documentario

Vita di poeta, in presa diretta

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Che possibilità ha di riuscire un documentario su un poeta? Anzi, su un processo creativo, quello poetico, così difficile da raccontare? Come dar conto, in definitiva, di quel «pozzo di lavoro con attorno / un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola»?[1]
Gira tra queste domande, nell’esporle, una tensione; sembra quasi di doversi muovere, qui in mezzo, con imbarazzo. D’altronde la poesia stessa è un dubbio, enorme. Può essere una luce che ci guida, certo, e il poeta essere un esempio, e se è vero e grande addirittura un maestro. Oppure no, sarà tutto un vuoto la poesia e una delusione il poeta.
Comunque, si diceva: documentare. Ecco, ma cosa esattamente? Da dove partire, dove arrivare? Quante volte ci siamo detti: come arriva una poesia? Come si accende quella fiaccola segreta che avrebbe nome poesia? Le domande si moltiplicano, niente di più facile, e una risposta, forse la risposta valida per tutte, potrebbe essere questa: tutto sta nel cercare, della poesia, l’origine, o almeno fiutarne il segreto.
Già Wisława Szymborska, con incantevole ironia, una volta mise in guardia dai pericoli insiti in un’operazione simile, e non lo fece in una sede qualunque ma all’Accademia svedese, in occasione del Nobel ricevuto nel 1996: «… i poeti sono i peggiori. Il loro lavoro è disperatamente poco fotogenico. Un individuo siede alla scrivania o giace su un divano e fissa immobile una parete o il soffitto. Di tanto in tanto, questa persona butta giù sette righe, per poi cancellarne una quindici minuti più tardi, poi passa un’altra ora, durante la quale non accade nulla… Chi avrebbe il coraggio di guardare uno spettacolo del genere?».[2]
Eppure, va detto, la quotidianità di un uomo è il cuore di ogni possibile documentario. Da lì occorre partire, necessariamente; dall’esperienza minuta, dallo spendersi delle ore, dai dettagli sempre preziosissimi che compongono il giorno.
A partire dalla vita ci si stringerà poi ai testi, è dovuto, come per verificarli nella realtà. Così, nella pagina di un poeta potremo trovarci ad esempio riflesso un territorio, ossia tutti quei luoghi amati, entrati nel respiro della sua poesia.
Non è solo e semplicemente un ritratto che va cercato, anzi; oltre l’intervista, oltre la biografia, ed evitando il genericamente poetico, il regista dovrà scoprire i nervi del poeta, per indovinarne il ritmo, il respiro, l’origine di una vocazione ineludibile.
Alla poesia – pare banale dirlo, ma non lo è – il poeta appende la propria vita. Ma la poesia prende senso solo da una condivisione di affetti e d’intenti, da una comunità. Fatta appunto di incontri, luoghi precisi e scelti, occupazioni e preoccupazioni. Potremmo dirla in questi termini: una comunità della poesia che risponde alla comunità del vivere. Perché qua sta la poesia, in mezzo ai giorni, proprio mentre intorno si intravedono dei pericoli: che le abitudini arrivino a comporre un deserto; che un generale sonnambulismo ci sovrasti. Nella condizione collettiva come in quella individuale, dalla vita pubblica alla vita privata.
Riportando tutto a casa, il poeta raccoglie lì la poesia. Nel suo studio, in particolare: il luogo dove scrive è il “pozzo di lavoro” dove quell’“uomo sempre in crisi” che è il poeta si ostina a disordinare il silenzio della pagina, cercando di trascrivere, “figurandola”, questa “crisi” che sempre abbiamo sentito e sempre sentiamo.
Illuminanti, a questo proposito, alcune parole del filosofo Antonio Banfi: «E il nostro non è un punto di vista che offre una soluzione della crisi: è il punto di vista della crisi, dove le energie creative devono trapassare dal negativo al positivo. Se trapassano, bene, se non trapassano, che resta a dire? È questo l’unico grande tentativo che può essere fatto».[3]
Occorre allora che il regista possa, e sappia – come dire – infilarsi nella vita del poeta, guadagnarsi via via la sua fiducia. E lo accompagni, lo affianchi, facendosi portatore invisibile di un occhio-camera in grado di catturare, rubare dettagli.
Così il regista vede, ascolta. Sa che dopo aver tanto rubato, tanto scavato, del poeta gli rimarrà essenzialmente l’uomo; sa che ogni risultato positivo sarà il prodotto dell’umanità che li mette in relazione. Il regista, il poeta: i loro sguardi prima distanti possono farsi vicini. Entrambi, d’altronde, nutrono immagini e dalle immagini sono nutriti. Questo avvicinamento (o incontro, o sovrapposizione) si gioca nello stile, nella visione, soprattutto attraverso il motore del film che è il montaggio, sapendo che più che di sapienza tecnica, infatti, lo stile ci dice della visione. Ecco il pozzo intorno a cui girare, il lavoro che li avvicina, li rende uguali, ugualmente prigionieri. Pagina e schermo possono quindi incontrarsi.

Cristiano Poletti

 

[1] V. Sereni, Pantomima terrestre, in Gli strumenti umani, Einaudi, Torino, 1965.

[2] W. Szymborska, La prima frase è sempre la più difficile, Terre di mezzo, Milano, 2012.

[3] A. Banfi, La crisi, Scheiwiller, Milano, 1967.

Stato interessante di Alessandra Bruno. Con un’intervista all’autrice e a Ilaria Beltramme

stato interessante

«Se uno prende in questo modo così forte e simbolico questa storia della maternità, cioè è finita. Non lo fai, non lo fai. La devi marginalizzare, la devi ridimensionare. La devi vivere come una cosa, una voglia e una cosa come tante nella vita. Oddio, come forse poche, ma come altre.» Inizia così, Stato interessante di Alessandra Bruno, documentario (prodotto da B&B Film in collaborazione con Rai Tre) che affronta il tema della maternità in un modo del tutto nuovo e inedito rispetto ai materiali che, ad oggi e negli ultimi quindici anni almeno, sono circolati in questo paese su questo argomento. E vedremo perché. Vale la pena, a questo livello, almeno citare tre saggi-racconto significativi, ossia Piove sul nostro amore di Silvia Ballestra (Feltrinelli, 2007), Mamma o non mamma di Carola Susani e Elena Stancanelli (Feltrinelli, 2009) e Nove per due di Anna Maria Mori (Marsilio, 2009) ma anche i racconti dell’antologia Fernandel Fiocco rosa. Gravidanza e maternità nei racconti delle donne italiane (2009). La fine del primo decennio Duemila aveva infatti aperto a un nuovo dibattito in materia di maternità, ma anche in materia di maternità e lavoro, di aborto, di procreazione assistita, tutto ciò che attorno alla maternità sembra ruotare continuamente. Era al centro, soprattutto, il corpo delle donne tutto, in un momento politico fragile e delicato, in cui appunto “il corpo” diventa(va) simbolico di molto altro. Il dibattito, poi, è proseguito arrivando sino a noi, e risale a fine settembre il fenomeno anti-stigma statunitense #ShoutYourAbortition che ha preso piede su Twitter ma anche un interessante articolo uscito su Repubblica (ma lo studio è americano) sul talento delle donne che si perde nelle maglie dello stress cui sono sottoposte e sempre più. Si parte da qui, allora, anche dall’inversione di alcuni paradigmi che hanno costruito una certa idea di maternità “nuova”, in questo paese. (altro…)

“La sedia di cartone” di Marco Zuin. Recensione

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Il piccolo protagonista di La sedia di cartone di Marco Zuin è un bambino africano della comunità St. Martin, già narrata nell’opera Me, We (di cui potete rileggere qui). Jeoffrey è nato con idrocefalo e spina bifida; non si muove, non è in grado di sorreggere la testa e comunica i suoi desideri attirando l’attenzione con lamenti o sorrisi stentati. Trascorre le sue giornate sul divano, steso oppure seduto nell’angolo, dove la mamma lo accudisce avvolgendolo in una sorta di nido creato con le coperte. Alcuni fisioterapisti in aiuto alla comunità, tuttavia, inventano per lui una speciale sedia che sarà il “motore di cambiamento […] anche per la sua famiglia e per l’intera comunità in cui vive e che lo accoglie”.
Il regista veneto prosegue la sua narrazione di tematiche legate al sociale con un taglio che, questa volta, è stato definito maggiormente lirico, forse perché in grado di mettere in scena l’unicità di un’invenzione e, soprattutto, di un gesto. La “costruzione” della sedia, infatti, diventa non solo il simbolo di un cambiamento di paradigma ma permette anche – ai personaggi e agli spettatori – di adottare un nuovo punto di vista da cui osservare questa storia. La vicenda è narrata nel suo farsi: seguiamo, in sedici minuti, cosa muta nella quotidianità di Jeoffrey e assistiamo alle fasi di realizzazione della sedia, che ci fanno restare dentro un “tempo di attesa”. Non si tratta di un gioco ma di un mezzo funzionale, che segna un rapporto più lieve con la sua diversità; uno strumento che inoltre gode di una particolarità: è fatto di materiale povero e riciclato; la sedia porta in sé, così, un suo valore prezioso e altro. Il colore con cui viene dipinta, infine, è l’azzurro, funzionale all’immagine, cangiante. Ma il tempo del cortometraggio non è dato solo dall’immagine – che per il cinema è quasi tutto – bensì anche dal sonoro e dalle musiche originali della Piccola Bottega Baltazar. Zuin non si serve della parola; se c’è è soltanto quella della madre al pubblico incomprensibile o è il baby-talk di Jeoffrey. Sono le sole sequenze e il suono a raccontare la piccola e grande rivoluzione nella vita del protagonista mentre tutto accade sotto i nostri occhi. Sequenze e suono diventano, anch’essi, gesto.

© Alessandra Trevisan

Maggiori informazioni su: http://www.videozuma.it/la-sedia-di-cartone/

La sedia di cartone TRAILER from Marco Zuin on Vimeo.

La sedia di cartone
Italia/Kenya – durata 16 min.
Prodotto da Fondazione Fontana onlus e St. Martin CSA
in collaborazione con Videozuma
con il sostegno di OPSA Opera della Provvidenza San Antonio – Padova
Regia, fotografia e montaggio: Marco Zuin
Soggetto: Luca Ramigni
Protagonisti: Jeoffrey Njoroge, Teresa Wanjiku, Timothy Kiragu, David Mukiri, Anthony Kivuva, Samuel Kariuki
Musiche originali: Piccola Bottega Baltazar

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Premi

Luglio 2015

Gargano Film Fest
per aver raccontato una storia di disabilità, nell’Africa più abbandonata e povera, evitando prevedibili toni melodrammatici, con la delicatezza di un testo poetico, creando una suspense narrativa attraverso una regia essenziale alla Kiarostami e una direzione degli attori risolta con una notevole sobrietà recitativa.

Siloe Film Festival
Premio miglior film “per l’originalità del tema, l’incisività del linguaggio, la sobrietà della narrazione e soprattutto per l’orizzonte di speranza evocato”.

Festival Internazionale del cinema Povero
Premio “Nassino”

Taranto in short – International Short Film Festival
menzione speciale “perché un corto a volte può insegnarci tanto e risvegliare la nostra sensibilità e il nostro senso di appartenenza a una comunità. Per la capacità di mantenere in equilibrio realtà e finzione attraverso un racconto semplice e profondo, ma soprattutto per il coraggio di narrare una storia quotidianamente difficile senza mai cedere alla commiserazione.”

Giugno 2015

Premio l’Anello debole, Capodarco L’altro Festival
Menzione speciale della Giuria di qualità “per la poesia e la grazia con cui è stata raccontata una storia positiva in un continente altrimenti conosciuto solo per i suoi gravi problemi di povertà e di sottosviluppo”

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Marco Zuin laureato in Discipline dello Spettacolo indirizzo Cinema al D.A.M.S. di Bologna. Frequenta Ipotesi Cinema e, selezionato, frequenta i Laboratori Sperimentali Audiovisivi promossi dalle Politiche Giovanili del Comune di Bologna. Partecipa al Campus Script & Pitch promosso da Consorzio Digicittà con la Cineteca di Bologna. Dal 2003 lavora come regista aprendo lo studio Videozuma, diventato oggi casa di produzione. Ha realizzato documentari, video e reportage in Russia, Tanzania, Kenya, Spagna, Honduras, Egitto, Serbia, Francia, India. “La mia idea di sociale è alla base del cinema e del documentario, inteso come socialità e per raccontare l’impatto emotivo delle storie, attraverso uno sguardo positivo, a volte dosando l’ironia necessaria per affrontare la profondità. Uno sguardo per vedere oltre quello che già si vede. Per creare occasioni d’incontro. Una coscienza nuova”.

Fondazione Fontana onlus nasce nel 1998 per perseguire finalità di solidarietà sociale, ed in particolare per realizzare progetti di pace, cooperazione ed educazione alla mondialità. Promuove la cultura della solidarietà sia a livello nazionale che internazionale, con un approccio dal basso. La comunità viene coinvolta sin dall’ideazione dei progetti, con l’obiettivo di valorizzare le risorse del territorio, creando e promuovendo reti e collaborazioni tra i diversi attori locali.

Physique du rôle – Film/documentario (crowdfunding)

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Physique du rôle è un film-documentario che ha l’obiettivo di fotografare la reale condizione della donna italiana nel mondo del lavoro.

Partendo dall’osservazione delle donne marchigiane (lavoratrici dipendenti, imprenditrici artigiane e agricole), Physique du rôle vuole accendere i riflettori sui cambiamenti, le trasformazioni e le criticità che hanno accompagnato la presenza della donna nel mondo del lavoro (industria, artigianato, commercio, agricoltura) in questi anni di crisi.

Physique du rôle è anche un esperimento e una sfida: vuole diventare un modello ripetibile e replicabile in altre realtà regionali. Dalle microstorie di donne (dipendenti, operaie, imprenditrici) siamo convinte si possa ricostruire un contesto più ampio e riuscire a fotografare la condizione della donna nel Paese.

Physique du rôle è quindi solo un primo passo: l’obiettivo è raccontare il paese con una serie di film documentari che restituiscano le criticità, le ansie e le speranze di donne che cercano di sopravvivere nel mercato del lavoro italiano.

Attraverso il racconto autobiografico delle lavoratrici e dei luoghi dove le donne lavorano e creano impresa, il documentario, realizzato dalla filmmaker Silvia Luciani e prodotto dall’Osservatorio di genere (OdG – http://www.osservatoriodigenere.com) di Macerata, vuole diffondere e disseminare in modo dinamico e originale i risultati di una ricerca condotta dalle studiose dell’OdG nell’ambito del progetto (RI)pensare le pari opportunità – (RI)parO, un progetto del Comune di Macerata finanziato e sostenuto dall’Assessorato alle Pari Opportunità della Regione Marche.

Che cos’è (RI)parO?

(RI)parO (gennaio-dicembre 2014) nasce da un’idea e da una proposta avanzata dall’Osservatorio di genere, associazione culturale di Macerata, che dal 2009 dedica la sua attività agli studi di genere e alla valorizzazione delle pari opportunità.

Il progetto ha come obiettivo principale la valutazione d’impatto rispetto al sesso – strumento fino ad ora quasi del tutto inutilizzato in Italia e parte integrante della strategia europea dimainstreaming – in riferimento a quelle politiche regionali che hanno implicazioni rispetto al genere.

(RI)parO si propone di:

riconsiderare e rivedere le politiche di genere in un’ottica di superamento teorico dello strumento delle pari opportunità e della ricaduta che esso ha avuto nelle politiche regionali;

predisporre prassi operative più efficaci alla luce dei risultati valutativi ottenuti;

promuovere la valorizzazione del potenziale femminile oggi presente nel mondo del lavoro a partire dalla correzione dei gap di genere in esso agenti;

verificare l’esistenza di differenze tra le donne e gli uomini nei diversi ambiti di lavoro;

eliminare le disparità di genere;

promuovere l’empowerment femminile migliorando la qualità e l’efficacia delle politiche prese in esame.

Perché un film-documentario?

L’idea di realizzare questo film-documentario che racconti il ruolo e la condizione delle donne lavoratrici nelle Marche nasce soprattutto dalla necessità di mettere in essere uno strumento che possa raggiungere un target il più ampio possibile di utenti e che coinvolga in modo particolare i giovani, attraverso le scuole, e i non addetti ai lavori.

Physique du rôle sarà infatti utilizzato con finalità didattiche e pedagogiche per sensibilizzare sulle questioni di genere i giovani e sarà messo a disposizione di tutti gli operatori (insegnanti, istituzioni pubbliche ecc.) impegnati nella formazione e sulle questioni di genere.

PERCHÉ FINANZIARE Physique du rôle?

Credere in questo progetto significa non solo dare voce alle donne, raccontare le strategie di resistenza quotidiana che esse mettono in campo per superare le mille difficoltà che caratterizzano la loro presenza nel mondo del lavoro, ma anche per riconsiderare e rivedere le politiche di genere in un’ottica di superamento teorico dello strumento delle pari opportunità. Vogliamo inoltre non solo accendere i riflettori sulle criticità ma anche promuovere la valorizzazione del potenziale femminile oggi presente nel mondo del lavoro.

I fondi ci aiuteranno a coprire:

le spese per terminare le riprese

le spese per il montaggio audio video (totale di 50 ore previste)

le spese per la post produzione del film-documentario (della durata di circa 45 minuti)

le spese per i bollini della SIAE e per i diritti d’autore per n. 500 copie

Duplicazione DVD

le spese per la realizzazione grafica e la stampa del manifesto

le spese per la realizzazione grafica e la stampa del libretto che accompagnerà il DVD.

TEMPI

L’Osservatorio di genere e Silvia Luciani credono moltissimo nella validità di questo progetto, perciò abbiamo deciso di iniziare a lavorare al film-documentario: le riprese si concentreranno tra metà ottobre e metà dicembre 2014. Il film-documentario sarà pronto per gennaio-febbraio 2015.

SCOPO DELLA RACCOLTA

Il progetto è autofinanziato. L’obiettivo è di realizzare questo film-documentario senza chiedere finanziamenti ai consueti canali istituzionali – pubblici o privati – ma con il solo sostegno dal basso della cittadinanza, di donne e di uomini impegnati ad eliminare le differenze tra i sessi nella società contemporanea e soprattutto nel mondo del lavoro.

Se sei un’azienda interessata a supportare Physique du rôle puoi scrivere all’indirizzo mail odg@osservatoriodigenere.com

 

PER SOSTENERE IL PROGETTO CLICCATE QUI: PRODUZIONIDALBASSO

Street Cinema – A proposito di Padova di Isabella Carpesio

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Questa non è una recensione, ma è un atto d’amore che raccoglie alcune impressioni su una città che mi accoglie da un paio d’anni in un timido abbraccio, con grazia; e di questo voglio parlare, della grata innocenza che rivedo in un documentario che mi ha piacevolmente colpito. Partirò dall’intento programmatico dichiarato dall’autrice, Isabella Carpesio: «Osservare e riprendere la mia città come se non l’avessi mai vista prima, aspettando e seguendo gli eventi più tipici di Padova, le condizioni meteorologiche adatte, la luce migliore, anche quella opaca della nebbia». Street Cinema – A proposito di Padova non è un’opera sul territorio e non è soltanto lo spaccato di un luogo, ma è un piccolo capolavoro lirico perché aderisce a quella capacità di rendere eterna la quotidianità, di fare leggenda del reale in una sinfonia visiva che prosegua l’indagine sulla bellezza che è propria di tutte le epoche.
Carpesio fa “Street Photography” con il mezzo del cinema – che storicamente continua la fotografia – portando avanti un’indagine sul presente dipanata nell’ironia, nella tragedia, nell’imprevedibilità di ogni giorno, ampliando lo spettro di possibilità intrinseca di ‘dire’ del “reportage”, e che si realizza in un tempo “più presente” del presente. D’altronde catturare l’oggi in sequenza e frequenza (soprattutto) è ciò cui noi ci sottoponiamo non solo nella vita ma anche nella fruizione dell’informazione; lo facciamo con uno sguardo che è soggettivo ma che non necessita di rielaborazione, e in questo ha una sua peculiarità. Osserviamo e viviamo, recependo. Cosa differenzia questo dal diventare il potenziale sguardo di tutti, dal riuscire a parlare a molti quindi, e in questo nutrire continuamente la forza del suo “dirsi”? Molte cose. Ad esempio una, ed è quella di cui ha parlato Tiziano Scarpa in questi giorni su «Il primo amore», ossia la tutela dell’immaginazione della realtà individuale che è anche “selezione” e detto in termini scientifici e specialistici, è “montaggio”, e permette una scelta seconda dopo che gli occhi – che sono analogici e imprimono prima, abbiano già visto e registrato. Fermiamoci su questo potenziale dell’occhio che apre a molti punti, e che è la forza della fotografia portata nel cinema e qui vivissima: esso inizia con una fonte d’ispirazione ossia una mostra di foto di Giovanni Umicini, fiorentino naturalizzato padovano, che si è tenuta qualche anno fa da cui la regista trae l’idea per iniziare il suo progetto. Quello che ha tra le mani (o nella rètina) è un possibile insostituibile, artisticamente funzionale e mai fallimentare: l’occhio-tutto di Carpesio unisce infatti la casualità della ripresa e la credibilità della visione soggettivo/oggettiva, esplora i luoghi pubblici, le piazze e le strade, le scuole e le carceri, e osserva da vicino-lontano. Segue degli sconosciuti da tutti i punti d’osservazione, che diventano protagonisti inconsapevoli di un film sulla città che abitano. Carpesio non fa sì che questi si raccontino bensì che sia il suo sguardo-tutto a raccontare delle loro piccole-grandi azioni di tutti i giorni, sfocate o messe a fuoco, anche e soprattutto nel loro essere comuni: e così una passeggiata con l’ombrello o con la neve lungo il Bassanello o Piazza delle Erbe gremita nell’ora del mercato d’inverno, una lezione di danza, una festa di laurea con consueta lettura del papiro (diffusa in questo Nord), la processione in occasione della festa del patrono Sant’Antonio, i fuochi su Prato della Valle, si stampano nell’iride e lì restano, soggettivi, registrati, liberi di dirsi nell’immaginario individuale e selettivo.
La “città camminata” in molte forme, da molte persone e il richiamo continuo all’intersezione fra danza e vita che ritorna spesso e che mi ricordano un verso di Anna Toscano «perché io penso con i piedi», che aderisce completamente a questo film. E la musica infine, che giustifica la proprietà di “presente più presente” del cinema, nel suo essere collante-essenziale eppure evocativo a rimarcare la frequenza dell’immagine filmica. La musica qui è sostitutiva di una voce narrante, ed è musica che completa il senso del mutare della luce, fa da testo-non-testo alle scelte operate, molto fotografiche anche quando si parla di taglio e luce, legate al dominio dell’occhio. Musica che parla dunque, ed è originale, a cura di Claudio Sichel e Debora Petrina (che già citai in un vecchio pezzo su Le città invisibili di Calvino, e che potete ascoltare qua).
Il nostro mondo, che ci chiede di essere onnipresenti anche a noi stessi, sempre seguiti da uno sguardo meccanico da “grande fratello”, finalmente più spesso s’infrange e si spezza nel campo dell’arte, che ci fa riappropriare di significati che la realtà fagocita, di tutti quei gesti che fanno essere ognuno com’è, umano, perché come dicevo in un mio verso mutuando Aristotele: «Noi siamo quello che facciamo [ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un’azione, ma un’abitudine]».

(c) Alessandra Trevisan

credits

“STREET CINEMA – A PROPOSITO DI PADOVA”
un film di Isabella Carpesio, prodotto da FilmArt Studio, con il contributo della Regione del Veneto
Durata: 50’
Produzione esecutiva: Barbara Manni e Annapaola Facco
Soggetto e regia: Isabella Carpesio
Fotografia: Nicola Pittarello – Giovanni Andreotta
Montaggio: Isabella Carpesio
Color correction: Francesco Mansutti
Musiche originali: Claudio Sichel – Debora Petrina
Una produzione FilmArt Studio – Padova

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Per sempre: un documentario ed una scelta

Nel 2005 Alina Marazzi realizza un documentario dal titolo Per sempre, che parla della vita di clausura: cinquanta minuti sull’esperienza odierna di alcune monache di più conventi visitati, “esplorati”, e su una “scelta definitiva”, indagata con occhio estremamente curioso, che poi è il motore vero – e sincero – che conduce il racconto. Passando per il monastero della Carmelitane Scalze di Legnano al Priorato di Contra a Camaldoli nel Casentino, quello che la regista milanese fa in questo suo secondo documentario degli anni Duemila (ed è bene ricordarlo, per la particolarità del tema) è proprio il tenere alto lo sguardo d’insieme e raccogliere impressioni, testimonianze, storie, che s’intrecciano in una trama ampia, che lascia spazio sia alla ripresa di immagini di tutti i giorni sia a scorci di riflessione dell’autrice, sia a momenti di parola delle stesse ‘protagoniste’. Marazzi ha un suo linguaggio cinematografico solitamente ‘misto’, fatto di tanti tasselli che s’incontrano (e c’incontrano) a formare un puzzle coerente; qui si serve meno del collage narrativo già sperimentato in Un’ora sola ti vorrei (di cui parlo qui), eppure l’autrice fa un buonissimo uso della voce fuori campo – la sua, ma non solo – e della musica, entrambe significanti. Il suo tocco d’insieme è lieve ed elegante: è una questione di stile che lei possiede; “Facilment”, si direbbe mutuando un termine caro a Cristina Campo.

L’intento di questo lavoro resta quello di porre davanti allo spettatore la storia di una decisione, come Marazzi spiega in un’intervista di qualche anno fa:

Al centro ci sono sempre dei personaggi femminili che non riescono ad aderire a dei modelli, sia che siano modelli che vengono dall’esterno, che so, dalla famiglia, dalla società, dalle convenzioni, come nel caso di Un’ora sola ti vorrei, sia che se li scelgano loro stesse come le monache di clausura in Per sempre. Anche lì, infatti, c’è un personaggio come quello di Valeria che, nonostante abbia scelto la clausura, poi non riesce a starci dentro. Il documentario nasce come un’indagine sulla scelta definitiva, una scelta che a noi appare assoluta; per chi non la conosce, una scelta difficile da mantenere; quindi la curiosità era un po’ quella: cercare di avvicinarsi a qualche cosa di apparentemente molto lontano, molto diverso, per capire invece che cosa a livello più esistenziale può essere compreso di questo tipo di scelta, di fedeltà. Il mio era un approccio di tipo esistenziale, filosofico sulla scelta definitiva.

È normale che, prima la formazione di una monaca, era tutta incentrata sulla capacità, sullo sforzo, di mortificare il proprio corpo, comunque la propria parte emotiva, affettiva e fisica, perché così veniva meglio la lode a Dio, insomma non ho capito ancora il motivo…

Questa seconda citazione proviene dalla testimonianza di Valeria, diventata suora giovane a soli 27 anni; è una figura centrale di questo racconto perché si apre a Marazzi. Valeria è in grado di mettere in relazione il proprio modo di affrontare la fede e la visione del corpo con quello di alcune suore più anziane, e di constatarlo diverso eppure in grado di condividere la dimensione della carità, irrinunciabile. La terminologia è, tuttavia, cruciale come lo è la scelta delle parole che Marazzi a sua volta monta (d’altronde ogni opera è frutto d’una selezione!): qui è tutto insieme, l’anima e il corpo; non vi è dualismo. Valeria è stata una suora missionaria, che riconosce la diversità della sua età e del suo vivere la femminilità; a tratti pare un po’ mistica, sicuramente svincolata da una certa tradizione di austerità (che è anche forma mentis). Valeria infatti si dedica alla vocazione molto convinta di ciò che va a fare, per poi abbandonare definitivamente il proprio percorso. È il punto di riferimento perfetto per i dubbi di Alina, perché problematizza, sempre.

Si sa che la letteratura ci porta, nei secoli, a raccogliere moltissime vicende narrate attorno a questo tema della monacazione e che l’han visto come cardine di storie umane dolorose, che restituiscono sempre la temperatura del pensiero del tempo in cui son state scritte. Marazzi, in una scena del film, inquadra i testi capisaldi di un certo approccio al tema: le Elegie duinesi di Rilke, una tesi di laurea sull'”Attesa e il Tempo in Simone Weil”, Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete.
Marazzi ha in mano una lente d’ingrandimento discreta (appunto direi ‘lieve’), per guardare meglio le cose e porle sotto una luce anti-retorica; in questo documentario non v’è retorica, solo partecipazione, un tentativo di comprensione. Ci sono tante domande. Marazzi si pone come cuscinetto tra le parole ‘normalità’ e ‘quotidianità’ e ‘dovere’, e raccoglie un proprio personale ‘catalogo del respiro’. E questa è la sua forza, quella di riuscire a mettere insieme la delicatezza e la radicalità, quella di far vedere “un altro modo di stare al mondo” come dice Valeria verso la fine, ed è ciò che desta interesse in noi come pubblico.

*Per sempre, Mir Cinematrografica, Italia|Svizzera, 2005.

© Alessandra Trevisan

Sul filo – da Charles Ebbets agli Incubus, passando per Philippe Petit

Una delle più famose foto in bianco e nero di sempre è quella intitolata Pranzo in cima a un grattacielo (Lunch atop a Skyscraper): è del ’32 e l’autore si chiamava Charles Clyde Ebbets. Il quotidiano Repubblica ci ricordava qualche giorno fa, il 20 settembre, che quella foto compiva 80 anni. L’edificio in questione allora Rca Building oggi General Electric Building, fa parte del complesso di grattacieli di Midtown Manhattan in profonda trasformazione nella sua età dell’oro, appunto tra gli anni ’20 e ’30, come sappiamo dalle pagine dei racconti di Francis Scott Fitzgerald, ad esempio in May Day in Tales of the Jazz Age, 1950 (Milano, Mondadori, 1968).

Lunch atop a Skyscreaper: undici protagonisti ordinari e no-name per l’istantanea di un’epoca. La fotografia che, come ben ricorda Walter Benjamin, aveva rovesciato il concetto di arte eterna e – soprattutto – sfidato quello di arte non riproducibile, indaga ora uno spazio (s)confinato catturato primariamente dall’inconscio ottico, uno spazio inteso anche come ‘superficie del mondo’ (secondo la prospettiva di Marco Belpoliti nell’indagine del “visualismo” in Italo Calvino). New York è una città-mondo, fiera, che già fagocita chi vi vive e la vive. Quello di Ebbets è forse uno sguardo sospeso, che incrocia punti di vista diversi e che, imprimendo per sempre queste ‘facce del popolo’, le rende un pezzo di straordinaria quotidianità che si fa leggenda.

La fotografia estende il potere evocativo del visivo ed è forse per questi motivi che quella foto molto fortunata degli operai a pranzo richiama, come in un gioco di matrioske, una performance del famoso funambolo francese Philippe Petit, raccontata in un magnifico film-documentario del 2008 dal titolo Man on Wire, diretto da James Marsh. È del 7 agosto 1974 la sua passeggiata sul filo teso fra i tetti del World Trade Center a più di 400 metri di altezza, laddove lo spazio elaborato inconsciamente diventa reale, trova un ‘contenuto’ fisico. Questo il cinema ce lo fa vedere: immagini ad alto grado di frequenza. Eppure l’azione è immortalata anche nelle fotografie. L’incrocio di corpo (performante), e immagini (riproducenti) ammette un ‘vedere’ multiplo, live e post, unico in quanto la performance lo è, riproducibile in quanto lo sono la fotografia e il documentario. E tuttavia, non è da dimenticare che la performance è anche incarnazione per definizione dell’idea di ars gratia artis «Perché un essere umano sulla sommità di una cima altissima, molto forte ma molto fragile, è un’immagine perfetta» afferma lo stesso Petit, che serve a se stessa per sé.

Nel 2001 le Torri Gemelle crollano, ma l’immaginario ad esse legato e connesso all’epoca prospera di Ebbets – e alla sua prosecuzione nell’arco di tutto il Novecento, e odierna -, non cede. Certo va ri-codificato, come il potere del cinema, e della fotografia.

E quindi, se invece alla camminata di Philippe Petit, fissata su pellicola, fosse attribuito un nuovo significato, come avviene nella copertina dell’ultimo album della band californiana Incubus, If not now, when?, del 2011? «Può essere letta come una metafora della vita: una continua ricerca di equilibri e di senso. È come se tutti noi camminassimo su una corda tesa […]»: l’art pour l’art, in un cortocircuito, può convertirsi anche in ‘allegoria pop’.