Domenico Cipriano

PoEstate Silva #35: Domenico Cipriano, da “L’origine”

 

Rifluisce in me ogni istante
e un’onda col suo flusso mi rinnova
spingendo la corrente di risacca
a un nuovo inizio. È il guizzo della mente. Fissa cardini
innanzi a precipizi, con lo sguardo sulla valle spoglia
che copre i sedimenti del passato.

Un composto che miscela ossa, oggetti, brandelli di vissuto
amebe, silicio, calcio e storie di animali, simboli di caccia
rivoluzioni sconosciute, sangue rifiorito in vita.

Contorni e sostanza di rituali volontari (o incessanti istinti mai sopiti)
rieccheggiano frementi, cercando altre soste
oltre la memoria conosciuta
dove un’origine smarrita ci appartiene
tra steppe e ghiacci siderali, gusci di conchiglie consumate
e l’innegabile perizia di resistere.

È da questo intimo inizio che una scintilla ci accompagna
con docili pensieri, con destini disperati.
E assumiamo il profilo della terra incolta
.                                                               se non ricominciamo.

 

Il calore ci riporta all’esistenza
e i corpi immobili chiedono calore
parole e gesti
anche se non daranno ritorno.

La timidezza di sentire il mondo
nel suo farsi giorno
mancherà in questa isola sospesa.

Il sole si restituisce alle galassie siderali
che si svelano
per la nostra comprensione già dissolta.

Le carezze sui muscoli indolenti sono le stesse di sempre

è lieve curarsi degli occhi chiusi
in questa distanza delle cose.

 

Domenico Cipriano, L’origine, L’arcolaio, 2017

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

← (prima parte)

Carta portolanica di Diego Homem, XVI secolo

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

III. Bussole, mappe, atlanti nello spazio della dispersione

Ora che più distintamente si applicano le teorie della più avanzata Geocritica, elaborate secondo nuove e aggiornate categorie di pensiero e strumentazioni, principalmente a opera di Westphal, tese allo studio dello spazio geografico della letteratura e alle sue implicazioni con la realtà e le realtà linguistico-territoriali, sociali e politiche, storiche e antropologiche, appare evidente la lezione e l’eredità di Dionisotti, tesa a valorizzare la peculiare natura policentrica della storia letteraria nazionale e sovranazionale. Su un’analoga via, d’altro canto, si era mosso il Pasolini, giovane studioso delle lingue minori: in prima linea nello sdoganamento e nell’affrancamento della poesia neo-dialettale elevata a un piano paritetico con la matrice toscana e fiorentina della poesia “in lingua” italiana. Al contempo, Pasolini non poteva esimersi dal rimarcare come la storia della penisola, con le signorie e i principati prima, e con i liberi comuni e le repubbliche marinare poi, era contraddistinta da una dinamica e mai definitiva disposizione a registrare l’eccentricità e il policentrismo compresenti su un unico territorio chiamato Stato o Nazione: di “100 centri e 100 periferie”, da cui provenivano input di civiltà e cultura, unitamente a una composita, stratificata ed eccezionale, quando non babelica, varietà linguistica. In anni più recenti, non mancano esempi di mappature attente e ragionate che aiutano a orientare e a fornire materiali a lettori, critici e autori: Lanuzza, infaticabile cartografo e viaggiatore peninsulare e insulare; De Santi, riconnettendo a uno Spazio della dispersione il presente della poesia nella sua “Modernità della crisi” e nella “crisi del Moderno”, indagando territori e mescidazioni di saperi tra scrittura e cinema, poesia e filosofia, arti figurative e autori di versi d’Occidente, come dei “paesi in via di sviluppo”; o Merlin (2005, 2009), Ritrovato (2006, 2011), Piccini (2005, 2008): attenti al rapporto e alle dinamiche che si instaurano tra autore e territorio, atto poetico e paesaggio; tesi a ricostruire legami e nessi geocritici, coordinate tematiche e storiografiche possibili tra autori e autori, autori e territorio, autori e contesto (storico, storico letterario, politico-sociale). Non mancano poi i casi di critici indistintamente operativi nei campi e cartaceo e nel web: Linguaglossa arguto polemista e instancabile sobillatore dello status quo dell’editoria di establishment; Aglieco e Guglielmin recensori e capillari intercettatori dei segnali nuovi e dei linguaggi mutanti della poesia captata in rete (Web, Litblog, siti letterari) e nell’editoria cartacea di settore.

IV. Spazio-tempo (poesia come semi-prosa degli anni Zero, e poesia al tempo del web come spazio ipertestuale, di virtualità e possibilità)

Il riferimento ai critici più recenti, quasi tutti operanti ‘nella rete’, consente di spostare altrove i piani della questione. Occorre, a questo punto, fare una digressione a guisa di premessa tardiva, puntando per un istante l’attenzione, e per analogia, in altro campo di indagine: ovverossia, un po’ sconfinando. In un recente saggio che affronta la questione dello spazio, e implicitamente, del tempo tra segno grafico e scrittura, scrittura e arti figurative, linguaggi pubblicitari e design, Perondi annota:

Lo spazio entra a far parte in maniera coerente e strutturale del sistema scrittura. Per chi si occupa di grafica, sarebbe interessante riuscire a trattare grafica e scrittura nella maniera sfumata e continua in cui appaiono. È sterile cercare di costringere la scrittura entro determinati confini. […] Perché non precisare che la non meglio precisata “scrittura” abbia una componente non lineare, dotata di una struttura coerente al punto tale da permettere di comunicare in maniera efficiente e poco ambigua e di generare unità di senso a piacere? Non è sensato dire che tra questa scrittura e quella comunemente intesa potrebbe stabilirsi un legame biunivoco di perfetta traducibilità, né che possano essere messe sullo stesso piano funzionale; al contrario, le due (?) entità sembrano integrarsi in un insieme indistinto e flessibile: la disposizione spaziale degli elementi non ha solo una funzione evocativa, può generare effetti di senso ben definiti e può denotare significati precisi. Lo spazio può essere significativo quanto le parole. Le relazioni spaziali tra elementi possono servire per “scrivere” con grande economia quello che altrimenti richiederebbe complicati giri di parole (e viceversa). [Perondi (2012), 14]

Se non fossimo avvertiti di trovarci di fronte a uno studio sull’uso della grafica pubblicitaria, potremmo facilmente accostare considerazioni analoghe per la poesia. Basti solo il riferimento a quegli autori che attuano rientranze nel verso, lasciando ampio margine agli spazi bianchi: a partire da Mallarmé, quindi, Valéry, tutta la poesia “informale” del Novecento e del primo decennio del nuovo secolo, affrancatasi dalla metrica tradizionale, sembra aver affidato alla dialettica e al legame biunivoco, spazio bianco-testo, silenzio parola, gran parte della propria esperienza: un nome, su tutti: Mario Luzi. E basti il riferimento a tanta poesia visiva, performativa, ‘orale’, di origine Dada e Futurista, e che successivamente, a partire dagli anni Sessanta, ha animato le piazze occidentali e che è tornata in campo in questo primo decennio del nuovo secolo. Ancora più interessante, anche nell’economia del discorso che va qui delineandosi, e nelle premesse del solco dantesco, apparirà la lettura del passo successivo: (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

PALINSESTI DI POESIA
a cura di Manuel Cohen

(Dopo alcuni anni di assenza dal web, o di presenza rapsodica sui litblog «I poeti del parco», «Lapoesiaelospirito», «Marchecultura», «Perigeion», «Poesia2.0», «Puntocritico» e «Versanteripido», torno con una rubrica fissa, in continuità ideale con il ‘Repertorio delle voci’ (luglio 2009-agosto 2014), a suo tempo apparsa e ancora visionabile su «La dimora del tempo sospeso». Vengono qui riproposti, a volte variati o rivisti, scritti critici di proteiforme natura, siano essi interventi e saggi, mappature e appunti di geocritica, brevi profili, recensioni o prefazioni, interviste ed editoriali militanti, precedentemente apparsi in volume e su rivista negli ultimi anni e, sia pure, vi troveranno collocazione eventuali nuovi scritti per la rete. Ringrazio sin da ora la Direzione di Poetarum Silva per l’invito, per la cura e per l’ospitalità. Sperando nella pazienza del lettore del web, inizio la rubrica con un intervento forse poco adatto a questo luogo virtuale. Tuttavia vuole essere in qualche modo introduttivo alla rassegna e allo specifico della poesia in atto. Qui ho eliminato gli apparati di note, ho lasciato la bibliografia orientativa e ho apportato lievi modifiche al testo. Si tratta di una relazione presentata a un convegno di Studi svoltosi all’Università di Urbino nel 2012. Poi pubblicato in Germania: M. Cohen, Appunti per una mappatura della poesia italiana, in: AA.VV., Spazio/Tempo un progetto culturale, AVM-Akademische Verlagsgemeinschaft, München 2013, pp. 94-110)

 

Appunti per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea; mapping, ricognizioni su movimenti in progress di geopoetica

“La descrizione della confusione è qualcosa di diverso da una descrizione confusa.”
(W. Benjamin, Parco Centrale, in, Angelus Novus)

“Non occorre sottolineare la strettezza dei limiti di tale inchiesta. Né aggiungere che condizione prima della ricerca è la pazienza dei limiti.”
(C. Dionisotti, Premessa e dedica, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana)

“Nel dopoguerra, le due coordinate su cui si fondava il piano dell’esistenza attraversarono una fase critica. Il tempo era ormai privato della sua principale metafora strutturante, mentre lo spazio unitario […] si era smarrito.”
(B. Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio)

I. Alle origini della Geocritica

Allo stato attuale dei lavori, sembra che sia trascorso un tempo di gran lunga maggiore rispetto al quasi cinquantennio che separa dalla stagione in cui si realizzavano una decisiva virata e un nuovo impulso allo studio della Storia della letteratura italiana, grazie all’opera di Carlo Dionisotti, al fondamentale contributo Geografia e storia della letteratura italiana. Si deve a quella raccolta di saggi, scritti nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, il tentativo, tra critica e polemica culturale, politica e sociale, tra filologia e engagement, di superamento della concezione storicista unitaria e post-unitaria che trovava la massima chiarificazione nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Opponendo a essa una lettura da cui emergeva il carattere marcatamente policentrico dell’Italia e, va da sé, della cultura del paese, Dionisotti forniva nuove ascisse e coordinate spaziotemporali che avrebbero riverberato con nuova luce le linee e i solchi, prossimi e remoti della storiografia letteraria. Tra i passi illuminanti, il capitolo Varia fortuna di Dante, un rapido excursus che attraversa i secoli e giunge al primo Novecento, e che oltre a restituire autorevolezza a un autore fondamentale e paradigmatico, getta le basi per una lettura geocritica sinottica e panottica, translinguistica, europeista e comparata, che presenta tratti di similarità, fatte le debite distanze e proporzioni, con la situazione attuale:

[…] il rapporto fra scuola e letteratura, tra tradizione e innovazione non poteva più essere, nell’età dannunziana, quello d’un tempo. I due rami della famiglia erano ormai divisi: il ramo vecchio non aveva più né autorità né controllo sugli arbitri del nuovo. Passata la tempesta della guerra, apparve chiaro che la scuola era ormai tagliata fuori anche dalla critica militante, nonché dalla letteratura. […] Frattanto la letteratura nuova si allontanava sempre più in altra direzione e si isolava a sua volta, disinteressandosi d’una tradizione domestica che, così com’era conservata e illustrata dalla scuola e dalla critica ufficiale, non la toccava più davvicino. Nel 1922 si concludeva con la vita la ricerca di Proust e usciva l’Ulisse di Joyce. Stanca, nonché sazia, di poesia, e stretta alla gola, in patria, dalla imperante retorica nazionalistica, la letteratura italiana cercava salvezza nella prosa, e per sopravvivere cercava di respirare, quanto più fosse possibile, l’aria che di fuori le veniva dall’Europa. Poté così anche scoprire che altrove una nuova poesia era sorta ad opera di uomini, Pound, Eliot, che avevano fatto propria la lezione di Dante in modo alquanto diverso da quello praticato e raccomandato in Italia. Ma non era scoperta che allora importasse. La via della salvezza passò in quegli anni, nel primo decennio dell’era fascista, da Pirandello a Svevo, e fu tutta, così in prosa come nelle brevi evasioni poetiche, coerentemente estranea alla tradizione storicoletteraria italiana e alle proposte della scuola e della critica ufficiale. Più tardi, nel secondo decennio dell’era fascista, il frazionamento della cultura italiana si venne attenuando, in parte spontaneamente, in parte per imposizione o seduzione politica; ma era durato abbastanza perché ogni settore nel suo isolamento avesse avuto agio di riflettere sui casi propri. Certo il ritorno in più angusto spazio della scuola universitaria alle sue origini postrisorgimentali e postromantiche, all’esercizio di una filologia detersa da ogni mitologia retorica, non si spiega se non tenendo conto di una previa, ormai inconsapevole incapacità della scuola a intervenire efficacemente da un lato della vita politica, dall’altro nella letteratura contemporanea. Se anche sia difficile pronunziare giudizio su eventi che nella memoria dei superstiti si affollano ancora segnati e involti dalla passione di parte, probabile sembra la conclusione che il mito nazionalistico, rivoluzionario prima e risorgimentale poi, di Dante, precipitosamente decadde e si spense in Italia nella prima metà di questo secolo, fra l’una e l’altra guerra europea e mondiale. Restò naturalmente Dante, e riapparve isolato, diverso e in parte nuovo, nei tempi grossi. Riapparve nel 1939, quando un editore torinese, Giulio Einaudi, noto per pubblicazioni di tutt’altro genere, e per aver raccolto intorno a sé il nerbo di un’opposizione politica giovanile, aggiuntasi a quella tradizionalmente schierata fra Napoli e Bari sotto la guida del Croce, pubblicò l’edizione delle Rime curata da Gianfranco Contini. In questa edizione, monda di ogni compromesso col passato, per la prima volta si ristabilì un punto d’incontro fra la più esperta filologia universitaria e la corrente ermetica che era in quel momento stesso all’avanguardia della letteratura militante in Italia. A distanza, e ripensando all’antefatto, l’incontro appare decisivo. Finita appena la guerra, in altro libro pubblicato a Torino da Einaudi, Cesare Pavese, riesaminando in appendice a Lavorare stanca la sua esperienza di poeta e di scrittore, concludeva che era venuto il tempo di ritornare a Dante. Certo non pensava alle Rime: pensava proprio alla Commedia. Né si vede a quale altro testo dell’antica poesia italiana fosse ancora possibile richiamarsi. Non perché la lezione, che si era rivelata fondamentale, del Petrarca e del Leopardi, e in parte anche del Manzoni prosatore, avesse perso alcunché della sua validità. Né perché la guerra e il dopoguerra, avendo rimesso in questione l’unità e l’indipendenza dell’Italia, avessero anche rimesso in onore l’idolo risorgimentale di dante, poeta della nazione. Vero è che in questione e a nudo erano stati rimessi i limiti provvisori, angusti, inaccettabili della nuova Italia, di quella unità e indipendenza, e che lo sforzo da ultimo concorde di scrittori e studiosi impegnati insieme nel loro mestiere e nella lotta politica avesse portato a riconoscere nel linguaggio preumanistico di Dante le premesse di una lingua e letteratura più libera e animosa, più aperta alla realtà e all’invenzione, più atta insomma a diventare strumento di progresso civile per la maggioranza degli Italiani.  [Dionisotti (1999), 241-242] (altro…)

Una frase lunga un libro #48: Domenico Cipriano, Il centro del mondo

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Una frase lunga un libro #48: Domenico Cipriano, Il centro del mondo, Transeuropa, 2014, € 9,90

*

Ci è stato donato un mondo
inverosimile, tra vetrate innalzate
e seminterrati, distanza paradossali
astrali prove di esistenza. Si alzano
stratificazioni della roccia, cedono
le foglie sulle pietre: uno scambio
teso alla resistenza, a perdonare
agli occhi la pelle nuda delle stelle.

È un libro questo di vita e morte, di questa materia è composto il mondo di Domenico Cipriano, ma non è questa, soltanto questa, la storia che il poeta ci vuole raccontare. Vita e morte stanno in ogni verso e non c’è bisogno di nominarle, perché a trascinarle verso di noi è la forza della poesia e perché la poesia stessa è tutto. Il centro del mondo è un libro fatto di fango e luce, ecco. Il fango che è cuore pulsante, che è terra in movimento, che è terra e acqua, che è il sottoterra, il cuore fondo del territorio, il posto da calpestare con i piedi, quello in cui sporcarsi le mani e non pulirle mai più del tutto. La luce che illumina e si nasconde, la luce che ci prende di sorpresa all’alba, la luce di un abbraccio, di una stretta di mano. Tutta la luce che fa il ricordo di un affetto. La luce che rischiara la memoria. La luce che decide l’ombra che fa un oggetto spostato, di un orologio dimenticato. La luce di un sorriso sfumato, di una carezza, la luce che vedi in fondo a un buco scavato. Fango e luce e dietro un cuore, il cuore delle cose, della gente, del mondo. Il centro.

Vestiamo panni d’entroterra
quelli di chi non conosce il mare
che ha la faccia sporca di fango
e le dita nere, senza i lampioni
a darci la luce e solo mezze voci.
Ma io ricordo che i lampioni
erano accesi sopra al paese
e respirando nel freddo riuscivo
a dare vista alla mia voce.

*

(a mia moglie)

Siamo miniere da scavare, distribuite
dalla lottizzazione dei pensieri, roccia
sgretolata dalla dinamite nella mente
riconvertiamo le nostre destinazioni
all’uso della passione. Tu che scavi
incessantemente cosa cerchi da queste
pareti multistrato, sotto la canicola
che si stampa superata la fessura aspra?
Un nome, un volto modellato che muta
al tuo fiato regolare, linee della fisionomia
creata dal tuo starmi accanto.

(altro…)

Il centro del mondo di Domenico Cipriano

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Il centro del mondo di Domenico Cipriano, edizione Transeuropa, 2014, postfazione di M. Cucchi,  è un libro complesso con una sua ben precisa architettura compositiva, in cui ogni sezione ha una dimensione propria, ma è intrinsecamente collegata al resto dell’opera in una trama di sottili passaggi tematici e stilistici. Al tempo stesso, però, si mostra unitario nell’ispirazione, guidato da un’idea centrale che calamita e organizza intorno a sé tutti i versi e le parti dell’opera. Quest’ idea è a sua volta una domanda: Cos’è casa? Cosa ci (altro…)

Sei inediti di Domenico Cipriano

cipriano

 

*

Non meravigliarti se vedi
ragazzi disfatti sulle sedie
nei bar di calce e pietre
sono aggrappati alla roccia
che staglia sulla vita
e la protegge. E se insidia
nella notte il sonno è il rovescio
dello scroscio dell’acqua
che ama dialogare.

 

*

Mi confondo come un fungo tra le foglie
e rifiorisco tra le croste dei bar sconsacrati
nell’inverno che reclama riti pellegrini
d’amicizia. Siamo rifugiati che vuotiamo i bicchieri
e riluce il ricordo sul presente evanescente
gira cercando altra mente e si distende
fermandosi in un punto della storia rinnegata.
Siamo noi, tra lacrime e risate, che riemergiamo
dagli abissi, sospesi in un volto, su un vuoto incomprensibile
da chi misura la distanza col giudizio.

 

*

(per Sofia)

Moriamo pezzo dopo pezzo mutando,
crescerai e sarai altro, diversa. Ferma
l’immagine che hai già cancellato
nelle ore (non è affidabile la memoria)
così la presenza non è solo un dettaglio
per la nostra comprensione. Filo spinato
e ruggine sui punti fermi del mondo,
ma nemmeno quello spigolo d’universo
ci appartiene. Cambiano con te
le cose abbandonate.

 

*

Le persone sono luoghi
e ogni epoca li ricostruisce.
Chiedo alle immagini un’affezione
documentata, il risvolto
del luogo in cui sono nato.

 

*

(per Luigi, mio fratello)

Non è facile accettare il cambiamento
siamo altro e non lo crediamo: volti
(luoghi) apparecchiano testimonianze
di parole e sinfonie astratte di ciò
che siamo stati all’apparenza, in altra epoca
singolare. Non viviamo il presente
tra le croci e le diaspore del niente, siamo
le ossa sacrosante scrostate al cemento
ogni mattina e la sera la sventura
della natura non contemplata. «Pensi
che il rimpianto violi la scissione
tra passato e presente o l’assenza è solo
un pretesto?». Siamo null’altro che un viso
che multiforme deposita il suo sguardo
sulle cose a cui apparteniamo e dobbiamo
dare conto per scelte lasciate in un angolo
del mondo a cui chiediamo giornalmente
di accoglierci tra passato e futuro, nella vita
che si dilegua con chi vive e sfoglia le parole
solitarie. Tra l’innocenza e la colpa
scelgo la colpa (anche se appare innocente)
ma non biasimo l’involucro duro
che nulla chiede alle parole dissuadenti.

 

*

Cresce dentro, questo senso di colpa
per ogni evento della storia, ogni violenza
degli uomini o della natura. Dovrei non vivere
le piccole gioie quotidiane perché le vedo sottratte
agli altri, ai colpiti di ogni evento ogni giorno
sotto polvere di cemento, sotto il disfacimento
della grazia. E un brivido mi percorre, una formica
fuori stagione che si muove lungo il corpo
partendo dalla mente, simulando un’onda
dalla ferocia disarmante. Ora che tutto è calmo
ma il mondo è più vicino negli schermi,
ogni trama ci appartiene, anche quando non conviene.

 

 

Domenico Cipriano nasce nel 1970 a Guardia Lombardi (AV). Vive e lavora in Irpinia. Già vincitore del premio Lerici-Pea 1999 per l’inedito, nel 2000 ha pubblicato la raccolta di poesie Il continente perso (Fermenti – premio Camaiore proposta e segnalato al Premio Montale) prefazione di Plinio Perilli e nota del musicista Paolo Fresu. La raccolta Novembre (Transeuropa 2010), prefazione di Antonio La Penna, è stata inclusa nella rosa finalista del premio Viareggio-Répaci 2011. Ha realizzato libricini da collezione e collaborato con artisti di vario genere, tra gli altri si ricordano Alessandro Haber e Sergio Rubini. Nel 2004, con l’attore Enzo Marangelo e i musicisti Enzo Orefice, Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti, ha realizzato il CD di jazz-poetry JPband: Le note richiamano versi (Abeatrecords) e, dal 2010, guida il progetto “Lampioni”, per la sua voce e le musiche degli “Elettropercutromba”. Suoi interventi e poesie sono presenti su riviste e antologie. Tra le prime si ricordano: «Gradiva», «Italian Poetry Review», «Poesia», «La Mosca di Milano», «Capoverso», «Polimnia», «Punto». È redattore della rivista «Sinestesie» e collabora con varie testate. Ha ideato e curato numerose iniziative; cura la collana di foto e poesie per la valorizzazione del territorio, dal titolo “Pietre Vive”, e la rassegna “Le strade della poesia”.

Email: dcipriano@tiscali.it
Sito web: www.domenicocipriano.it