Dylan Thomas

I poeti della domenica #271: Dylan Thomas, Vi fu un tempo

Vi fu un tempo

Vi fu un tempo che i danzatori coi loro violini
In circhi da bambini potevano arrestare i loro guai?
Vi fu un tempo che potevano piangere sui libri,
Ma il tempo ha posto il suo verme sul loro sentiero.
Sotto l’arco del cielo non sono più al sicuro.
In questa vita, ciò che non è conosciuto è più al sicuro.
Sotto i segni del cielo chi non ha braccia
Ha mani più pulite, e dato che lo spettro senza cuore
È l’unico a non essere ferito, il cieco vede meglio.

 

Was There A Time

Was there a time when dancers with their fiddles
In children’s circuses could stay their troubles?
There was a time they could cry over books,
But time has set its maggot on their track.
Under the arc of the sky they are unsafe.
What’s never known is safest in this life.
Under the skysigns they who have no arms
Have cleanest hands, and, as the heartless ghost
Alone’s unhurt, so the blind man sees best.

 

Edizione di riferimento: Dylan Thomas, Poesie. A cura di Roberto Sanesi. Testo originale a fronte, Guanda, Milano 2014, pp. 54-55.

“Rimi” di Gabriele Frasca. Recensione di Piergiorgio Viti

Gabriele Frasca, Rimi (Einaudi, 2013)«Amico mio ci tiene in luogo aperto/ non presi in una cella questa vita/ cui per quanto si aggrappi con le dita/ non c’è chi non le schiuda al colpo inferto.» Così serpeggia, tra le parole, Frasca, con scatti muscolari, repentini, quasi il lettore sia una preda. Proprio partendo dalla tradizione letteraria più alta, Frasca, con Rimi, muove verso la contemporaneità, attraversandola, quasi sforbiciandola chirurgicamente. Penetra insomma nella carne, Frasca, appunto come un chirurgo: è iperletterario di formazione  e contemporaneo nel risultato, rigoroso e spiazzante insieme.  «T’infestano la vita e tu con loro tutt’una vita passi a fare festa»: eccola, l’eredità barocca votata all’artificio, al chiasmo, trasferita, come un tropo, presentizzata.  Il recupero della tradizione è, però, qui, tutt’altro che archeologico: Frasca infatti riesce a semiotizzare il presente, la sua frantumazione, la sua liquidità (per dirla alla Bauman), attraverso una poesia pulsante, marcatamente post-lirica, dove si assiste alla spersonalizzazione dell’io e alla sua puntinizzazione, per riprendere ancora Bauman. Il flusso sonoro è magmatico, sorprendente, «un ritmo senza misura» per dirla alla Deleuze-Guattari che introducono la sezione Rimi (da cui il titolo del la raccolta), aprendo di fatto una raggiera di interrogativi sul futuro possibile della poesia, partendo dalle origini della poesia stessa. La prima parte del libro è, non a caso, un omaggio al poeta  barocco, e illustre sonettista, Quevedo. Nei rimandi fono-simbolici, Frasca dimostra tutta la sua perizia, quasi calligrafica, più che grafica, dell’“andare-verso”, aprendo, sulla scorta della letteratura barocca, tutto un ventaglio di possibili referenti. Rimi si chiude con una serie di traduzioni-riscritture da Dylan Thomas, protagonista, tra i più controversi, della poesia mondiale. L’autore napoletano rimane abbastanza fedele ai testi originali e  non aggiunge molto, semmai ci fosse stato qualcosa da aggiungere, ai testi dell’illustre gallese;  evidenziano però una continuità di fondo, come se Rimi, costituito da tre sezioni, fosse in realtà un unico poemetto, scritto, più che da Frasca, da Quevedo-Frasca-Dylan Thomas, in una sorta di attraversamento del tempo che è anche un attraversamento, e forse un superamento, della poesia e delle categorie interpretative stesse della poesia. Un esperimento dunque, non fine a se stesso, e non certo privo di interesse: sarà un caso che tutta la raccolta termini con un testo, dylaniano e dilaniante, nel suo interrogarsi, che chiosa con un: «Dove m’hanno condotto le vecchie parole»?

@ Piergiorgio Viti

Ritagliando “La raccolta del sale” di Alessandro Brusa

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“Nel Silenzio del suo Sangue”: così Shelley campeggia in esergo a salutare La raccolta del sale di Alessandro Brusa, edito da Perrone lo scorso ottobre. Con questa forza, con accenti posti su silenzio e sangue, si dichiara l’amore di Brusa per i romantici inglesi e subito il primo verso è un invito: «Sei qui, cerchi qualcosa» che suona difatti, un poco parafrasato: “Se sei qui è perché cerchi qualcosa”; oppure, sembra dirci l’autore: “Cerca, avanti, seguimi, seguitemi qui tra le righe, prendetemi con voi, secondo quanto ora vi dirò”. Troviamo infatti confessione, intimità e resa tra queste pagine e ripetute forme di assottigliamento: di parola, di figure, in movimento tra sentimenti e apprendimenti snocciolati in rapida successione. A fior di labbra talvolta, nei casi migliori, e si potrebbe anche azzardare con la mente un ponte con il Giudici di “O minima intenzione a fior di labbro: / di ciò nel fare cose di parole / alunno e fabbro”. Brusa, ecco, lo fa in alcuni momenti con l’accento giusto, con «viso onesto / … sporco magari, e con la parola meno adatta / stesa proprio lì, / sul confine azzurro del labbro». La confessione di cui è portatore si compone progressivamente sulla traccia di una ferita in attesa di cicatrice. Così è che «con fatica mi lasciavo / prestare a quel mondo» portandoci – grazie a un forte, incisivo enjambement – dentro il suo «mondo da riordinare». A questo servirebbe dunque il sale, sparso sulle ferite che l’esistenza sa riservare: a tentare l’ordine, la cucitura, la cicatrice. Raccogliere il sale, raccogliere parole: «: che il sale mi è figlio / e lecca la mia pelle». Da notare il “due punti” utilizzato a inizio verso, qui come in diversi altri passaggi di testo. Lo segnala rapidamente anche Gianfranco Fabbri nella postfazione; si tratta di un indizio che merita una particolare evidenziazione, perché sembra indicare dell’autore una particolare voglia di dire, di spiegare, mettendo sull’attenti il lettore.
Tanto che con l’andare della lettura s’infittisce la misura dell’ascolto, mentre si produce di continuo una volontà di ritagliare versi, isolarne anche soltanto dei frammenti, togliendoli così da un eccesso di “io in azione”, manifestato spesso in incipit («Cammino»; «Ho imparato»; «Mi guardo»; «Mi coloro») proprio per ricondurne senso e portata a occhio e orecchio maggiormente universali. Se «La raccolta del sale è / una stagione… » è l’affermazione con cui l’autore si assegna un margine di tempo per mettere ordine alle proprie ferite mediante la cristallizzazione della scrittura, uno dei versi centrali appare: «e cancello i corpi, di cui sono / lastricate le acque…», reso potente dall’uso, ancora una volta, di un forte enjambement.
Peraltro, a fronte di questa “voglia di ritagliare” prodottasi nel lettore, la tendenza pronunciata in tutto il lavoro è verso la prosa, declinata a un continuo, sotterraneo raccontare/raccontarsi di “un io senza dio” e il “tu” utilizzato di volta in volta altro non è che compagno di strada, sponda necessaria, volano di chiarificazione di quell’io-testimonianza. Un tu e io, tuttavia, posti in dualismo, spesso con nettezza, senza veli, nel cuore di una «malevolenza privata».
Nella seconda sezione, ispirata da “La stella dei perduti” di Dylan Thomas, due versi spiccano e sembrano contenere tutti gli altri: «quel suo spigolo fatto frontiera» in una poesia e in un’altra il verso: «dove il tuo nome è famiglia». L’autore vuole evidentemente fotografare il limite della perdita per condividerlo nel sangue di chi resta, fissandone respiri e battiti. Elemento, la condivisione, ribadito a chiare lettere («Il lutto va condiviso» scrive Brusa) anche nella terza sezione.
Con le ultime due sezioni del libro, dietro l’omaggio manifestato nei confronti di Caproni prima e poi con la significativa citazione del padre dell’autore, Maurizio, si nota una decisa dilatazione dello sguardo, il campo visivo dell’autore davvero allargato, cosicché un po’ di io si perde. Gli occhi allora si puntano sui «giorni in polvere», fino a «scomodare la morte». Uno scatto in avanti, potremmo dunque dire, che porta a sposare in parte quanto si rintraccia al termine, sempre tra le righe di commento regalateci da Fabbri: «Tutto il libro potrebbe quindi apparire come la metafora totale dell’umanità. Un consorzio di membri intesi, più che altro, a rubare al fratello perfino l’anima e il nocciolo della natura umana. E tutto per una sola ragione: quella di non dover nascere di nuovo all’Unicità».

Cristiano Poletti