Doppiozero

Una frase lunga un libro #54: Mario Benedetti, Chi di noi

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Una frase lunga un libro #54: Mario Benedetti, Chi di noi, Nottetempo, 2016 (traduzione di Stefania Marinoni); € 12,00, ebook € 6,49

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Ma l’arte non smette mai di essere un’illusione e, quando è verità, cessa di essere arte e diventa noia, perché la realtà è soltanto un insanabile, assurdo tedio. E così tutto si riduce a un vicolo cieco. La pura realtà mi annoia, l’arte mi sembra abile ma mai efficace, mai legittima. È solo un ingenuo stratagemma che certe persone disilluse, svergognate o malinconiche usano per mentire a se stesse o, cosa peggiore, per mentire a me. Io non voglio mentire a me stesso. Voglio sapere tutto di me.

Chi scrive è Miguel,  uno dei tre protagonisti di Chi di noi; malgrado la bellezza e la forza della frase che scrive, nel diario/confessione che ha deciso di tenere, si sta prendendo in giro. Miguel si è mentito per tutta la vita, lui sa molto poco di sé, anche quando crede di far chiarezza, scrivendo punto per punto, quello che ha capito della propria vita, della lunga storia d’amore con Alicia, e del rapporto che entrambi hanno con Lucas. Il problema è che Miguel non ha capito niente, pur essendo molto intelligente e sensibile, ha preferito costruire una storia sopra la storia vera, una storia che corrispondesse all’idea che si era fatto di sé, di Alicia, di Lucas e del loro rapporto. Miguel ha deciso come dovevano stare le cose e stupido e cosciente ha cercato di indirizzarle. Miguel quando scrive è talmente lucido che pare non possa sbagliarsi, in realtà sta facendo arte – si sta illudendo -, lui stesso è il proprio vicolo cieco. Miguel è un raro esempio di rinuncia alla felicità. L’uomo passa tutta la vita a costruire mondi immaginari e abbattere quelli reali, il punto è che quelli che abbatte sarebbero migliori di quelli che inventa. Questo è un punto fondamentale del romanzo, ma anche di tutta la scrittura di Mario Benedetti. Sorprende che fosse così maturo a soli 33 anni, talmente lucido da sembrare un settantenne che le avesse viste tutte, ma era uno scrittore e le aveva soltanto – perfettamente – immaginate.

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Federica Arnoldi: Roberto Bolaño

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Federica Arnoldi, Roberto Bolaño, Saggistica, Starter, Doppiozero, 2015; ebook €3,00

Eccomi qua, di nuovo Bolaño. Di nuovo un viaggio, di nuovo il tentativo di capire perché io non riesca a smettere di leggerlo. Di nuovo io, io lettore, che rimango incantato perché in un frase (o paragrafo, o pagina), già letta più volte, io, io lettore, riesco a trovare qualcosa di nuovo. Qualche spiegazione in più, o se preferiamo conforto, o se vogliamo, se va bene, emozione nuova, mi arrivano da questo saggio di Federica Arnoldi, da poco uscito in ebook, per Doppiozero. Per provare a parlarne, parto da una frase di Alberto Manguel, che trovo in un libro che amo molto: Al tavolo del cappellaio matto (Archinto, 2008). Lo scrittore argentino inserisce una mappatura del lettore ideale, interessante e divertente, fa un gioco dal quale si impara e col quale ci si può riconoscere. Tra le definizioni che Manguel usa, ne scelgo una: Il lettore ideale non esaurisce mai la geografia di un libro. E qui mi fermo un attimo.

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Alessandro Raveggi: David Foster Wallace

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Alessando Raveggi: David Foster Wallace – Doppiozero – ebook € 3,49

 

Ho cominciato la lettura del saggio di Alessandro Raveggi con molta curiosità. Chi mi conosce bene sa quanto io ami David Foster Wallace e la sua scrittura, e sa che non si tratta di amore cieco, o meglio che non si tratta più di quel tipo d’amore. Dopo aver letto tutto o quasi tutto: racconti, romanzi, saggi (sì, ho letto pure quello sulla matematica), le interviste, discorsi agli studenti, ho capito un paio di cose. La prima è che Foster Wallace è uno scrittore formidabile e rimarrà uno dei miei preferiti, la seconda è che gli si può voler bene senza aver paura di criticarlo ogni tanto. Forse non ho più l’età per venerare qualcuno e mi pare che nemmeno l’autore del saggio ce l’abbia più.

Dico subito che il libro che ha scritto Raveggi è bello ed è molto interessante. Uscito in ebook per Doppiozero (collana di libri elettronici che consiglio di seguire con attenzione) pochi mesi fa, è, come dichiara l’autore all’inizio, «Un commiato sofferto di un suo lettore italiano». Quindi non un saggio canonico e neppure una specie di guida introduttiva alla lettura dell’opera di David Foster Wallace: è un percorso dentro le opere e, in parte, nella vita dello scrittore statunitense (quando si parla di DFW i due aspetti non potranno essere tenuti troppo distanti). Un’analisi che non segue un ordine preciso, Raveggi non la compie cronologicamente, è un  commiato, come abbiamo visto, e il sentiero che si segue è quello più opportuno per giungere al distacco.

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Luigi Bernardi: Avvoltoi – Tre storie strappate

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Luigi Bernardi – Avvoltoi Tre storie strappate – Doppiozero – ebook

 

Se esiste una norma che regolamenta tutti i racconti scritti come si deve di questo mondo, è quella della precisione. Questa norma vale per tutti i più efficaci autori di racconti. Da Čechov a Babel, a Carver, alla Paley, a Cheever, alla Munroe, a Barthelme, a Foster Wallace e altri. Tutti autori molto diversi per impostazione, per stile, per scelte lessicali, per ambientazione, per struttura, eppure tutti devoti all’unica regola a cui un racconto non può sottrarsi: quella della precisione. Luigi Bernardi questa norma la conosce bene e ci fa il piacere di seguirla, rispettando così le storie che va a scrivere e i lettori che le leggeranno. L’ha seguita anche in questi tre racconti, da poco usciti per la collana in e-book di Doppiozero. Tre storie apparentemente legate a due tematiche, quella della morte e quella dei rapporti familiari. In realtà queste storie (soprattutto la prima) sono anche altro, mostrano il risultato di  uno sguardo lucido sulla società, sui cambiamenti avvenuti negli ultimi quarant’anni. Queste sono storie sul tempo che passa, sui segni che lascia. Il tempo che passa e il tempo a cui abbiamo dovuto rinunciare (anche per nostra volontà, per pigra accettazione) tornerà anche nella splendida nota finale che accompagna il libro. “Il coperchio di zinco lo adagiano due addetti delle pompe funebri. Si sono tolti la giacca, indossano entrambi i pantaloni grigio topo e la camicia bianca, solo la cravatta è diversa, una è bordeaux a tinta unita, l’altra di un granata a losanghe grigie. Sembrano addestrati al rispetto. Lo sono, dato il mestiere che fanno. Neppure un battito accompagna il contatto fra le due parti dello stesso metallo. Nessuno sfrigolio neppure quando centrano il coperchio, così che rimanga la stessa scanalatura sottile da saldare.” Ecco l’incipit del primo racconto, lo utilizziamo per dire ancora qualcosa sulla precisione. Notiamo come la scena sia ben descritta e che lo sia senza intoppi, orpelli o altre diavolerie. Bernardi descrive ciò che avviene in maniera perfetta, i verbi: adagiare, togliere, accompagnare. I pochissimi aggettivi. L’uso della punteggiatura. Tutto è da manuale ed è da manuale principalmente perché ciò che è scritto racconta e fa vedere due cose importantissime che stanno lì affinché noi possiamo percepirle: l’attesa e il silenzio. L’attesa delle persone che seguiranno il corteo funebre e il silenzio che tutti mantengono. Questa è tutta la scena, compreso ciò che l’autore non ha scritto, lasciando che noi lo vedessimo leggendo i gesti di chi sta chiudendo la bara. Il primo racconto è il più lungo e l’unico narrato in terza persona. Accompagnato dalle strofe di “Due Mondi”, una delle canzoni più belle tra quelle di Mogol/Battisti, racconta le vicende di un fratello e una sorella, che prima di allora non si sono mai incontrati, figli dello stesso padre. Padre che è il regista assente delle loro vite in un certo senso mancate. Padre che ha fatto la lotta armata, che è stata soprattutto cronaca spacciandosi per storia. Gli altri due racconti sono più brevi, più intimi e introspettivi e sono scritti in prima persona. Il narratore porta a compimento due distacchi, cominciati molto prima della morte dei familiari. Tre racconti che si leggono molto velocemente, veloci come una rapida, profondi come il centro del fiume.

© Gianni Montieri