Doris Emilia Bragagnini

Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia

Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia. sfarfallii – armati – sottoluce. Prefazione di Plinio Perilli. Postfazione di Laura Caccia, Giuliano Ladolfi editore 2018

In Claustrofonia, la raccolta più recente di Doris Emilia Bragagnini, colpisce, fin dal primo percorso di lettura e di ascolto, il situarsi dei testi e, nei testi, dei singoli versi, sulla terra smossa di confini e avamposti, di stazioni e di sentieri al bivio.
È una terra smossa che accoglie e addensa, accostandole e facendone non di rado stridere i contrasti e brillare gli urti, percezioni provenienti da fonti e canali sensoriali diversi. Il componimento che dà il titolo alla raccolta e che la apre può essere considerato a tal proposito un prologo programmatico: «ogni tanto un urto di temperatura/ differente, a porte chiuse ] tolte le dita/ da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali […] la risalita dei ricordi sfida il cemento/ dell’anima in guardiola, divelta e sugosa/  chiaroscuro del Merisi».
In Settima pagina, che, come Claustrofonia, è un testo collocato nella prima sezione della raccolta, sfarfallii – armati – sottoluce, leggiamo: «Si procede con i sandali di gomma». Le suole aderiscono al terreno impervio, la tomaia ci lascia scoperti, la precarietà dell’appoggio fa esplodere l’insofferenza nei confronti di «metafore seriali», dinanzi a snocciolamenti di associazioni prese in prestito e mai realmente attraversate. Restano allora, quelle «– catenazioni –» (tale appellativo accompagna in Settima pagina le «metafore seriali») una tanto chiassosa quanto vana mercanzia, perché, avverte Bragagnini con un «ne ho abbastanza», si è voluta escludere la via dell’attraversamento, del dolore così come dello stupore, della rivelazione così come del  mistero inesausto, del pieno così come del vuoto: «il vuoto manca almeno quanto il pieno».
Aneliamo, scrive Doris Emilia Bragagnini (e riporta chi legge a Freies Geleit di Ingeborg Bachmann) a un lasciapassare, a un Salvacondotto – «come si ottiene una tregua un lasciapassare uno scatto al traguardo» –, ma già sappiamo, anche per ostinata fissazione su un solo punto di vista, quello suggerito dall’autocompiacimento («come si altera un presidio dell’io così non disposto a recedere/ ad ammettersi altro che non identico a sé»), di non avere scampo da tranelli e cadute o, semplicemente, da una agghiacciante stagnazione.
Che cosa resta, allora? Resta L’offerta – così il titolo di una poesia che conclude la penultima sezione, Ricreazione – di rimandi a «visioni di voce notturna/ sedata solo dal tempo distante». La sfida che viene lanciata con Claustrofonia è quella di una scrittura poetica che fa della divagazione un’arma del dissenso e che volge lo sguardo al tratto amatoriale, da alcuni negato, da altri rinfacciato, come si guarda al nutrimento che nasce dalla gratuità, in piena consapevolezza dei muri moltiplicati e degli usci chiusi.

© Anna Maria Curci

 

Claustrofonia

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate  a terra  ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky

 

Settima pagina

si procede con i sandali di gomma
occhi alle chele del passato
passi indietro del continuo pungolare

ne ho abbastanza di metafore seriali
– catenazioni – degli oggetti presi in prestito
il vuoto manca almeno quanto il pieno
di contrappeso vedo le gambe /tagliate/ nella foto

[un quadrettino] unico tassello
di una vita respingente nei polpacci grossi
i figli come spere         smessi               ai lati

ma quella con la bocca chiusa già lo grida
di quante amputazioni parallele mantenga la soffitta
dei cipressi – fuori l’estate sigillava i contorni  (altro…)

Doris Emilia Bragagnini – Oltreverso, Il latte sulla porta

dorisLa critica letteraria ha mostrato che sono molte le espressioni dell’atto poetico. Leopardi, riguardo all’opera di Vincenzo Monti, considerava la sua poesia fatta d’immagine e suono, e non di anima. Orbene, potremmo dire sulla sua scia che vi è poesia del presente, come pure poesia della memoria, e poesia del dolore. La poesia di Doris Emilia Bragagnini, a me pare, poesia del gesto. Un gesto iperscrutato, un gesto visto dalla sua coscienza, per nulla lasciato al passato, ma neppure presente, semmai posto a distanza, su cui convergere per non analizzarlo: per riviverlo ma non viverlo come è stato. Ed è suggestivo che le rovini sopra, frantumi su di sé, ne raccolga i vetri taglienti, e si ferisca di sua mano. Sono reminiscenze, sono fatti veri che isolano i gesti, senza idealizzare. Se letterarietà c’è, è per il tono, per un timbro scabro e spigoloso ma è voce ritmica perfettamente coesa all’affabulazione, senza alcuna ripetizione di sorta, priva di derive e di eccezioni.
La poesia di Doris è poesia di sé. Tutto è inerente e complicato dal suo sé. Vi è dovizia di particolari e onestamente si addebita gli errori. L’interesse e il piacere di leggerla lo attribuisco a una particolare distonia sequenziale degli accadimenti. Succede un accavallarsi di avvenimenti, di risentimenti, di considerazioni, che non sono ragionamenti, ma una Weltanschauung, una visione a quando rimpicciolita, a quando allargata di un piccolo mondo. Nascosto per chissà quanto tempo. Ed ora, privo di barriere e diaframmi riportato alla luce, scoperto alla sua mente. Vi è un fondo d’angoscia a descrivere un contorno e poi il centro di una occasione, la quale la costringe alla sincerità, all’imbarazzo, a farne il negativo filmico anziché il positivo. Lei parte da un rovescio di se stessa, si spinge fino a un pericoloso narcisismo, ma è sentirlo come scandalo, per nulla temperato dal tempo o sfumato d’irrealtà. Dire di sé senza alcun sostegno, senza preclusioni, senza scusa, – quando la poesia eccome!, se potrebbe indefinire e rivalutare quanto siamo, – io ne faccio idea di valore. Eppure a volte Doris Bragagnini non si stima, quasi inorridisce, si arma di pietà di sé. Ma non si perdona, non si accoglie, come fanno tanti poeti. Mi pare crudele, blasfema, dimentica del divino che vi è nel gesto umano; pare volersi infangare o forse uccidersi idealmente. E ciò la fa risuscitare, capace di non ripetersi idealmente, essere un’altra. Leggo in lei questa volontà, nel suo “Oltreverso, il latte sulla porta”, di mutare partendo da quei luoghi, usare la metafora per esorcizzare quella vita. Quanta felicità in questa sua visione, che nonostante tutto traspare. A me pare che dal cigno narciso, titubante, superbo, che ondula nell’acqua stagna dell’ineffabile e del corruttibile, quale era, rinasca donna poetica che non ha più motivi per volgersi ancora indietro.

Giorgio Contis

 

il latte sulla porta

come una marea
che – liscia e liscia –

passi questa tomba scabra
come bocca disseccata e
a nulla vale il latte sulla porta
l’andirivieni della notte con i suoi alterni opali
pasti indotti, di una giovane falena

tendimi la pelle
fanne un tamburo per giorni muti
quando a sgranocchiare ore non ci penseranno i denti
ma una lingua, che si farà lasciva
nel porgerti le scuse d’essere stata onesta

ti laverò dal mio peccato – non del tutto – originale
luciderò quella salsedine, trama su papille scure
sarà l’estinguersi del solco a brindare al ventre storto

.
*

il ripiano

non conto più i giorni passati
i tasselli imprecisi, le scriminature – sostegno –
all’altra metà del vero

il gene d’ombra si congiunge in filigrana
quando sgocciola la linfa per lo sguardo che s’imbuta
“basta spostare la frangetta e gli scheletri scompaiono”

fissità perimetrali stile liberty (trompe-l’œil)
nasoboccacollo di dinieghi, ghirigori appassionati
come feti in formalina (dagli occhi puntuti, neri)

i contorni sono tagliole, lemmi da dottore
“fuori la lingua” a serrare permessi
che trillano, infantili, come già pazzi rettili osceni

.
*

oppure un

sarà come lavarmi il viso
sorprendere di fresco gli occhi chiusi
e sbatterli di nuovo (e ancora) menta fino al verde

una goccia – estrema – capace di curvare l’angolo
che anche il fuso Rosaspina, inciso il polso
piange sonni e sangue immacolato, le voglie di paglia
la sete inappagata, hanno muso di sterpo e teche
a sorreggere le gambe, la corsa fuori
nuda oltre la tenda, ha voce di sabbia

“non avrei saputo dire il nome come simbolo d’amore”
un suono affastellato sulla lingua o rumore vicino l’ombelico
un pensiero di vento, oppure un vento che recita il tuo nome
all’improvviso, come vita in origàmi (o voli) sulla tua carne bruna

.
*

claustrofonia – inedito

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi, uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky ”

.
*

la stazione – inedito

mi decretai la morte il giorno di grano perpetuo
splendeva una stele sotterranea e
fu talpa farsi sorda di clausura
tremando poi – tellurica – nel raggio d’oltremondo
così tenero e malsano da penetrarvi il cuore

senza respirare trattenendo il cosmo esplodendo di piacere

.
*

Doris Emilia Bragagnini “nata nel nordest, vive da sempre a due passi da sé”.

Compare con suoi testi in alcune antologie tra cui Il Giardino dei Poeti (Ed. Historica), prefazioni per sillogi poetiche, in blog e siti letterari come: Neobar (cui collabora come redattrice), Filosofi Per Caso, Torno Giovedì, Le Vie Poetiche, LibrAria, Il Giardino Dei Poeti, Arte Insieme, Carte Sensibili, Via Delle Belle Donne, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso,WSF. Ha partecipato al poemetto collettivo La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello e Un sandalo per Rut (editi da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio Ulteriora Mirari ed. Smasher, 2011). Menzione d’onore per il testo “claustrofonia” sezione “Una poesia inedita”, premio Lorenzo Montano 2013.

Il suo primo libro edito: “OLTREVERSO – il latte sulla porta” ed. Zona 2012.