Don Delillo

Vanni Santoni, La stanza profonda

Vanni Santoni, La stanza profonda, Laterza 2017, € 14,00; ebook € 8,99

di Martino Baldi

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In settant’anni di Premio Strega un editore storico come Laterza si era sempre distinto per non aver mai candidato un proprio romanzo. Lo fa nel 2017 per la prima volta ma lo fa distinguendosi anche nel partecipare, concorrendo con La stanza profonda di Vanni Santoni, un romanzo che assomiglia a pochi altri romanzi italiani attuali e che, soprattutto, non ci rammenta altri che nel corso degli anni abbiano concorso al più ambito premio letterario italiano.

La stanza profonda racconta, in una personalissima reinterpretazione del cosiddetto genere della non-fiction, le vicende di un gruppo di ragazzi che una volta alla settimana per vent’anni si ritrovano per officiare un rito: quello dei giochi di ruolo. Ci sono i giocatori più fedeli, che in tutto questo tempo non hanno perso un martedì, e ci sono quelli che  hanno avuto solo un ruolo da comparsa o poco più, ci sono le vicende dei giocatori e c’è la vera e propria epopea dei giochi di ruolo (con passaggi di vera e propria storia e filosofia del gioco), c’è il mondo intorno che cambia e c’è la stanza dei giochi in cui invece il tempo sembra non passare, c’è la vita di provincia che si fa sempre più alienante e c’è quella dimensione parallela in cui i fiumi di acqua viva – quelli vivificati dalla potenza mistica dell’immaginazione, naturalmente – sembrano non seccarsi mai. (altro…)

La scrittura e il mondo: Teorie letterarie del Novecento – di Stefano Brugnolo, Davide Colussi, Sergio Zatti, Emanuele Zinato

La scrittura e il mondo (Carocci editore, 2016), pur cercando da una parte l’esaustività tipica del manuale, non rinuncia a esercitare una posizione critica nei confronti delle teorie descritte, senza nascondere riserve, problematicità, preferenze. Questa seconda attitudine, meno manualistica e più saggistica, si fonda su un’idea centrale, condivisa dai quattro autori e condensata nel titolo: la scrittura letteraria non può fare a meno di rimandare in qualche modo all’esterno, alla realtà, per l’appunto al mondo.
Va da sé che una tale convinzione rifiuta le cime più evanescenti di un certo formalismo, ma non si pensi nemmeno che il rapporto tra testi e realtà venga qui articolato secondo il criterio di un semplice e ingenuo rispecchiamento (come fanno in fondo, nelle loro varie declinazioni, i cosiddetti studies, per i quali la letteratura non è che riproposizione dei rapporti di forza che dominano il mondo). Viene piuttosto sostenuta una visione ambivalente dell’opera letteraria, fatta di conformismo e anticonformismo, adeguamento e reattività. Non è ad esempio un caso che in età industriale la letteratura abbia preferito l’immagine di oggetti ormai inutilizzabili, vera e propria robaccia, scarti della modernità, ribadendone così l’inattualità ma celebrandone al tempo stesso una qualche sovversiva sopravvivenza e valore residuale. Nel brano che riportiamo si impone allora il confronto, proprio sul tema dell’oggetto, con altri linguaggi attuali e dilaganti, che nella volontà di simbolizzare tutto approdano invece a una sorta di acquiescenza estetica.
Se dunque la letteratura, e l’arte in generale, ci mostra anche il rovescio del mondo, le sue contro-verità, va proprio per questo considerata come un insostituibile strumento conoscitivo, di “scuotimento” delle nostre certezze. Ma il bello della faccenda è che la conoscenza in questione non è mai separata da una qualche esperienza di piacere, il piacere di leggere i testi e immergerci in essi, accordando loro una complicità che può anche andare contro le nostre stesse convinzioni quotidiane. Il continuo rinvio alla dimensione immediata ed empirica della lettura, punto di partenza per ogni attività interpretativa, potrebbe riconciliare finalmente il senso della critica con quello del lettore comune.

@ Andrea Accardi

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13.5. Barthes e Eco

La critica culturale rappresenta oggi l’accesso privilegiato a quei fenomeni introdotti dalla modernità che si manifestano soprattutto attraverso un dispiegamento sterminato di oggetti tanto materiali che simbolici (fumetto, TV, video, cartoons, musica pop ecc.). Ha aperto il campo Roland Barthes con un saggio del 1957, Mythologies (in italiano col titolo Miti d’oggi), in cui il semiologo francese cominciò ad analizzare i fenomeni della cultura di massa alla stregua di figure del mito. Per Barthes il mito è un sistema di comunicazione, un modo di significare, una forma. Può essere mito tutto ciò che subisce le leggi di un discorso e come tale viene investito di un uso sociale. Tutte le forme della scrittura, ma anche la fotografia, il cinema, il reportage, lo sport, gli spettacoli, la pubblicità, possono servire da supporto alla parola mitica. La nostra società massificata e consumistica è il territorio privilegiato delle significazioni mitiche, dove il mito sceglie i propri oggetti per lo più dagli scaffali dei supermarket o dalla scatola della TV. L’enfasi del suo interesse ermeneutico è su dettagli a prima vista insignificanti della vita quotidiana, piccoli eventi mediatici tratti dalla cronaca e dallo spettacolo (La crociera del Sangue blu, Il viso della Garbo, Strip-tease, La nuova Citroën, La «Guide bleu») dove l’aspetto ‘mitico’ non consiste nelle singole cose in sé ma nel modo in cui vengono comunicate (meglio quindi la designazione originale di mythologies rispetto alla traduzione italiana con mito). Anzi è proprio questa nozione rinnovata di mito come sistema semiologico secondo a farsi strumento capace di prendere un segno qualsiasi, anche dozzinale, e di elevarlo al rango di presenza numinosa, pronta a trasformarsi in icona, ad ammantarsi di un’aura sacrale. Barthes legge nelle rappresentazioni collettive della contemporaneità un sistema di segni tenuto insieme da una operazione mistificatoria, quella che trasforma la cultura piccolo-borghese in una finta natura universale.
Sulla scia di Barthes, Umberto Eco ha costruito in Diario minimo (1961) una «mitologia» italiana. Eco ha in comune con Barthes, oltre che l’acutezza dell’osservazione e il feroce sarcasmo, la varietà degli oggetti di riflessione e la predilezione per la mescolanza dei livelli semiotici di alto e basso. Nel famoso saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno lo sguardo critico si posa sugli effetti sociologici prodotti dalla televisione nell’Italia del boom economico. Ne viene fuori un ritratto impietoso e brutale del presentatore televisivo Mike Bongiorno che vuole dimostrare come la TV non offra, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. Mike Bongiorno è il caso più vistoso di tale riduzione: idolatrato da milioni di spettatori, egli deve il suo successo al fatto che in ogni atto e parola del personaggio creato dalla telecamera traspare una mediocrità assoluta (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccellente). Lo spettatore vede glorificato, e insignito dell’autorità che solo la potenza mediatica può conferire, il ritratto dei propri limiti e gli decreta per questo un successo duraturo nella storia della TV italiana. (altro…)

Luca Briasco: Americana

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Luca Briasco, Americana, minimum fax 2016, 18 euro

È sempre sulla cresta dell’onda Americana, un volume tutto minimum fax che attraversa le fila di un cosmo complesso e affascinante, percorrendone i motivi di unità, le vette di bellezza come le curiosità dei sottoboschi. Il cosmo in questione è la letteratura a stelle e strisce degli ultimi (all’incirca) cinquant’anni, e l’autore del bel libro è Luca Briasco, americanista, editor, traduttore e giornalista. Dopo un’ampia volata di prefazione che già lascia intravedere le strettissime maglie di un’eco continua tra gli autori selezionati (eco che è dialogo quanto contrapposizione), Briasco mette sotto la lente quaranta autori del panorama americano contemporaneo attraverso l’analisi di uno specifico libro; libro che si configura però come un piede puntato nella porta, che può così aprirsi in ogni saggio fino a toccare l’intera produzione dell’autore e la sua importanza, sempre specifica e sempre tracciabile, nella comunità cui appartiene: quella della parola scritta nell’atto di documentare la storia, la geografia, le tematiche ricorrenti o straordinarie che compongono il vasto universo degli USA ai giorni nostri.
Dico “storia” e “geografia” con cognizione, e non come semplici categorie scolastiche. Il viaggio che Briasco compie attraverso la letteratura americana è suddiviso in sezioni, e queste privilegiano le correnti e le tendenze di appartenenza dei vari autori: abbiamo il postmoderno di Barth, Pynchon, DeLillo e altri; il minimalismo di Carver; la letteratura cosiddetta “di genere”, per quanto un’etichetta simile sia stretta attorno ad autori del calibro di King; e ancora l’avanguardia, il realismo, e un canone ancora da scoprire tra le mani di Franzen, A. M. Homes, Foer, solo per citarne alcuni. Eppure l’impressione che lascia questo documentario cartaceo tanto fitto e ben scandito è quella di una letteratura che, anche quando disancorata da qualsiasi volontà di aderenza alla realtà, è in costante dialogo con la storia e la geografia del continente nordamericano: le cupe città ferrose e le vaste praterie, i noir spietati accanto alle dolenti saghe familiari, con il sottofondo quasi costante della desolata critica al sogno americano. Senza dimenticare due date fondamentali che ricorrono come a scandire uno spezzamento, un prima e un dopo nell’immaginario politico e sociale che gli scrittori non possono, neanche a distanza di tempo, ignorare: l’assassinio di John Kennedy e la caduta delle Torri Gemelle. (altro…)

Una frase lunga un libro #77: Don DeLillo, Zero K

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Una frase lunga un libro #77: Don DeLillo, Zero K, Einaudi 2016, (traduzione di Federica Aceto); € 19,00, ebook € 9,99

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Che senso ha vivere se alla fine non si muore?

– Ho bisogno di una finestra per guardare fuori. È questo il mio limite.

Queste due piccole frasi si trovano nelle prime pagine di Zero K. Le ho scelte tra le moltissime sottolineate perché semplicissime, perfette, lineari, potentissime e molto significative. Se la prima comprende il senso primario (ma non il solo) della storia che DeLillo va a raccontare, la seconda contiene quasi tutto il senso del mondo e del tempo. Zero K è uscito in Italia da un po’ di settimane e molti già ne hanno scritto, segnalerò alla fine dei pezzi, o  delle interviste a DeLillo, che vale la pena leggere. Ci troviamo davanti a un romanzo molto atteso, non mi nascondo e dico che questo per me è il libro, di sicuro degli ultimi quindici o vent’anni, e chiude la mia trilogia immaginaria della bellezza, della previsione, del senso del tempo e della dimostrazione del futuro semplicemente mostrando il presente. Gli altri due romanzi che la compongono sono Underworld e Rumore Bianco (entrambi editi da Einaudi – tradotti rispettivamente da Delfina Vezzoli e da Mario Biondi), a me fa ancora impressione pensare che romanzi di questa portata siano stati scritti dalla stessa persona, senza contare tutte gli altri libri bellissimi, belli, solo un po’ meno belli che DeLillo ha scritto.

Quando leggo qualcosa che mi piace cerco istintivamente delle connessioni. Dovete sapere che DeLillo, con Zero K, inventando una storia, costruisce lettera dopo lettera una sorta di casa del linguaggio. Ci porta in un posto che sta oltre le parole, e allo stesso tempo ci dice che le cose non esistono, che potrebbero sparire se non siamo in grado di nominarle. Una sera di qualche anno fa, davanti alla vecchia sede della Libreria Utopia, in Largo La Foppa qui a Milano, bevevamo un bicchiere di vino con alcuni amici poeti, c’era anche il grande  Mario Benedetti. Si parlava di parola. Molti sostenevano che non esistesse nulla oltre la parola, che l’esistenza delle cose era certificata solo dalla nostra capacità di nominarle o di parlarne. Mario Benedetti non era molto convinto, mi guardò cercando un conforto che trovò, e disse: “Io credo che ci sia un posto in cui le parole non esistono e non contano, ed è il posto del silenzio. Dal quel silenzio, che è come una finestra, io posso affacciarmi per trovare o inventare delle parole nuove”. Ho citato a memoria, ma Benedetti disse più o meno queste cose. E quelle parole mi sono ritornate in mente leggendo di Jeffrey Lockhart, il protagonista e voce narrante del libro, che più volte durante la storia avverte il bisogno di nominare le cose perché quasi non le riconosce, perché la sensazione di irrealtà in cui si trova rischia di farle sparire. Le chiama per nome e così le cose esistono di nuovo, le cose sono come reinventate. Dire le cose, definire (come dice lui), elencarle per porre fine allo spaesamento del momento, per risolvere (o ritornare) a un trauma sono il suo sistema di adoperare il linguaggio. Sono, con ogni probabilità, il suo linguaggio. La casa del linguaggio. Nessuna frase che scrive DeLillo è soltanto quella frase, in questo senso è poetico, è meravigliosamente evocativo. Ogni frase rappresenta il suo primo significato, un paio di altri significati evocati e rappresenta un suono. DeLillo non scrive una sola parola che non sia riconducibile al ritmo assoluto che suona in tutto il libro. Non bisogna smettere mai di fare i complimenti ai traduttori. Dopo Zero K dovremmo tutti scrivere delle lettere di ringraziamento a Federica Aceto che l’ha tradotto. Aceto ne ha ben spiegato le difficoltà e la bellezza qui: Biancamano/zerok. La ammiro e la invidio contemporaneamente. Leggiamo un altro paio di passaggi.

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Riletti per voi #5: Don DeLillo, Rumore bianco

Don Delillo, Rumore bianco

Riletti per voi #5: Don DeLillo, Rumore bianco, Einaudi 2014 (ultima edizione), € 14,00, ebook € 6,99. Traduzione di Mario Biondi

di Giulietta Iannone

(Ri)leggere Rumore bianco di Don DeLillo nel 2015 – sono passati trent’anni da quando fu scritto – è un’ esperienza catartica che consiglio nella misura in cui si ha voglia di osservare una foto che ci ritrae giovani e felici, magari con una punta di ingenuità, con la consapevolezza che non siamo più (o forse non siamo mai stati) quelli di allora.
Siamo altro, siamo altrove, in una contemporaneità che forse ci va anche stretta. Siamo meglio, peggio? Questo non è dato sapere, dipende dalle incrostazioni di pessimismo/ottimismo, che si sono sedimentate col tempo.
Ma quello che è certo è che non siamo più nei reaganiani ed edonisti anni 80: ci sono state le Torri gemelle, la crisi dei subprime, l’ impiccagione di Saddam Hussein, l’ISIS, un presidente USA afro-americano, un probabile futuro presidente americano donna.
In Rumore bianco il protagonista è un accademico che studia il regime hitleriano del terrore e la paura della morte, sempre evocata quasi ossessivamente (se contate quante volte la parola morte appare nel libro, avrete una vertigine), ci accompagna per tutto il libro come un brusio di sottofondo, come i lampi sulfurei di una TV (o una radio) sempre accesa, che interrompe lo scorrere del tempo e della narrazione con la sua pioggia di informazioni, quasi sempre superflue, simili a jingle pubblicitari monotoni e petulanti, nati per celebrare il consumismo bulimico e tragicamente inutile di una società in cui predomina l’apparenza, e la futilità, e per questo (forse) condannata irreversibilmente alla sua autocombustione.
Che sia questa la chiave di lettura del romanzo, a patto che una chiave di lettura debba esserci: il terrore come strumento di comunicazione? Se DeLillo avesse scritto Rumore bianco oggi, con l’ingombrante presenza del terrore mediatico sparso a piene mani dall’ISIS, cosa sarebbe cambiato, che toni avrebbe usato, l’avrebbe scritto?

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Le cronache della Leda #41- Don DeLillo e la mia famiglia

parigi 2010 -foto gm

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Le cronache della Leda #41- Don DeLillo e la mia famiglia

Rosemary sentiva le donne parlare del sugo, con mariti o figli, e capiva perfettamente cosa volevano dire. Volevano dire, Non azzardarti a tornare a casa tardi. Volevano dire, questa è una cosa seria quindi bada a quello che fai. Era un monito speciale, un richiamo ai doveri di famiglia. Il piacere, d’accordo, il piacere delle pietanze di famiglia, tutta la storia del cibo, la storia del mangiare, col gusto forte dell’aglio. Ma c’era anche un dovere, un obbligo. Stasera la famiglia esige la presenza di ogni membro. Perché la famiglia per questa gente era un’arte e la tavola imbandita per la cena era il luogo in cui quest’arte trovava la sua espressione.

Mi capita spesso di tornare sui vecchi libri, più precisamente: dentro ai vecchi libri. Seguo un metodo quando leggo, lo chiamo il metodo Pollicino. Lascio briciole tra le pagine. Sottolineo i passaggi  che più mi piacciono e poi, perché i miei libri amo sporcarli, scrivo – a penna – i numeri delle pagine in cui si trovano, di solito, sotto la seconda di copertina, e quando ne ho voglia, ne avverto il bisogno, me le vado a rileggere. In questi giorni mi è capitato di rileggere alcuni passaggi di Underworld, il capolavoro di Don DeLillo. Il passo di Rosemary, del sugo, della famiglia. Una cosa che sembra, a una lettura superficiale, legata alle famiglie del sud, a quelle che emigravano negli Usa, nel Bronx di DeLillo. Eppure quella serie di frasi, di evocazioni, mi riporta esattamente alle domeniche di quando ero bambina, ai pranzi che facevamo dai miei nonni. Lo stare insieme era la nostra arte, e in quella casa contavano le donne, contavano per i motivi che narra lo scrittore americano. Contavano perché eravamo una strana e consapevole famiglia, dove tutti – anche i bambini – sapevano che nulla sarebbe stato possibile senza gli altri, nemmeno il pranzo della domenica. Perciò i libri dicono quello che il lettore sa trovare, a volte coincide con l’idea che aveva in testa lo scrittore, a volte vanno oltre, quelli sono i libri migliori.

Mia nonna, quelle domeniche si alzava molto presto e preparava il ragù. Lei era emiliana, ma il ragù che faceva era un misto tra quello alla bolognese e qualcosa che sapeva dei ragù napoletani. Mia nonna era una a cui piaceva unire, lo faceva a tavola, lo faceva quando ragionava con i figli e il marito, lo faceva con le amiche. Radunava quelle che andavano a messa e quelle che non ci andavano, lei apparteneva alla seconda categoria, e le portava in pasticceria. Diceva che su Dio e la politica avrebbero vinto i dolci. Adorava i bignè. Noi adoravamo lei. Si chiamava Duilia, raccontava che non sapeva perché i suoi l’avessero chiamata così. Era un bel nome e questo era quello che contava. Duilia apparecchiava  lasciando liberi i posti a capotavola. Diceva che a casa sua non c’erano capi, mio nonno sorrideva e mi diceva: «È lei il capo.» Non lo pensava. A volte mi pare che tutte le cose che ho imparato arrivino da quelle domeniche. Lo so io e lo sa Don DeLillo. Quei pranzi erano una cosa seria, si rideva moltissimo.

Leda

Nota: Il libro di Don DeLillo – Underworld è edito in Italia da Einaudi, la traduzione è di Delfina Vezzoli

Don DeLillo, Underworld (rec. di Martino Baldi)

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Don DeLillo, Underworld, Einaudi (Supercoralli, 1999; Super ET, 2014; ebook, 2012); traduzione di Delfina Vezzoli

 

Underworld, va detto, è un libro difficile, discontinuo, asincrono, che al lettore non può che provocare un altalenarsi di sensazioni tra l’entusiasmo e lo sconcerto. È però – e questo senza ombra di dubbio – uno dei pochi indiscutibili capolavori della letteratura mondiale degli ultimi venti anni, probabilmente il culmine assoluto della letteratura postmoderna insieme a Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bolaño.
La vicenda è impossibile da riassumere per la molteplicità dei suoi temi e dei suoi livelli temporali. Vi si mescolano vero e verosimile, personaggi reali (Frank Sinatra ed Edgar Hoover, per esempio) e fittizi, presente e passato, narrazione e riflessione, fatti e teoria, in un continuo slittamento intertestuale e interdisciplinare.
Già la sintesi estrema di ciò che è raccontato dal romanzo – il pitch, come direbbe uno sceneggiatore americano – mette in evidenza sin da subito la natura ancipite di un’opera che non teme di rivolgere le sue due facce nelle direzioni più contrarie, alla ricerca di una sintesi tra il minimalismo più calibrato e il più ambizioso massimalismo. La storia, di fatto, è quella di una pallina da baseball, ma è allo stesso tempo la storia nordamericana degli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, con le sue vicende storiche, politiche, sociali, industriali, artistiche, architettoniche, musicali: un grandissimo affresco della società e dell’identità americana attraverso tutto quel che è visibile e, soprattutto, ciò che non lo è.

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Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa?

parigi 2010 - foto gm

Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa?

 

 

Siamo fermi per imprecisate cause tecniche o, forse, per problemi di circolazione, o, magari, per un guasto alla linea, da quasi mezzora. A Romano, ma prima eravamo a Treviglio. Quello che vedo fuori dal finestrino del treno, da un bel pezzo, è un supermercato Lidl. Un ragazzo, avrà una ventina d’anni e indossa una maglietta dei Nirvana (tutto è probabilmente finito prima che lui nascesse), continua a telefonare a qualcuno. Ripete che non sa quando arriverà a Padova. Riaggancia, richiama (la stessa o un’altra persona?), dice qualcosa di vago, ma soprattutto ripete come un mantra che non sa quando arriverà a Padova. Tre, quattro, cinque volte di fila. Poi mi guarda. No ragazzo, con maglietta gruppo grunge che ascoltavo quando tu non c’èri, nemmeno io so quando arriveremo a Padova. Ammesso che Padova esista ancora quando ci arriveremo. Non so nemmeno quando ripartiremo da qui a dire il vero. Cerco solidarietà sui social network. Solidarietà che arriva blanda, già stanca come tutti noi sopra questo treno. Una signora e la figlia, simpatiche, chiamano a casa e si accordano per la preparazione di una rapida pasta al tonno, preparazione a cura del padre/marito, a quanto pare. Ridono del poco entusiasmo manifestato dall’altro capo dello smarthphone. La figlia legge un saggio di Kierkegaard, uanem’.

Nel frattempo abbiamo percorso qualche chilometro. Ora siamo fermi sotto un ponte, preferivo il Lidl. In queste circostanze, l’avrete notato anche voi, ci sono sempre i ferrovieri (li chiamo ancora così per nobilitarli) che vanno su e giù per il treno a passo veloce: manifestando impegno, ansia, piglio. Peccato abbiano già più volte dichiarato la loro impotenza circa il problema manifestatosi. Non ne sanno una mazza. Alla mia destra, al momento, mucche. Diosanto. E queste da dove saltano fuori? Una cinquantina di deliziose mucche pezzate, tipo peluche ma più in carne. A questo punto non capisco perché tutti quelli in cravatta non l’abbiano tolta, quello seduto di fronte a me nemmeno la slaccia. Impassibile. Soffre in silenzio. Un altro abbastanza giovane e molto calvo, anche lui in cravatta, studia il russo, ve lo giuro. Solo che sulla dispensa che ha davanti c’è una foto di David Beckam. Gesù, sta traducendo dall’inglese al russo, e l’ho sentito parlare in dialetto veneto, al telefono, non più di dieci minuti fa. Prima delle mucche. È ormai tempo di mettere in carica gli smartphone, coraggio ragazzi. La scritta Panico lampeggia, come un semaforo notturno, negli occhi di chi non ha un caricabatterie con sé; ma la stiamo prendendo tutti abbastanza bene per ora. Il livello di rassegnazione raggiunto da questo ex popolo è da record. Siamo partiti da Milano da un’ora e mezza e nemmeno si vede Brescia, ma ancora nessuna situazione alla Palahniuk qui. È tutto molto Delillo, tipo Rumore bianco ma un po’ meno. Noi siamo l’ovatta. Il rumore ce lo teniamo dentro. Il disastro non è percepito né ci riguarda. Riesco solo a pensare di quanto slitterà la mia cena con Anna e se riusciremo a sentire Alessandra cantare.

Sto leggendo Americani di John Sullivan, una raccolta di saggi,  una delle nuove fichissime frontiere della Letteratura Americana. Nel primo saggio, Sullivan, racconta la sua esperienza di tre giorni a un Festival di Christian Rock. Sì, esattamente. Un vero Happening in cui centomila credenti felici e esaltati seguono i concerti di band, che fanno facile rock evangelico, schitarrando al Signore. Uno dei ragazzi con cui Sullivan parla a un certo punto gli dice: «Se scrivi di noi posso chiederti una cosa? […] Mettici che amiamo Dio. Puoi dire che siamo pazzi ma di’ che amiamo Dio.» In treno partono le Madonne.

Sarebbe divertente se adesso ci alzassimo tutti in piedi e agitando le mani a destra e sinistra cominciassimo a intonare qualcosa tipo: Siamo abbonati al Signore, noi siamo abbonati al Signore, schioda il treno da Treviglio, schioda il treno da Romano e il Signore ti perdonerà. (Ripeti coro 2 volte). Qualche fila più in là c’è uno che dice che finché non cominceremo a spaccare tutto non cambierà mai niente. Comincio il mio solito gioco, attività molto stupida che consiste nel tentare di indovinare dove scenderanno quelli seduti più vicino a me. Il tipo non mi tolgo la cravatta lo voto Brescia. Ha sempre avuto l’espressione di chi l’avrebbe scampata prima degli altri. Il nirvaniano, come tutti sanno, va a Padova. Madre e figlia sono una terra di mezzo, voto Verona, forse provincia. Dove le attende la mitica pasta al tonno. Il traduttore dall’inglese al russo per me va a Vicenza. Ha la faccia antipatica. Quando faccio questo gioco colloco sempre gli antipatici a Vicenza, sbagliando naturalmente. Sottovaluto sia Vicenza che le persone. In realtà questo abbinamento nasce dalla collocazione di Vicenza lungo la tratta Milano – Venezia; per cui dopo Verona, quando non ne puoi più e prima di Padova con la Laguna ancora troppo lontana. Niente di personale ma cazzeggio da pendolare. Le stazioni per i viaggiatori sono tacche. Vicenza è una tacca problematica, è un scavallamento ma anche un vertice di stanchezza. Abbiamo ripreso a viaggiare, ritardo previsto: settanta minuti (ma saranno di più), i ferrovieri improvvisamente sanno tutto. Ci rimborseranno, capirai. Non azzecco mai le previsioni circa l’ordine di discesa per viaggiatori. Quasi sempre quelli con l’aria da stronzi vengono con me fino a Venezia. Sulla campagna tra Brescia e il Garda precipita un tramonto spettacolare, salvo quest’immagine insieme a quella delle mucche. Una ragazza non si è mai svegliata, questo sì che è culo.

Guardo le facce di queste persone e immagino come vedano la mia, e sento le loro voci ripetermi la frase: « Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa? […] Mettici che è venerdì sera. Puoi dire che siamo strani o furibondi ma di’ che è venerdì sera.»

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© Gianni Montieri

Giovanni Raboni – Devozioni perverse

2014-02-20 23.05.03

Giovanni Raboni, Devozioni perverse (riflessioni interventi polemiche), Rizzoli, 1994

Il libro raccoglie articoli scritti da Giovanni Raboni tra il 1988 e il 1991 sull’Europeo e su Il Corriere della Sera, libro da me trovato − per fortuna − in uno scaffale de Il Libraccio un paio d’anni fa, a 5 euro. Ne propongo oggi qualche estratto per ricordare ancora una volta la lucidità di racconto del poeta milanese, la capacità di osservazione e analisi delle cose della società, della cultura.  (gm)

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1988

Esco deluso e amareggiato dalla lettura delle Lezioni americane, il libro postumo di Italo Calvino che ha portato in vetta alle classifiche dei libri più venduti un genere pochissimo avvezzo a quelle altitudini come la saggistica letteraria. Ho appena finito di scrivere queste parole e già mi sembra di sentire un ostile minaccioso mormorio: «Ma come? non ti fa piacere?» No, non mi fa piacere. Non mi fa piacere perché un consenso così anomalo, così insolitamente vasto, è stato ottenuto a prezzo di una semplificazione astuta e spietata di ciò che per sua natura è inesauribilmente, vitalmente complicato: l’idea della letteratura (che è poi, lo si sopporti o no, più o meno come dire: l’idea della realtà). Ridotto a piccole formule elementari, piacevoli, rassicuranti, a pochi temini brillantemente svolti, l’esaltante corpo a corpo che oppone e identifica le forme dell’esperienza e quelle della scrittura, l’incandescenza magmatica dell’emozione e la fredda precisione dell’oggetto poetico finito, viene ridotto qui a un gioco enigmistico e illusionistico di fraudolenza facilità. Di cosa dovrei essere contento? Chi ama la letteratura, e più ancora chi sente il bisogno di nutrirsene, deve innanzitutto rispettarla e temerla, e guardarsi bene dal pretendere o desiderare di venire a capo una volta per tutte.

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1989

È comparso da qualche settimana nella metropolitana milanese un manifesto contro le bande di piccoli vandali che imbrattano e danneggiano le vetture. Dubito che il manifesto varrà a dissuaderli; ma non è questo il punto. A colpirmi è l’abbigliamento del giovane reprobo che, nel manifesto si dà vilmente alla fuga dopo aver rotto un finestrino: blue jeans sbiaditi e desert shoes. Ma guarda un po’: esattamente la divisa, ormai desueta, dei «contestatori» del ’68… Con tutti i modelli (comportamentali ed estetici) di violenza e malavita giovanili succedutisi nel nostro Paese da vent’anni a questa parte, la fantasia dell’anonimo disegnatore non è riuscita a prescindere, a non farsi calamitare da quel remoto, nostalgico figurino.

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1990

Credo proprio che i lettori italiani, intenti come sono a contemplare le eleganti volute di fumo che Kundera riesce a sprigionare dalle ceneri del romanzo mitteleuropeo o, peggio ancora, a farsi deliziare dai suoi aforismi da Scettico Blu, non troveranno né tempo né cuore per rendere giustizia a un exploit come quello di Don Delillo, che nelle cinquecento pagine di Libra  rivive e ci fa rivivere una delle grandi tragedie storiche del secolo, l’assassinio del presidente Kennedy. Peggio per loro. A parte la grandiosa accuratezza della ricostruzione e l’interesse della tesi politica (Delillo è convinto che nel progetto originario della Cia, modificatosi poi strada facendo su «ispirazione» della United Fruit e di altri potentati economici, Kennedy dovesse uscire illeso dall’attentato, la cui paternità sarebbe stata attribuita a Fidel Castro per rilanciare in grande stile l’offensiva contro Cuba), il libro riflette come pochissimi altri in questi anni l’idea, per me fondamentale, che compito supremo di un romanzo non sia tanto formare con la scrittura una metafora della realtà, quanto riuscire a fare della realtà una nuova metafora romanzesca.

1991

Nell’imminenza del processo di secondo grado contro i presunti esecutori e i presunti mandanti dell’assassinio di Luigi Calabresi torna a circolare un’opinione che molti giornali avevano sostenuto o riportato subito dopo la condanna in primo grado di Sofri e degli altri imputati, ossia che il commissario ucciso era stato finalmente «riabilitato». La cosa mi aveva riempito, e ancora mi riempie, di stupore e di sgomento. In che senso la condanna degli assassini, quand’anche le persone condannate fossero davvero tali (e io sono sempre più convinto, anche grazie al libro di Carlo Ginzburg uscito nelle scorse settimane, che nessuno di loro lo sia), può «riabilitare» l’assassinato? In che senso l’innocenza di Calabresi rispetto all’assassinio – quello di Pinelli – di cui era stato a sua volta sospettato, può essere dimostrata dall’eventuale scoperta e dalla conseguente condanna di chi, per vendetta o per qualsiasi altro motivo, ha assassinato lui? Siamo, temo, in un territorio mentale molto oscuro, in cui l’idea della giustizia sembra sfumare in quella dell’ordalia e del sacrificio umano.

© Giovanni Raboni

La domenica pomeriggio e Don Delillo

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Rosemary sentiva le donne parlare del sugo, con mariti o figli, e capiva perfettamente cosa volevano dire. Volevano dire, Non azzardarti a tornare a casa tardi. Volevano dire, questa è una cosa seria quindi bada a quello che fai. Era un monito speciale, un richiamo ai doveri di famiglia. Il piacere, d’accordo, il piacere delle pietanze di famiglia, tutta la storia del cibo, la storia del mangiare, col gusto forte dell’aglio. Ma c’era anche un dovere, un obbligo. Stasera la famiglia esige la presenza di ogni membro. Perché la famiglia per questa gente era un’arte e la tavola imbandita per la cena era i luogo in cui quest’arte trovava la sua espressione.

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© Don Delillo – Underworld – Einaudi

in-side stories #3 – Lettera d’amore a un fantasma

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in-side stories #3 – Lettera d’amore a un fantasma

Ciao Dave, come stai? Posso ancora chiamarti Dave o sei offeso? Sì, lo so che ti ho scritto solo per i compleanni, ma tenere una corrispondenza è difficile, figuriamoci con l’altro mondo poi, ammesso che ci sia. Perché, a guardar bene, amico mio, tu continui a essere irrimediabilmente morto, ed è così da qualche anno ormai. Comunque oggi mi sono risolto a scriverti di nuovo, l’occasione me l’ha data la tua splendida biografia scritta da D. T. Max (se vuoi, poi parliamo di ′sti cazzo di nomi puntati che ogni tanto tirate fuori dalle tue parti) “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”. Faccio un passo indietro, non mi hanno mai fatto impazzire le biografie, fanno eccezione quelle romanzate o quelle inventate. Ad esempio: ho lì da un po’ la biografia di Gorbačëv, ( a proposito, non mi è sfuggito il dettaglio che una volta votasti per Reagan) la comincio, poi mi fermo, poi la mollo, poi la riprendo, vabbè. Leggere la tua è stato diverso, intanto perché parlava di te (no, non sono qui per adularti), nel senso che avrei potuto trovare qualcosa di te che ancora non conoscevo. Pensavo, prima di leggere, che ci sarebbero stati brani tratti da lettere (quelle che scrivevi a Don Delillo sono molto più belle di quelle che scrivevi a Franzen; adesso stai pensando che è solo perché a me Delillo piace di più. E vorrei ben dire.), appunti rimasti fuori dai tuoi racconti, dai tuoi romanzi. Poi ho cominciato e tutto questo c’era, ma il libro non mi è piaciuto per questo. Mi è piaciuto perché ancora una volta sei saltato fuori tu. La tua strepitosa ironia, eri divertente sul serio.Tu e tutta la fatica che hai fatto, le tue debolezze (qua e là sei stato anche un po’ figlio di puttana), il tuo dolore. Ti faccio un esempio: i racconti di Oblio. Quando li ho letti non avevo dato loro un precisa connotazione temporale, non avendo idea di quando tu li avessi scritti, quindi il dolore dei personaggi non lo avevo abbinato (se non marginalmente) al tuo. Invece la biografia fa chiarezza, stavi già male (o di nuovo male), eri già nel trip non portato a termine de Il re pallido, avevi già di nuovo in testa – in qualcuno dei tuoi infiniti pensieri, dentro qualche periodo incidentale del cervello – l’idea di farla finita. Sei stato di parola, hai solo rimandato un po’ di volte, come la consegna del manoscritto di Infinite Jest, poi hai scritto fine. Non ti ho mai biasimato per questo, ho sempre pensato che non avessi alternative, o almeno non ne avessi più. Karen ti amava molto, penso che ti abbia perdonato all’istante. Max, nel libro, spiega che lei ha capito il giorno in cui le hai mentito: il sei di settembre 2008. Sei giorni di pianificazione e poi: ciao. C’era un sacco di gente che ti voleva bene e che ha pianto per te. Eppure credo che non ve ne sia nemmeno uno che non abbia compreso. Ma basta parlare di morti suicidi. Veniamo a noi. Insomma sei andato avanti tutta la vita a ascoltare gli U2, tutti quanti a un certo punto abbiamo smesso, tu mai. Senza parlare della Morrisette, mio dio. Carina quella cosa di quando hai ammesso di non conoscere i Nirvana, proprio nel periodo in cui tutti la menavano col fatto che IJ fosse grunge. Il tuo metodo di lavoro era folle, tu stesso non riuscivi a starti dietro. Quella miriade di appunti. Però alla fine l’ordine lo facevi. Il tuo ordine. Bonnie (l’agente) e Michael (l’editor) quanta fatica devono aver fatto a starti appresso ma quanto ti hanno amato però. Ho provato a immaginare come potessero essere quelle pagine di IJ che viaggiavano avanti e indietro tra te e Michael, le correzioni, i tagli, i ripristini, le telefonate. Un delirio. Hai sempre voluto scrivere e hai sempre scritto di alcune cose: l’intrattenimento, la dipendenza e l’autocompiacimento targato USA. Ma quelle cose le hai scritte benissimo, sempre grato ti sarà il lettore che abbia accettato la sfida di arrivare in fondo, anche quello che ancora si chiede quale cazzo sia il finale di IJ. Chi se ne frega, il finale è che tu non ci sei più, per cui avremo dei libri in meno da leggere. Anche il mio cane quando aspetta il cibo fa quel balletto con zampettìo laterale che faceva il tuo, uno spettacolo non è vero? Sai qual è stato il pensiero ricorrente mentre leggevo le ultime cento pagine? «Lo salvo, stavolta lo salvo.  Trovo un modo per fare ordine in quel delirio di appunti de Il re pallido e tutto va a posto. Oppure Karen, ecco Karen troverà un medico più bravo, una pillola migliore…» Questo pensavo, ti rendi conto quale assurdità? Sono incredibili i ragionamenti che fa fare la commozione, perché, parliamoci chiaro, il buon Max (che tu non hai mai conosciuto perché nell’unica volta in cui eravate nello stesso posto non vi parlaste) ha scritto un bellissimo libro e quando l’ho chiuso avevo le lacrime agli occhi. Avevo una strana voglia di abbracciare questo tizio dai nomi puntati e, di nuovo, la voglia di abbracciare te, vecchio mio. Ma siccome tu sei un po’ stronzetto e siccome sai di essere più intelligente degli altri, non voglio salutarti con le lacrime ma con una domanda (prenditi tutto il tempo che vuoi per rispondermi): «Com’è che perdevi sempre a scacchi?» Tuo, Gianni

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978880621462MED

Grazie a D. T. Max per questa bellissima biografia

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Anyone’s Ghost – The National (album High Violet 2010)

You say you stayed home
Alone with the flu
And find out from friends
That wasn’t true

Go out at night with your headphones on again
Walk through the Manhattan valleys of the dead

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

But I don’t want anybody else
I don’t want anybody else

Said I came close
As anyone’s come
To live underwater
For more than a month.

You said it was not inside my heart, it was
You said it should tear a kid apart, it does

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

But I don’t want anybody else
I don’t want anybody else
I don’t want anybody else
I don’t want anybody else

I had a hole in the middle
Where the lightning went through
I told my friends not to worry
I had a hole in the middle
Someone’s sideshow to do
I told my friends not to worry

Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost
Didn’t want to be your ghost
Didn’t want to be anyone’s ghost

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Ascolta il brano

Don De Lillo – L’angelo Esmeralda

Langelo-Esmeralda-DeLillo

Don Delillo – L’Angelo Esmeralda – Einaudi 2013

 – Sono felice, – dichiara. Queste parole sono pronunciate con una irrevocabilità molto pragmatica, e questa semplice affermazione ha su di me un effetto profondo. A dire il vero mi spaventa. In che senso è felice? La felicità non è forse completamente al di fuori del nostro sistema di riferimento? Come può pensare che sia possibile essere felici qui? Vorrei dirgli: «Questa è solo una forma di convivenza, una serie di compiti più o meno di routine. Esegui i compiti che ti sono stati assegnati, fa’ i tuoi test, controlla le varie liste delle cose da fare».Vorrei dire: «Lascia stare la misura della nostra capacità visiva, la portata delle cose, la guerra stessa, la morte terribile. Lascia stare la notte che tutto copre, le stelle viste come punti statici, campi matematici. Lascia stare la solitudine cosmica, l’emergere di sbigottimento e terrore dal profondo del nostro essere«. Vorrei dire: «La felicità non rientra negli eventi della nostra esperienza, almeno non fino al punto di avere la faccia tosta di parlarne».

I due uomini che parlano stanno viaggiando nello spazio in un’epoca non molto distante dai giorni nostri. Sulla terra, la terra che osservano da lontano, si sta svolgendo una guerra, una guerra alla quale la gente si è già abituata. Questa narrativa infallibile è quella di Don DeLillo, il racconto è il secondo dei nove che compongono lo stupefacente L’angelo Esmeralda, la prima sintesi di storie brevi in tanti anni di quello che è considerato (insieme a Roth) il più grande scrittore americano vivente e non solo. Ancora una volta, l’ennesima, andiamo a lezione di scrittura da DeLillo, anche sullo spazio breve riesce a tracciare storie universali, che pur essendo ambientate in un tempo a noi prossimo, sembrano travalicarlo il tempo, anticiparlo. Per questo quando si leggono questi racconti, che ci si trovi nel Bronx o alle Barbados, la sensazione è spesso quella di fluttuare. Restiamo, di volta in volta, sospesi sopra le pagine in attesa che lo scrittore, a un capoverso, a un cambio di battuta  in un dialogo, ci prenda per mano e ci conduca dove desidera. In un mondo che va oltre la realtà perché la anticipa, cosa che DeLillo ha sempre fatto nell’arco di tutta la sua opera. C’è qualcosa di inafferrabile in queste storie, qualcosa che i protagonisti non riescono, o non vogliono più, controllare, così si muovono in una gigantesca bolla d’aria dove le cose accadono al rallentatore. Assisteremo a un miracolo:  una bambina violentata e uccisa apparirà di notte, alla luce dei fari di un treno, su un cartellone pubblicitario del Bronx. Leggeremo di uomini che intavolano discussioni quasi filosofiche in un carcere di minima sicurezza, rinchiusi per reati finanziari non usuali. Come l’uomo che non paga le tasse per semplice indolenza, perché l’atto di pagarle rappresenta un fastidio paragonabile al lavare i piatti, o rifare il letto. Poi sconosciuti che si incontrano in un museo, persone apparentemente normali ma disorientate e disorientabili, spaventate. Poli destinati ad attrarsi e respingersi. Inoltre, solitudini. Un uomo che passa la sua giornata andando al cinema dalla mattina alla sera, attività insolita all’interno della quale lui vive il suo equilibrio, che rischierà di perdere per inseguire una donna che ha la sua stessa passione o malattia? La costruzione dei racconti è perfetta, il salto rapido alla Carver, i dialoghi, i finali inevitabili ovvero apertissimi. DeLillo non sovverte lo stato delle cose, ma lo racconta o lo anticipa. Magnificamente.

© Gianni Montieri

Nota: recensione pubblicata sul numero 16 della Rivista QuiLibri