Dot.com press

Poesie di Michela Gorini da “La produzione di amore”


 

tu mi hai chiesto un senso
– moti del corpo –
ho approssimato l’altro
fino all’osso

il suono perduto il senso perduto
è quella voce che cerchi

perché la voce cammina
si dirama si irradia
suona mistero comprensione
misura il suo
silenzio

l’occhio tace
dice muto distanza
prossimità e infinità

io non ho strategie
mi estrania il corpo
buio ancora mistero
parole in disuso

solo posso sfiorare l’origine o il punto
di scorrimento
Sacro

il corpo si muove e
non si muove un muscolo

grida la voce
dentro il corpo spinge
non si spegne la
corrente

non ho strategie

urlare ascoltare trattenere
la mia morte e lucidità
appiccicate alle ossa

[strategie]

 

vuoto – vuoto – vuoto –
negazione – vuoto

giro come dervisci
una mano danzante
dentro il sacchetto dei numeri
nasce il mio destino fortuito
lo scelgo segnato dal caso
mi sciolgono dentro necessità e intemperie
la neve impropria mi lascia
livida appoggiata alla mia
negazione – vuoto

sparsa girevole muta
strillo al suono del mio
ruvido carillon

[carillon]

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Gli alunni della scuola media Bonfiglio illustrano “Ruggine” di Marilena Renda

Ricorrendo il cinquantesimo anniversario dal terremoto del Belice, mi è capitato in più occasioni di parlarne nelle classi dove insegno quest’anno, alla scuola media Bonfiglio di Palermo. L’ho fatto con insistenza non solo perché sento vicini quei fatti anche per ragioni familiari, ma soprattutto perché mi sembrava una storia capace di coinvolgere i bambini, con la forza delle immagini di allora e di adesso. In particolare avrebbe potuto impressionarli la vicenda di Gibellina, l’idea di ricostruire attraverso l’arte e la cultura quello che la natura aveva distrutto: una scintilla utopica che resiste anche all’interno di un’attualità un poco trasandata. Da lì mi è capitato di proporre alcune parti di un bellissimo libro uscito alcuni anni fa, il poema Ruggine di Marilena Renda (Dot.com Press, 2012), che raccontava proprio quella tragedia in modo ipermetaforico, allucinato, potentissimo. Anche se si tratta di una poesia difficile per alunni così piccoli, mi accorgevo leggendo insieme a loro che alcune immagini si prestavano a uno slittamento di codice, al passaggio dalle parole ai disegni. Così, dopo aver affidato per una prima ricognizione una copia del testo a un’alunna di terza, Giada Di Giovanni, dotata di un naturale olfatto metaforico, è cominciata la ricerca puntuale di versi che potessero diventare illustrazione. Va da sé che il talento per il disegno di alcuni, soprattutto (e forse non per caso) ragazze, mi precedeva, ma posso dire che tutti, anche nell’ingenuità della resa, sono sempre riusciti a cogliere il senso del testo, interpretandolo e magari allargandolo. Al netto di qualche inevitabile incongruenza, sono venuti fuori disegni talvolta molto raffinati (come nel caso di Giulia Alessandra, che a scuola è da tempo un’artista molto richiesta), a volte più semplici, ma decisamente efficaci (una ragazza Emma sinistra e sonnambula; un cartello di Stop a segnalare l’attesa e la sospensione…). È stata colta bene la natura della metafora, come per la casa che si prolunga in pavone, o la città che avvolge e soverchia come un’immensa piovra (due quadri bellissimi, che sembrano di matrice onirica, surrealista), o ancora la casa-nave secondo Melissa Ramirez, che immagina un ponte sospeso in cielo. Ma ogni disegno qui pubblicato ha qualcosa di profondamente coerente e addirittura illuminante rispetto alla porzione di testo da cui è nato. Questo piccolo laboratorio dimostra forse che c’è spazio fin dai gradi scolastici inferiori per uno studio della poesia più coraggioso e attuale; che le parole respingono finché non impariamo anche a giocarci e a seguirne le traiettorie più sorprendenti.

Andrea Accardi

 

“La ragazza Emma (…) strappa candele al sonno” (p. 16)

Sara Gyabaa, ID

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Su “Cosedicasa”

Iacopo Ninni, Cosedicasa, Dot.com press, 2017

 

Cosedicasa è un libro, una parola, un letto. Un’anta socchiusa, una finestra aperta, una scala che scende e che sale. Cosedicasa è un posto in un bosco ma sa di mare. È inevitabilmente un ritorno. Una tegola, un muro da tirare su, un ingranaggio da sistemare, un tavolo da apparecchiare, un altro per lavorare. Cosedicasa è una storia, è un giardino, è un architetto a cuore aperto. È la Toscana nascosta tra gli alberi, è Milano, è una fotografia, è qualcuno che ti dice di non andare via. Mi pare sia un incontro, un’altra fotografia. E poi è un’attesa, qualcuno che sa guardare, che sa attendere, perché poi  qualcuno arriva. Cosedicasa, vi dico, è una partenza, è un poeta che ci dice ciò che è stato, che ci mostra che sarà. La casa è una figlia, è una donna, la casa è un ciliegio, è un inferno ma solo per un momento. È davvero un focolare? Forse per Ninni è un focolaio, una fucina, un’idea che salta fuori in cucina; ecco, la casa è un disegno, è una poesia, è un impegno. È un amore da tenere in piedi senza ritegno, senza paura.

Cosedicasa è una pianura, è la maremma, è un cane che corre su un’altura, è un mandarino profumato, un amico ospitato. La casa è un racconto, un rimpianto e un collante che tiene insieme le mattonelle e il pianto. È un progetto, è una vita in costruzione, è una mostra con qualcosa da mostrare, è qualcosa che ha a che fare con lo spazio e di nuovo con l’architettura. Lo spazio è la cosa da considerare per un architetto, è faccenda da tenere in mente per un poeta. Quanto in là potrò guardare da questa finestra? Quanto spazio lascio tra il settimo e l’ottavo verso? Che rumore fa il vento che soffia sopra il tetto? Che suono fa la parola che chiude una poesia? Che rumore fanno i figli quando vanno via e quale suono fa un padre che rientra? Quante cose fa una casa, quante un libro riuscito, quante dentro Cosedicasa.

Balconate

Da qui invece
servono lenti diverse
per inquadrare le isometrie
del verde lungo il muro davanti
e concentrarsi sulla conferma
dei gesti per interrogare un orario,
una mancanza
o solo il nome della nuova amica
della vicina
Ci sono fiori qui, erbe aromatiche
e un merlo che reclama briciole,
quanto basterebbe per attirare
un’attenzione.
Di là, dove si appoggiano
soprattutto le attese
la focale si apre
su una visuale più ampia che
concilia la litania del viale
con la metrica dei davanzali
e le piante qui sono stranamente più verdi.

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Cosedicasa

 

…Esiste però un’altra definizione della poesia, o meglio del poetico: perché qualsiasi arte, dalla architettura alla musica al cinema può essere poetica, quando si struttura attraverso dei
ritmi. E non solo le arti, ma anche un paesaggio, una persona, uno sguardo quando creano dei ritmi e delle situazioni che toccano l’essenza delle cose, anche in questi casi si tratta di poetica…
[Dall’introduzione di Alessandro Mendini]

 

 

 

 

Balconate

Da qui invece
servono lenti diverse
per inquadrare le isometrie
del verde lungo il muro davanti
e concentrarsi sulla conferma
dei gesti per interrogare un orario,
una mancanza
o solo il nome della nuova amica
della vicina
Ci sono fiori qui, erbe aromatiche
e un merlo che reclama briciole,
quanto basterebbe per attirare
un’attenzione.
Di là, dove si appoggiano
soprattutto le attese
la focale si apre
su una visuale più ampia che
concilia la litania del viale
con la metrica dei davanzali
e le piante qui sono stranamente più verdi.


Sacrificale

Solo sotto, oltre la radice del muro
dove ci attraversano gli anni
resta ancora quella crepa sottile
che ti ha lasciato
ed è più possibile un tremore.
Procederai un giorno allo scavo
fino a dove la terra si fa concava
per decifrare la Lineare
delle ombre nella malta
e rinnovarsi così,
perché un giorno le pareti si mescolino
ancora al latte

 

Inverno

L’inferno comincia nel giardino
ricordo di averlo letto da qualche parte
o forse ne abbiamo solo parlato
sfogliando a tavola
un catalogo di piante possibili.
Potevamo mettere delle ciliegie rare
o delle orchidee, mi dici
mentre richiudo il cancello
dietro il nocciolo
prosciugato dai rovi

© Iacopo Ninni, Cosedicasa, Milano, Dotcom press,  2017

             

© Fernanda Scianna               © Fulvia Mendini                           © Antonio Odiardo

 

 

Lavoro da fare – Biagio Cepollaro

Lavoro da fare di Biagio Cepollaro è un libro di poesia di rara intensità e bellezza. Un perfetto equilibrio tra limpidezza e precisione del dettato e densità di pensiero. Nel leggere il titolo del libro di Cepollaro, mi è venuto in mente il titolo del diario di Cesare Pavese Il mestiere di vivere; in entrambi i titoli vi è il rapporto, in Pavese esplicito in Cepollaro implicito, tra lavoro ed esistenza: l’esistenza umana intesa come una fatica che si compie giorno dopo giorno, il diario pavesiano, o come un compito da portare a termine, il poema di Cepollaro. In entrambi vi è una sofferta meditazione sulla vita, sul senso ultimo, sul dolore e su una possibile rinascita. La conclusione del diario pavesiano è tragicamente nota, le conclusioni a cui portano le riflessioni dei versi di Cepollaro invece sono tutte da scoprire e già il compito che emerge dal titolo proietta il testo di Cepollaro in un orizzonte futuro aperto a ulteriori possibilità (certo tutto questo ci stanca/ ma è lavoro da fare). Il poemetto è strutturato in un Prologo e sette sezioni, scritto tra il 2002 e il 2005 e pubblicato in ebook nel 2007, ora pubblicato in stampa da Dot.com Press, 2017, con una postfazione di Andrea Inglese e una nota di Giuliano Mesa.

Lavoro da fare è un poema della crisi, nel senso etimologico del termine, sembra nascere da un punto di rottura esistenziale, da una strettoia della vita in cui si manifesta come necessario un passaggio, una frattura o un superamento attraverso una decisione a cui l’esistenza chiama se stessa (ognuno parla davvero/ se lo fa/ dal chiodo/ che un bel giorno/ l’ha fissato// altrimenti è tanto per fare/ è solito teatro).

Il prologo incomincia con un dialogo serrato e drammatico dell’io con se stesso, in cui al centro del discorso viene posto, sin dal primo verso, il cuore, inteso non tanto e non soprattutto in senso metaforico, ma in senso corporeo, come muscolo cardiaco a cui, come motore del nostro stare al mondo bisogna dar conto, dare una spiegazione (calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora/ poetica questa ma proprio sordo tonfo d’organo).

Questo riposizionarsi e riappellarsi alla vita, guardandola nella sua concretezza, nasce dalla consapevolezza del negativo radicato all’interno dell’esistenza di ognuno di noi (chi non frequenta/demoni/ se li ritrova nei programmi/ di governo), dalla consapevolezza dell’ineludibilità del dolore, che non è qualcosa di romanticamente o cristianamente edificante, ma è qualcosa di rancido che risucchia la vita in zone di opaca inconsapevolezza, ma va attraversato, perché nel riscoprirlo si ha una possibilità di essere di nuovo se stessi, peggio sarebbe morire senza averlo mai fatto. In questo attraversamento di se stessi e del mondo, che ogni crisi è, si scopre l’immensità delle forze in cui siamo gettati, da cui siamo agiti, la vita stessa, il tempo e lo spazio, il mondo, ricalibrare il proprio io mettendolo a confronto con queste forze soverchianti è l’unica possibilità di sopravvivenza, o meglio è ciò che permette di trasformare la propria vita da un ottuso e disperato sopravvivere, a un esistere pienamente. Non farsi schiacciare dalle forze soverchianti del mondo ma accettarle nel loro darsi ineluttabile, significa accettare di essere da sempre la contraddizione, di essere da sempre negli opposti eraclitei senza potersene sottrarre. Il bene è in fondo tutto qui, nell’aprire l’esistenza alla sua dimensione autentica di possibilità (nel meriggio della vita/ siamo costretti ad ascoltarla/ perché il bene non si dà/ come intenzione buona/ ma come una pura/ possibilità di questa sofferenza e di questa/ agnizione). È in questa dimensione che il libro di Cepollaro mostra un altro aspetto essenziale: Lavoro da fare è un libro, come nota Giuliano Mesa, di meditazione e di preghiera, un libro religioso, in cui si fa esperienza del numinoso del mondo, del sacro che si dà nella concretezza dell’esistere, che è la cosa stessa della parola e che reclama a sé la mente, che anch’essa, come qualcosa non di altro rispetto alla corporeità a cui siamo consegnati, deve procedere un processo di svuotamento e liberazione (per questo forse/ sono goffi i nostri movimenti/ per lungo tratto né belli/ né brutti/ troppo impegnati/ nella cosa da svolgere/ troppo dentro la cosa/ e le sue domande). La cosa stessa è la vita, sia come bios che come zoé, che si manifesta nello sgomento o nella pacata accettazione, come qualcosa che è al di là di qualsiasi identificazione con qualsivoglia valore, è un processo che mette in evidenzia l’inconciliabilità di istanze opposte, il sacro è il tenere insieme la contrapposizione inconciliabile delle forze che abitano il mondo (che vivemmo fin qui/ dimezzati/ che non c’è vita/che non tenga insieme/ giorno e notte…). L’originalità del libro sta nello sguardo che non si volge prevalentemente al macrocosmo, ai grandi mutamenti, ma al microcosmo dell’individuo (al ruotare del pianeta l’aria/ anche questa volta acquista/ in dolcezza: anche quest’anno/ ci sorprende come un dono), le immense forze dell’universo si manifestano nei dettagli del quotidiano (i grandi cambiamenti/ sono spesso solo cambi d’indirizzo/ o di modi di vestire). Il mutamento, quello vero, in cui la vita può cambiare direzione, si produce in uno sguardo differente, in un sentire differente, nel dare nuovo smalto a parole che ormai hanno perso il loro lucore, nel rinominare, ad esempio, la parola amore e nell’esigere come unico orizzonte possibile della vita del singolo e, di conseguenza, anche della comunità a cui si lega, la felicità (oggi non possiamo chiedere/ meno di questo/ al mondo/ che la vita di ogni singolo/ uomo/ sia felice/ tutto il resto è lungo/ giro che ci ha portati lontani/ dal centro).

Per gestire questa materia e questo dettato potenzialmente incandescenti lo stile si mantiene volutamente piano, pacato e meditativo, ma, a differenza di quel che ci si aspetterebbe, la scelta stilistica non ricade su versi lunghi e ampi, tradizionalmente più adatti a una poesia filosofica e riflessiva, ma su versi prevalentemente brevi che rendono il dettato, pur in una omogeneità ottenuta attraverso una sordina che frena gli slanci espressivi, mosso, in un vortice che avvolge il lettore in spire che lo trascinano lentamente nella trama dei versi e del pensiero. Questo effetto è ottenuto anche grazie all’utilizzo costante di alcuni accorgimenti come il ‘ché’ al posto del ‘perché’ o l’omissione frequente dell’articolo, accorgimenti che trasformano il flusso dei versi in un’onda espressiva e sonora omogenea, quasi come se il flusso recitativo si trasformasse in un mantra chiamato a cantare un rito sacrificale. Il senso ultimo di Lavoro da fare sta, dunque, nel dire il cambiamento, nel dire come l’esistenza possa, per rimanere fedele a se stessa, diventare altro, aprirsi andando a fondo e risalendo tenendo insieme gli opposti e vivendoli senza la pretesa di dominarli ma facendosene attraversare. Lavoro da fare è dunque un vero e proprio rito di passaggio, una metamorfosi, nel senso ovidiano del termine, un cambio di pelle, una vera e propria muta (quando sul selciato resta/ la vecchia pelle/ ci muoviamo per strada guidati dal fiuto e le luci sono bagliori e la città non è più la stessa).

Il lavoro da fare si manifesta come rituale di passaggio nel meriggio della vita e conduce alla questione del senso dell’esistenza e qui Cepollaro affronta il problema in maniera frontale, la vita va rinominata ripensando, ritornando o meglio attuando giorno dopo giorno ciò che siamo da sempre (la nostra vita / gettare un ponte tra ciò che siamo/ e ciò che comunque eravamo/ già da prima/ anche senza saperlo), sembra di sentire una lontana eco nietzschiana: diventa ciò che sei. Diventare ciò che si è, è l’unico e solo compito che ogni uomo ha, pena la perdita atroce di sé. È a partire da questa estrema e radicale consapevolezza che in questo libro si prefigura una svolta e un andare oltre nella traiettoria della ricerca di Cepollaro. Non si tratta ormai solo della nietzchiana trasvalutazione di tutti i valori, perché chiedere un senso, come pure avviene in molte pagine del libro, addirittura invocando un dio, significa ancora giudicare la vita attraverso parametri esterni ad essa, che non le sono propri, cercare di attribuirne un valore e quindi renderla oggetto di valutazione, significa ridurla a qualcosa di profondamente inautentico, a cosa da soppesare, da scambiare, in ultima istanza a oggetto di consumo. Invece in molti passaggi del libro, soprattutto nelle sezioni finali, si prefigura un’altra via, una via più ardua, che passa, per Cepollaro, anche dal vuoto dall’Oriente, da un ripensare l’antica sapienza tragica della Grecia – si veda la figura di Agamennone in cui è sottolineata il dramma della decisione se sacrificare la figlia Ifigenia – o attraverso uno sguardo fenomenologico, che verrà messo sempre più a fuoco nelle opere successive. La restituzione della vita non è nel chiedere un senso ulteriore, ma nel riconoscerla come forma vivente, come qualcosa che non serve a nulla, non significa nulla, ma che ha nel suo vuoto o nel nulla costitutivo di ciò che accade, l’unica forma possibile, la luce immanente che la rende in se stessa ciò che è (ci siamo visti al centro del lago/ coi piedi sui sassi del fondale/ e le mani che toccavano/ il cielo/ ci siamo anche voltati/ da ogni lato/ e a ogni lato c’era il verde/ del lago). Questo forse è il senso dell’enigmatica Porta nominata nell’ultima sezione del poema, la Porta è la soglia in cui la vita e il mondo si manifestano nella loro numinosa pienezza, in cui anche l’origine da cui proveniamo non è un qualcosa da rimpiangere nostalgicamente ma è un qui e ora verso cui procedere allontanandocene (da lì da quell’inizio/ non abbiamo fatto/ che tornare/ in un moto/ di infinito/ allontanamento), andare, essendo quel che si è, verso un nostos, un ritorno ciclico ed esistenziale che restituisca, oltre qualsiasi scissione, la pienezza dell’esistenza, che è tale perché accoglie in sé anche il suo contrario, il terrore irredimibile dell’inizio e della fine (ora siamo sulla Porta/ e non sappiamo né ci importa/ quali saranno le parole/ a venire/ noi andiamo oltre i segni/ per il tempo che ci resta/ noi andiamo a ringraziare/ per essere stati invitati/ al banchetto// ora siamo sulla porta del ritorno e della restituzione).

©Francesco Filia

I poeti della domenica #94: Piero Simon Ostan, Stago sbudelà

piero

da Pieghevole per pendolare precario, Dot.com press, 2011

*

Stago sbudelà
no ste dir niente
no sento niente

stago solo qua
la coperta tirata su

perderme via
in tutti i programmi
pettegoli del pomeriggio
fin quando el scuro
riva a converserme i pie

*

Sto sbracato
non dite niente
non sento niente

sto solo qui
la coperta tirata su

lasciarmi andare
in tutti i programmi
pettegoli del pomeriggio
fino a quando il buio
arriva a coprirmi i piedi

*

© Piero Simon Ostan

Luca Ariano da “Ero altrove”

ero-altrove-1

Luca Ariano, Ero altrove, Dot.com Press, 2015

 

dalla sezione Città perdute

 

Un giorno di papaveri nei campi,
di pappi nell’aria di neve
e Anna – nome da partigiana Rosa –
non voleva essere una donna
della famiglia fascista:
balzando tra i castagni ha visto
montagne abbandonate e boschi
dimenticati anche dai funghi.
Non più cascine, solo agriturismi…
Buffalo Grill e Road House:
periferie come Togliattigrad
e puttane alle stazioni di servizio.
Fiulin s’è sporcato le scarpe di fango
senza un passo che consumi le suole
in un’epoca da Basso Evo
– senza esser stato Impero –
Teresa come in Georgia
e la nostalgia nei capelli:
l’odore delle margherite la domenica
si confonde tra crema e aroma.

 

L’Andrea quasi non dorme la notte
per una carezza saltata e amaro tra amici:
«A me il cinema a lui il sesso!»
Scendevano dalle valli a mostrare
nella fiera di primavera
formaggi, salumi, vacche e maiali pasciuti:
a volte trovavi un mago per bambini…
un alchimista di elisir;
Fiulin e Teresa in una locanda fine Ottocento
a menù fisso prima che il vento dei Balcani
scompigli le bancarelle.
Sono fuggiti per evitare rastrellamenti,
granai bruciati: tabernacoli per pregare
la fine della guerra.
L’Emilio lascerà la metropoli mentre spuntano
ciliegie e dal balcone non sente mai
rondini o il profumo di miele delle sere;
forse lo manderanno in una scuola di campagna
alle prime nebbie d’autunno.

 

dalla sezione Scanzoniere

 

L’Emilio pochi minuti la mattina
a piedi per andare a scuola,
dall’altra parte del paese
dove si vedono catene innevate.
Lontani un binario – forse asburgico,
Nicoletta e la metropoli di tram,
omnibus e albe fumanti.
Scendono caprioli a valle… in periferie,
lì milioni di anni fa foreste e ominidi
come in quell’isola di civiltà misteriose,
di bucanieri e conquistatori nei secoli:
l’hanno saccheggiata…
la spiaggia vista mare di pesci scomparsi.
Teresa trepidante in seno per un colloquio,
curriculum e cartelletta in mano
tra marciapiedi brinati e il fumido della sera
nell’odore di cucina sulle scale.

 

L’Enrico pochi ghèll in saccoccia,
anche oggi lavora fino a notte fonda
e in testa frasi da professore di paese:
«Sarete la classe dirigente di domani!»
Primo ora che la fiolètta l’è andà
solo sul divano fumerà un torcione
guardando vecchi film
e fuori vociare sui marciapiedi.
Il mare ridà antichi tesori
affondati in qualche tempesta
e Carletto operaio di tempi postmoderni
cronometra ogni gesto prima di essere
delocalizzato dall’altra parte del sole.
L’Andrea dopo un giorno a scrivere storie
in poche righe ha voglia di parlare,
di ascoltare dal canale il canto delle rane
come fossero altri tempi.

 

dalla sezione Corte marziale

 

Il barbone del bar Monza
ciondola tra una chiesa razionalista,
bancomat e banconi da bere.
Dicono sia stato bancario…
medico… giocatore di poker.
Il mare non così lontano,
nemmeno dalla balaustra lo guarda
e il suo volto è un rosso vespro.
Quelle ville – un tempo dimore di signori –
ai piedi di colline boscose,
sono residenze per anziani e nuovi ricchi,
accanto a quartieri emigranti.
Per Fiulin il mare quadrettato è un ricordo
stanco, come i giorni dell’Andrea
che mai vivrebbe altrove;
a Teresa la sua rosa è seccata in fretta,
forse finirà tra le pagine di un libro,
senza rispuntare come in una pellicola
americana in bianco e nero.

 

La campagna bagnata
ti lascia sempre attonito Fiulin:
forse il centro direzionale mai finito
accanto… palazzi semicostruiti
tra inoperose gru arrugginite.
Non è così diversa la tua terra Enrico,
lì dove ti alleni o cogli baci furtivi
prima della notte.
Ogni piena sommerge quella cappella;
dicono vi abbia pregato Napoleone
all’alba di una battaglia campale…
l’han sentito sussurrare:
«Sarò Imperatore del mondo!»
Sono rimaste betulle
piantate dalle sue truppe.

 

dalla sezione La Renault di Aldo Moro

 

Poverètt professór Emilio,
t’han ciapà per i fondelli:
ogni volta dici che non voti più,
ma poi…
in fondo, sei sempre tu a perdere.
Come tuo padre che non vota da anni,
quando vede la Renault di Aldo Moro
scuote la testa.
Ti hanno venduto titoli inutili,
pagati con notti di lavoro…
Cammini per il viale di tigli
verso il cimitero… per portare un fiore
a tuo nonno:
ripensi ai suoi racconti di guerra…
miserie… macerie, eppure lo invidi
sfiorando pratoline senza badarci.

 

Le amasti quelle colline…
eccome se le amasti;
la birreria in periferia,
giochi da tavola… sogni…
progetti… chiacchiere
ma poi ognuno per la sua strada.
Anche questa notte è dolce
il profilo delle colline
illuminate da mezza luna.
Tornerai nella terra di nubi:
l’Enrico lamenterà di donne…
«Cercano solo un buon partito
che le sposi, per fare figli…
le compri costosi regali.»
Davanti al distributore di sigarette
l’Andrea millanterà di amanti,
come in un film anni Sessanta…
un romanzo dal finale malscritto.

da “Vivaio” (inedito), di Sergio Rotino

di Sergio Rotino

Alberto Burri Sacco L. A. 1953

Alberto Burri, “Sacco L. A”, 1953.

*

cosa sono quelle

viole forse

oppure no
ancora non è la loro stagione ancora no forse

allora cosa potrebbe

rose estive potrebbero o tentativo di prime rose
profumo nauseante della perdita lenitive rose

tentativo

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da “Epica dello spreco” di Laura Di Corcia

di Laura Di Corcia

cop di corcia

4.

Il lago ha questo vizio del colore pieno
(e del bosco; e del tonfo)
ha l’allegria attonita di una mosca contro il vetro.

Non è orizzontale,
ma di una verticalità che piomba, che srotola verso
lo zolfo, il terrigno del profondo nulla
che ci contiene e ci origina.

Così, in silenzio, ci dicevamo queste storie
contro le montagne alte, e molte altre
che erano diverse, ma consustanziate al lago.

È di queste appartenenze lontane
che si riempiono le cose.

.

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Massimiliano Damaggio: poesie da ‘Edifici pericolanti’ (raccolta inedita)

damaggio

Transitiamo nella zona industriale
su questa terra defunta riposano
nomi di cose in disuso
gonfi di piogge oblique
fioriscono gli uomini dismessi

Aspettiamo, alla fermata dell’autobus, la sera

Sono piccoli vegetali oscuri
dove immergere la mano
è rumore senza forma
sono le cose con le dita
impermeabili fiori all’incontrario
Coglierli oppure abbandonarli
corpi scivolati nell’ingorgo
di acque inquinate defluiscono
in esistenze decimate
un nome dopo l’altro, dentro i tabulati, fino all’estinzione

In questo modo precipita la notte
un alito assente scivola fra i denti

Aspettiamo l’accredito sul conto corrente

*

Gianluca, hai il sorriso ferito
dalla forbice fra obbiettivo e fatturato
sulla sedia blindata della riunione
carichi in canna il resoconto ultimo
e ti si sente
attorno un largo silenzio, e nel rumore
del tuo dissesto interiore ognuno sta
nella posizione da contratto
Dietro questi piccoli quadri
si muovono gli uomini abbaiati
dal cane del credo quotidiano

Lei ora appartiene, ti dicono
all’archivio dei nomi in disuso

*

È molto il dolore, e io poco
apro la porta: vado a lavorare
il dolore con le mani
degli uomini molti
alla catena del carrello
che riemergono delusi
dalle macerie quotidiane
masticando gli scontrini
e alla scatola di cartone
dove dormono gli involuti
in un cubo senza lessico
evapora il calore
un dito dopo l’altro
fino a quando il polso cede
e dal buco nell’asfalto
germoglia, tiepido, un rancore

Come la carezza energumena
che non sa dosare la forza
come il cane che per troppo amore
al bambino ha divorato il volto

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