e-book

Cliquot, la casa editrice del recupero

Cliquot ha iniziato le pubblicazioni nel 2015 e fino al febbraio 2016 ha proposto dieci titoli nel solo formato ebook. Successivamente ha intrapreso la strada del cartaceo.
L’obiettivo di Cliquot è quello di mettere in discussione la scala di valori che l’editoria del Novecento ha come scolpito sulla roccia per via dei limiti del supporto cartaceo. Come diciamo anche nel nostro manifesto, la storia della letteratura è fatta anche di grandi classici mancati, di creazioni trascurate per la difficile reperibilità (perché magari pubblicate in poche copie da un editore minore e poi dimenticate), per la disattenzione degli editori maggiori o per una sensibilità culturale mutata nel tempo. La linea editoriale è dunque animata da questo intento di riscoperta e rivalutazione. In catalogo abbiamo, per esempio, Riso nero di Sherwood Anderson, libro fortemente voluto in Italia da Cesare Pavese che ne curò la traduzione nel 1932 e che, dopo essere stato per anni in catalogo di grandi editori come Einaudi e Adelphi, da trent’anni era fuori stampa e introvabile. Oppure la raccolta di racconti La cosa marrone chiaro di Fritz Leiber, nella quale abbiamo inserito la migliore narrativa breve dell’autore, negli anni sfuggita al colosso Mondadori. (altro…)

Flavio Almerighi, Ignoti

Flavio Almerighi, Ignoti, e-book, Lotta di classico,* Genova 2018

Ignoti, di Flavio Almerighi, è una raccolta che sfodera, smaschera, rivela e riporta la parola “angelo” al significato originario, contemplato, accanto a quello di “messaggero”, nella lingua d’origine, il greco antico: l’angelo, negato nella sua retorica, ripulito dal fumo, de-pennato, torna a essere qui, essenzialmente, “annuncio”. Di che cosa? Nella risposta a questa domanda risiede la cifra di una raccolta che ad arte si infligge il sottotitolo “robaccia inedita”: l’annuncio di smettere di attendere un salvataggio, ancor prima che un’impensabile (che pur sempre gioca a rimpiattino con “indispensabile”) salvezza, da qualsiasi parte essa sia attesa. Facile nichilismo? Direi proprio di no, giacché, nel riportare, bruscamente e senza orpelli, fatti e individui ignoti, elementi scaraventati comodamente nell’inconscio, si intende, a me pare, strattonare sonoramente gli ignari. Una poesia che mostra in modo evidente quanta inutile ignavia ci sia dietro le distinzioni tra poesia lirica e poesia civile, tra intimismo e invettiva. Senz’altro colta, trapuntata di riferimenti (penso all’attacco di l’ebbra, nel quale sembra riecheggino espressioni di Tutti i giorni di Ingeborg Bachmann), a volte schiaffati in primo piano, altre volte infilati in cuciture del tessuto poetico, è una poesia che spinge all’inciampo, e non di rado a quell’inciampo che introduce alla memoria collettiva. Leggo in tal senso Bologna Centrale, malattie del corallo, Perdendo la vita. L’inciampo è, ancora, occasione di svelamento del presente e dei suoi legami con il passato – passato, viene da pensare, tritato e maciullato, ma mai del tutto trascorso – e con il dato permanente dell’esistenza umana, forzatamente a termine; in tale contesto leggo altri componimenti particolarmente carichi di suggerimenti e suggestioni come benché precari, l’ebbra e il componimento in ‘fortissimo’ radicchi nel campo.
Il ricordo generazionale, l’orma individuale ci sono, e dispongono di una delicatezza che forse ad altri può apparire inattesa, ma che trovo profondamente collegata ai sentieri poc’anzi menzionati. Saranno allora ‘annunci’, nuovamente annunci, ma dalla quiete, non pacificata, della riflessione, testi quali sui gradini della canonica, le mie scelte musicali, l’amore ama il silenzio.

© Anna Maria Curci

benché precari 

Il giorno della festa definitiva alla riforma
mia figlia se ne andò al mare scrivendomi
che le mancava un po’ la spiaggia con me,
divertiti – risposi.
Presi tutto con filosofia, tre grammi circa
al corso parlottai a lungo con la nuca davanti,
diedi confidenza, diceva e non diceva.

È già passato un anno
torna il caldo poi è freddo,
nemmeno l’ombra di tutto quel lavoro riformato.
I nuovi dirigenti, sempre loro
grandi innovatori di metafore, dicono
che qualcosa al piú non avrà funzionato,
massimo il venti, trenta per cento poco meno
è da mettere a regime.

Nel corso di quella profonda revisione
alcuni si sono gettati dal dimenticatoio
benché precari e neri come la notte,
qualcun altro in mare
tra le invettive di chi li rimorchiava;
in banca servono fantastiche bibite ghiacciate
solo a chi non ha sete.

Rimane il nodo della classe media
qui deposta,
riposi in pace sotto la Riforma.

 

Bologna Centrale

Seduto sotto una pensilina assolata,
aspettando l’autobus mi rendo conto
che a Bologna Centrale
sono sempre le Dieci e Venticinque.

(altro…)

Quattro e-book in quattromila battute

tanatosi

naspini

domenichini

saporito

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Quattro E-book in quattromila battute

Tanatosi di Antonio Paolacci: Alcuni animali quando sono minacciati come arma di difesa usano la tanatosi. Si paralizzano fingendosi morti. Il protagonista di questo bellissimo racconto è un uomo in fuga da un mondo collassato, fatto di città distrutte da una crisi del sistema senza precedenti. E senza scampo. L’uomo in preda al panico reagisce in maniera diversa dagli animali, non prevedibile. Il nostro protagonista andrà in cerca di suo padre, sparito da trent’anni. Questi vive in un luogo sperduto tra le montagne. Un posto aspro, raggiunto per scelta. L’anziano è ormai più abituato agli animali che agli uomini. Comincia un gioco di silenzi, di muti rimproveri, di accenni d’affetto. La tensione di mille domande senza risposta. Quando si incontrano due solitudini così profonde, quando la distanza è talmente marcata, è probabile che nulla possa ricomporsi. In poche pagine Antonio Paolacci fotografa in maniera perfetta i disagi di questi tempi, sia individuali che collettivi. Un solo scatto, una sola origine o colpa.

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Storia ragionata delle lenti a contatto di Stefano Domenichini: Un uomo perde la lente a contatto nel lavandino e decide di andare subito dall’ottico. Qui comincia un viaggio a tre tra il protagonista, l’ottico, vagamente filosofo, e l’oculista, mediamente nostalgico. Il racconto di Domenichini è un saggio sull’uso dell’ironia applicato alla realtà. La vera forza di questa storia sono le digressioni, dalla realtà alla fantasia, andata e ritorno. Ma per ragionare sulla realtà, partendo da una lente a contatto passando per Leonardo, relazioni finite, code dal medico, muovendosi tra la vita e il suo traffico, tra occhiali da vista e visione, devi avere un talento fuori dal comune, talento che Stefano Domenichini possiede. Ci si diverte moltissimo nel leggere questa storia ma si riflette anche su alcune piccole questioni e manie quotidiane, che poi sono il sale delle nostre giornate. Sull’amore, la vecchiaia e la solitudine. <<Perché ognuno si porta dentro la propria solitudine e, senza rendersene conto, non fa altro che parlare di quella per tutta la vita.>>

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Un’educazione parigina di Roberto Saporito: Il racconto di Roberto Saporito ha due Io narranti, protagonisti che si rincorrono lungo tutto l’arco della storia. Il fatto che l’autore scelga di chiamarli non con un nome ma Primo io e Secondo io rappresenta una dichiarazione scritta di sdoppiamento. Il fascino di Parigi, i suoi suoni, i suoi luoghi, sono il quadro dentro il quale la maggior parte della trama si svolge. Saporito è scrittore colto, e, con il suo consueto stile raffinato, traccia la rotta di due solitudini. Due personaggi che contemporaneamente sono in fuga da qualcosa e in cerca di qualcosa. Un macchina di lusso e una bicicletta sono gli strumenti che li condurranno alla ricerca di un rimedio che appartiene al passato. Passato che un Io sembra aver rimosso per indolenza e che l’altro Io non ha mai scordato. La psicologia di queste solitudini, è esaminata in movimento tra la Costa azzurra e Parigi, tra il Cuneese e Bruxelles. In un bar, in un cimitero, in una libreria, in un bacio: dove saranno le risposte? O le nuove domande?

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Pagalamòssa di Sacha Naspini: Due adolescenti che passano le domeniche pomeriggio a sfidarsi e a rincorrersi, in un cantiere di un albergo in costruzione. Si misurano col gioco del Pagalamòssa. La severità delle regole è sacra come i codici d’onore. Ed è rigida, come solo i ragazzini sanno essere. La storia che racconta Naspini non è un racconto di formazione ma quello di un’amicizia profonda. Quando si è adolescenti il tuo migliore amico lo è sul serio, vuoi esserne all’altezza, vuoi restargli amico per sempre. Una domenica uguale a tante altre cambierà gli equilibri. La curiosità e la noia li porteranno a scoprire qualcosa, a rischiare. Uno oserà per senso di sfida, per ingenuità o per pazzia, l’altro per stargli dietro. Le biciclette abbandonate fuori dal cantiere li aspetteranno per un po’ mentre l’autore ci legherà alle pagine attraverso una scrittura bellissima. Può darsi che leggendo ci si volti indietro pensando ai nostri Pagalamòssa, ai nostri Pallaavvelenata, alla nostra bici lasciata chissà dove secoli fa.

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(c) Gianni Montieri

Interviste credibili # 10 : Antonio Paolacci

Paolacci

Ciao Antonio, come ci si sente a ritrovarsi con un terremoto sotto il culo?
Più o meno come il personaggio di John Travolta nella scena di Pulp Fiction in cui esce dal gabinetto e c’è Bruce Willis. Ciao Gianni.

Bologna (la città in cui vivi) com’è in questi anni? Com’è cambiata? Cosa le è rimasto addosso di quel fascino che la rendeva (a seconda dei casi) “la dotta” “la viva” “la saggia” (questa me l’ha detta un amico anni fa)?

Ho idea che anche in questa intervista sembrerò uno che non vede l’ora di lamentarsi. Molto bene. La risposta è: assai poco. Di dotto e saggio a Bologna è rimasto un solido ricordo e poco più, però diciamo che a suo favore ha la scusa di essere in compagnia di tutta l’Italia.

 

Quando ti arriva sul tavolo un manoscritto qual è la prima cosa che fai o che pensi, prima di cominciare a leggerlo?

Prima lo giudico dall’aspetto. Per quanto possa sembrare ingiusto, non lo è: la mediocrità di certi lavori si capisce da come sono presentati. C’è chi perde tempo in copertine sceme, disegni da scuola elementare, impaginazioni estrose, ecc. Poi ci sono le lettere di presentazione dalle quali si capisce che gli autori sono spesso vittime di equivoci e luoghi comuni sulla scrittura e l’editoria. In ogni caso, quando poi mi metto a leggere, quello che di solito penso è la nota frase: «Il cucchiaio non esiste».

Dal 2011 sei il Direttore di Perdisa Pop, quanto è divertente e quanto è difficile?

Difficile è fare questo mestiere per chiunque, negli ultimi anni, perché occorre combattere con soggetti esterni alle case editrici, persone che decidono troppo e con criteri discutibili. Parlo di chi ha il potere di dare visibilità ai libri, dai giornali ai premi letterari, dai distributori ai librai, i quali dettano spesso legge – o ci provano – perfino nei nostri piani editoriali, consigliando per esempio un certo cerchiobottismo, dal momento che trovano saggio accontentare un po’ tutti e non offendere nessuno. E io sono pessimo, nel cerchiobottismo. Però posso dire che ho imparato ad affrontare diverse difficoltà a modo mio, riuscendo a portare avanti quello che credo sia giusto senza accettare troppi compromessi. Ecco, di divertente c’è quest’ultima cosa, tra le altre che credo siano più intuibili.

Tutto quello che ti viene in mente se ti dico: David Foster Wallace

Tutto? Per carità, facciamo che ti dico solo una cosa piccola e un po’ personale, altrimenti non riuscirò mai a finire questa intervista. Penso che il suo modo di intendere e vivere la scrittura fosse esemplare. Credo sia anche per questo che nel leggerlo si sentono il potere e il piacere della migliore letteratura, al di là di ogni faccenda teorica, stilistica o tematica. Non perdeva mai di vista il fatto che osservare e raccontare il mondo con attenzione, ma anche con la consapevolezza di quanto sia facile sbagliare, è più che la base di un mestiere, è il punto di partenza di tutte le nostre azioni, quindi è concretamente più importante di ogni altra cosa. Wallace è uno dei pochi, pochissimi, scrittori che nei momenti di sconforto riescono a ricordarmi perché ho scelto di scrivere. La mia ammirazione non c’entra con il fanatismo e tanto meno con l’emulazione. C’entra semmai con la gratitudine.

Una cosa che ti viene in mente se ti dico: Luigi Bernardi

Senza dubbio il fatto che da ragazzino io ho passato una lunga, bellissima giornata con Michel Platini, e lui no. (Questa la pagherò con un sonoro vaffanculo.)

Ma davvero a Bologna state sempre a mangiare?

Guarda. A Bologna non sanno fare i dolci, per non parlare del pane. Bisogna che questo si sappia.

Parliamo di e-book, il tuo ultimo libro “Tanatosi” è uscito soltanto in formato elettronico, seguito da altri tre titoli (di Domenichini, Naspini e Bernardi), è molto più di una scelta di campo.
È insieme un progetto, un esperimento e una provocazione. Proporre certi autori italiani ai lettori italiani come si è sempre fatto, oggi sembra una specie di impresa, ostacolata da distributori, giornali, librerie… In un momento come questo può valere la pena fermarsi un attimo e fare un passo indietro per osservare il panorama in prospettiva. E magari porsi delle domande basilari, per esempio su cosa siano per noi la lettura, la scrittura, la letteratura, su quanto pensiamo che possa durare nel tempo il singolo libro, su cosa ci aspettiamo che ci dia in cambio dei soldi o del lavoro che ci chiede. Che peso gli diamo in generale, insomma. E in questo “noi” includo tutti: lettori, scrittori, editori, critici, distributori e librai. Gli ebook sono ancora una specie di mostro, nell’immaginario di molti. Ma ideare questa collana e farla partire con un titolo mio nel 2012 è stata una di quelle idee che vengono in un lampo e quadrano da subito. Per intenderci: credo che Tanatosi sia uno dei miei scritti migliori, se non il migliore in assoluto, e se fino a oggi è anche quello che ha venduto meno, non mi importa. Sapevo che sarebbe andata così. Il punto è che è là, disponibile in pochi minuti e a pochi euro, per chiunque abbia accesso a internet e voglia di leggerlo.

Ti ho conosciuto come scrittore, qualche anno fa, guardando il catalogo di Perdisa Pop, scelsi il tuo libro “Salto d’ottava” perché mi piaceva il titolo (ebbene commetto ancora simili peccati, perché tu no?) poi mi è piaciuto pure il libro, lo stile e quel misto di realismo e visionarietà. Mi piacque sia la storia che lo stile, non ho ancora letto “Tanatosi” (perché ho rimandato l’acquisto dell’E-reader, vabbè a Natale arriva) ma tutti me ne parlano in maniera entusiasta, mi dici due parole sulla storia?

È la storia più lineare che abbia scritto finora. Di solito cerco la frantumazione, gli spostamenti, disegnando percorsi più mentali che cronologici. In questo caso volevo raccontare qualcosa di molto preciso, strettamente legato al nostro tempo in relazione al passato e a un possibile futuro, e la linearità mi è sembrata la scelta migliore. Ma è anche il lavoro in cui, per la prima volta, ho immaginato una realtà diversa dalla nostra. Quando il contesto in cui siamo è raccontato fin troppo, e spesso male, la scrittura può mostrarlo forse meglio allontanandosene. Al momento questo mi interessa particolarmente. Anche il romanzo che sto scrivendo viaggia nella stessa direzione.

Pensando all’editoria di adesso, guardando da spettatore esterno, mi pare di non capirci molto, da dentro com’è? Cosa cavolo stanno combinando?
Nell’ultimo anno, in alcune interviste e interventi, ho cercato più volte di spiegare quello che sta succedendo dal punto di vista tecnico: modifiche nocive al sistema distributivo e della vendita, nascita di un monopolio di tipo aziendale, strategie di marketing, faziosità di critica letteraria e informazione. Come sai, è un discorso complicato e difficile da sintetizzare, ma in effetti è anche un po’ limitativo, perché a forza di parlare di questioni specifiche, come la visibilità dei libri e il sistema distributivo, rischiamo di perdere il quadro generale. Anzi, gli stessi libri sono solo un dettaglio, per quanto importantissimo, di un contesto culturale gestito male, dove la qualità e la passione sono considerati interessi di nicchia, questioni di secondo piano. Musica, cinema, teatro: in Italia c’è una seria crisi di contenuti, non solo economica. Mancano le competenze nella scelta, perché spesso a decidere sono le persone sbagliate. Il guaio è che ciò che racconta il telefilm Boris, per intenderci, a proposito della tivù, sta succedendo anche all’editoria. E paragono il libro all’intrattenimento televisivo proprio per non dare l’impressione di voler difendere soltanto la letteratura alta o quella che capiscono in pochi. Lasciamo perdere il capolavoro e il mito del genio incompreso: questo Paese è pieno di professionisti sconosciuti che saprebbero fare musica, film e spettacoli molto meglio di quelli che si vedono di più in giro. E lo stesso vale per la scrittura.

Che musica ascolti? Qual è per  te “L’album”?

Non ce l’ho, l’album. Sono uno che va a momenti. Negli anni ho consumato dischi di De Andrè come dei Nirvana, dei C.S.I. come dei Depeche Mode, dei Radiohead come di Piero Ciampi. E fai conto che ancora adesso ogni tanto riascolto i Bluvertigo, per dire.

Se guardo al vostro catalogo trovo alcuni degli scrittori italiani più interessanti, penso (tra gli altri) a Merico, Saporito, Liberale, Domenichini, Ronco, Palazzolo, Naspini e il nuovissimo romanzo di Luigi Romolo Carrino, perché sono così difficili da promuovere e, spesso, da trovare in libreria (manco fossero libri di poesia).

Anche questa è una risposta difficile da dare in breve. Partiamo dalle librerie, cioè da questioni più oggettive. C’è un lato tecnico che andrebbe spiegato meglio di come possa fare io qui, almeno a chi non conosce il sistema distributivo. Diciamo solo che i soggetti coinvolti (ovvero i distributori, i promotori e i librai), fino a pochi anni fa autonomi, sono oggi per lo più di proprietà dei pochissimi grandi editori italiani. Le conseguenze sono intuibili: è come se pian piano tutti i negozi di alimentari e supermercati fossero sostituiti da grandi ipermercati della Barilla, mettiamo, e voi foste produttori di un’altra marca di pasta. A questo si aggiunge il fenomeno stesso delle grandi librerie di catena, dove al posto di librai informati e competenti, a volte ci sono ragazzi sottopagati che parlano come commessi di una boutique («Quest’anno si porta molto il romanzo erotico»). Quanto alla promozione, il discorso è un altro ancora, e anche questo difficile da riassumere. Ma di sicuro posso dire che molti autori meritevoli vengono ignorati dalla critica e dai premi letterari per ragioni stupide come il fatto di non avere amici influenti. D’altra parte, a sfogliare certe pagine culturali, a volte sembra di leggere quella specie di rivista di Trenitalia che parla sempre benissimo dei treni. Non so se mi spiego.

La prossima volta o io a Bologna o tu a Milano ci si becca a cena, perché tutto ‘sto on-line alla lunga stanca, ok?

Contaci, e con menù rigorosamente campano, eh, mica cotolette e tortellini.

(c) Gianni Montieri

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Antonio Paolacci biografia

Solo 1500 n. 62 – Il testamento digitale

Solo 1500 n. 62 – Il testamento digitale

Leggo che Bruce Willis  vorrebbe lasciare in eredità alle tre figlie il suo patrimonio di musica digitale. L’attore è grande appassionato di musica e possiede un vasto archivio di brani digitali scaricati da I Tunes (valore quantificabile in molte migliaia di dollari). Il problema è che non può, la legge parla chiaro e anche la Apple indica nel contratto che quando si acquista su I Tunes non si compra il brano ma la licenza a utilizzarlo tutta la vita. La licenza è nominativa e non può essere passata di padre in figlio come si fa con i libri, i cd, i dvd. Se c’è una legge va rispettata. Scopro anche che Amazon (ad esempio) si rifà ad Apple e applica lo stesso principio. Pare che Bruce Willis voglia far causa ad Apple. In linea di principio penso che abbia ragione. Non ho nulla contro Apple, mi interessa capire. Dunque, io compro un album (anzi la licenza all’ascolto) su I Tunes, lo pago 9,99 contro i (più o meno) 18,00 euro del costo dello stesso album comprato in negozio, perché pago 8/9 euro in meno? Non c’è il compact disc, non c’è la copertina, non ci sono le foto, non c’è l’oggetto ma ci sono le canzoni; quindi, tolto il superfluo, la differenza di prezzo mi pare equa. Comprare un brano on-line è una cosa che fa guadagnare tutti: le major, la Apple, l’artista e il cliente. Ma perché se muoio devo restituirla? Perché non dovrei poter passare il mio archivio musicale o i miei e-book a mio figlio? Intanto, per favore, negli spot degli album scrivete: “clicca qui per scaricare la licenza all’ascolto”.

Gianni Montieri

Interviste credibili # 2 – Luigi Bernardi

Gianni: Ciao Luigi, prima tre domande di servizio, com’è passeggiare a Bologna oggi?
Luigi: Bologna è un esaltatore di stati d’animo. Se sei incazzato ti offre motivi a ogni angolo per confermarti nella tua incazzatura; se invece sei cuorcontento, uguale. Non sono così sciocco da pensare che non sia così ovunque, e quindi passo alla domanda successiva. A Bologna però mi mancano esempi di architettura contemporanea. Non c’è un mattone fuori posto, è un museo all’aria aperta, una location cinematografica, incantevole ma dopo due giorni non ne puoi più.

Gianni: Dio ascolta ancora i Pearl Jam?
Luigi: Cazzo ne so. L’immagine che ho di Dio è comunque di qualcuno che non ascolta musica. Ma non solo la musica, nient’altro. Dio non ha orecchie.

Gianni: Lo Strega è sempre stato un liquore del cazzo, non trovi?
Luigi: Non bevo alcolici e mai berrei una cosa di quel colore. Sembra il liquido di contrasto per una radiografia ai Grandi Antichi di Lovecraft. Ma se subdolamente intendevi strapparmi parole contro l’omonimo premio letterario, non ti seguo.

Gianni: Di recente, a Bologna, ha aperto una libreria IBS, cioè il negozio italiano on-line per eccellenza. Sei riuscito a darti una spiegazione?
Luigi: È una strategia anti Amazon. Far circolare il marchio il più possibile in modo da diminuire l’impatto di quello della concorrenza. Non credo funzionerà perché far guerra ad Amazon è come farla alla Coca Cola. Il problema degli editori italiani è che sono anche distributori e librai. Si sentono onnipotenti. Negli ebook si sono messi in testa di poter fare senza Amazon e Apple. Investono palate di quattrini per creare piattaforme e reader autonomi. Non si rendono conto che siamo in Italia, un paese che non conta niente, con un mercato da quattro soldi. Avessero investito nel fare buoni e-book per Amazon e Apple, senza disperdere energie, i potenziali lettori li avrebbero seguiti con maggior convinzione.

Gianni: Tu sei uno dei più accaniti sostenitori (nonché precursore) dell’utilizzo dell’e-book, al di là dei vantaggi più evidenti (abbattimento costi, comodità, risparmio di spazio), qual è la vera forza del libro elettronico, secondo te?
Luigi: La risposta è non lo so. È una somma di circostanze, compresa quella che in Italia pochi fanno più libri cartacei degni di essere conservati. Mi piace leggere al buio sul mio IPad, mi dà la sensazione di non avere bisogno di altro. Siamo io e le parole del libro. È come parlare con qualcuno in un salottino invece che allo stadio. Ci si capisce meglio.

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Gianni: Stai lavorando a un romanzo o a una nuova raccolta di racconti? Oppure ti stai muovendo in più direzioni?
Luigi: Sto lavorando a un romanzo, per la prima volta del tutto estraneo alla narrativa di genere. Non ho mai scritto libri di genere, anche se ne ho sempre utilizzato i meccanismi che mi facevano comodo. Questa volta me ne terrò alla larga. È una sfida, prima di tutto a me stesso, e poi a tutti coloro che non sanno pensarmi senza noir alle spalle.

Gianni: In un saggio molto bello “Al tavolo del cappellaio matto” Alberto Manguel, definisce in vari modi il lettore ideale. Ti propongo qui tre delle sue definizioni: “Il lettore ideale legge tutta le letteratura come se fosse anonima” “Il lettore ideale sa quel che lo scrittore intuisce soltanto” “Il lettore ideale non esaurisce mai la geografia di un libro”. Pensi che esista un lettore ideale? Se esiste, il tuo come vorresti che fosse?
Luigi: Per quello che scrivo, sono costretto a non pormi troppe domande rispetto al lettore. Altrimenti scriverei quello che vuole lui. E allora mi accontenterei di diventare uno scrittore ideale.

Gianni: Tra i tuoi libri quello che mi è piaciuto di più è sicuramente il romanzo “Senza Luce” ma sono molto affezionato ai racconti di “Niente da capire” e per vicinanza a quelli di  “Maddalena e le apocalissi”, tu ti affezioni ai tuoi libri? Oppure quando il libro è finito non vedi l’ora di dimenticartene?
Luigi: Sono così affezionato ai miei libri che in pratica non li finisco. Lascio sempre delle porte aperte attraverso le quali il lettore può infilarsi. Il lettore e, cosa che inizialmente non credevo, anche io. Tanto che Senza luce e Niente da capire sono diventati tasselli di una narrazione molto più ampia che si concluderà all’ottavo volume. Ne ho già scritti cinque. Adesso mi sono preso una pausa per scrivere il romanzo di cui ti dicevo. Anche Maddalena tornerà, quella addirittura prima di tutti, in autunno direttamente in e-book con una storia dal titolo Babooskha.

Gianni: Hai lavorato tantissimi anni nell’editoria, fino all’altro ieri praticamente. Ti va di spiegarmi cosa diavolo accade nell’editoria italiana? In particolare cosa c’è che secondo te non funziona più?
Luigi: Il libro si è trasformato in prodotto dell’intrattenimento. L’intrattenimento ha regole che non hanno niente a che vedere con quelle dettate dalla critica letteraria. I ruoli si sono invertiti: il direttore editoriale risponde al direttore commerciale, che molto spesso proviene da settori esterni all’editoria e applica modelli che all’editoria erano estranei. Niente di nuovo. È successo al cinema, alla musica, persino all’arte. Ciò non ha impedito che si potessero fare buoni film, buoni dischi e buone opere d’arte. Si fanno e si faranno anche buoni libri. Questo è il momento più difficile, quello in cui “loro” sembrano avere trionfato. Ci si accorgerà presto che non è così.

Gianni: Quali sono gli scrittori e poeti che hai amato o che ami di più?
Luigi: Non farmi fare la lista della spesa. Non so neppure se è giusto fare una classifica di autori. Tutti gli autori sbagliano. Allora ti dico cinque opere che mi hanno segnato e che trovo irrinunciabili: I demoni, di Dostoevskij; La certosa di Parma, di Stendhal; Rumore bianco, di DeLillo; Il falò delle vanità, di Tom Wolfe; L’avversario, di Carrère.

Gianni: C’è un libro dal quale non ti separeresti mai?
Luigi: No, altrimenti come potrei rimpiangerlo?

Gianni: Ti conosco come una persona che non sopporta l’ovvio, le banalità. Se dovessi dirmi su due piedi la cosa che ti irrita maggiormente, quale sarebbe?
Luigi: Le interviste.

Gianni: Conta di più la storia che si racconta o come lo si fa?
Luigi: Conta il rispetto, per la storia e soprattutto per i personaggi. Se li rispetti, allora ogni tua parola sarà pensata per loro; e il chi e il come coincideranno.

Gianni: Sei un appassionato di musica, quali sono i tuoi album del cuore “se così si può dire”?
Luigi: Un’altra lista della spesa, sei incorreggibile. Te ne dico cinque anche stavolta: La terra, la guerra, una questione privata dei C.S.I.; Des visages des figures, dei Noir Désir; Tutu di Miles Davis; The Goldberg variation di Glenn Gould; Atom Heart Mother dei Pink Floyd.

Gianni: Tornerai al fumetto prima o poi?
Luigi: No. Ho dato troppo al fumetto, compresa l’illusione che potesse restituirmi qualcosa in cambio.

Gianni: C’è uno scrittore italiano giovane sul quale punteresti?
Luigi: Premetto che non leggo molto e potrei impegnarmi di più. Inoltre alcuni di questi giovani li conosco personalmente, alcuni sono anche amici, e non vorrei stilare inutili graduatorie di merito. Siccome però ho capito non mi lasci se non ti sgancio un nome, ti rispondo Michele Mari, che nonostante l’età è il più giovane di tutti.

Gianni: Quando passo da Bologna dove andiamo a cena? Offro io.
Luigi: A casa mia, cucino io.

(c) intervista di Gianni Montieri

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al link qui sotto tutto quello che vorreste e dovreste sapere su:

Luigi Bernardi

Innenansichten – Un e-book a Berlino

La casa editrice Lettrétage in collaborazione con l’Istituto Italiano per la Cultura di Berlino ha pubblicato un’antologia italo-tedesca di poeti italiani contemporanei in formato e-book, presentata nel corso di un incontro a Berlino sulla poesia italiana. Gli autori antologizzati hanno a loro volta ciascuno indicato  un poeta a scelta, anch’esso tradotto nell’e-book.

Gli autori antologizzati sono

Andrea Inglese – Giuliano Mesa

Natàlia Castaldi – Gianni Montieri

Viola Amarelli – Luigi Di Ruscio

Plinio Perilli – Pierluigi Cappello

Nina Maroccolo – Andrea Ponso

Francesco Forlani – Lidia Riviello

Per scaricare gratuitamente l’e-book basta cliccare QUI

Buona lettura

I Moleskine – taccuini d’autore – Soqquadri del pane vieto -2010-2011- di Marina Pizzi (post di Natàlia Castaldi)

cliccare sulla copertina per aprire il pdf

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Soqquadri del pane vieto

2010-2011

di Marina Pizzi

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[Poetarum Silva ringrazia l’artista Giusy Calia

per averci donato la sua opera per la realizzazione

della seconda copertina all’interno di questo e-book]