinto che si possa reagire.
Occorre però il coraggio di farlo davvero. Il che, per chiunque come me lavora in questi ambiti, sembra difficile. Non siamo eroi, siamo persone con altre competenze. E siamo abituati a dubitare.
Solo che, assuefatti all’idea che sarebbe meglio non rischiare, alle volte rischiamo molto di più: accettiamo compromessi assurdi che ci porteranno a lavorare male e a fallire comunque, scontenti dei risultati e senza nemmeno un grazie da portarci a casa.

Quello che invece farò io è raccogliere le forze ancora una volta e ancora una volta creare, per quanto possibile, nuove occasioni. Ci sono competenze da mettere a frutto, voci da ascoltare, percorsi da scoprire, follie da realizzare, rabbia da usare come carburante.
Prendere le distanze da certe logiche e da certi mestieranti non è un vezzo artistico, è nostro dovere professionale.
Se preferiamo rimanere sui tristi sentieri tracciati da altri, piuttosto che indicarne di nuovi, non siamo scrittori, non siamo artisti, e non siamo editori. Se non sappiamo osare, non siamo ciò che millantiamo di essere, né mai potremmo esserlo.

©Antonio Paolacci

Gian Maria Annovi – La scolta

cover_scolta_Annovi.indd

Gian Maria Annovi – La scolta – ed. Nottetempo – ebook euro 1,99 – edizione cartacea (con tiratura limitata) euro 4,00

Canto e controcanto, coro a due voci, domanda e domanda, risposta e risposta, un’attesa e l’altra. Una resta se l’altra resta viva, va se l’altra muore. Nessuna delle due rimane. Una è una badante arrivata da un paese dell’est, l’altra è un’anziana ricca, malata e morente. Gian Maria Annovi mette in scena un dialogo in versi che lascia di stucco e commuove. La scolta è la guardia che nell’Orestea di Eschilo recita il monologo iniziale e racconta l’anno passato in attesa del segnale che sancirà la fine del suo compito; in una nota, posta in coda al libro, l’autore sottolinea, giustamente, come la funzione della scolta consista unicamente nell’attesa; compiuta questa attesa, il personaggio svanirà. In questo dialogo, questo rimbalzo di voci, la  scolta è la badante, la signora è la vecchia, la signora parla per prima, contrariata: “me la mettono in casa per forza / ad aspettare che muoia / una non italiana / una troia // io che insegnavo il latino / che traducevo il greco // e ora una cosa che sbatte le ciglia / che appena mugugna // un sacco di ossa e respiro // e lenzuola”. La badante, dal suo canto, registra la ricchezza e sta attenta, si prende cura della vecchia e della casa, vuole che viva. Vuole restare. L’italiano della signora è impeccabile, quello della scolta è, meravigliosamente, sgrammaticato. Questa rappresenta la maggiore spinta del libro di Annovi. Tentando (e inventando) la lingua delle donne arrivate, da poco tempo, dai paesi dell’est, il poeta riesce a entrare nei loro cuori, nelle loro solitudini e  nelle loro poche speranze. Lo dimostra, ad esempio, in una delle prime poesie: “matina lava Signora con carozina. / lava tutta. con saponetta. con spunia. / lava capelli anche. / lava là in fondo che Signora non vuole / e mi grida. / ma io volio profuma di buono / non quello suo odore // di donna che more.”  La vecchia, invece, dal detestare e rifiutare la badante passerà al tentativo di comprendere, di entrare nel cuore di chi, per sopravvivere, si sta prendendo cura di lei. “la sento che striscia / nella notte che non dorme / la segue il rumore delle ciabatte // si ferma in cucina e mi apre / la mia celletta dei surgelati / e ne vedo la luce glaciale / che goccia da tutte le fessure // lei ci resta davanti per mezzora // (è la neve, io penso, che ci vede: / il bianco notturno del suo paese)”. Il libro prosegue fino a un punto in cui la scolta e la signora pare si fondano, perché l’attesa è una sola. La stessa per entrambe. Queste poesie sono scritte partendo da un’idea classica, costruite con un passo classico, in una lingua che su carta non esiste. Una raccolta moderna che dimostra (ancora una volta) che si può stare dentro il nostro tempo, non dimenticando ciò che ci ha preceduto e senza perdere il gusto di inventare.

© Gianni Montieri

***

Nota biografica: Gian Maria Annovi (Reggio Emilia, 1978) ha esordito con Denkmal (L’Obliquo, 1998), seguito da Self-eaters (FCRM, 2007), Terza persona corteseReality in sette visioni (d’if, 2007), Kamikaze (e altre persone) (Transeuropa, 2011, con un’introduzione di A. Anedda e un cd di J. Keckler) e Italics (Aragno, 2013). Nel 2006 ha vinto il premio Russo-Mazzacurati e nel 2007 è stato finalista al Premio Antonio Delfini. Vive tra New York e Los Angeles, dove insegna Letteratura italiana.

AA.VV. 99 rimostranze a Dio

cover99bassa

COMUNICATO STAMPA

L’11 dicembre 2013 esce l’ebook 99 Rimostranze a Dio (Ottolibri edizioni, pp. 198, €5.00), la prima antologia che può vantare la partecipazione di ben 101 autori (tra cui scrittori, artisti, attori, blogger, ma soprattutto persone che si cimentano nella scrittura per la prima volta). Nata da un’idea della scrittrice Eva Clesis, responsabile editoriale di Ottolibri, 99 Rimostranze a Dio è un libro che farà sicuramente molto parlare di sé e non solo a Natale. I 101 autori coinvolti, che hanno partecipato gratuitamente a questo grande progetto collettivo dopo una campagna di adesione sui social network (fb e twitter) e la forza di uno strepitoso passaparola, si sono infatti cimentati nello scrivere una breve rimostranza al Padreterno (o a Madre Natura), con libertà di stile e linguaggio, e l’unica prerogativa di farne una vera “questione personale”. Insomma, a tutti gli autori è stato chiesto se non avessero qualcosa di cui volersi lamentare con Dio.
Il risultato è questo libro unico, dal forte impatto narrativo, il cui ricavato andrà a finanziare la traduzione di due titoli nel 2014 per la neonata casa editrice Ottolibri. L’idea infatti è quella del “crowdfunding”: le prime 700 copie vendute, tramite il sito di Ottolibri (www.ottolibri.it), le librerie e gli store online, finanzieranno le due traduzioni; dalla 701esima copia, grossa parte del ricavato andrà a finanziare iniziative culturali, come la creazione di biblioteche o librerie, il sostegno di associazioni ecc.
Ogni iniziativa nata dalle “99 Rimostranze” verrà diffusa sul sito delle edizioni Ottolibri e porterà un logo a ricordare il contributo.

Per avere una copia del testo, in formato pdf, scrivete a: ottolibri@ottolibri.it
Per ulteriori informazioni:
http://www.ottolibri.it/99-rimostranze-a-dio/

La campagna di adesione:
http://www.tempostretto.it/news/iniziative-editoria-misura-lettore-eva-clesis-svelaprogetto-
ottolibri.html
http://wormholediaries.wordpress.com/2013/11/13/99-rimostranze-a-dio/
http://inkistolio.wordpress.com/2013/11/10/ottolibri-per-una-rimostranza-a-dio-lascrittrice-
eva-clesis-racconta/
http://www.adexo.it/ottolibri-fa-le-rimostranze-a-dio-2/#sthash.WwCdQssb.dpbs
http://starbooks.it/tag/99-rimostranze-a-dio/

***

Introduzione – Il libretto di istruzioni

Gentile  Dio, così non va. Quando ho comprato la lavatrice, c’era il libretto di istruzioni. L’ho letto, e ho capito come
funzionava la lavatrice. Quando dovevo trombare, del tutto a corto di notizie riguardo all’accoppiamento, ho comprato in allegato a una rivista porno,  l’ottimo “Didattica del congiungimento carnale”, e da lì in poi è stata una festa. Non Le voglio dire che sia andato in giro a scopare senza criterio, questo mai: se c’era l’amore, cimettevo pure il batacchio, altrimenti avanti la prossima. E insomma, Lei non mi crederà, ma persino l’Iphone, che è fatto per i cretini, ha un libretto di istruzioni. Anzi, non vorrei peccare di presunzione, ma Lei che tutto vede sarà costretto a credermi: sa che ciò che dico è la pura verità. Sa che non La voglio prendere per il culo.
Insomma, vengo al punto: Lei ha presente il mondo, questo qui? Non tutto l’universo, ma il pianeta Terra con isuoi abitanti. Lo so, l’universo è grande e noi siamo un granello e bla bla, ma per il momento preferisco non allargare il discorso alle forme di vita extraterrestre, perché dovrei parlare senza cognizione di causa. È mai possibile, dicevo, che Lei ci abbia scaraventati nel mondo senza libretto di istruzioni? Chi siamo, dove andiamo, e perché ci andiamo: un cazzo di niente. Nessun indizio. Non vorrei essere troppo generico, e non vorrei rischiare di essere frainteso. Si fa un gran parlare dell’ira di Dio e non ci tengo proprio a verificare di persona di cosa si tratti. Ma se Lei, invece di mandarci ‘sti misteriosi segni da interpretare, ché poi non si capisce mai chi li abbia decifrati nella maniera corretta, ci mandasse un libretto di istruzioni chiaro, Le assicuro che ci sarebbe di gran giovamento. Lo so, non ci ha pensato, chi sa i cazzi dell’aldilà. Ci rifletta: un manualetto, massimo cento pagine. Adesso, con gli ebook, non Le costa nulla di stampa. Naturalmente, se con la creazione ex nihilo non Lecostasse ugualmente nulla, preferirei di gran lunga il cartaceo. Ma questo lo sa. Si faccia vivo.
Se mi passa la battuta, senza farsi mettere in croce.

Ivan Arillotta

***

(RIMOSTRANZA n.7)

Buonasera signor Dio, non so se posso darti del tu…
comunque quello che ti rimprovero è di non esistere.

Andrea Bianchi

***

(RIMOSTRANZA n.23)

Caro Dio,
quello che vorrei chiederti è perché mi hai dato una quarta misura. Non hai nessuna idea dell’ingombro che comporta, soprattutto se hai due spalle da dodicenne. Vorrei parlarti del problema delle camicie. Quando va bene, il bottone centrale una volta allacciato tira, mostrando quello che hai sotto. Altrimenti, visto che il tuo concorrente, il dio-moda, ci vuole tutte piatte, mi condanna a vedermi rinchiusa nei camerini con almeno 15 cm di stoffa mancante, prima che i bottoni possano incontrarsi con le asole. Il capitolo reggiseni meriterebbe una trattazione assai lunga. Mi limiterò a poche e concise parole: basta reggiseni imbottiti che ti regalano una taglia in più. Basta con i reggiseni della nonna per le maggiorate! Si sente il bisogno di reggiseni che semmai sostengano, abbraccino e non taglino o infilino i ferretti dritto nella carne, carini come quelli di chi porta una seconda. Sorvoliamo poi sul fatto che alle scuole tutti mi prendevano in giro, roba vecchia, certo, ma che non si dimentica. Ebbene, come puoi giustificarti?
Spero tu possa rispondermi presto.
Cordialmente,

Cristiana Nucci

***

(RIMOSTRANZA n.86)

Dio ti prego, no! Fai che non sia uno di quei soliti, luridi parassiti. Eppure il numero mi puzza, tipico da call center. Chi sarà? La compagnia elettrica o qualche promozione per depuratori dell’acqua? Non me ne frega un cazzo di avere l’acqua del rubinetto come una minerale! Oppure sono quelli del fotovoltaico? Falli smettere, Dio, perché ti ostini a farmi questo?
È sempre la stessa solfa. E se invece fosse una chiamata vera? Qualcosa per cui vale la pena rispondere? D’altronde, perché lo farebbero squillare così a lungo? Avranno un buon motivo. Dio, speriamo che il capo non mi veda; non sopporta che si usi il telefono personale sul posto di lavoro…
«Pronto?»
«Pronto, buongiorno, mi chiamo Matteo e chiamo per conto della Telecall, abbiamo un’offerta per la telefonia fiss…»
«Senti, non me ne frega un cazzo del telefono, non ho il fisso e non uso granché nemmeno il cellulare. E poi sto lavorando, non potete importunare di continuo le persone che lavorano. Non mi interessa la vostra offerta, tanti saluti!»
«Ma non vuole nemmeno…»
«Nooo! Non ho tempo!»
Ecco, ben ti sta, rompicoglioni!
Bastardi, parassiti.
“Ma non vuole nemmeno…”, no cazzo! Dio, ce l’hai con me, vero? Almeno fai restare quel telefono muto e fammi finire la mia pessima giornata di lavoro…
Vediamo, dov’ero arrivato? Ah, sì: Conti Ivo.
Speriamo risponda… ecco!
«Pronto, signor Conti? Mi chiamo Marco e la chiamo per conto della Elettroweb, la informo che siamo in promozione…».

Nicola Arcangeli

Luigi Romolo Carrino – Il pallonaro

pall2

Luigi Romolo Carrino – Il pallonaro – ed. goWare collana Pesci Rossi – ebook 4,99

Dopo il bellissimo Esercizi sulla madre (Perdisa pop, 2012), torna Luigi Romolo Carrino con una storia scomoda, dura, romantica. Una storia che racconta il sogno del calcio e che racconta tutto quello che c’è dietro quel sogno. Quello che sta nascosto dentro gli armadietti, quello che non si deve dire. Diego Di Martino giovane talento napoletano, è un predestinato, come si dice laggiù: lo tiene nel sangue. Diego è omosessuale e ha imparato giovanissimo che questa cosa nel mondo del pallone non va bene. Si sa ma non si deve sapere, perché come gli ricorda il suo procuratore, i tifosi perdonano tutto tranne il fatto di essere frocio. Questa cosa di essere ricchione Diego la vive di nascosto, grazie a una rete di marchettari protetta e procacciata da Marco Nanni, il procuratore, che manifesta affetto ma pensa ai soldi, Diego si fa vedere in giro con le escort, ci va a letto, a cena, si fa fotografare. Ma soffre, non è contento. La serie A è il sogno, Diego debutta in una squadra importante del nord e gioca come sa giocare. Da fuoriclasse. La prosa di Carrino è bellissima, tagliente e ironica, beffarda ma profonda, spesso poetica. «Porterò sfiga? Pare che ogni volta che segno io si perde. Il Napoli ci ha ammollato tre palloni tre in venti minuti. Sì, ok. Ero incredulo. Segnare a Napoli davanti a mio padre e nella mia città, contro la squadra che lui non è che la ama. Squaglierebbe il sangue come San Gennaro per il Napoli, si farebbe togliere tutti i denti e sanguinare ogni settimana come a Santa Patrizia per il Napoli. Sono sicuro che quando ho segnato papà, in tribuna, avrà vissuto la contraddizione più grande della sua vita.»
La serie A significa anche Marisa, la rete segreta di calciatori omosessuali o bisessuali che si proteggono a vicenda, si aiutano. Ma Marisa ha anche regole severissime, tra queste c’è quella che prevede che tra gli adepti non vi siano relazioni sessuali o sentimentali. Ma in Marisa c’è Stefano il portiere della stessa squadra in cui gioca Diego. Nasce tra i due una passione irrefrenabile, nasce l’amore. Arrivano i guai. I due non riescono a nascondersi, si baciano in macchina, forse qualcuno li vede. Viene organizzata una spedizione punitiva, coordinata da molti, da Marisa e da chi detiene il potere, i soldi. Capi della tifoseria organizzata trasformeranno quella che doveva essere un’azione per spaventare Diego e Stefano, in un massacro che rischia di compromettere le carriere e quasi le vite dei due. Ma invece accade qualcosa che scuote Diego, qualcosa che è  anche più forte dell’amore: viene fuori  la dignità. La dignità e la forza del sentimento possono cambiare le carte in tavola e le cambiano. Luigi Romolo Carrino ha scritto un bellissimo romanzo, ha scoperchiato le pentole, mentre racconta il calcio con la passione di chi ama quello sport, racconta una storia d’amore e di coraggio, rappresentata in palcoscenici rettangolari: i campi da calcio, i letti, un tavolo di una casa di Napoli dove davanti a un caffè bevuto poco dopo l’alba i cuori si apriranno. Alla gente, vuole dirci Carrino, e quindi anche a tutti quelli che stanno nel calcio, non dovrebbe importare nulla di chi vada a letto con chi. Di un attaccante dovrebbe importare se segna, e se non segna è una chiavica. Ma un attaccante si può pure innamorare di chi gli pare, senza doversi nascondere per questo. Poi ci sarà l’ultima partita e saranno sorrisi, sarà Champions League.

Ivano Ferrari – Macello (alcuni estratti)

ivano-ferrari-macello

(Einaudi 2004 – ebook 2013)

***

Per chi volesse approfondire la lettura dell’opera di Ivano Ferrari, proponiamo oggi in lettura alcune poesie estratte da Macello, libro del 2004 che quest’anno Einaudi pubblica anche in formato elettronico. Cliccando QUI, invece, potrete leggere (o rileggere) de La morte moglie, di cui ci siamo occupati qualche settimana fa.

***

Lo stanzino in fondo allo spogliatoio
è detto delle seghe
affisse a tre pareti foto di donne
dalla vagina glabra
nell’altra il manifesto di una vacca
che svela con differenti colori
i suoi tagli prelibati.

*

La mia pelle ripulita e triste
il cuore glabro
il colorito bluastro
bene, io sono quello
che stabilisce la commestibilità
dei vostri miasmatici cibi.

*

Dove nasconderà le lacrime?
Se la domanda pende sul cranio
sfondato di un puledro
sfumo affannando versi
subendo animali e cose.

*

La carne morta rivive
nella sua grande miseria
col vento che riporta gli odori
ad  un ordine sparso.
La carne morta è ricamata
da quelle sinuose presenze
che gli altri chiamano larve.

*

È fuggito un toro nero
erra sul cavalcavia
impaurendo il traffico,
lo rincorriamo
impugnando coltelli
bastoni elettrici e birre
corre si ferma torna
arrivano i carabinieri coi mitra,
ora è steso su un velo d’erba
e sussurra qualcosa alle mosche.

*

Quando hanno tolto la luce
la morte si è ricomposta
per apparire subito dopo
più nitida, più vergine.

*

Un lungo, insopportabile ritardo.
poi il rumore dei camion
le urla degli autisti
le ultime preghiere delle bestie.
Ricomincia la vita appaiono le forche
le pistole, le falze, i coltelli.

*

Nella stanza d’attesa
un vitellone chiazzato
e una tornita manzarda
avranno ancora la notte
per annusarsi promesse
da domani eterne.

*

Dalla vasca d’acqua bollente
emerge un enorme maiale
bianco come uno spettro
che oscilla impudico fino a quando
dal finestrone il sole
accende quintali di luce.

*

A qualche centinaio di metri
passata la forma fresca del prato
e dopo case dagli occhi spenti
si trova il cimitero degli umani
dove c’è carne che non sfama.

*

È venerdì santo ma senza
la primaverile viandanza,
già prodiga di resurrezioni
il sangue ancora ghiaccia
riempendo i fiati di bagliori
e le bestie sono troppo pesanti
per scendere dalla croce.

*

Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani
e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncia alla mia umanità come voi del resto.

*****
© Ivano Ferrari

Daniele Mencarelli – Figlio

cover_figlio_01

Parentesi del male

1)

.

Senza la parola non è mondo
e il tuo tempo procede
fa dei mesi due anni esatti,
non parli e ormai dovresti
ogni vicino s’aggiunge al pasto
dei timori scambiati con il sonno
tra padre e madre al buio d’una stanza.

2)

.
Piccoli siamo davanti ai dottori
che fanno di te un esame da studiare
meccanismo da scrutare nella mente
in ogni suo dispositivo intellettivo.
Dottori con le dita a pistola
puntate all’altezza dell’amore
del futuro fatto polvere,
felici nell’ora della loro annunciazione,
«qui non c’è bambino, ma un malato».

3)

.
Dal greco autós
la malattia di chi si basta
di chi rifiuta la parola prossimo,
malattia come un destino
senza sorprese né guarigione.
Tu dormi la notte è al principio
non sai che ai piedi del tuo letto
stanno due figure senza pace
paralizzate dal troppo movimento.
Ti scopri nel sonno
e quattro braccia partono,
nessuna bocca ha il coraggio
dire quello che gli occhi si dicono,
chi dopo nostra morte ti metterà al caldo?

4)

.
Traffico alla gola
cielo mangiato dalla notte
oltre non sai vedere,
vorrebbero le parole non dette
farsi preghiera da inizio a fine
ma ti fermi sempre al Padre
non più mio né nostro
in questo sfinito ricominciare,
quello che sai fare
è perderti alla prima luce di stella
rivelata ora che il giorno muore,
a lei dura la voce si offre
la vita del padre al posto del figlio,
tortura ogni grammo di tessuto
donami tutto il male che riesci
ma salvalo e io sarò salvo.
Ti sveglia muta sorpresa
invano tenti di capire
chi ti ha portato sotto casa.

5)

.
Lunga teoria d’ospedali
mesi tra inverno e inverno
un anno vissuto senza estate,
tutto nel mezzo è perso
trascurato ogni lavoro
come un fastidio anche la scrittura,
la vita c’ha scelto per altra occupazione
seguirti con occhi non più nostri
non più giochi insieme da volare
ma comportamenti da rileggere
spiare in cerca dell’indizio
buono a dare fiato alla giornata,
per dire a tutti vi sbagliate
questo figlio è come gli altri
è nato sano con l’amore dentro
bello nella sua corsa a sorriso pieno.

6)

.
Qui dove ho scoperto vita
sul dolore di figli sconosciuti
rivivo oggi su nostra carne,
destino di tornare a Te
Bambino Gesù dentro le tue viscere
per dare ancora voce alla speranza.
Dio è un dottore senza camice
di grazia sanno le parole
che fanno del tempo nuova vigilia,
è strano il compimento della sera
una scoperta d’aria e di colori,
la luce calda di chi spera.

7)

.
Agosto di un giorno senza fine
mare di Puglia alle finestre
un cane spelato senza coda
vaga per qualche resto,
tu lo scruti e c’è mancanza
vuoto da colmare con un suono
parola che sgorga dalla bocca
attesa come tua seconda nascita,
«cane», «cane» ripeti sul nostro pianto
sull’abbraccio della gioia che conosce
solo chi ha conosciuto massacro,
falla sentire al mondo la tua voce
l’oro del suo squillo incerto,
ammutolisci il male ricevuto
tutti gli spergiuri sul tuo destino,
nostro verbo fatto figlio
parlaci di un nuovo tempo.

8)

.
Ora che il male
è chiuso tra parentesi
mi dicono dovrei dimenticare,
cancellare la schiera di rapaci
in volo ridente sul tuo capo,
specialisti dell’infanzia
stretta in tabelle senza scampo
che adorano quando decretano
nella migliore delle ipotesi
il male: un figlio malato,
da tagliare come traguardo
sulla pelle di chi l’ha messo al mondo.
Io invece non dimentico
sto qui per ricordare
la rabbia il fuoco d’odio
non i miei ma i tuoi giorni
tolti al bene dei tuoi anni,
scrivo per quelli che verranno
uomini e donne fatti genitori
che porgeranno loro frutto,
l’amore impareggiabile di un figlio,
nelle vostre mani, vuote d’umano.

*******************************

Nota:

Figlio è il primo titolo della serie poeti.com, la nuova collana digitale nottetempo dedicata alla scrittura in versi, diretta da Maria Pace Ottieri e Andrea Amerio.

Poeti.com ospiterà autori italiani e stranieri, esordienti e affermati, classici e contemporanei pubblicati in ebook, talora arricchiti da illustrazioni e/o materiali audio/video, in vendita su tutti gli store on line. Parallelamente all’edizione digitale la collana prevede per ogni titolo un’edizione cartacea in una tiratura limitata, numerata e firmata dall’autore.

www.poetinottetempo.com è il sito dedicato alla collana.

**********************

Daniele Mencarelli nasce a Roma, nel 1974. Vive ad Ariccia. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie: I giorni condivisi, poeti di clanDestino, 2001, Guardia alta, Niebo-La vita felice, 2005, e Bambino Gesù, nottetempo, 2010.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Le quattro partite di Gianni Montieri (da: La prima antologia del calcio astrale)

LE QUATTRO PARTITE di Gianni Montieri

“Puoi chiedere a uno che è nato ala, mettiamo ala destra, uno che sapeva saltare l’uomo e crossare, uno per cui le misure del campo cominciavano dal sessantesimo metro, puoi chiedergli a un certo punto di fare il tornante,
puoi farlo. Se è un professionista tornerà, se è un fuoriclasse non lo farà per sempre”.

Marzo 2011

La frase gliela avevano sentita ripetere almeno un migliaio di volte, almeno loro tre che erano i suoi clienti più affezionati. La ripeteva da dietro il bancone mentre spillava birra o preparava i caffè. Gli saltava fuori all’improvviso, ogni volta che un cliente cominciava a far due chiacchiere (perché qui in provincia non è mica come in città, qui due parole riesci a farle ancora). La declamava quasi, quando poi un cliente lo riconosceva e gli domandava: “Ma lei perché ha smesso?” Giulio abbassava lo sguardo, si passava lo straccio tra le mani e
ripeteva quella frase lì, come fosse un mantra. Una bella frase di quelle che ti inchiodano sul posto, come una finta di corpo o un dribbling riuscito. Uno di quei dribbling che faceva lui. A questo punto avrete capito di chi sto parlando. No? Allora ve lo spiego. Giulio, al secolo, Giulio Bistazzoni, classe 1950, ruolo: Ala destra. Nato a Vignola (Modena). Ha militato nella Triestina C1 e B; Parma serie B; Bologna serie A; Juventus serie A. Vanta 35 presenze e 8 goal in Nazionale A. Il posto da dove scrivo questa storia è il suo bar, in centro a Sassuolo. No, non si chiama “Bar Sport”, l’insegna reca la scritta “Caffè Roma”, vai a sapere perché. È il suo bar, dicevo, anche se Giulio qui non c’è più, se ne è andato via tre settimane fa, senza dire niente a nessuno, eccetto sua figlia
Lucia. Poche righe su un biglietto di saluto e le chiavi del bar: “Starò via per un po’, da domani apri tu”. Lucia ha obbedito, è preoccupata ma non troppo, spera sempre che suo padre torni, l’ha sempre fatto. Anche i tre clienti, amici, affezionati: Luciano, Mario e Stelvio, dicono che tornerà, e stanno lì tutti i giorni a bere, giocare a carte e a aspettarlo. Io, io spero che torni, ma non ne sono tanto sicuro, già una volta non ha più voluto saperne di tornare.

15/09/1971

Giulio Bistazzoni esordisce in serie A, con la maglia numero 7 del Bologna nel campionato 71/72, le sue prestazioni nel precedente campionato di B, media voto 6,5, 30 presenze e 12 goal, e dio solo sa quanti cross vincenti, hanno convinto i dirigenti della squadra del capoluogo emiliano a fare il grande salto. È la seconda di campionato, siamo al Marassi di Genova, il Bologna è ospite dei grifoni. Negli spogliatoi Giulio è emozionato e si vede. Il suo allenatore Luigi Buslenghi, uno della vecchia scuola, uno tosto, lo tranquillizza: “Tu guarda la
tua fascia, guarda la porta, segui il movimento del centravanti, il resto inventatelo”. Il resto, quello che Giulio inventò sta nei manuali del calcio. Siamo al 15° del secondo tempo, la partita non si schioda da uno di quei noiosissimi zero a zero, roba che vorresti tornartene a casa, fino a che non accade qualcosa, quel qualcosa che è la magia del calcio. La magia di un ragazzo di vent’anni che riceve palla poco dopo la metà campo: stop a seguire
per liberarsi del primo uomo, palla giocata d’esterno sulla tre quarti a Biagini, la mezzala (che non l’aveva mai vista per tutta la partita). Biagini la ripassa di prima sulla destra a Giulio ed ecco la magia. Giulio controlla, scatta palla al piede, punta l’uomo. Finta di rientrare sul sinistro, finta sul destro, di nuovo sul sinistro, ancora un movimento e il terzino abbocca, uomo saltato. Un’occhiata in mezzo all’area, Baldi (il centravanti) sta tagliando sul primo palo, cross perfetto, colpo di testa e goal. la partita finì due a zero, il secondo goal lo segnò proprio Bistazzoni con un gran tiro da fuori area. I titoli dei giornali del giorno dopo furono tutti per lui. Un trionfo.

Marzo 2011

Me lo ricordo bene quel settembre, era nata una stella. Giocò su quei livelli per tutto il campionato, da più parti si sollecitava una convocazione in Nazionale, quell’estate si sarebbero giocati gli Europei ma Mallardo, l’allenatore degli azzurri di quei tempi, era uno strano napoletano, uno prudente. Lo stava seguendo ma avrebbe aspettato ancora un po’ per convocarlo in Nazionale. In quegli anni qualcosa stava cambiando nel calcio, si faceva avanti la scuola di pensiero olandese. Il calcio totale del grande Ajax e della nazionale arancione
che avrebbe incantato tutti ai mondiali del ’74. In Italia era ancora presto, si giocava ancora alla vecchia maniera: difesa tosta e contropiede. Quel tipo di gioco era perfetto per Giulio, velocissimo, intelligente, abile come pochissimi a saltare l’uomo (qualcuno, forse esagerando, paragonava i suoi dribbling a quelli di Garrincha), dotato di un gran destro ma anche di un buon piede sinistro. La sua forza, però, quello che lo distingueva dalle altre ali, era la visione di gioco, Giulio sapeva sempre, intuiva prima, che movimento avrebbero fatto gli attaccanti, come avrebbe reagito il terzino del giorno alla sua finta. Lo sapeva per istinto, come i geni. Lucia mi si avvicina e mi chiede se voglio qualcos’altro da bere, le chiedo il terzo caffè. Stelvio alza gli occhi dalle carte, solleva il bicchiere e mi sorride. A loro piace che io sia qui, gli serve qualcuno che li aiuti ad aspettare.

25/10/1973

Quinta partita di campionato, Giulio Bistazzoni, dopo due stagioni splendide a Bologna, è stato acquistato dalla Juventus, per una cifra astronomica per quei tempi. Nelle prime quattro giornate Giulio ha sempre giocato, ma non ha incantato come al solito. Sente la responsabilità della maglia, qui si lotta per lo scudetto, c’è la coppa Uefa da disputare; in più è bombardato continuamente dai giornali che gli chiedono di spiegare, secondo lui, quali siano i motivi, per cui Mallardo non lo convochi ancora in Nazionale. Giulio è un ragazzo, i motivi non li sa, non sa spiegarseli, anche se ci spera, ci spera sempre. Giulio sorride e non risponde. Al 7° del primo tempo, Bistazzoni finalmente ritorna nei suoi panni e inventa una cosa fantastica. La Juventus gioca contro il Napoli,
una buona squadra, il terzino sinistro Frascogna lo segue a uomo, la fascia destra pare bloccata. Pizzi il mediano della Juve recupera una palla a centrocampo e la butta in profondità, a casaccio. L’azione pare persa, non
per Giulio. Il ragazzo taglia dalla fascia al centro verso il limite dell’area di rigore, di testa salta più in alto del libero avversario che si aspettava di prenderla comodamente; la palla va verso Alfonsetti l’attaccante sinistro
della Juve, che, spalle alla porta, di prima la rimette rasoterra verso la lunetta, Giulio al volo, con una splendida traiettoria a girare, la piazza all’incrocio dei pali. Uno a zero, due minuti d’applausi. La partita finì uno a uno ma ciò che contava era il ritorno di Giulio, si era sbloccato.

Marzo 2011

Quello fu un altro campionato travolgente per Giulio, giocò 28 partite, fece dieci goal, e moltissimi passaggi vincenti. La Juventus vinse il campionato e perse la Coppa Uefa in finale dall’Atletico Madrid. La convocazione in Nazionale non poteva più tardare e, infatti, di lì a poco arrivò. Molte squadre cominciavano un po’ a variare il tipo di gioco, molto spesso era chiesto all’attaccante e all’ala di tornare a coprire quando la squadra indietreggiava
in difesa. Qualcuno lo faceva, qualcuno no, qualcuno ci provava. La fortuna di Giulioo fu che l’allenatore della Juve, Magatti da Mondovì che era un tradizionalista, per tutto quel campionato non gli chiese mai di tornare.
Ebbe ragione. Mario mi fa cenno dal tavolo, se voglio unirmi a loro per una briscola, sorrido e dico di sì. Mi farà bene una pausa dalla scrittura, e poi loro sono simpatici. Faccio coppia con Stelvio, che con quel nome lì mi ricorda Coppi e Bartali, anche quelli erano altri tempi. Roba che parlarne adesso sarebbe come raccontare di qualcosa di talmente distante che parrebbe venire dallo spazio. Giochiamo, Stelvio ha l’aria di chi ha fra le mani buone carte, sul tavolo c’è una bottiglia di grappa, me ne verso un goccio. Gli altri approvano.

8/11/1973

Qualificazioni ai mondiali del 1974, ultima partita del girone: Italia – Jugoslavia. La nostra Nazionale è già qualificata, si possono provare giocatori nuovi, finalmente il prudente Mallardo convoca Bistazzoni che in questo momento è probabilmente il più forte giocatore italiano. Seguendo un preciso ordine gerarchico, Mallardo fa entrare Giulio al 10° del secondo tempo al posto di Montieri. Passaggio di consegne, Montieri, storica ala destra della Fiorentina e della Roma, è a fine carriera e questa è la sua ultima partita in Nazionale. Uscendo dal campo, abbraccia il ragazzo e gli dice qualcosa all’orecchio, Giulio sorride ed entra. Fu una bella partita, libera dai vincoli del risultato. Fini due a due. Giulio, ovviamente emozionato, non combinò granché, partecipando
comunque all’azione che portò al pareggio dell’Italia. Goal di Socci a chiusura di un triangolo proprio con Bistazzoni. La pacca sulle spalle che Mallardo diede a Giulio a fine partita lasciò intendere che altre convocazioni sarebbero arrivate e arrivarono. Giulio da quel momento diventò titolare della squadra considerata fra le favorite ai mondiali del ’74.

Aprile 2011

Le giornate qui al bar passano tranquille. Tutto è come se fosse sospeso. Lucia pare serena, conosce suo padre, sa che ha i suoi buoni motivi, che troppo spesso fermo lui non ci ha mai saputo stare. Apre il bar, sorride
ai clienti, lavora. La sera chiude quando il suo ragazzo passa a prenderla. Ormai i tre non giocano se non mi aggrego, hanno visto che me la cavo. Che quando uno sbaglia la carta so mandarlo a quel paese. Chi lo sapeva che da pensionato avrei scoperto di essere tagliato per la vita dal bar. Proprio vero che le cose cambiano, che non ci si conosce mai fino in fondo. Gli anni settanta passavano, Giulio stava facendo un’ottima carriera anche in Nazionale. Non fu considerato fra i colpevoli di quella incredibile eliminazione al primo turno dei mondiali
in Germania del 1974. Furono, invece, silurati Mallardo e il suo staff. Il nuovo allenatore Gezzi, un emergente, uno di quelli considerati “moderni”, fece fuori sei/sette titolari e disegnò la nuova squadra quella che si sarebbe battuta per le qualificazioni agli Europei del 1976. Bistazzoni restò fra i titolari, era troppo forte per privarsene ma fu costretto a cambiare il suo gioco. Gezzi predicava il pressing, i tagli, la tattica del fuorigioco, la zona. Per la fase d’attacco era una manna, Bistazzoni con quel gioco lì arrivava anche a fare la terza punta. Le azioni offensive erano bellissime da vedersi e da giocarsi. I goal fioccavano, la squadra piaceva, i giocatori si sentivano parte di qualcosa. Cominciavano a convincersi che tornare a coprire per poi ripartire fosse il calcio del
futuro. Qualche mese dopo iniziarono i problemi per Giulio. Lui non era mai stato polemico, non aveva mai discusso con gli allenatori anche se chi lo conosceva bene, sapeva che a lui quella cosa di “tornare” a coprire
tutta la fascia, di seguire il terzino, non poteva piacere, ma lo faceva. Lo fece per un bel po’. Tutto quel lavoro di copertura gli faceva perdere, però, lucidità nella fase offensiva. I dribbling gli riuscivano sempre, pure i cross, ma la sua percentuale di precisione calava nella ripresa, ogni tanto non riusciva a saltare l’uomo e quando questo accadeva il pubblico (che non era abituato) lo fischiava. La stampa che l’aveva sempre adorato prese un po’ a punzecchiarlo con titoli del tipo: “Bistazzoni sembra aver perso lo smalto di un tempo” “Luci e ombre nella prestazione di Bistazzoni” “Bistazzoni copre bene ma sbaglia troppi cross”. Giulio sorrideva, si allenava, giocava. Obbediva. Fino a un bellissimo giorno di giugno del 1976.

16/06/1976

Campionati europei di calcio, si gioca in Portogallo. Seconda partita del girone, l’Italia si schiera con il consueto 4-3-3 di Gezzi, si gioca contro la Spagna. Al 20° del primo tempo Baldi sblocca il risultato su perfetto assist in velocità di Bistazzoni, che sembra aver ritrovato lo smalto d’altri tempi. Al 37° è lui stesso a raddoppiare: Splendido lancio in profondità di Puzzi, Giulio taglia dalla fascia e si avventa sul pallone, entra in area, dribbling a rientrare sul difensore spagnolo, e sinistro in diagonale sul secondo palo. Due a zero. Applausi. E’ uno
show dell’Italia, gran gioco e risultato che gira dalla propria parte. Tutto lascia prevedere un intervallo tranquillo e invece qualcosa va storto. Al rientro negli spogliatoi Gezzi si avvicina a Bistazzoni e gli urla: “Giulio, guarda che così non va mica bene, non hai coperto la fascia una sola volta, così saltano gli schemi. Non vedi che i tuoi compagni vanno in difficoltà? Se nel secondo tempo non torni a raddoppiare e a dare una mano a Testa, ti tolgo”. Giulio e i compagni erano sconcertati. Bistazzoni stava facendo, forse, la più bella partita degli
ultimi due anni e Gezzi se ne usciva con quelle frasi lì. Gezzi amava il bel gioco e i giocatori che sapevano farlo, ma non intuiva ancora che la rigidità nell’applicazione del suo credo tattico gli si sarebbe rivoltata contro.
Giulio non disse niente, si tolse la maglia, la mise in mano a Gezzi, aprì la porta dello spogliatoio e se andò. Il giorno dopo fu rispedito in Italia e squalificato per un anno, per grave intemperanza verso l’allenatore L’Italia fu eliminata ai quarti di finale. Gezzi durò ancora per poco come allenatore, certe cose non sono perdonate, meno che mai l’ottusità. Giulio rilasciò una sola intervista a Beppe Viola, e la chiuse con quella frase lì. Quel giorno annunciò anche il suo ritiro dal mondo del calcio. Nessuno ne seppe più niente per anni.

Settembre 2011

Da settembre ricomincia la stagione calcistica. Ieri sera qui al bar, abbiamo guardato una partita di Champions League (ora la chiamano così), una bella partita: Manchester City – Napoli. Bella squadra il Napoli, i miei nuovi
amici sono tutti concordi. Mi è capitato di pensare a Giulio al goal del Napoli, palla recuperata nella propria metà campo, contropiede micidiale (ora la chiamano ripartenza) di Maggio e Cavani e goal di quest’ultimo
sotto le gambe del portiere. Un goal così, è come Coppi e Bartali sullo Stelvio, è fantascienza. Talmente distante nel tempo, che pare venire da un altro universo. Alla fine i miei compagni di briscola mi hanno convinto,
ora credo e aspetto anch’io il ritorno di Giulio. Ah, adesso che ci penso, non vi ho detto il mio nome. Mi chiamo Lucio Gezzi e sono qui per chiedergli scusa.

********

l’e-book dell’intera antologia – edita da Cletus Production – è possibile acquistarlo (a 5,99) a questo link: http://www.cletusproduction.it/shop/index.php?main_page=product_info&cPath=1&products_id=1

elenco autori: (Cletus Alfonsetti, Stefano Amato, Martino Baldi, Marco Candida, Marco Crestani, Samuele Galassi, Franz Krauspenhaar, Antonio La Malfa, Héctor Genta, Giuseppe Manfridi, Mauro Mirci, Gianni Montieri, Mario Pischedda, Paola Ragnoli, Ezio Tarantino, Rocco Traisci)  prefazione di Enrico Vaime