donatella di pietrantonio

‘L’Arminuta’ di Donatella di Pietantonio (nota di P. Grassetto)

Donatella di Pietrantonio, L’Arminuta, Einaudi 2017, pp. 197, euro 17.50

Cimentarsi a commentare un romanzo vincitore del Premio Campiello 2017, probabilmente a oggi uno dei più ambiti, può essere ardua impresa, non se si procede unendo le osservazioni come in un piccolo quadro, per immagini, tasselli, illuminazioni.
Data la notorietà del romanzo ormai tutti conoscono il significato della parola “Arminuta” ossia “Ritornata”, tuttavia la prima impressione delle pagine del romanzo pare essere invece l’amore che traspare, da parte di Donatella di Pietrantonio, per la sua terra di origine. La terra d’Abruzzo viene velatamente esplicata dal linguaggio (resiste lì dentro), dalla personalità dei personaggi (dai loro ‘modi’), da brevi descrizioni del paesaggio – sono il mare, i monti, la campagna –, il tutto avvolto da una sorta di ‘tenerezza’ anche quando la trama si fa più intensa e stratificata.
L’autrice ha la capacità, nei momenti in cui gli episodi narrati sono emozionalmente complessi, laceranti e disgreganti, di non rendere mai né duro né ostico il racconto mantenendo, sotto questo profilo, una rara qualità di scrittura, come se non volesse mai ‘ferire’ dall’interno i vari personaggi del racconto; anche laddove emergono limiti o difetti, si avverte l’assenza di giudizio, una trasparenza delle intenzioni. Di Pietrantonio lascia fluire il racconto della condizione umana.
I temi tracciati sono vitali, vitali per la protagonista ma anche per il lettore, e portano a riflettere sul nostro destino in relazione alla famiglia; sul ruolo dei genitori – siano essi naturali o coloro che crescono figli d’altri –; sul mondo che ci portiamo dentro; sull’accoglienza, l’amore, l’abbandono o sulla loro mancanza; sulle parole d’amore o sui troppi silenzi e i “non detti”, e come ciò ci faccia crescere e cosa ci faccia diventare.

La vicenda inizia quando l’Arminuta, bimba piccola, viene riconsegnata dai genitori che sino a quel momento l’anno cresciuta ai genitori naturali, che l’avevano lasciata perché gravati da tanti figlioli in una situazione di povertà. La sua vita è spezzata: viene catapultata da una quotidianità serena dove nulla manca a una vita relegata in un piccolo paese di montagna a una casa povera dove manca anche l’essenziale. E nella casa non c’è nemmeno un letto destinato a lei. La piccola Arminuta scopre improvvisamente, drasticamente, che questa è la sua vera famiglia.
Nel baratro che le si apre davanti non riesce a ritrovarsi e la parola «”mamma” si annida nella sua gola come un rospo». L’autrice, con passaggi brevi e incisivi, narra il dentro di sé: «A 13 anni non conoscevo più l’altra mia madre». Nella sua drammaticità, questa frase fa cogliere il precipizio dell’abbandono devastante e del nulla che attende la protagonista da quell’istante.
Arminuta per dare un senso all’assurdo e inspiegabile gesto pensa che la madre – che fino ad allora l’ha allevata e che lei credeva sua – non la possa più tenere perché malata. La sogna morta; sogna il funerale accompagnata dalla mamma vera. E il sogno fa vedere la verità che vogliamo per non farci troppo male. Così iniziano in lei gli incubi, le angosce, i risvegli notturni e la certezza di una continua disgrazia imminente, pur non sapendo da dove questa possa arrivare. L’abbandono sgretola le sue certezze, ferisce la sua anima nel profondo.
Il tempo scorre in questa nuova famiglia con la continua ricerca della prima madre, che lei (per differenziarla) indica come la “madre del mare”, in quanto prima viveva vicino alla spiaggia. In questo mondo nuovo di solitudine si affeziona alla sorella più giovane con la quale, inizialmente, divide il letto, e che si rivelerà forte e in grado di cogliere piccole verità nonché tramandare un’antica saggezza contadina. La sorellina, nel primo giorno di ripresa della scuola, si reca nella classe media dell’Arminuta e dice alla professoressa di essere venuta per controllare se sua sorella stesse bene perché «lei viene dalla città», come a dire che non è preparata a quella vita di stenti, di persone così diverse da e lei, sebbene più piccola, ne coglie i disagi, la non adattabilità. Sempre la piccolina difenderà la mamma da un gruppo di bulletti che la definiscono una “coniglia” per tutti i figli che mette al mondo. La vita dura ha dotato la sorella minore delle difese necessarie, facendone un personaggio d’appoggio fondamentale.
Questa trama, tuttavia, è anche intrisa di un lutto dopo il quale la madre si abbandonerà al dolore e non riuscirà più a curarsi degli altri figli forse perché i figli, in fondo, per lei sono il solo valore che ha, anche se mai espresso esplicitamente.
Un momento chiave del romanzo si ha sotto un sole cocente, dove avviene un colloquio anzi “il colloquio” fra la mamma e l’Arminuta; il tema è la ricerca che quest’ultima ha continuato a fare della verità sulla famiglia in cui è cresciuta. Lei è seduta per terra con lo sforzo di non piangere e la mamma risponde con poche parole ma «non riesce a muovere quell’unico passo che ci separava dalla consolazione». Probabilmente uno dei passaggi paradigmatici del libro, in cui si coglie tutta la disgregazione della vicenda; qui c’è una ricerca attenta delle parole che denota la capacità della scrittrice di esprimere uno stato d’animo in pochi lampi, dove si “misura” il distacco emotivo ed esistenziale.
Sebbene l’explicit del romanzo porti l’Arminuta verso una sorta di risoluzione della condizione iniziale si conviene a verificare che la rottura presente-passato è diventata troppo lacerante, e le vite di ciascun personaggio hanno ripreso cammini diversi, di andirivieni e separazioni finali.
Resterà tuttavia sempre forte il rapporto ritrovato fra le due sorelle, fatto di una complicità che sarà in grado di salvarle. L’Arminuta, proprio della sorella minore dirà essere «un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia», così ritornando al ‘duplice ricordo’ tra terra e umano.

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© Patrizia Grassetto

 

Su questo romanzo ha scritto anche Irene Fontolan, qui

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 8,99

L’Arminuta è la storia di una ragazzina senza nome. Il giorno dell’abbandono si ritrova sull’asfalto, la sagoma riflessa sulla carrozzeria e una violenta portiera chiusa in faccia. Lunghe lacrime le accarezzano il viso, le sole rimaste a consolarla.
C’è qualcuno che la guarda dall’alto di una finestra, di una casa che non è la sua. Sale a fatica le scale con una valigia piena di cose confuse. Bussa alla porta e, dopo un’attesa, le apre una bambina trasandata poco più piccola di lei. È sua sorella Adriana, ha gli occhi grandi e pungenti, lo sguardo curioso privo di timore. Essa si presenta nel suo essere senza vergogna, Adriana è sicura delle sue origini.
In fondo un po’ si somigliano, nonostante siano state separate ancora prima della nascita di Adriana e siano cresciute in famiglie diverse. Vivono grazie allo stesso sangue ma, al contrario di sua sorella, l’Arminuta non sa chi sia sua madre, non ha un nome nemmeno lei. Sono tanti in questa famiglia, tanti fratelli e una sola sorella. Lei e Adriana dividono quasi tutto fin da subito, un piccolo letto maleodorante che le contiene appena. Uno tutto per lei non era previsto.

Per dormire almeno un po’, ricordavo il mare. Il mare a poche decine di metri dalla casa che avevo creduto mia e abitato da quando ero piccola a qualche giorno prima. Solo la strada separava il giardino dalla spiaggia, nei giorni di libeccio mia madre chiudeva le finestre e abbassava le tapparelle fino in fondo per impedire alla sabbia di entrare nelle stanze. Ma il fragore delle onde si sentiva, appena attutito, e di notte conciliava il sonno.

L’Arminuta osserva ogni cosa nuova che la circonda, ascolta il suono delle voci di quelli che sono i suoi veri genitori, respira piano in quella casa quasi per non far rumore, quasi per non esserci davvero. La donna che ora le cammina attorno non riesce a chiamarla mamma, invece, l’altra sua mamma un nome ce l’ha: Adalgisa. È una ragazzina che adora la danza, i vestiti puliti, ha la media dell’otto alla scuola nuova e un’amica del cuore di nome Patrizia.

Patrizia ha pensato a uno scherzo quando le ho detto che ero costretta ad andare via. All’inizio non comprendeva la storia di una famiglia vera che mi reclamava, e io nemmeno di lei, a risentirla dalla mia voce così come l’avevo appresa. Ho dovuto spiegarla daccapo e a Pat sono saliti di colpo certi singhiozzi che la scuotevano tutta. Allora mi sono spaventata davvero, ho capito dalla sua reazione che stava per accadermi qualcosa di grave, lei non piangeva mai.

Tutto ciò che di certo c’è nella vita dell’Arminuta ha un nome.

Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori.

Essere madre, desiderarlo e pretendere di esserlo, sono tre vite diverse. Essere madre si può quasi considerare come un fatto puramente biologico, il corpo femminile è fatto anche per quello. Ciò non implica un’altrettanta biologica propensione alla cura e all’amore verso la creatura generata e che di fatto rende madre. Desiderare essere madre ha in sé un desiderio, appunto, di condivisione, di donare, di dare attenzione, di conferire calore, di dare senza avere, di esserci sempre, di dare rispetto e considerazione a quel figlio dato in dono al mondo. Pretendere di essere madre riguarda, forse, la maggior parte delle madri che popolano questa terra. Fare un figlio, crescendolo a propria immagine e somiglianza, programmandogli la vita, scegliendo per lui e, soprattutto, non considerandolo mai pronto a lasciare l’utero, ha alla base il germe dell’egoismo. Mamma non è colei che ti mette al mondo in mezzo alla miseria e mamma non è nemmeno colei che un giorno, dopo averti cresciuta, ti riconsegna come un pacco postale. L’Arminuta lo sa bene cosa non è una mamma, quello che non sa è cos’è una mamma desiderosa di esserlo.

Dall’angolo più nascosto del piazzale vedevo le finestre illuminarsi e, dietro, l’andirivieni delle sagome femminili affaccendate. Erano ai miei occhi le mamme normali, quelle che avevano partorito i figli e li avevano tenuti con sé. Alle cinque del pomeriggio erano già intente ai preparativi per la cena, cotture lunghe, elaborate, così richiedeva la stagione. Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Ti manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

Donatella Di Pietrantonio scrive una storia dolorosa ma allo stesso tempo di speranza. Rappresenta l’emotività dell’Arminuta con una scrittura essenziale e profonda. Un libro intenso e coinvolgente dove niente è come sembra.

© Irene Fontolan

 

#Festlet #2: Istruzioni per raccontare il mondo

«Navi alte e solenni facevano rotta nelle otto direzioni del mare accompagnate da un aspro addio di sirene navali». Così Leopoldo Barechal, raccontando Buenos Aires in Adán Buenosayres. E così sul cartellone che campeggia all’ingresso della Tenda dei Libri di Piazza Sordello, dove Adrián N. Bravi, Héctor Febres, Cecilia Graña e Emanuele Leonardi sono gli esperti che presentano una biblioteca aperta ed esposta, una fonda libreria a cassetti bianchi che custodisce guide e romanzi, fumetti e libri di storiografia sulla capitale argentina. La formula è svelta e calorosa: i libri sono in libera consultazione, il pubblico va dagli esperti, ne discute, si lascia consigliare e suggestionare. Li seguo anch’io: mi siedo accanto a Leonardi, che ora sta parlando di Borges e della tigre albina incontrata nello zoo di città, e aspetto il mio turno.
Gli chiedo: ha un consiglio per me, per noi? Lui prende Cortázar, Storie di cronopios e di  famas, e inizia a leggere l’incipit del Manuale di istruzioni. Dovresti sentirlo in lingua originale, però, mi dice. La questione della lingua sarebbe tornata per tutta la giornata.
Federico Taddia, ad esempio, presenta quest’anno un ciclo di incontri di autori su autori dove il criterio è l’aver riletto un libro. Non sarà il primo – con Donatella Pietrantonio – l’ultimo incontro cui andrò, tanto è vario il programma e tanto mi ha colpita l’edizione precedente, dove il criterio era raccontare del libro letto a diciassette anni. Donatella Di Pietrantonio parla di Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Un libro va riletto, dice, quando la prima lettura non ci trova pronti, quando ne restiamo impermeabili, ma intuiamo la grandezza di quello che abbiamo tra le mani. Nel suo caso, con un bambino piccolo, l’incipit con la separazione di una madre e i suoi gemelli ha creato uno scarto: ma da subito sa che sarà solo questione di tempo per rincontrare quel libro. Così è, quando scopre come la Kristof sia andata via dall’Ungheria e si sia impadronita di una lingua straniera per scrivere, anche spiando sui quaderni del figlio decenne per controllare la scorrevolezza e correttezza della sintassi e del lessico. Conquista parallela, dice Donatella Di Pietrantonio, alle sue: l’italiano nato sul dialetto da bambina e, più tardi, la scoperta di uno stile semplice e piano dopo tanta ipotassi. C’è stata anche una terza lettura, racconta l’autrice, questa volta in francese: «Volevo provare la sua stessa difficoltà nella lingua straniera, volevo immaginare quali parole potesse aver cercato sul dizionario». (altro…)