Domenico Caringella

1978

di Domenico Caringella

1978

Gli chiese di aprire le tende e spalancare le finestre. Voleva la luce. Sempre. La inseguiva. Doveva, voleva vedere, capire. Le notti le chiamava buio, e le mattine la illuminavano. Così, fecero l’amore in silenzio sul letto dei genitori di Ramon, inondato di sole, con le voci sguaiate del barrio che si arrampicavano sulla ringhiera del balcone e si affacciavano nella stanza.
Ramon. Avevano camminato in parallelo senza mai toccarsi, per più di dieci anni. Fino a quella mattina assolata e rumorosa in cui erano crollate le difese, svanito l’arrocco. La foto sul comodino – la barba perfetta e la divisa dell’uomo che teneva in braccio Ramon bambino, la piccola scritta “Buenos Aires 1978” stampigliata in basso a sinistra, il poster di Kempes, sullo sfondo che correva nel verde e nell’arancione dopo il gol della gioia che nascondeva l’orrore e le torture – risucchiò la luce del giorno in un buco e le tolse il fiato.
In un attimo, uno solo, ripensò alle grida che talvolta le rimbombavano senza preavviso nella testa; capì, ricordò, che forse sua madre era quella donna dai capelli corvini, colorata di sangue, che la guardava, legata ad una sedia, da una porta socchiusa e che aveva colonizzato i sogni di molte delle sue notti; riconobbe l’uomo della fotografia che si allontanava dalla sedia e chiudeva quella porta, come il ragazzino che correva nel corridoio e che le aveva chiesto di giocare a nascondino nell’appartamento accanto. Aveva una piccola cicactrice a forma di mezza luna sulla guancia sinistra quel bambino, la stessa di chi ora le stava respirando addosso. Rise per non piangere.

Rifacciamolo Ramòn. Ti prego amore mio – disse allegramente

__________________

titoli di coda: play & listen

__________________

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

“Sino a che morte non” (di Domenico Caringella)

sino a che morte nonracconto inedito
di Domenico Caringella

.

“And you can send me dead flowers every morning
Send me dead flowers by the mail
Send me dead flowers to my wedding
And I won’t forget to put roses on your grave“
(M.J. – K.R.)

.

Iniziavano sempre insieme, ma ogni volta era Liberty a svegliarsi per primo. Allora sbarrava gli occhi per riempirseli, per riempirsi, di luce e di realtà. Poi si sedeva e scuoteva la testa e il resto del corpo. Fingeva di credere alla sensazione che quel movimento servisse davvero a scrollarsi di dosso il miliardo di gocce di sudore che gli raggelavano la pelle e a spezzare le catene che lo avevano tenuto fino ad un momento prima. Il rituale, comunque non gli risparmiò l’ultima allucinazione, quella delle dieci Cadillac piantate nella sabbia per metà, come frecce, tra il bagnasciuga e la coperta che quella notte aveva tenuto lui e Susan al riparo dal vento che arrivava dall’oceano. Erano l’esatta copia di quelle del Cadillac Ranch di Amarillo, in un giorno lontano un secolo, dove lui e Sue avevano fatto la loro strana luna di miele e la consegna della prima partita di roba con cui alla fine si erano pagati il viaggio e la baldoria.
Liberty non seppe dirsi allora se erano stati i ricordi a plasmare la visione o se non era stata la visione invece, a fargli ricordare
Il sole era ancora basso sull’orizzonte e la sabbia era umida. Rabbrividì una, due, tre volte. Prese un lembo della coperta e lo sistemò meglio sulle spalle della donna. Quando la stagione si faceva più calda, accadeva spesso che lasciassero il seminterrato di La Jolla e finissero per farsi sulla spiaggia davanti.
Prima di muoversi, attese che si svegliasse anche lei e che riuscisse a mettersi seduta e a focalizzare lo sguardo su di lui.
– Sue, tu sei un fiore appassito. Questo sei – le disse
– E tu un fottuto giardiniere distratto
– Sembra a te. Di acqua non me ne hai mai chiesta
– Forse è vero. Ma non mi ricordo tante di quelle cose ormai… Allora sei stato un giardiniere senza troppa fantasia. Se non ti ho chiesto acqua è perché avevo bisogno di altro. E comunque anche tu in un bel mazzolino non faresti una gran figura. Guardati, cazzo… fai schifo
– Divorziamo a questo punto.
– Siamo arrivati a quel punto Liberty? Pensi sia così? Sei sicuro?
– Sì. Non ci sono altre strade. Per oggi almeno, amore. Possiamo resistere però, o tentarci. Non so se ce la faccio però. Non so so se ce la fai tu.
– No, io non ce la faccio.
E dicendolo Susan allungò la sinistra a Liberty che intanto si era alzato di scatto, si era scrollato la sabbia dalla camicia e dai pantaloni – che portava arrotolati sopra le caviglie – ed era rimasto in piedi accanto a lei, dando le spalle all’oceano. Lui le prese la mano, le sfilò piano l’anello e se lo mise in tasca.
– Vai tu. Io voglio restare a guardare il mare. E poi il sole ha appena iniziato a scaldarmi – disse Susan fissandolo dal basso verso l’alto.
– Tra un po’ sarà pieno di gente qui. Passerà anche la pattuglia – rispose senza convinzione Liberty
– Correrò il rischio. E poi ci conoscono ormai. Tutti. Soprattutto loro.
Lui le passò una mano tra i capelli come si fa ad un figlio che non è più un bambino. Susan fece un gesto, come di disappunto, di fastidio, per cacciare la mano che l’accarezzava. Ma Liberty era già distante. Lo sentì canticchiare come al solito “Take me down little Susie, take me down, I know you think you’re the queen of the underground”, mentre avanzava a fatica traballando sulla sabbia. Mise la spiaggia tra lui e le case di la Jolla e i grattacieli ancora più lontano sullo sfondo, e poi sparì.

Quando arrivò sulla strada Liberty piegò verso l’interno dell’abitato. Prima di arrivare al parcheggio del centro sportivo si fermò davanti alla vetrina di un negozio di animali. La sua immagine riflessa si sovrapponeva a quella di un grosso cane di una razza di cui non rammentava il nome, da aggiungere all’elenco senza fine di ricordi, dettagli, disegni, volti e desideri finiti nel cesso in cui si stava trasformando la sua memoria. Usò la vetrina come avrebbe fatto con uno specchio. Ogni giorno gli sembrava di riconoscersi meno; ogni giorno spariva un pezzo e ne trovava un altro al suo posto. Ma cresceva anche il sospetto che mano a mano che cambiavano le linee di confine e le strade della sua faccia, diventasse più chiaro e spaventoso come e di cosa fosse fatto dentro. Iniziava ad apparirgli la propria struttura interiore e l’inequivocabile fragilità e miseria del tutto.
Alla fine, come al solito, semplicemente si diede un’aggiustata ai pantaloni e alla camicia, e prima di riprendere il cammino si inventò l’ennesimo sorriso che quella merda di California gli chiedeva con inopportuna gentilezza.

Il centro sportivo a quell’ora era ancora chiuso, così nell’area antistante non si trovavano le auto dei clienti; ma il parcheggio comunque era pieno di quelle degli abitanti della zona. Liberty adesso era ormai tornato nel pieno controllo di sé; attese che l’unica persona in vista, una donna anziana che camminava a passo spedito con un gatto in braccio, gli passasse davanti e si allontanasse direzione Pacifico, quindi puntò una Sebring bianca, la macchina che tra quelle posteggiate si candidava più delle altre a passare inosservata. Si inginocchiò accanto all’auto, all’altezza della fiancata sinistra. Dalla borsa di cuoio calcinato dal sole che portava a tracolla tirò fuori un grosso sasso; si tolse la camicia, l’avvolse intorno alla pietra e con un colpo secco e silenzioso frantumò il vetro del finestrino, quanto gli bastava per infilare una mano all’interno e far scattare la serratura della portiera. A fare il resto ci mise molto meno di un minuto
L’aria che entrava dal finestrino mentre correva sull’interstate con l’azzurro della San Diego Bay a destra e i grattacieli lontani del centro a sinistra era calda già a quell’ora, eppure Liberty sudava freddo e tremava; soltanto il pensiero di quanto fosse vicino il prossimo buco lo manteneva calmo e concentrato sulla strada e sul percorso che lo avrebbe dovuto riportare alla fine sulla spiaggia e da Susan. “Starà tremando anche lei a questo punto” pensò Liberty mentre piegava a sinistra per Mission Bay Drive tra il Pacifico e la laguna, puntando a sud est verso le verticali di cemento dello skyline.
Prima di andare a fare la spesa dallo “Spagnolo” a Balboa Park, fermò la Sebring in Redwood Street e a piedi raggiunse il “Caliph” sulla Quinta.
Dentro era buio come al solito. Due uomini sui cinquanta ballavano piano, stretti stretti, probabilmente seguendo una musica che riuscivano ad immaginare soltanto loro. Si sentivano distintamente lo strisciare dei loro stivali sul pavimento e il fruscio della scopa con cui invece danzava la donna delle pulizie per cancellare le tracce che la notte si era lasciata dietro prima di andare via.
Liberty salutò il barman e si sedette al banco. Prese l’ultimo George Washington stropicciato che gli rimaneva in tasca e chiese una birra. La Bud e Jimmy “il Fungo” arrivarono quasi insieme. Liberty guardò Jimmy, che aveva preso uno sgabello e lo aveva spinto accanto al suo, e poi la birra. Poi di nuovo Jimmy. Alla fine decise per la Bud. Diede un sorso lungo quanto la metà del boccale. Poi mise la mano in tasca. Tirò fuori l’anello che aveva sfilato dall’anulare sinistra di Susan sulla spiaggia solo mezzora prima, e fece lo stesso con la sua fede d’oro. Le dita gli si erano assottigliate, asciugate, come il resto del corpo, e il cerchietto venne via senza alcuna fatica. Strinse le due fedi nella destra e le rovesciò sul banco accanto a quello che restava della birra e davanti a Jimmy.
– Fedi – disse come se fosse un invito, e con un’aria che voleva forse essere solenne.
– Vedo – rispose l’altro
– Quanto si meritano queste, Fungo? – gli chiese.
Jimmy, dopo aver piegato la testa verso il banco per esaminare quello che gli veniva offerto come una specie di tesoro, da una tasca interna della sua giacca lacera tirò fuori un rotolo di dollari di vari tagli tenuti insieme da un elastico. Ne prese alcuni, li contò e li posò sugli anelli.
– Sono la mia e quella di Susie, Jim – disse a quel punto Liberty, fissandolo, e la sua voce era già diversa: aveva qualcosa di commovente e allo stesso tempo meschino – E poi lo sai che consumiamo solo eroina rosa, di quella che arriva dalla Birmania. Che ci faccio con quelli?
– Mi ricordo che mio padre usava una crema da barba fichissima che si chiamava Burma Shave. Però non so se venisse dalla Birmania, dalla Thailandia…o da Disneyland – disse il Fungo e mentre lo diceva rideva, scoprendo una fila di denti guasti che facevano sembrare quelli di Liberty delle perle. Smise di colpo, come aveva iniziato, e subito dopo prelevò dal rotolo altre due banconote, le sbattè sopra le altre, ritirò gli anelli come un croupier, girò i tacchi e si diresse verso l’uscita.
Liberty, i pezzi di carta con le facce dei presidenti in mano, si alzò anche lui e gli gridò dietro.
– Fungo aspetta…Un’ultima cosa.
– Fa presto cazzo. I soldi sono quelli e non ho altro tempo da perdere. Che c’è allora? – rispose Jimmy che si era fermato e voltato verso di lui
– Gli anelli.
– Gli anelli? Quindi?
– Secondo te… li fonderanno insieme..? O no?

*

TTITOLI DI CODA: play & listen

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Il sangue

courtesy of Mario Curci

courtesy of Mario Curci

racconto inedito
di Domenico Caringella


play & listen

Il corteo ha attraversato lentamente la strada maestra, quella che dal molo incastrato nella scogliera percorre il paese, lo taglia in due, e prima di morire sale fino alla ferrovia. Adesso si sta arrampicando sulla collina, verso il bastione di pietra che domina la baia, il “balcone di Dio” come lo chiamano da sempre i pescatori, dove come un faro senza luce la vecchia chiesa gotica vigila sul paese adagiato sotto di lei e sfida la massa d’acqua che miscredente le si apre davanti.
Su un versante del picco la roccia promette uno strapiombo e invece degrada con dolcezza fino a una spiaggia di sabbia scura. Sul declivio, in mezzo all’erba c’è il cimitero. Per tutti è semplicemente il cimitero della vecchia chiesa, è una sua costola, ma io ho sempre pensato a un processo di conquista, una sorta di odiosa annessione e che sia stata lei, la dimora di dio, a trovarlo sulla sua strada e a prenderselo per sé, senza chiedere il permesso a chi già riposava sotto quel pezzo di terra che in un ciclo senza inizio e senza fine il mare inumidisce e il vento asciuga. E tra poco, la terra, la chiesa, le tombe, il vento e il mare si prenderanno il corpo di mio padre.
Mi è bastato uscire sul sagrato dopo la esequie e iniziare la marcia verso l’ultima meta, per capire che questo non è un funerale. Piuttosto è un carosello, una parata. Una festa forse. La metà del paese era nella cattedrale; gli altri si sono uniti dopo, durante il cammino. Ho visto chiudere negozi, sentito le serrande abbassarsi; bambini che giocavano da un secolo lasciare i cortili e continuare a farlo in coda alla fila, che si allungava a perdita d’occhio; le donne uscite finalmente sulla strada, fuori, con i vestiti che avevano indosso, tutte insieme.
E per la prima volta i muri colorati delle case del posto dove sono nato e da cui non mi sono mai allontanato, mi è sembrato che sorridessero della stessa incontrollabile e crudele allegria che stava riscaldando i cuori di tutti, di tutti nessuno escluso.
Io ero in testa alla processione, insieme a mio zio, muto come sempre. A mio zio e al parroco, che ora tace – nemmeno il bisbiglio di una preghiera evocata per abitudine – e stringe il rosario tra le mani come un trofeo o un’arma, con la stessa violenza e la stessa aria di trionfo con cui ha parlato durante il rito, in cattedrale. Le soppeso adesso quelle frasi, mentre procedo accanto a lui e solo adesso riesco a dare loro una misura e una forma. Non è stata un’omelia la sua, né un saluto; è stato togliersi un sassolino dalla scarpa, una spina dal fianco; e ha guardato ognuno dei presenti fisso negli occhi, cercando un cenno di assenso. E ognuno ha risposto a quello sguardo con il suo, lo so, in un unico e lunghissimo respiro. Il respiro che avrebbe tirato per conto suo, da sola, mia madre se ci fosse stata ancora. Non avrebbe pianto una lacrima, proprio come me, per tutto il male che ha provato e visto, ma al contrario mio avrebbe mantenuto intatto il disprezzo, con le spalle dritte e rivolte tutto il tempo alla folla feroce che arranca felice dietro alla bara e alla fine di Malagamba, Malagamba l’usuraio, il giudice senza toga e senza dio, Malagamba il padrone di ogni mattone e di ognuna delle vite e delle morti di questo borgo schiacciato come una noce tra il mare e la roccia.
Sono io che apro la strada, immediatamente dietro al feretro appoggiato sulle spalle di sei uomini infilati in abiti colore della pece e dalle mani guantate di bianco. Se quella non fosse la divisa dell’impresa, penserei che i guanti siano un filtro, un modo per restare immuni e al sicuro dall’uomo che stanno accompagnando, come se gli riuscisse di far paura anche da morto.
Quando siamo arrivati fuori dal centro, allo scalo dove si trova la piccola stazione e da dove parte il largo sentiero che sale sul costone e porta in cima, dove attendono la chiesa e il cimitero sul mare, le case che ci siamo lasciati dietro erano vuote. Il paese si è trasferito qui. E quasi nessuno ora si risparmia l’ascesa sullo sperone di roccia sino alla rupe della chiesa gotica e la scollinata verso il camposanto.
La tomba che ha scelto mio padre è uguale a tutte le altre, ma distante. E’ l’ultima, quella che lui ha fatto scavare nel punto più vicino al mare, quasi sul bordo della scarpata che separa la montagna dalla spiaggia nera. Non gli hanno potuto dire di no, nessuno gliene ha mai potuto dire uno e chi l’ha fatto subito dopo è partito.
Quando calano la bara nella fossa e due dei sei uomini in nero si tolgono i guanti, impugnano le pale e prendono a coprirla di terra, io mi trovo a non essere più il primo, perché piano piano mi faccio risucchiare verso la folla alle mie spalle da una strana forza a cui non mi oppongo in alcun modo. Indietreggiando, mi rendo conto però che non c’è nulla che mi attira indietro, quanto qualcosa davanti a me che mi respinge. Continuo a camminare a ritroso sino a quando rimango da solo. C’è una calca variopinta intorno alla tomba. Sembrano tutti sospesi sul ciglio della scarpata, pronti a rotolare a valle alla nuova frustata del vento, che in questo momento, aderendo a una sorta di tacita congiura, ha smesso improvvisamente di soffiare. E’ quella la vera celebrazione per tutti quanti, Malagamba che finisce sottoterra. Attendono che la tumulazione abbia termine, che venga stesa sul terreno ancora smosso e non perfettamente appiattito la lapide sulla quale sarà semplicemente inciso il nome del morto, per tornare alle proprie case e alle proprie faccende, più leggeri e più sicuri; e più cattivi. I bambini, intanto, continuano i loro giochi rincorrendosi tra le croci sul pendio.
E io guardo il cielo grigio azzurro, il mare, l’ultimo rifugio di Malagamba, annichilito dalla mia mancanza di dolore, eppure con il rammarico di continuare a provare per mio padre qualcosa così tanto distante e differente dall’odio che ha cercato e si è meritato fino all’ultimo minuto della sua strana vita.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

[fiction] – NEGLI OCCHI MAI – Domenico Caringella (post di natàlia castaldi)

please, play:

Mi chiamo Behram.
Al mondo non ho nessuno. Solo le ombre delle persone che ho ucciso con queste mie mani. E da domani il mondo non avrà me. Gli invasori mi impiccheranno, alle dieci.
Dicono che ho ucciso 931 persone. Uomini, donne, vecchi, bambini. Io ne ricordo 125, e ameno altri 150 li ho visti assassinare dai miei compagni. Dettagli.
Domani andrò via insieme al monsone, e Delhi, l’India intera, a sentire loro sarà più pulita, più sicura. Pensano di sapere tutto, o il più, o quanto basta… Io mi arriccio i baffi, di riflesso; mi sistemo il turbante, tolgo le pieghe alle maniche della giacca con le dita. Sono vestito di tutto punto; ma senza il rumal, il fazzoletto cerimoniale con cui strangoliamo la gente, mi sento nudo, incompleto, monco, vulnerabile.
931. Sarebbero stati molto di più se non avessi incrociato il suo sguardo, esattamente una settimana fa.
La strada, il metodo, sono stati quelli usuali. Sono apparso sulla via maestra malconcio, ferito e mi hanno aggregato al convoglio. Questa volta non erano mercanti o pellegrini; erano civili inglesi, diretti a Delhi. Ho modi falsi e amabili e hanno accettato di essere guidati. Dalla tigre.
Nei due giorni successivi li ho contati, analizzati, catalogati uno ad uno, com’è prassi. I criteri delle mie disamine sono la circonferenza e la potenza del collo, l’altezza, la forza apparente, l’indole. Per ciascuno di loro nella mente ho assegnato al mio rumal la forza necessaria per compiere lo strozzamento nel tempo giusto. Il tempo giusto è quello che contemporaneamente riduce al minimo le lungaggini e inibisce i movimenti falsi, quelli produttori di rumore e forieri di smascheramento.
Un Thug sa bene che occorre la sintesi per giungere allo strangolamento perfetto; bisogna far sì che durante l’atto la vittima, il prescelto, il condannato, non perda la speranza di potersi salvare con le sue forze, che senza senso lotti ed in quell’inutile battaglia concentri tutte le sue energie, senza che le sprechi per dimenare le gambe, per urlare, farfugliare.
Uccidere è la mia tendenza, il mio lavoro, e quando ho degli inglesi davanti questa vocazione alla morte inferta si trasforma nella mia personale via per ribellarmi al sistema, alla colonizzazione delle città e delle coscienze a cui stanno procedendo i bianchi. E mi convinco di essere non un assassino, un ladro, ma un guerriero, un guerriero ribelle. Anche se so bene che mi racconto bugie e che alla fine ce la faranno, ci renderanno uguali a loro e l’ultimo passo lo metteremo da soli, con gli strumenti che ci avranno lasciato dopo essere andati via…
In ogni caso, quando uccido chi muore finisce per farlo ad occhi aperti. Quegli occhi che però io intuisco soltanto, perché agisco alle spalle.
Non guardo negli occhi, mai. Mai prima e mai durante.
Quando in quel convoglio, l’ultimo, mi imbattei in quegli occhi chiari, acquosi e realizzai dopo, al calar del sole, che di lei restavano solo quelli e non la misura del suo collo, non la sua statura, la sua forza, ebbi una vertigine e capii che forse stava finendo tutto.
Elizabeth Davenport fu l’ultima di quei 14 sventurati che strangolai quella notte, l’ultima a cui strinsi il mio rumal azzurro intorno al collo. L’unica persona che in tutta la mia vita abbia mai guardato negli occhi mentre l’ammazzavo.
L’unica che abbia mai amato.
Dopo, restai a guardarla, per ore; sino a quando i sepoys vennero a prendermi nella valle di lacrime dove li attendevo.
Per i sudditi di Sua Maestà è il 1840. Domattina alle dieci mi impiccheranno all’ombra del minareto Qutub, davanti alla folla.
Mi chiamo Behram.
Hanno detto che ho ucciso 931 uomini.
Sono un Thug.
Mi hanno guidato la Dea, Kali, Bhavani, il denaro, la cattiveria, l’impulso.
Domani è al mio collo che toccherà, infine.
E morirò sotto la pioggia; morirò innamorato.

La folla – fictions – Domenico Caringella (post di Natàlia Castaldi)

Soundtrack:

(La foule, Edith Piaf)

***


Librairie

La prima volta era stata la pioggia arbitraria e battente a spingerla dentro la Librairie du Temple, nel cuore del Marais, in una giornata di febbraio che sino ad un minuto prima le era sembrata incongruentemente primaverile e subito dopo si era rivelata un’illusione.

In tutte le occasioni successive, l’unico motivo sarebbe stato la vecchia donna con l’impermeabile rosso, indossato senza far caso alla stagione, e le scarpe da tennis consumate dai marciapiedi e dall’asfalto; e quella voce inconfondibile scolpita nel catrame, che senza logica improvvisamente degradava al carezzevole. Virginie con il tempo aveva imparato le sue abitudini e sapeva quando trovarla. Il giorno, gli orari.

Quella prima mattina di pioggia era entrata nella libreria a testa bassa, con ancora la copia del Figaro a coprirle il capo, aperta alla pagina degli annunci di lavoro fradicia e illeggibile. Si era data una breve scossa ai capelli castani liberandoli di cento minuscole gocce. Quando si era rialzata, aveva notato subito il capannello di persone radunato in fondo al locale intorno a qualcosa o a qualcuno. La voce dai due toni e dal timbro mutevole che si librava sopra le teste della piccola folla le aveva fornito le coordinate. Così era avanzata verso il fondo della sala. La libraia, dietro la cassa, l’aveva guardata e le aveva chiesto con aria divertita se quella fosse la prima volta che capitava da quelle parti. Virginie aveva accennato un sì e aveva continuato. Lo spazio era talmente ristretto e le persone così addossate l’una all’altra, che le sarebbe risultato impossibile guardare oltre, se un signore vestito dello stesso bianco dei suoi capelli e dei baffi che facevano da tetto ad un sorriso, non si fosse scostato e le avesse ceduto il posto, per antica cortesia o semplicemente riconoscendo un nuovo arrivo.

La vecchia aveva un libro in mano, aperto nel mezzo, e leggeva. Meglio, declamava. Le parole uscivano precise, dense e avevano una forma propria, valevano per quello che erano e non per quello che dicevano, così sembrò a Virginie praticamente subito. Solo in un secondo momento lo sguardo le cadde sulla copertina e si accorse che si trattava di un manuale di giardinaggio. Le venne da ridere, e lo fece, anche se non era sua intenzione perché guardando la vecchia, aveva più di un motivo per non farlo. Dei presenti, invece, pochi sorridevano; quasi nessuno. Erano assorti. Attenti. E davano l’impressione di non essere davanti ad una sorpresa, ma di intervenire ad una replica piuttosto.
La vecchia in rosso scandiva ogni parola, ogni frase e riusciva a guardare tutti senza guardare nessuno. Era come se vedesse qualcosa che agli altri fosse impedito di vedere, come se vi fosse un altro uditorio, nascosto, di ombre, di fantasmi; di pensieri. A Virginie parve però, che gli occhi della signora per un brevissimo attimo si fossero soffermati su di lei e fossero entrati nei suoi.

“Orchidee” fu l’ultima parola che pronunziò, e lo fece con una specie ruggito, di strappo. Chiuse il libro, lo consegnò ad un ragazzino che gli stava davanti, il primo della fila. La piccola calca si aprì per lasciarla passare. La vecchia, come se nulla fosse iniziò a ballare tra gli scaffali, lasciandosi portare da un compagno immaginario, canticchiando forse con intenzione forse per una strana coincidenza, il valzer dei fiori di Tchaikovski. Quando passò volteggiando davanti alla cassa, la libraia la salutò in yiddish chiamandola Marie. Un vecchio commesso la aspettava all’uscita tenendole la porta spalancata. Virginie la seguì e uscendo notò la vecchia voltare l’angolo con Rue des Rosiers e dileguarsi.

Virginie, quella mattina comprò dalla Librairie du Temple il Trattato di giardinaggio di Clermont-Lagrange e più tardi, prima di affrontare le otto rampe e guadagnare la sua mansarda, acquistò un’orchidea da una fioraia ambulante per il vaso che centrava la sua tavola.

Virginie tornò spesso nella libreria del vecchio quartiere ebraico, solo per vedere la vecchia che chiamavano Marie la matta, ascoltarla mentre leggeva il libro prescelto e seguirla fino all’uscita mentre ballava un brano a tema, sino a quando scompariva nella folla. Così, capitava che alla lettura di un baedeker sull’Olanda, seguisse una marcetta su Amsterdam di Brel; a quella dell’elenco delle barche partecipanti alla prima Fastnet ,amministrata come una liturgia, La Mer di Charles Trenet; e che alla descrizione dei fotogrammi su un saggio sul cinema di Marcel Carnè, la voce a due piani intonasse La chanson de Prevert di Gainsbourg.

Virginie si ritrovò giorno dopo giorno a riempire gli scaffali semivuoti della piccola libreria del suo soggiorno di libri forestieri e i ripiani di oggetti inutili, e a cantare e ricordare canzoni e arie che già conosceva e la riportavano indietro a quando era felice, o era convinta di esserlo. Le mattine, cominciò a soprenderla, davanti allo specchio, un sorriso che da troppo tempo disertava il suo viso.

Il pomeriggio del primo giorno dell’estate Virginie, scese i quattro piani senza sapere bene il perché. Il sole perforava le nuvole pigre ed inconsistenti e le riscaldava le spalle e i capelli. Mentre camminava riconobbe il tragitto. Accorgersi che la libreria e la vecchia la chiamavano senza che lei se ne rendesse conto la spaventò e la fece sentire viva come non accadeva da tempo, da anni forse. Guardò i caratteri ebraici dipinti accanto alla porta senza riuscire a leggerli ed entrò.

Era un mercoledì, eppure la vecchia e il suo impermeabile rosso erano lì, al solito posto. Non c’era nessuno tranne loro

Lhasa

due e la signora Wolcowitz, la proprietaria. La vecchia aveva appena scelto un libro, dalla copertina scolorita, una vecchia edizione Gallimard de Lo Straniero di Camus. Virginie ascoltò la descrizione della morte della madre di Meursault come un fedele il vangelo e si trovò a cantare a voce bassa, insieme alla donna – che contemporaneamente era impegnata in una delle sue danze bizzarre e senza grazia – L’Etranger della Piaf.

L’impermeabile rosso, mentre scompariva dietro la porta, ebbe uno strano sbalzo, come se una folata di vento lo avesse spostato. A Virginie dovette sembrare la coda di una cometa. Corse verso l’uscita. Si gettò sulla strada e svoltò immediatamentre l’angolo di Rue des Rosiers, appena in tempo per rivedere finalmente sua madre che si voltava e per un lungo istante la guardava negli occhi sorridendo, come in un giugno di tanti anni prima, la campagna spoglia e immobile, i capelli sul viso, prima di andare via.

***

Titoli di coda:

(Alone, Alone and  Alone, Blue Mitchell)

____________

Potete trovare l’elenco di tutti i racconti di Domenico Caringella presenti su Poetarum Silva, QUI

anche su ScrittoriPrecari

[racconti inediti] Il commento – di Domenico Caringella (post di Natàlia Castaldi)

Le lezioni di piano erano le uniche carezze che sua madre continuava a dargli ogni tanto. Quelle che lei aveva fatto in tempo a regalargli da bambino, prima di scappare con il tizio che aveva bussato alla porta una mattina per vendere saponette e che aveva finito per lavare via da casa sua una buona parte di quello che la manteneva in piedi e scolorire suo padre.

Non si aspettava che l’indirizzo sull’inserzione potesse corrispondere ad un anomimo bistrò. Il ragazzo ricontrollò due, tre volte; e due, tre volte si fece indietro per leggere la targa con il nome della strada. Solo allora entrò.

Al bancone, chiese a voce alta di mr. Evans. Gli rispose il braccio alzato di un uomo seduto ad un tavolino, in un angolo, che rimase così, tendente al soffitto o più su al cielo, senza alzare gli occhi dal fascio di fogli che gli stavano sparsi davanti. Quando fu di fronte a lui, quello abbassò il braccio trasformando il gesto di richiamo in un invito ad accomodarsi. Fermò le carte posandoci sopra un bicchiere mezzo pieno di birra scura, si rimboccò le maniche della camicia bianca fin sopra i gomiti ed iniziò a parlargli.

Dell’annuncio. Della novità; di quella nuova rappresentazione della realtà, di cui si sentiva parlare.

E del suo ruolo, di come avessero bisogno di qualcuno che accompagnasse gli altri per mano dentro la storia, nel dolore, nella gioia.

Le parole arrivavano addosso al giovane senza scalfirlo; ascoltò con sufficiente attenzione solo la parte che riguardava la paga, che gli avrebbe evitato la strada e l’abbandono incodizionato e pericoloso alla sorte. Evans sollevò il bicchiere, scelse tra le carte uno spartito e glielo diede. Mentre gli porgeva il foglio, con lo sguardo gli indicò un vecchio pianoforte verticale addossato alla parete, che non aveva notato quando era entrato. Si era subito abituato a quel linguaggio che oscillava senza preavviso dalla parlata fluviale alla gestualità di un mimo, così non attese, si sedette al piano, stese lo spartito sul leggio dalla vernice scrostata e accarezzò i tasti consumati. Suonò per molto meno di un minuto. L’uomo in maniche di camicia e dallo sguardo aperto e lontano del pionere, lo interruppe mettendogli una mano sulla spalla e stringendogli con l’altra il braccio. Quando si alzò, gli offrì un paio di banconote accartocciate ed un foglio con l’indirizzo del posto dove lo aspettavano il pomeriggio seguente.

Quella sera diede una delle banconote al padrone di casa, e l’altra la divise tra la vecchia del mercato, una camicia nuova con il colletto alla moda e una puttana dagli occhi dolci.

Arrivò in anticipo all’appuntamento. L’ingresso principale era sbarrato. Fece un giro intorno allo stabile e trovò un’entrata secondaria sul retro. La porta era socchiusa. Dentro c’èra odore di legno stagionato, polvere e cipolla. Il posto era buio. Si distinguevano appena il pavimento di assi e le pareti. Si diresse verso una luce in fondo, che scivolava sotto a una tenda rossa e pesante. La scostò e si trovò in una grande sala, male illuminata e vuota. Solo un pianoforte a coda, incongruo, in mezzo alla stanza, una cattedrale nel deserto che sembrò chiamarlo, muta. Quando fu davanti allo strumento, lesse la scritta Weser Bros. New York – 1879  in caratteri dorati e rotondi sul mogano e notò che lo spartito sul leggio era lo stesso che Evans gli aveva consegnato al caffè il giorno prima. Si sedette e si limitò a spingere qualche tasto. La voce gli piacque. Sorrise. Ne sentì un’altra alle sue spalle. La riconobbe, prima di voltarsi, per quella del tizio del caffè; e riconobbe come una bilancia il peso della sua mano sulla spalla. Aveva le stesse maniche della stessa camicia arrotolate e il medesimo incanto sul viso, sugli occhi che tendevano a distrarsi e a fissarsi su qualcosa di vago, di spostato. Non era spaesamento, poteva trattarsi di prospettiva e speranza, piuttosto. Questo gli venne da pensare. Si parlarono brevemente.

Quando il buio fu pressoché totale, nella sala si sentirono le voci degli altri, del gregge, alle sue spalle.

Evans gli aveva dato istruzioni precise e semplici sul quando iniziare a suonare. Ma il bambino che si materializzò improvvisamente davanti a lui, come un inganno e una sospresa, lo condusse altrove. Aveva gli occhi tristi e non del tutto consapevoli. Il viso, che era esangue ed opaco, eppure gli sembrò vivo e palpitante. 

Fu il guardarsi allo specchio, più del ritardo sulla tabella di marcia che gli era stata data e dei gesti di disappunto che dall’angolo opposto a quello dove si trovava lui, che gli lanciava l’uomo del bistrò, a fargli posare il primo dito sui tasti del pianoforte e in sequenza, a cascata, gli altri, secondo il sentiero tracciato sullo spartito.

(play  here)

La melodia e l’armonia di quel brano, che la notte prima aveva solo canticchiato leggendo le note e che gli suonava ancora sconosciuto, gli piacquero da subito; questo lo aiutò a procedere senza fermarsi e senza farsi fermare dal ragazzino triste e dalle persone che un minuto dopo l’altro si facevano incontro al bambino. Alcuni restavano per più di un attimo o di un minuto; altri sparivano così come erano apparsi, per tornare o svanire, fino ad essere dimenticati, soppiantati da quello che succedeva dopo. Mentre suonava, amò, odiò, condivise, sussultò. L’uomo che schiaffeggiò senza pietà il bambino, senza che nessuno dei presenti pensasse di intervenire, la donna che gli parlò severa e quella che gli volse le spalle con inspegabile indifferenza, quella che dopo averlo abbracciato piangendo e poi ridendo lo prese per mano e lo portò definitivamente fuori dalla sala, verso una luce che sembrava il sole, per il pianista divennero volti che si impressero con una forza quasi violenta nella sua mente. Più di una volta si scoprì a pensare ad un prodigio, altre ad un romanzo di Dickens, per concludere che era una parte della sua vita ad essergli passata davanti.

Aveva smesso di suonare da qualche minuto quando si accorse di essere rimasto da solo nella sala. O quasi. Perchè Evans lo raggiunse al pianoforte. Sorridendo gli mise in una tasca della giacca altre due banconote che aveva tirato fuori dalla sua, che aveva indosso adesso. Si scambiarono alcune parole. Evans, poi, prima di lasciarlo, gli disse che lo aspettava martedì. E che sì, poteva restare lì ancora un po’ se voleva.

Quando il ragazzo fu davvero solo, chiuse gli occhi e riprese a suonare. Eseguì esattamente lo stesso tema di poco prima e ripensò ad ogni singolo volto,  ad ognuna delle immagini mute che lo avevano portato via, lontano, da qualche parte, mentre era seduto al pianoforte e a cui lui aveva tentato di dare una voce.

Quando uscì dal cinema era buio, il vento si inventava piccoli turbini di foglie e cartacce e l’aria si era fatta più fresca.

Domenico Caringella

[racconti inediti] Il lago – Domenico Caringella (post di natàlia castaldi)

PLAY:

***

IL LAGO

Georgia O’Keeffe – From the lake I

L’ho sempre saputo che mi tenevano d’occhio.

I federali e la DEA per il processo sul carico di coca, e il giudice di sorveglianza per la vecchia storia delle molestie a Judith e le botte al testa di cazzo che dormiva nella casa stile olandese, si allenava a golf sul campo dietro il boschetto di hickory risparmiato con mirata misericordia dalle ruspe, e che probabilmente si sfidava a qualche giochino scemo per decidere quale tra i sette bagni usare per la doccia. Tutta roba sporca, di neve e sangue, e tutta roba mia, Judith, la casa che gioca a specchiarsi nel lago, il campo, le mazze, il boschetto, le ruspe e i cessi in marmo. E pure la misericordia, anche se quella è diventata merce rara dalle mie parti, quaggiù nell’anima mia. Rancore e disincanto, ormai vado avanti con questo. Un carburante dal mercato incerto. In questo momento i prezzi sono alle stelle. Per quanto mi riguarda.

Vedere l’FBI già a quell’ora e anche quella mattina, non mi ha sorpreso. L’alba, lei sì lo aveva fatto, come sempre, qualche minuto prima, mentre risalivo ancora Ridge Road, accendendo di azzurro e cobalto il lago che nel buio della notte si intuiva soltanto.

Ho riconosciuto subito le due figure che sul molo dello Yacht Club misurano la passerella con le loro belle scarpe certamente nere, lucide, con le stringhe annodate e infiocchettate alla perfezione e che ricadevano simmetriche sulla pelle di vitello lucente ad un centimetro esatto dalla suola. Ho sorriso, semplicemente e smetto solo quando la distanza gli avrebbe permesso di notarlo. Me li tengo buoni.

Sono persone di Legge, gente che recita a se stessa la parte a menadito e che monta gli occhiali scuri al primo raggio di sole utile della giornata e li usa come un prisma. E’ per quello che hanno uno strano sguardo, una rifrazione sempre uguale e che li rende fungibili tra loro. Le facce non le guardo; e nemmeno mi ricordo i nomi. Jim, Slim, O’Beam, non cambia un cazzo.

Quando arrivo davanti al “Georgina”, che è rimasto tutto mio soltanto perchè è intestato a mia cugina che sopravvive grazie alla santissima droga – perchè gliel’ho comprato io il polmone d’acciaio – mostrano il tesserino e fanno la tiritera. Mattiniero. Hai sognato che ti mordevano il culo e sei saltato giù dal letto, comincia a chiedere uno.

Non sogno più, rispondo io.

Dove vai di bello così presto, chiede l’altro.

A pesca, dico io.

E che canna usi, dice l’altro.

Solo canne a mosca, faccio con tono scolastico.

Salgono a bordo. Il Georgina non è grande, ci mettono poco. Di diverso dalle altre volte trovano solo una canna nuova di zecca e la solita attrezzatura da sub. Mentre avvio il motore e mi stacco da terra, mi salutano facendo bang con una mano. Il sole mi bacia, io non contraccambio. Capirà. Al vecchio che incrocio sulla piccola barca a vela, che è vivo e parla, lo saluto invece. E lui lo fa con me. Sorride. Sorrido.

Harris Bay si allontana lentamente, mi lascio il banco di sabbia sulla sinistra. Quando ormai ci sono in mezzo, e il George Lake mi sembra proprio il blu del sogno che non faccio più da anni, mi metto a pensare. In realtà mi sforzo di farlo, diventa un esercizio estetico, è solo retorica, come se questo, la vita, fosse un film e da qualche parte se ne stesse seduto un pubblico, fatto di tanti me stesso, di proiezioni della mia personcina disturbata e che fa finta di essere infelice solo perchè essere felici, nella mia condizione, non sta bene, non è opportuno. Sono incazzato, ecco, e senza scopi alti e degni, come al solito. Tutto qui.

Il lago lo conosco a memoria, come quello che mi frulla in testa e come quello che serve a far funzionare il frullatore. All’altezza di Pilot Knob punto verso un punto ben preciso. Quando raggiungo la piccola secca mi basterà individuare la piccola boa verde. C’è abbastanza luce e ci impiego meno di un minuto. Fermo il motore esattamente accanto al galleggiante. Mi spoglio. Reprimo un brivido per il freddo notturno che non ha ancora tolto il disturbo. Indosso la muta, controllo l’indicatore del miscelatore e mi tuffo. Spilli gelidi mi danno un calcio in culo che a me sembra un benvenuto. Mi immergo. Il fagotto zavorrato, del colore del fondale, è a qualche metro dal blocchetto di cemento a cui è assicurata la catena della boa. Lo prendo e risalgo, senza fretta. Mi libero solo della bombola e delle pinne. Rimetto in moto e dirigo verso la riva.

Quando sono abbastanza sottocosta apro il fagotto. Con quello che estraggo dalla tela impermeabile cerco Judith. La trovo, un miglio lontano, sulla terrazza al primo piano della casa. Ha una tazza in mano, la porta alla bocca due, tre volte. Il vento le agita i capelli colore del grano. Quanto è bella. Quanto è cattiva. E quanto abbiamo sbagliato noi due. Soprattutto tu, penso. Tutto quello che ha lei lo sa bene da dove arriva, ma non se ne farà un problema in aula, ne sono certo. Albert starà ancora dormendo adesso, è troppo presto, e oggi comunque non ha scuola.

Un minuto dopo sono in plancia, manovro verso Harris Bay. Al galleggiante verde mi fermo di nuovo. Riporto il fagotto sott’acqua, per adagiarlo nella fanghiglia del fondale. Prima di risalire a bordo slego la catenella agganciata al blocco di pietra e lancio sulla barca la boa.

Mentre bevo l’aria fresca che mi viene incontro, telefono al mio avvocato. A questo punto il processo ce l’abbiamo in tasca, mi dice alla fine, utilizzando il nostro codice.

Al posto dove venivo da piccolo con mio padre, arresto le eliche. In rapida sequenza, rivedo Judith che cade dal balcone, il fucile ed il mirino telescopico che riposano in fondo al lago, e una bella fetta di vita che muore. Tiro fuori la canna. Sono uscito a pesca dopotutto.

Domenico Caringella

[Racconti inediti] – MOTHERFUCKERS – di Domenico Caringella (post di natàlia castaldi)

PLAY IT:

Robert avrebbe voluto essere altrove.

Non sulla vecchia Triumph verde bottiglia che Sammy Joe aveva rubato quella mattina nel parcheggio davanti al vecchio stadio del Wednesday e che adesso fuggiva sbilenca come un ubriaco, schiacciata tra il bianco della neve che aveva ricominciato a foderare l’asfalto del boulevard, ed il rosso del sole che moriva e dei semafori sbeffeggiati dalla loro corsa obbligata.

Non su quell’auto del cazzo. E non con quelle sirene, quelle dell’allarme della banca che si allontanavano e tutte le altre che si inseguivano come in un passaparola, che gli toglievano il respiro e non lo facevano pensare. Sirene con coda e tette avrebbe voluto; e cera da stivarsi nelle orecchie per non sentirle.

La scia di terrore che si erano lasciati dietro e la donna che mischiava le lacrime al sangue mentre gli tendeva il braccio, quello sano, per offrirgli le chiavi del paradiso, le aveva accettate senza rimpianto già un minuto dopo aver sparato. Erano un corollario. Sapeva da prima che sarebbe stato quasi impossibile evitarle.

Era al sacco dell’immondizia ripieno delle sterline delle pensioni, dei profitti dei padroni e degli stipendi degli operai dell’acciaieria che aveva consumato pure i contabili come suo padre, che non riusciva ancora ad abituarsi. Ce ne avrebbe messo. Bruciava, il sacco; trapassava la lana dei guanti e gli scavava la carne. Aveva le stimmate ora.

Le sirene si calmarono. Una strada secondaria; un’altra, vuota. Che cazzo di città. Era morta quella città. Che schifo. Che fortuna.

– Lasciami qui Sammy Joe. I soldi tienili tu. Stasera al garage, sì. Me la vedo io. Ci vado io, là. Vola, cazzo. Vola.

La frenata e Sammy che ripartiva lasciarono due solchi sul bianco uniforme della strada. I piedi di Robert piccoli fossi, che la neve riempì subito dopo.

Altri trecento metri. L’ospedale. Nessuno dietro. Sirene, dalla voce ovattata, e basta. Per il resto brancolavano, i coglioni.

Il cervello gli rimandò a colori e in alta definizione il corto lungo 200 secondi in banca, un attimo prima della chiusura. Sceneggiatura di Robert Moore. I passamontagna neri. I fucili sotto i giubbotti. La testa della guardia giurata semifracassata. I clienti che fanno a gara a cagarsi sotto. I cassieri che indicano con gli occhi, le mani, tutto il corpo, la collega con la camicetta di seta viola sotto il tailleur grigio d’ordinanza, dozzinale ma tenuto bene. La collega che non ne vuole sapere di aprirgli la cassa. Sammy Joe che esita. Lui, Robert, che si limita a premere il grilletto, perché sa da una vita che le chiavi ce le ha lei, solo lei, perché non sarà quella stronza a fargli sforare i 200 secondi di pellicola a disposizione, perché quei soldi servono soprattutto ad una cosa. Il tailleur che non sarà più tenuto bene, la camicia viola che si tinge di rosso e che va a puttane anche lei, come il braccio. I soldi nel sacco. E fuori. 200 secondi netti. La merdosa Triumph. Via.

Robert era al pronto soccorso da tre minuti quando ritornarono le sirene. L’ambulanza frenò sul piazzale e Betty Coltrane, i suoi cinquant’anni più venti di paura e di dolore, fece il suo ingresso in lettiga, flebo e medici al seguito. In perfetto orario.

Mentre la lettiga correva, Robert le tenne la mano. No, non preoccuparti per noi. Non preoccuparti del braccio. Non serve più. Hai chiuso con il lavoro, te l’assicuro, non chiedermi perché. Sì che ce la farai. La casa non te la portano più via, non piangerti addosso, non pensare all’asta, a quella ci penso io. Ci ho pensato io. Bastano e avanzano. Anche per un tailleur nuovo, sì. Non pensare a niente. Ti ricuciono a puntino. La camicia viola è andata, beh?. E’ una fortuna che sei viva. Io sarò qui fuori ad aspettare. Certo che ci sarà anche Sammy Joe. Adesso arriva. Non sforzarti. Ferma, chiudi gli occhi. Sì, ti voglio bene anche io, mamma.

Domenico Caringella

( https://poetarumsilva.wordpress.com/?s=domenico+caringella )

 

[Racconti inediti] STOLZ – di Domenico Caringella (post di natàlia castaldi)

Play it:

then read:

Stolz si liberò delle figure vuote dell’ultimo incubo della mattina e si svegliò. Le lettere, che non conosceva e non sapeva leggere e che nella visione lo avevano circondato, sparirono; il fracasso industriale dei suoi sogni ci mise più tempo ad abbandonarlo.
Quando lo benedisse il silenzio della camerata vuota e di quella accanto, tutti quelli del suo Gruppo erano già al lavoro.
Ogni Gruppo aveva una gestione autonoma della sorveglianza, dell’organizzazione del lavoro, dei giudizi per i crimini commessi dai membri comuni, della redazione del resoconto settimanale sull’applicazione del documento di Pianificazione Generale Trimestrale (il Piano), approvato dal Comitato Centrale per la Salute. Della manutenzione della serra.
Le nuvole ogni giorno si sbarazzavano in abbondanza di un’acqua color fumo, che il depuratore centrale restituiva di una tonalità delicata di grigio e con un sentore di ruggine che agli ultimi arrivati aveva finito per piacere. E avevano scatolette per mesi, anni, forse. Anche se il problema del cibo lo avevano poi risolto con le serre. Girava tutto intorno a quello: alla loro sopravvivenza e alla differenza con gli altri là fuori.
Erano i bambini il problema, i propri, quelli degli altri. Rischiavano di rimettere tutto in discussione. Ecco perché c’era la Caccia; certi appetiti il cibo della serra non riusciva a placarli.
Stolz, i suoi, non ricordavano quando quelli che erano i ricercatori si erano trasformati in cacciatori e i possessori in prede.

Il Comitato ne addestrava uno o due per ogni Gruppo, prima di mandarli nei quartieri a fare razzia. La Caccia aveva una funzione duplice: acquisire/togliere.
Stolz consumò la solita colazione sintetica, che gli servì a rafforzare il suo approccio chimico alla vita, si rifornì in armeria ed uscì dalla porta est della fabbrica, passando davanti a quella cattedrale abbandonata che erano i vecchi altiforni.
Gli addetti al Vallo gli aprirono i cancelli senza salutarlo, senza guardarlo. Già sulla strada a 4 corsie che portava ai quartieri dovette togliersi il giubbotto e legarselo in vita. In città la temperatura sfiorava i 35 gradi, dando almeno un senso all’andatura trascinata, grottesca, che tutti laggiù sembravano avere. Gli indumenti laceri che indossava servivano a mimetizzarlo tra la gente. A tradirlo poteva essere il suo modo naturale di camminare a testa alta, gli stivali di cuoio, e soprattutto gli occhi, iniettati di sangue. Era per quello che li teneva bassi.
Attraversò il ponte ed entrò nella sua zona di caccia preferita. Era lì che le sue battute ottenevano i risultati più soddisfacenti e che quello che cercava era ancora reperibile.
Scartò una dozzina di palazzi già visitati durante quell’anno e di cui conosceva con precisione la faccia, la pianta, gli occupanti, le stanze, le riserve.
Dei bambini che giocavano in un cortile alla guerra nella variante della “dolce apocalisse” con dei bastoni di legno marcio ed un piccolo secchio pieno d’acqua torbida, attirarono la sua attenzione. Quando rientrarono nella palazzina consunta dai miasmi del fiume e dai monsoni, Stolz attese una decina di minuti prima di seguirli. Seppe da subito che era nel posto giusto, perché in un angolo dell’androne vide un ammasso di quello che cercava. Lo esaminò con la punta dello stivale. Era putrido, inservibile.
Impegnò la rampa di scale. Al primo piano gli arrivò l’eco di una specie di discussione tra due vecchi. Gridavano, ma ognuno lo faceva per conto suo, e senza passione. I paradossi non gli interessavano manco per il cazzo. Proseguì. Fu al terzo piano che sentì la voce di un bambino, cadenzata, espressiva, dietro una delle tre porte che si aprivano sul pianerottolo. Per un istante smise di respirare. Poi il cuore cominciò a battere più veloce. Tirò fuori dalla sacca una piccola bottiglia e diede un sorso di smoka per riprendere il controllo; o per perderlo forse.
Bastò un calcio per spalancare la porta. Nello stanzone c’erano i bambini che aveva visto poco prima in cortile. Uno era in piedi, al centro. Gli altri erano seduti su un materasso, per terra e lo ascoltavano in silenzio.
Stolz, sapeva che quei bambini erano uguali ai suoi, a quelli della fabbrica, e che non sarebbero bastati i prodotti della serra a convincerli. Avevano quella strana fame. Il bambino al centro si strinse a sé, guardandolo fisso.
Stolz tirò fuori il coltello e fece il lavoro in molto meno di un minuto.
Portò via la preda e la trascinò fino ai cancelli senza che nessuno lo degnasse di un vero sguardo.
Consegnò tutto al responsabile, al vecchio Kaminski, tra i monoliti del vecchio museo, per la registrazione e l’accredito. Poi raggiunse il reparto della fabbrica assegnato al suo Gruppo; dentro la camerata, si tolse gli stivali, li ripulì dal sangue e dal fango con uno straccio e si mise a dormire.

Il responsabile portò la preda nella saletta accanto al refettorio. I ragazzi e i bambini del Gruppo erano tutti presenti, o quasi. Avevano fame, glielo si leggeva negli occhi, un miscuglio di gratitudine e minaccia.
– Ecco – gridò mostrando a tutti il frutto della caccia di quel giorno, prima di dare, subito dopo, il via alla consumazione del pasto.
Kaminski aprì la preda alla prima pagina e cominciò a leggerla. “Chiamatemi Ismaele” disse la sua voce profonda nel silenzio. E continuò a leggere, pensando a quanto fosse grasso e durevole quel frutto, e a che buon sapore avesse.

Domenico Caringella

Racconti inediti: Il rapimento di Lalo Schifrin – Domenico Caringella (post di natàlia castaldi)

Before you read, please play:

Rapire il maestro Lalo Schifrin non fu la cosa più facile del mondo. Ma l’uomo che poteva farlo, farlo in quel modo, ero io. Dieci anni nel Mossad avevano affinato tutti i miei sensi, tranne quello del dovere. E così, dopo aver incontrato Selima che vendeva saponette colorate all’angolo di una stradina della parte vecchia di Nablus, ero uscito dai Servizi. Da noi, mai innamorarsi del nemico…
Salvata la pelle mi misi sul mercato come sicario free lance, non sapevo fare altro. O meglio, sapevo, so, fare tutto, ma con un’inclinazione anomala… Ecco, tanto per spiegarmi, se c’è da riparare qualcosa non sono la persona giusta. Allagamenti, incendi, esplosioni, fratture microscopiche ma letali, questo è ciò che mi compete.
Ok. 11 Maggio 1966, ore 15,50; Praga. Squilla il telefono della mia stanza al Bohemia, a due passi dalla Torre delle Polveri. E’ un tale Sandor, voce metallica, dice di chiamare per conto di Hollywood. Non capisco all’inizio. Mi spiega che è delle majors del cinema che sta parlando. Beh, è tutto vero.
La sera dopo sono nella città degli angeli, ancora indenne dal jet-lag; la voce metallica in giubbotto di pelle e occhiali canna di fucile mi accompagna in una stanza. Immensa. Dall’anfiteatro di fronte a me, nella penombra mi arriva la voce di un vecchio.
Hanno bisogno di musica, ne hanno un bisogno urgente. E hanno finito i dollari. Missione: rapire il migliore in circolazione. Il migliore è Boris “Lalo” Schifrin. Argentino, 34 anni. Debolezze, le solite; più una: il River Plate. Schifrin fa sempre di tutto per tornare a Baires per il Superclasico contro il Boca.
Ed è lì che punto tutto quello che ho in tasca, sul River. Quell’anno i Millonarios sono in finale alla Libertadores, contro il Penarol di Montevideo. Spareggio a Santiago del Chile. E’ al centro di questo triangolo magico che tanto sarebbe piaciuto a Simon Bolivar, che mi inserisco col tempismo perfetto che mi appartiene.
Il 20 maggio all’Estadio Nacional di Santiago, il River Plate perde 4 a 2 il barrage con i gialloneri uruguagi e il mondo, quello esterno, e Lalo Schifrin si perdono reciprocamente di vista. Per due anni.

In un profondo ed ampio scantinato, a due passi dagli studios e ad altri due dalla falda acquifera della Mesa, alla luce delle fotoelettriche, con il miraggio di una imminente liberazione, ammansito da tabacco per pipa, Qualude e caviale beluga servito direttamente sui corpi perfetti di dive famose rese irriconoscibili dietro maschere di scimmia, Lalo fa la spola tra il letto a sei piazze sistemato in un angolo e lo Steinway a coda inchiodato al pavimento, al centro esatto della stanza e di quello a cui si riduce il suo mondo.
Sfiora la pazzia, frequenta la paranoia, sogna e risogna le sessioni con Berenboim, Karalis, Paz; per alcuni giorni crede di reincarnarsi in Ravel… E durante tutto questo sforna musica da sogno.
Ma al grande vecchio e ai suoi arconti non basta mai. Non bastano le orchestrazioni cesellate per “La volpe” e le partiture di “President’s analyst”. Nemmeno i commenti perfetti alle gesta di Paul Newman in “Nick Mano Fredda”. I film escono, Schifrin no. E’ solo evocato dalle locandine.
Poi, alla prima di “Bullit” mi presentano Steve McQueen (un gentile cadeau dei miei mandanti, extracompenso) e nello strano anfiteatro mi comunicano che l’esilio è terminato. Subito dopo sono da Lalo, siringa in mano; lo narcotizzo; guido fino al confine. In una pista nel deserto, poco fuori Tijuana c’è un jet privato che ci aspetta a motori accesi.
Lalo Schifrin si risveglia la mattina dopo su una panchina, davanti all’Estadio Nacional di Santiago. E’ il 1968.
Ho saputo che il tempo, il successo, hanno relegato i due anni trascorsi in quel buco dorato in un recesso inaccessibile della sua mente; quello che non ha mai dimenticato, invece, e che gli regala ogni volta uno spasmo di muto dolore, come una spina in un fianco, è quel pomeriggio del 1966 prima di sparire, è il suo River che perde 4-2, che perde la coppa.
Io ricominciai a rapire musicisti a pagamento. Non sapevo fare altro. O meglio, sapevo, so, fare tutto, ma con un’inclinazione anomala…

Domenico Caringella

————

articoli correlati:

Il Nobel e il suonatore di cucchiaini – Domenico Caringella