Domenico Ingenito

A proposito di “Per camminare rapidi sulle acque” di Domenico Ingenito

di Luca Minola

Ingenito

È un incessante lavoro sull’uomo il primo libro di Domenico Ingenito Per camminare rapidi sulle acque” In ogni frammento, l’essere umano viene ricercato nella distanza dall’altro e da se stesso. È una ricerca d’amore, di amicizia fedele per “un’alta, perpetua ansia di rinnovamento”, come scrive all’inizio nella bella introduzione Tommaso Di Dio, che deve nascere dall’unione e dalla forza persuasiva della poesia, scritta, rappresentata in parole esatte: “E non l’avevo mai capito io/ se nel pulsare stretti fra le braccia/ fosse mio oppure tuo quel cuore./ Qui dentro adesso amore nulla batte/e mi chiedo quali siano per te/ dell’addio le parole esatte.”

Nella prima sezione del libro L’angelo e il fuoco: O correnti profonde della Stella si incontrano classicità e tradizione (La Dama del Mondo e Gaspare Stampa, Petrarca e Hafez), così come omaggi a grandi poeti contemporanei nel caso di Architettura (contro il silenzio di Herberto Helder): “Città sono finestre roventi/ sventrate piazze meridiane,/ stanze scardinate dalla pioggia:/ volti come girassero su cardini,/e dentro ogni cosa, la morte, o la follia./ Statue incarnate, nel sangue innalzate./ Il silenzio poi ripiegato/ prostrato nella forza della luce”.
In altri componimenti della prima sezione si mischiano le “lingue della vita” di Ingenito: italiano, portoghese e persiano come nella lunga poesia Lisbona-Tehran, dove si fonda quel “vuoto” tra estremi”, di cui parla Giuliano Ladolfi nella postfazione, che non è punto di rottura ma è congiunzione di lingue e culture diverse. Unificazione tremenda e totalizzante.

Ingenito vive in maniera estrema ogni ragione, crede in un cambiamento collettivo: “Crediamo pure che per un respiro resistano/ i palazzi al progressivo crollo del tempo,/ fondiamo in noi una primigenia/ fede degli occhi,/ e liberiamo dalla loro nera prigionia/ gli architetti dell’anima”. Proprio in questo, nel concetto del cambiamento, si colloca la figura di Cristo, presente in ogni sezione del libro, come figura unica a cui rifarsi; un Cristo però primordiale, non dogmatico e profondamente anarchico.
Non si può non pensare al Cristo di Pasolini del Vangelo secondo Matteo: un Cristo fermo e deciso ma in movimento, portatore di rivoluzione e travaglio. Un Cristo storico e profetico.
“Scriverò i versi più ferventi/ stanotte, al pensiero che non è il Messia/ la luce che t’infiamma le lacrime nel vento,/ non è la prima volta che degli infiniti amori/raccogliamo le sottili pietre/ e ingoiamo il peso oscuro della luce.”

La sezione centrale del libro Il Basilisco: Per camminare rapidi sulle acque non solo dà il titolo all’intera opera, ma ne costituisce la parte fondamentale. Il Basilisco è creatura mitologica, “re dei serpenti”, che può uccidere con un solo sguardo, figura enigmatica portatrice di misteri. I testi di questa sezione sono brevi; sono scritti in una lingua ferma, decisa e non ostacolata da ritmi discordanti e negativi. La scrittura è fresca, profonda, come fosse consegnata completamente al vivere. Perché per Ingenito il “corpo”, il “soggetto” non sono statici, fissi e appesantiti dalla negatività e finitudine, ma risultano elementi liberi, audaci e pronti.
“Sono io/ nella violenza del vento/ non abbiate paura”. Le poesie qui proposte sono base e segno di una costante “Invasione”. Se ne parla anche nell’introduzione, dove Tommaso Di Dio accosta la misura di queste poesie all’opera particolare e travolgente di Antonio Porta.
“Le gambe potranno poi sostenerci/ in strada, ma con braci/ nei talloni.”
Perché l’invadere è invadere il mondo di poesia, di senso. Lo stesso correre sulle acque è un motivo di movimento e novità, qualcosa di profetico e invasivo, invasore per eccellenza: la figura del poeta stesso, che rende significato ad ogni cosa nella più lucida verità e rende il mondo soggetto.
“Mi risuoni dentro come l’acacia/ quando a luglio è infestata dalle api”.
C’è continua esplorazione di vita, esperienza estrema da non poter replicare se non in modo diverso tutte le volte. Si osservano con sguardo unico e chiaro le profondità: “Ho il miele negli occhi/ e non vedo.”
Ma nel tempo ritrovato, nei momenti migliori, si può ancora sperare di essere altro, qualcosa di oltre, un’idea che non può finire e che diventa estremo soggetto d’amore, che può trasformare e indurire ogni elemento, ogni luogo dove lasciamo le nostre tracce: “Con le nostre stesse mani dovremmo/ far dura l’acqua, più sale, più roccia/ perché Lui senza temere torni”.

L’ultima sezione del libro è La Mandragola: O nel tempo del nome sotterraneo, capitolo di febbre e amore, fecondo nel realizzare la giusta mancanza nell’altro, nel nemico, perché l’espiazione sia lo stupore di voler essere ognuno, di essere parte della storia e di sopportare ogni vita nella propria: “Se spuntano le serpi dalle spalle/ verrei a baciare le tue scapole/ per salvarti dall’espiazione dei sovrani./ Febbri mortali, lo sai/ consumano chi dischiude il mondo/ e procede con l’acqua alle ginocchia”. In questo canzoniere d’amore le poesie fanno anche così: “Dicono stia lì, fermo/ nell’assopimento delle stanze”; procedono nel silenzio dell’attimo, sono interessate alla vita come ad una materia ignota e brillante e restano sempre poesie finite, precise, che comandano movimenti e ritorni con invocazioni di chiarezza e determinazione.
“Torna presto, presenza addolorata,/ per vegliare gli errori della sera”.

La forza della poesia di Ingenito è il saper essere antica e profondamente moderna per le sue influenze. Resta una poesia piena, dinamica nelle sue accensioni, nel suo bruciare continuo con forza e verità. Per questo il poeta rimane la forza del tutto, il dominatore di immagini ed esperienza, il solo capace di smuovere gli elementi ed essere loro stessi: “Ti trovo nella notte che di nero/ pelo mi fascia queste braccia nude:/ qualunque sia il versante/ del mio rigirarmi,/ sono fuoco, sono acqua, sono vento”.

Fuochi sull’acqua. Incontri di poesia

 

Segnaliamo un’altra bella iniziativa di poesia di questo inverno Milanese. Qualcosa si muove in città

Poesie di Domenico Ingenito

Poesie di Domenico Ingenito*

 

 

[Con Domenico Ingenito si inaugura ufficialmente la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. Benché non sia stata formalizzata prima, sostanzialmente è il prosieguo di pubblicazioni su Poetarum Silva di nomi già abbastanza significativi nel panorama della poesia italiana contemporanea. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi e Chiara Daino. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: La dimora del tempo sospeso per Mazziotta e La poesia e lo spirito per Catalano. ]

 

Dalla raccolta inedita “Il Basilisco”:
  
 
Pervenire alla visione in milioni d’anni,
una sola notte basta
per staccare i piedi dal suolo
perdere la grazia
di una qualche consacrazione.
 
 

 
 
 
Poveri uccelli schiavi del pane bagnato,
vogliamo mani per nutrirci,
vogliamo pane, vogliamo acqua.
Voliamo alti con le mani.
 
 
 

 
 
Dicono di zampe e di balene,
si schiaccia al suolo nel suo peso.
Lentamente l’acqua
invade il legno.
E il ferro non sostiene.
 
 
….
 
Non ho braccia larghe abbastanza
per sorreggere le armi che mi porgi.
Dovrò farmi strada
col silenzio di chi assassino guarda.
 
 
 

 
Mi sento scalfito dall’ala che si
fa strada tra la scapola e la spina.
Le prime piume,
roventi, scarlatte, pungenti,
con i piedi ancora nel fango.
 
 

 
 
Ci basta un’arida lingua di terra:
saremo noi gli arbusti
consumati dal sale,
genuflessi dal vento.
 

 
 
E negli anni per lui
la poesia diventò
l’atterrito esercizio
di un coraggio senza fine.
Nemmeno gli alberi ormai
parlavano più
la sua lingua.
Si fece vergogna minerale
ancestrale pudore,
crepa nel terreno
quando il ghiaccio lo spezza.
 
 
Dalla raccolta inedita “Delle occasioni amorose”:
 
Radice
 
L’abbiamo chiuso troppo presto,   
                                                  amore
il libro dei giorni, le pagine vere delle stagioni
e delle mille cose che adesso    
–  raggianti di maggio –  aprono al cielo.
Ho una foglia per dentro       che mi trema
nell’aria di sentire un po’ di mare,
dove invece nella fossa tua
il sangue fermenta per spingere a vita 
la ragione dei campi.
Là dov’era la fede di stringerti la bocca
e sperare che       mai più       si aprisse
nell’addio alla mia stanza (tua figlia
miele negli occhi,
                             piangeva e non vedeva)
sei rimasta in silenzio.        E a volte ritorni
come rosa d’inverno
a spianarmi la strada in quelle mille
e mille altre forme che solo adesso
mi cominciano addosso, e dalle tue ossa
una polvere amara che non tiene
perfora la terra, e ci racconta di quel delta
dove solo il tempo della notte accarezza
la vita felice delle radici.
 

 
A lei che forte ha il cuore
 
La scienza nera delle stelle,
la carta bianca degli incontri,    
o forse solo le dita tremanti
e la voce di noi che non ci siamo.
 
Ti ho vista come Nina, volare via
dove la corda si spezza,            
dove il mondo non tiene la vita non resiste
il cuore crolla in alto,
e la strada ti concede piccoli fiori esangui.
Tra un palpito e l’altro si fa giorno
e si spacca la notte
nel fiato di chi intende.
 
E con misura allora ti fai tutta profilo
                                                     tutta sguardo
                    tutta memoria a destinarsi,
           canzone di un respiro
il soffio al petto, la grazia ineffabile
                              di chi sa
come e quando          e con che rigore
guardarti ed elevarti        fin su nel profondo.
         Ma lenta resisti,
il piede affonda là dove l’anima riposa,
e dello spirito sappiamo che ancora un poco     
e saremo maestri
                   d’ispirazioni,
                              e sentimenti,
                                          teorie per i millenni.
 
Metafora o simbolo non importa,
tra un ponte e l’altro
sottili le tue mani come fiumi in tumulto
e leggère le gambe tra le luci.
 
Sensazione prima del mattino,
con un po’ di nero ti copri le spalle
e gli occhi, per il troppo fuoco
che ti sfiora.
 
 
 

Hai fatto presto
 
Hai fatto presto ad andartene,
prima che del buio prendesse l’odore
il fiore delle tue mani,
e faccio presto a ricordare
come avevo lasciato le cose
                                 quel mattino
che di corsa da qui son partito.
E solo adesso ritorno nella casa abbandonata
dalla memoria, dove anche l’aria
è andata via con te,
e quel profumo nero di chi presto
                                   nel sonno scompare.
Raccolgo le tazze,
il fondo del tè dopo una settimana
                            addolorata,
                                 la frutta morta che piange
e si disfa nella stanza del cuore,
                                    i bicchieri di una festa finita
troppo in fretta.
         Respira,
                   respira ancora ti dicevo,
                           pregandoti di non parlare,
implorando che non una parola ancora
uscisse da quelle labbra che tanto
mangiarono la terra che un po’ uomo m’ha fatto.
Respira,            dònati ancora tutta l’aria
che un piccolo spazio nel tuo petto
può accogliere. Io no,
non ho mai visto il tuo sangue,
solo allora ci pensavo, mentre sotto la mia mano
il calore tuo crollava verso lo zero
di chi all’ossigeno rinuncia
per accogliere in un’altra costa
il fiato del silenzio.
La chiamano pace questa forma del corpo
che si offre al pianto, e all’appassire dei fiori sul letto,
è del sangue tuo invece la pace
che nella notte si è raccolto
d’un sol fiato mentre sei scivolata
aggraziata e distratta.
Con forza ho potuto metterti
una pietra sulla fronte, ma non posso
adesso sapere come afferrare
la pietra da ripormi  sul cuore.
 
 
 

 
 
Nel Volto del Messia
 
Con cura l’hai lanciata nell’acqua
la rosa di legno
e il regno degli amori terribili
si è tutto aperto a mezzanotte
come improvvise s’aprono al mattino
le tue mani forti.
Lo sai che una salvezza d’altri tempi
ti sta cercando, gialla nella morte
e azzurra se in cammino ti pensi
per l’anello che ti attende.
Scriverò i versi più ferventi
stanotte, al pensiero che non è il Messia
la luce che t’infiamma le lacrime nel vento,
non è la prima volta che degli infiniti amori
raccogliamo le sottili pietre
e ingoiamo il peso oscuro della luce.
Per te, lo sai, metto questa mano
e questa mano sul fuoco, entrambe accese              
adesso come in qualche modo, in qualche forma
frenavi il sangue che versavo dagli occhi
nel cuore dell’inverno.
Questa vaga intuizione         – sai –
come se non del tutto reali fossero i dolori,
se ancora sappiamo dell’umano essere amici,
o di qualcuno che del vasto campo
ci accoglie a tarda sera.
Ci deve essere 
              – ci diciamo voce su voce –
una forza infinita in te,
una magia 
meravigliosa.
E senza limite. 
 
 

 

 

*Nota Biobibliografica
Domenico Ingenito, (Vico Equense, 1982) poeta, traduttore e fotografo, dottorando in lingua e letteratura persiana presso l’Università “L’Orientale” di Napoli, insegna lingua persiana presso la Harvard Summer School in studi ottomani.Da due anni collabora all’organizzazione della Biennale della Traduzione E.S.T., (Napoli 22 – 29 novembre 2010) ed è redattore della rivista “Il Porto di Toledo – testi e studi intorno alla traduzione”. Ha pubblicato sue poesie su diverse riviste e blog on line, tra cui Poesia, Poeti e Poesia, Imperfetta Ellisse, La dimora del tempo sospeso, Daemon. E’ stato ospite in diversi festival letterari, tra cui la Biennale degli Artisti del Mediterraneo e Silenzi in forma di poesia. E’ stato recentemente selezionato per il premio Miosotìs e alcuni suoi testi sono stati pubblicati nel terzo registro a cura delle edizioni D’If. Vincitore di numerosi premi letterari, traduce da persiano, portoghese, catalano e spagnolo, ha tradotto per Orientexpress “La Strage dei Fiori – Poesie persiane di Forugh Farrokhzad” e ha ideato il progetto “Riscrivere Hafez”, proponendo ai poeti italiani la rivisitazione del massimo poeta persiano di tutti i tempi. Alle traduzioni dal poeta persiano Hafez ha inoltre dedicato uno studio d’impianto ermeneutico pubblicato sulla rivista “Oriente Moderno”. Ha rilasciato interviste di carattere scientifico-divulgativo sulla lirica persiana classica sia alla European School of Translation che alla Radio svizzera. Al momento lavora alla traduzione delle canzoni d’amore della poetessa persiana medievale La Dama del Mondo (Jahan Malek Khatun), considerata la maggiore voce poetica femminile dell’area islamica.