Donzelli

Festivaletteratura2019 #2: On Stage

Michela Murgia, Elif Shafak e Marina Astrologo a Piazza Castello

C’è che quando arrivo in redazione, ogni anno, arriva quel bel momento della consegna del pass, oggetto quasi transizionale che andrà a raggiungere i suoi fratelli, a fine Festival, appeso come una ghirlanda di Natale alla maniglia di camera mia, in bella vista. In genere è anche il momento di altre belle sorprese (su tutte, matite fantastiche), e quest’anno il Festival si è superato regalandomi un libro di un tale arancione da trasparire attraverso la tela della borsetta. Non ho resistito e l’ho subito frugato. Si tratta di Anthology!, una raccolta di sedici racconti di cui imparo, prima dell’ultimo foglio di guardia, la storia: scritti di Calvino, Chambers, Levi, Mari, Joyce, Adiche, Woolf e altri sono stati selezionati da lettori tra i 14 e i 19 anni, che all’interno del progetto Read On del 2018 hanno ridotto una list di 60 racconti in quei sedici che ora sono sul mio comodino Festlet (non immaginatelo come un mobile, più come la zip esterna di un borsone, ma immaginatelo felice).
Il progetto Read On prosegue anche quest’anno, e io sono andata a dare un’occhiata. La stazione ha ospitato Chiara Valerio (che da ragazzina appuntava opinioni sui libri letti scrivendo a matita sui fogli di guardia) per un brainstorming sulle recensioni: quali elementi assolutamente inserire, quali assolutamente evitare? E come cambiano i contenuti in base al mezzo? Si possono raccontare la trama, e addirittura il finale? Ed è possibile, e giusta, una recensione che abbatta il punto di vista del recensore, o si può e si deve recensire con una tale soggettività da rendere scrittura e scrivente soggetti al tempo? Ricordando, come dice Valerio, che «le recensioni sono attestazioni di lettura e di responsabilità: ciò che hai scritto fa parte della storia di quel libro ed è tassello della storia culturale».
E comincia un altro tipo di lettura, la staffetta che nell’attimo in cui scrivo si dà il cambio su una panchina dei giardini di Palazzo Castiglione per leggere il magnifico carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West, da poco uscito per Donzelli (Scrivi sempre a mezzanotte, a cura di Elena Munafò, traduzioni di Nadia Fusini e Sara De Simone). Sono lame di scrittura al calor bianco, ma di una specie di grazia sorvegliata, come un bisturi che apre e cauterizza: Ho appena smesso di parlare con te. Sembra tanto strano. C’è una pace perfetta qui – fuori giocano a bocce – ho appena messo i fiori nella tua stanza. E attorno a te invece cadono le bombe. Che dire – se non che ti amo e vivrò questa strana calma serata pensando a te che sei lì da sola. (altro…)

I poeti della domenica #315: René Char/Vittorio Sereni

L’age cassant (1965)

II

En l’état présent du monde, nous étirons une bougie de sang intact au-dessus du réel et nous dormons hors du sommeil.

 

XX

Qui oserait dire que ce que nous avons détruit valait cent fois mieux que ce que nous avions rêvé et transfiguré sans relâche en murmurant aux ruines?

L’età squassante

II

Nel presente stato del mondo,
stendiamo sopra il reale una candela
di sangue illeso e fuori dal sonno
dormiamo.
.

XX

Chi oserebbe dire che quanto abbiamo
distrutto valeva cento volte quanto
avevamo senza posa sognato e trasfigurato
parlando sommessi alle rovine?

René Char, Vittorio Sereni, Due rive ci vogliono. Quarantasette traduzioni inedite, con una Presentazione di Pier Vincenzo Mengaldo, a cura di Elisa Donzelli, Donzelli, 2010

(altro…)

Guido Mazzoni, La pura superficie (recensione di Claudia Crocco)

La prima cosa che colpisce di La pura superficie (Donzelli, 2017) è che sembra non rientrare nelle categorie più diffuse per parlare della poesia contemporanea italiana: non è un libro di poesia lirica come buona parte degli altri pubblicati nella stessa collana di Donzelli, né fa parte della schiera di libri che si autoproclamano «di ricerca» e pubblicano esclusivamente su case editrici indipendenti milanesi e romane.
Da un punto di vista strutturale, il terzo libro di Mazzoni (dopo La scomparsa del respiro dopo la caduta, 1992, e I mondi, 2010) è piuttosto compatto: comprende cinque sezioni, ciascuna composta da sei testi, sia in versi sia in prosa; tra una sezione e l’altra si trovano quattro prose più lunghe; in ognuna si trova almeno un rifacimento di poesie di Wallace Stevens; in tre su cinque c’è un testo intitolato Essere con gli altri. Come ne I mondi, sulla prima pagina si trovano due citazioni da Kafka. Nulla è lasciato al caso, insomma; prevalgono criteri di simmetria ed equilibrio. Tuttavia La pura superficie è anche un libro sperimentale: è lirico, narrativo e saggistico insieme; iperassertivo e impersonale. Forse è proprio la soggettività l’aspetto più interessante. In questa nuova raccolta di Mazzoni la prima persona è presente in modo ancora più definito rispetto alle precedenti. Talvolta compaiono toponimi o nomi di persona, che riconducono alla vita concreta di chi firma il libro (ad esempio in Quattro superfici, Genova, Angola). Non solo: in alcune poesie, ad esempio Terzo ciclo, ci troviamo davanti a una soggettività quasi classicamente lirica, con la prima persona che racconta un’esperienza personale o compie una analisi interiore. Altri testi, però, vanno in direzione molto diversa: l’autore si ritrae e lascia spazio a personaggi che rimangono anonimi, come nella prima delle poesie intitolate Essere con gli altri. Qui il punto di vista è indefinibile: l’esordio è in terza persona, ma contiene una invocazione a un generico “voi” («L’opacità degli altri mentre vi vengono incontro/ per porre dei limiti, per definirvi, letteralmente»); quindi si passa alla prima persona plurale («Siamo a disagio con loro,/ usiamo le frasi per nascondere o mediare»), infine c’è un’allusione alla scrittura in corso («le parole,/ tutte le parole, sono un appello o un’aggressione, anche queste»). La seconda strofa è interamente occupata dal personaggio di una donna che porta la figlia al parco e incontra un’altra madre; proprio quando sembra che stia iniziando un monologo interiore, e che la donna stia per fare un bilancio della propria esistenza, il discorso si interrompe con la frase «non ricorda». (altro…)

Coriandoli a Natale #8: Remo Pagnanelli, Notte di Natale

quasi un consuntivo.jpg

Notte di Natale

I

Un lieto andare dietro le orme del Natale
come di animale braccato eppure
tranquillo del suo odore che stacca
dalla scia, che presto raggiunto
sarà un lieve tonfo per il villaggio
immerso fra i colpi e i fuochi;
un crepitio di rami rotti, un arresto.
.
.
II

Tu vuoi che le piante grasse
si trasferiscano a Natale da questo autunno
e già infatti sono nelle stanze
sempreverdi dagli infissi frondosi,
che da fuori le agognano i circolanti,
complimentosi coi loro nastrini
svolazzanti.
.
.
III

Si prepara un divertente Natale.
Sotto le fronde lustre verdeggianti
si accumuleranno ghirlande di fiale
– odontalgiche e peggio – per la gioia
dei bambini adulterati.

Si prepara il Natale, un altro
da far passare pensando altro e
del vino o dell’acido ci sarà servito
a seconda che siamo dentro o fuori
gelati o riscaldati, noi non riusciremo
a scrollarci dai radiatori e con tutto
anche le labbra, crema per labbra da ricordarsi,
screpoleranno; così dormiremo,
la stanza riempita di piante coi tropici
alle spalle e la polvere degli eucalipti
destinata nelle ossa.

Stanotte i morti parlano forte,
immersi come sono nell’acqua gelata
spiegano le loro ragioni ai rami
solidali, sembrano scuotersi
dalla crescita in compattezza del ghiaccio.
Ma lo sgravio è temporaneo,
il loro morse incomprensibile ai vegliardi
rivendica non un letargo ma un termine
che non ammetta repliche.

 

da © Remo Pagnanelli, Quasi un consuntivo (1975-1987), Donzelli, 2017

I poeti della domenica #221: Guido Mazzoni, Uscire

Uscire

Esce di casa per una ragione, la dimentica,
sale su un autobus, incontra le persone, le scherma col linguaggio,
dice “studente fuorisede”, “tatuata”, “filippino”
per non vedere il fuorisede, la donna tatuata, il filippino,
poi viene travolto dalle frasi assurde, le mani colorate
come animali onirici,
come uccelli tropicali, l’anarchia degli altri.

Da qualche anno le cose mi vengono addosso senza protezioni.
In sogno vedo denti rotti, punti di sutura,
topi tagliati in due, fra l’orecchio e la mascella, che discutono fra loro.
Spesso, quando parlate, io non vi ascolto,
mi interessano di più le pause tra le parole,
ci leggo un disagio che oltrepassa la psicologia, qualcosa di primario.
La tatuata scende prima di diventare umana, il vetro
moltiplica i dettagli, per un attimo
il filippino significa qualcosa,
poi prova le suonerie, il suo rumore
mi ottunde internamente, vorrei colpirlo.
Ero uscito per comprare una di quelle lampadine a led
di nuova generazione, di quelle che non si bruciano,
un paio di forbici, la frutta, un cocomero.
Ho scritto un testo che non tende a nulla. Vuole solo esserci, come tutti.
Ho scritto un testo che rimane in superficie.

 

da © Guido Mazzoni, La pura superficie, Donzelli, 2017

 

I poeti della domenica #148: Guido Mazzoni, Rogoredo

 

Rogoredo foto gianni montieri

Rogoredo

Con una strana durezza, fra tutti quei colori, riguardavo
le nuvole basse e il sole
sempre sopra di me illuminare il finestrino

e la sequenza dei palazzi usciti dal vapore
azzurri fra muri di siepi e pochi colori tutt’intorno
«questi sono corpi», mi dicevo, «e questo è il mio
dove il sole e un treno troppo riscaldato mi disegnano le vene».

 

da Guido Mazzoni, I mondi, Donzelli, 2010

Una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia

Una frase lunga un libro #87: Charles Wright, Italia, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, Donzelli 2016; € 18,50

*

Non una parola s’è mai dissolta in gloria, non una.
Continuiamo a mandarle in alto, comunque,
così come il sole piove giù.

Not one word has ever melted in glory not one.
We keep on sending them up, however,
As the suns rains down.

*

Ci sono libri che vengono da molto lontano, un lontano costruito negli anni e sugli anni; libri che sono la somma di altri libri, di parole pensate e scritte nell’arco di decenni; libri che raccontano molte storie, che ne ricordano altre; libri che accompagnano, che costruiscono un mondo  dopo averne osservato un altro. Libri fatti di viaggi e residenze, libri di suoni e desinenze, libri che hanno un passo classico e un occhio moderno. Libri che portano il nome di un luogo e che quel luogo reinventano. Uno di questi libri è lo straordinario volume di poesia Italia di Charles Wright, curato nell’edizione italiana da Moira Egan e Damiano Abeni, ma costruito dai traduttori insieme al poeta americano, libro che Wright sognava di realizzare da molti anni, sogno che comprendiamo bene dopo aver finito di leggere il libro. Poesie queste che sono uscite dagli anni sessanta in avanti, in vari volumi, negli Stati Uniti (si rimanda alla nota bibliografica in coda all’edizione italiana) e che ora stanno magnificamente insieme sia per i lettori nordamericani sia per quelli italiani. Nell’ultima parte di Italia Egan e Abeni spiegano le gioie e la fatica di queste traduzioni e poi accennano alle difficoltà di trovare un editore che desse loro casa; sono dovuti passare, infatti, circa sei anni dalla fine del lavoro dei curatori prima che i versi italiani di Wright venissero accolti da un editore italiano. Vista l’indiscutibile bellezza e l’importanza del volume mi sento di ringraziare Donzelli editore, del cui catalogo ricordiamo altri formidabili raccolte di autori nordamericani, come Simic, Gallagher, Strand.

Da:

 

Omaggio a Ezra Pound

Oltre San Sebastiano, oltre
Ognissanti e San Trovaso, lungo
Le Zattere e a sinistra
al di là del ponte scalinato fino a dove
—discosta sulla destra, seminascosta—
la Dogana Vecchia brucia al sole primaverile:
è così che ci si arriva.

Questa è la strada in cui abita Pound,
un vicolo cieco
di anfratti catarrosi e pietra sbrecciata,
al cui imbocco le acque
si radunano, i gabbiani stridono;
qui dentro—muto, immoto—lui aspetta,
cernendo gli affetti freddi del sangue.

*

Past San Sebastiano, past
The Ogni Santi and San Trovaso, down
The Zattere and left
Across the tiered bridge to where
– Off to the right, half-hidden –
The Old Dogana burns in the spring sun:
This is how you arrive.

This is the street where Pound lives,
A cul-de-sac
Of rheumy corners and cracked stone,
At whose approach the waters
Assemble, the gulls cry out;
in here – unspeaking, unturned – he waits,
Sifting the cold affections of the blood.

(altro…)

Come un cristallo o una scoria. La poesia, per Guido Mazzoni

mazzoni

A volte i libri “scappano”, non si leggono appena escono. Colpevolmente forse; così si cerca di recuperare, e basta un monito, un consiglio. Con I mondi di Guido Mazzoni è stato così: uscito nel 2010 da Donzelli, l’ho letto solo recentemente. E di lì poi è stato naturale recuperare anche il suo Sulla poesia moderna, pubblicato nel 2005 per il Mulino.
Già Francesco Filia aveva saputo leggere molto attentamente gli elementi portanti di quest’opera che oggi mi appare importantissima: il sentire come fondazione del mondo, della realtà. Sentire con stupore e sgomento continui l’errore caotico che è la vita, e come la nostra si specchia incessantemente nei frammenti delle altre intorno, nel quadro di una come di tutte le città in cui viviamo. Di qui, dal «vedere se stessi come una cosa estranea» (Kafka, in esergo al libro), “i mondi” s’intravedono, le «monadi» si toccano e, in un elastico incessante tra io e noi, si allacciano.
Ora, procedendo per estrapolazione, evidenziando le parti, i frammenti, i passaggi più importanti, il mio tentativo oggi è cercare l’appoggio giusto per provare a dire cosa è, se ancora è e ha vita (ossia se ancora c’è spazio per) la poesia. Un percorso di lettura che, si vedrà, finisce in luce e in solitudine. Un percorso – felicemente, a questo punto – ritardatario e personale, quasi l’intenzione fosse adesso di “ricreare” il libro: attraversarlo nel mio sguardo unendone diversamente i punti.
Per verificare se la poesia è in grado di raccogliere in sé, oggi, lo spirito del tempo.

Da I mondi:

«Tutto così unito,/ così insieme in un unico/ astro straniero -»

«il mondo che esiste senza la mia vita»

«Altre vite/ ci esplodono intorno»

«dell’accadere, mie persone che siete/ solo sagome, ora, nella nube che si chiude»

«la felicità di essere qualcosa […] per prolungare la vita, la stessa che ti percorre, leggera e irreversibile»

«il mondo inciso dentro di te come un cristallo o una scoria»

«Era l’idea di essere vivo»

«Era un istante di assoluto straniamento e io cercavo di prolungarlo»

«Entriamo fra le cose legati a un corpo, a un tempo, ad aggregazioni di esseri che ci preesistono»

«grazia e significato all’orizzonte»

«che la vita esiste e non significa»

«una cosa senza peso, solo il nostro/ frammento ancora mi appartiene/ e la sua pace è il nulla che difendo»

«le monadi che ci proteggono, le loro trame nel disordine»

«una storia che lo circonderà per sempre»

«Ogni vita/ è solo se stessa: questa luce»

«per diventare solo solitudine».

Il mondo in poesia, eccolo, inciso dentro di te, dentro di noi. Questo è il significato della «lunga durata»: un concetto essenzialmente storiografico, utilizzato da Mazzoni per dire (rifacendosi ad Adorno) quanto tra le forme dell’arte la poesia in particolare sia «la meridiana di una filosofia della storia». Lo afferma con la consapevolezza di chi sa che l’arte ha il potere di registrare la storia degli uomini più e meglio dei documenti storici in senso stretto.
E ci viene in soccorso Montale, con due passaggi estratti dal discorso pronunciato per l’assegnazione del Nobel, il 12 dicembre 1975: «esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena è espressa, mentre l’altra può dormire i suoi sonni tranquilli» (…) «quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia».
Così è con Mazzoni. Ci fa dire che c’è spazio ancora per la poesia, quella autentica; che c’è sempre una ripartenza possibile pronta a nascere, innocentemente, nello spirito del tempo, dallo stupore e dalla meraviglia.

Cristiano Poletti

Nel «perfetto amore» di Emilio Rentocchini. Nota di lettura di Paolo Steffan

emilio rentocchini poetarum

Nel «perfetto amore» di Emilio Rentocchini
di © Paolo Steffan

Già l’esergo che Emilio Rentocchini ha scelto per la sua raccolta in lingua ci permetterebbe di scrivere pagine e pagine su uno dei migliori poeti del nostro tempo. Si tratta del distico finale del Sonnet 23 di Shakespeare: «O! Learn to read what silent love hath writ/ To hear with eyes belongs to love’s fine wit», poi ripreso nella traduzione di Giudici per chiudere l’ultima poesia di Del perfetto amore (titolo di raccolta a propria volta ispirato a un verso dello stesso Sonnet 23). In un sublime gioco sinestetico, sono condensate le sottigliezze dell’amore, ma è anche preannunciato il tipo di metro che Rentocchini ha scelto per la scrittura in lingua, in deroga alla usuale ottava impiegata per il dialetto: la forma sonetto.
Ma non è un sonetto canonico, come già ci mostra la lettura di Oltre l’oltre, poesia-prologo:

Gocce buie e materiche nel vuoto
chiaro del giorno nato non per noi
che siamo, in fondo affronto all’orizzonte
irrespirato: chi non è in bilico

«In bilico», come queste quartine e terzine ipermetre (gli endecasillabi si contraggono in decasillabi), esenti da rime e dominate da un insistito enjambement che ci fa scendere e scendere nel gorgo di un nuovo in bilico: siamo lì tra materialità sensuale e impalpabilità psichica, riassunte magistralmente nella chiusa:

dolce il tuo volto fissa le ginocchia
o appena il battiscopa: non è semplice
per niente intercettarti l’anima.

Una tensione corpo-anima che si rafforza subito nel sonetto che segue:

Perché sei carne e incarni qualcos’altro
tu lembo immateriale in cui respiro
e attrito assai più fisico del tempo
che ruga l’universo: anche per questo.

Siamo sempre «oltre l’oltre» e ci rimarremo per tutta la durata della nostra lettura, che senza troppi pudori, ha il pudore di un’oscurità benevola in cui queste due componenti necessarie − immateriale e materiale, «parole» e «baci» − convivono continuamente.
Ma l’oltre, così reiterato e così forte è anche la misura dell’oltraggio, come insegnava l’Oltranza oltraggio di Zanzotto (anch’essa, guarda caso, un notturno). E così Rentocchini, nel terzo sonetto, dominato da un paesaggio lacustre, ci presenta questo andare oltre in un tricolon pieno di senso: «di intravedere extrasentire osare». Ritornano anche il tatto e l’equilibrio − amoroso − tra tangibile e intangibile: «non hai paura – vero? -/ di camminare dove non si tocca.» (altro…)

I poeti della domenica #54: Charles Simic, Commedia degli errori…

Charles Simic fonte www.rollins.edu

Charles Simic fonte http://www.rollins.edu

::::Commedia degli errori in un elegante ristorante del centro.
::::La sedia in realtà è un tavolo che si prende in giro da sé. L’appendiabiti
ha appena imparato a dare la mancia ai camerieri. A una scarpa viene servito
un piatto di caviale nero.
::::«Mio caro e stimatissimo signore», dice una palma in vaso
a uno specchio, «è assolutamente inutile che si ecciti».

*

::::Comedy of errors at an elegant downtown restaurant.
::::The chair is really a table making fun of itself. The coat
tree has just learned to tip waiters. A shoe is served a plate of
black caviar.
::::«My dear and most esteemed sir», says a potted palm to a
mirror, «It is absolutely useless to excite yourself».

*

© Charles Simic

Poesia tratta da Il mondo non finisce, Donzelli, 2001, traduzione di Damiano Abeni
::::«

Franco Buffoni, Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli)

Franco Buffoni: Avrei fatto la fine di Turing.             Avrei fatto la fine d Turing

.         Avrei fatto la fine di Alan Turing
.         O quella di Giovanni Sanfratello
.         In mano ai medici cattolici
.         Coi loro coma insulinici
.         E qualche elettroshock.
.         Perché era un piccolo borghese
.         Il mio padre amoroso
.         Non si sarebbe sporcato le mani.
.         Controllando l’impeto iniziale
.         Vòlto allo strangolamento
.         Del figlio degenerato
.         Ai funzionari appositi
.         Avrebbe delegato
.         La difesa del suo onore.

.

In meno di due anni − gli ultimi due − Franco Buffoni ha dato alla luce tre libri di poesie: Jucci (Mondadori, 2014), O Germania (Interlinea, 2015) e il nuovo Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli Poesia, 2015). Come fosse mosso da una irrefrenabile vena, Franco Buffoni con un’ipotetica trilogia, o se vogliamo un polittico, ha sondato e scandagliato ogni anfratto dell’animo umano alla luce (incerta) di questo scorcio di secolo che ci ha immessi nel vero nuovo millennio, giungendo forse pure a farsi suo malgrado profetico in O Germania, libro che tratteggia ogni viva contraddizione di una dimensione social-economica fattasi poi cronaca di recente.
Una coscienza a nudo è ciò che emerge con fermezza dalle poesie inserite nella nuova raccolta; una coscienza che non solo interroga la storia (oserei dire che continua ad agire in Buffoni la lezione di Seamus Heaney), ma punta pure il dito, indica i colpevoli e i loro molti − troppi − voltafaccia.
Ed ecco allora che Alan Turing e Giovanni Sanfratello si fanno immediatamente simboli di ogni violenza contro chi non è riconosciuto per ciò che è, per il suo essere naturalmente ciò che è, per il suo pensare liberamente. E se la storia di Alan Turing ormai è nota, con un bel ritardo pari al ritardo delle scuse ufficiali, meno nota è la vicenda individuale di Sanfratello. Ed è così che ancora una volta spetta alla poesia il compito di portarci a riflettere sui limiti più che evidenti, palesi, di una società che negli ultimi anni sta smantellando ogni conquista passata in fatto di diritti civili. La castrazione chimica subita da Turing e il suo suicidio sono il simbolo della negazione della fisicità, dell’eros, della passione, della sessualità. Il rapimento di Sanfratello da parte dei famigliari e la sua riduzione, dopo ricoveri forzati, elettroshock, coma insulinici, allo stato vegetativo, sono il simbolo della negazione alla vita pur di non accettare l’esistenza di qualcosa che è altro da sé, e che per comodità chiamiamo diversità.
Vi chiederete cosa c’entri tutto questo con la poesia: c’entra, certo, perché centra il nervo scoperto dell’ipocrisia, lo pone sotto i riflettori e lo porta a nostra conoscenza. E allora è chiaro il perché di quest’urgenza di dire, di pubblicare da parte di Buffoni: perché se non si parla, se non si sollevano le questioni che i soliti noti vogliono far tacere, tutto alla fine davvero sarà ridotto a un silenzio di tenebra.
(altro…)

Uno, tra i numeri: “Il numero dei vivi” di Massimo Gezzi

m_g

 

Comincia con un «E poi?», cui segue una serie di interrogativi sul “dopo”, questo libro che doveva intitolarsi Gli imperfetti, titolo che poi gli è stato sconsigliato.
Da L’attimo dopo a qui, la strada che Gezzi ha percorso è molta, biografica e letteraria insieme.

Non dopo la vita: sono chiacchiere
da poco, quelle. Dopo-adesso, voglio dire,
dopo-prima, anzi meglio durante.

                                                                                  (p. 13)

Al domandarsi e al domandare, a se stesso come a ognuno, l’autore risponde scrivendo: «Non hai torto, non hai ragione». La risposta è una via di mezzo, ma non debole; nasconde invece un convincimento forte: se lo Zero è il nulla che siamo, a noi serve, e occorre difenderlo, nello sforzo irrinunciabile di essere. Perché il nulla, paradossalmente, non è niente. Due versi di Zanzotto lasciamo volentieri che risuonino qui, a tutela di quanto Gezzi tenta: “credo con altrettanta / forza in tutto il mio nulla” (in Così siamo, da IX Ecloghe, 1962). Si tratta della consapevolezza, profonda, di esserci, di avere cura, con tutta l’umana imperfezione di cui siamo capaci.
Ed è così anche quando tenta la parola difesa. Si avverte in questo caso la lezione di Pusterla, cui dedica una Lettera, ricchissima, tesa a un comune “custodire”, appunto: vicende, imperfezioni, storie e Storia.
Lo Zero allora diventa Uno, nel sommarsi delle storie nella Storia, attraverso il durare dell’essere, nell’inestinguibile intrecciarsi di tante possibilità di vita, ciascuna di queste senz’altro imperfetta: «ognuno irripetibile e nel suo breve / splendore indimenticabile / dimenticato».
È l’Uno che vediamo nella forma dell’anafora, insistente, nel racconto di Nove cose che capitano. L’Uno che poi, in fondo, è l’autore stesso, che si propone chiaramente in quest’opera di “smettere il nero”; perciò dispone la frase nell’ottica del discorso, dialoga, rivolgendosi a molti altri, gli altri che abitano, che sono il mondo.
È del resto nell’abitare che al nulla di questo nostro durare è connaturato il silenzio (« …il buio inesplorato / la verticale del silenzio»; «Smettila di credere che il silenzio / non significhi nulla»). Anzi, compone la presenza di case, di interni, il silenzio; si compone degli oggetti, degli elementi dell’abitare. Per questo vediamo ricorrere spesso un tavolo, ad esempio, attorno al quale, o in una stanza, gira un fumo ritratto in bellissime “visioni” (“All’alba il fumo si contorceva ancora a mezz’aria”, a pagina 26; e ancora – sebbene l’autore dichiari di non voler più tendere, oggi, alla scelta dell’endecasillabo e del canto – eccolo, a pagina 17: “si allargò come un lago di aria grigia”).
Si respira uno stare, via via nelle pagine, si sente l’anelito della dimora, l’aspirazione a voler concludere un disegno di vita (in particolare in Ipotesi di una casa, p. 64). Disegno a cui, necessariamente, si legano i dolcissimi versi di Tre per una figlia.
(altro…)