documentario italiano

“La sedia di cartone” di Marco Zuin. Recensione

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Il piccolo protagonista di La sedia di cartone di Marco Zuin è un bambino africano della comunità St. Martin, già narrata nell’opera Me, We (di cui potete rileggere qui). Jeoffrey è nato con idrocefalo e spina bifida; non si muove, non è in grado di sorreggere la testa e comunica i suoi desideri attirando l’attenzione con lamenti o sorrisi stentati. Trascorre le sue giornate sul divano, steso oppure seduto nell’angolo, dove la mamma lo accudisce avvolgendolo in una sorta di nido creato con le coperte. Alcuni fisioterapisti in aiuto alla comunità, tuttavia, inventano per lui una speciale sedia che sarà il “motore di cambiamento […] anche per la sua famiglia e per l’intera comunità in cui vive e che lo accoglie”.
Il regista veneto prosegue la sua narrazione di tematiche legate al sociale con un taglio che, questa volta, è stato definito maggiormente lirico, forse perché in grado di mettere in scena l’unicità di un’invenzione e, soprattutto, di un gesto. La “costruzione” della sedia, infatti, diventa non solo il simbolo di un cambiamento di paradigma ma permette anche – ai personaggi e agli spettatori – di adottare un nuovo punto di vista da cui osservare questa storia. La vicenda è narrata nel suo farsi: seguiamo, in sedici minuti, cosa muta nella quotidianità di Jeoffrey e assistiamo alle fasi di realizzazione della sedia, che ci fanno restare dentro un “tempo di attesa”. Non si tratta di un gioco ma di un mezzo funzionale, che segna un rapporto più lieve con la sua diversità; uno strumento che inoltre gode di una particolarità: è fatto di materiale povero e riciclato; la sedia porta in sé, così, un suo valore prezioso e altro. Il colore con cui viene dipinta, infine, è l’azzurro, funzionale all’immagine, cangiante. Ma il tempo del cortometraggio non è dato solo dall’immagine – che per il cinema è quasi tutto – bensì anche dal sonoro e dalle musiche originali della Piccola Bottega Baltazar. Zuin non si serve della parola; se c’è è soltanto quella della madre al pubblico incomprensibile o è il baby-talk di Jeoffrey. Sono le sole sequenze e il suono a raccontare la piccola e grande rivoluzione nella vita del protagonista mentre tutto accade sotto i nostri occhi. Sequenze e suono diventano, anch’essi, gesto.

© Alessandra Trevisan

Maggiori informazioni su: http://www.videozuma.it/la-sedia-di-cartone/

La sedia di cartone TRAILER from Marco Zuin on Vimeo.

La sedia di cartone
Italia/Kenya – durata 16 min.
Prodotto da Fondazione Fontana onlus e St. Martin CSA
in collaborazione con Videozuma
con il sostegno di OPSA Opera della Provvidenza San Antonio – Padova
Regia, fotografia e montaggio: Marco Zuin
Soggetto: Luca Ramigni
Protagonisti: Jeoffrey Njoroge, Teresa Wanjiku, Timothy Kiragu, David Mukiri, Anthony Kivuva, Samuel Kariuki
Musiche originali: Piccola Bottega Baltazar

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Premi

Luglio 2015

Gargano Film Fest
per aver raccontato una storia di disabilità, nell’Africa più abbandonata e povera, evitando prevedibili toni melodrammatici, con la delicatezza di un testo poetico, creando una suspense narrativa attraverso una regia essenziale alla Kiarostami e una direzione degli attori risolta con una notevole sobrietà recitativa.

Siloe Film Festival
Premio miglior film “per l’originalità del tema, l’incisività del linguaggio, la sobrietà della narrazione e soprattutto per l’orizzonte di speranza evocato”.

Festival Internazionale del cinema Povero
Premio “Nassino”

Taranto in short – International Short Film Festival
menzione speciale “perché un corto a volte può insegnarci tanto e risvegliare la nostra sensibilità e il nostro senso di appartenenza a una comunità. Per la capacità di mantenere in equilibrio realtà e finzione attraverso un racconto semplice e profondo, ma soprattutto per il coraggio di narrare una storia quotidianamente difficile senza mai cedere alla commiserazione.”

Giugno 2015

Premio l’Anello debole, Capodarco L’altro Festival
Menzione speciale della Giuria di qualità “per la poesia e la grazia con cui è stata raccontata una storia positiva in un continente altrimenti conosciuto solo per i suoi gravi problemi di povertà e di sottosviluppo”

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Marco Zuin laureato in Discipline dello Spettacolo indirizzo Cinema al D.A.M.S. di Bologna. Frequenta Ipotesi Cinema e, selezionato, frequenta i Laboratori Sperimentali Audiovisivi promossi dalle Politiche Giovanili del Comune di Bologna. Partecipa al Campus Script & Pitch promosso da Consorzio Digicittà con la Cineteca di Bologna. Dal 2003 lavora come regista aprendo lo studio Videozuma, diventato oggi casa di produzione. Ha realizzato documentari, video e reportage in Russia, Tanzania, Kenya, Spagna, Honduras, Egitto, Serbia, Francia, India. “La mia idea di sociale è alla base del cinema e del documentario, inteso come socialità e per raccontare l’impatto emotivo delle storie, attraverso uno sguardo positivo, a volte dosando l’ironia necessaria per affrontare la profondità. Uno sguardo per vedere oltre quello che già si vede. Per creare occasioni d’incontro. Una coscienza nuova”.

Fondazione Fontana onlus nasce nel 1998 per perseguire finalità di solidarietà sociale, ed in particolare per realizzare progetti di pace, cooperazione ed educazione alla mondialità. Promuove la cultura della solidarietà sia a livello nazionale che internazionale, con un approccio dal basso. La comunità viene coinvolta sin dall’ideazione dei progetti, con l’obiettivo di valorizzare le risorse del territorio, creando e promuovendo reti e collaborazioni tra i diversi attori locali.

Per sempre: un documentario ed una scelta

Nel 2005 Alina Marazzi realizza un documentario dal titolo Per sempre, che parla della vita di clausura: cinquanta minuti sull’esperienza odierna di alcune monache di più conventi visitati, “esplorati”, e su una “scelta definitiva”, indagata con occhio estremamente curioso, che poi è il motore vero – e sincero – che conduce il racconto. Passando per il monastero della Carmelitane Scalze di Legnano al Priorato di Contra a Camaldoli nel Casentino, quello che la regista milanese fa in questo suo secondo documentario degli anni Duemila (ed è bene ricordarlo, per la particolarità del tema) è proprio il tenere alto lo sguardo d’insieme e raccogliere impressioni, testimonianze, storie, che s’intrecciano in una trama ampia, che lascia spazio sia alla ripresa di immagini di tutti i giorni sia a scorci di riflessione dell’autrice, sia a momenti di parola delle stesse ‘protagoniste’. Marazzi ha un suo linguaggio cinematografico solitamente ‘misto’, fatto di tanti tasselli che s’incontrano (e c’incontrano) a formare un puzzle coerente; qui si serve meno del collage narrativo già sperimentato in Un’ora sola ti vorrei (di cui parlo qui), eppure l’autrice fa un buonissimo uso della voce fuori campo – la sua, ma non solo – e della musica, entrambe significanti. Il suo tocco d’insieme è lieve ed elegante: è una questione di stile che lei possiede; “Facilment”, si direbbe mutuando un termine caro a Cristina Campo.

L’intento di questo lavoro resta quello di porre davanti allo spettatore la storia di una decisione, come Marazzi spiega in un’intervista di qualche anno fa:

Al centro ci sono sempre dei personaggi femminili che non riescono ad aderire a dei modelli, sia che siano modelli che vengono dall’esterno, che so, dalla famiglia, dalla società, dalle convenzioni, come nel caso di Un’ora sola ti vorrei, sia che se li scelgano loro stesse come le monache di clausura in Per sempre. Anche lì, infatti, c’è un personaggio come quello di Valeria che, nonostante abbia scelto la clausura, poi non riesce a starci dentro. Il documentario nasce come un’indagine sulla scelta definitiva, una scelta che a noi appare assoluta; per chi non la conosce, una scelta difficile da mantenere; quindi la curiosità era un po’ quella: cercare di avvicinarsi a qualche cosa di apparentemente molto lontano, molto diverso, per capire invece che cosa a livello più esistenziale può essere compreso di questo tipo di scelta, di fedeltà. Il mio era un approccio di tipo esistenziale, filosofico sulla scelta definitiva.

È normale che, prima la formazione di una monaca, era tutta incentrata sulla capacità, sullo sforzo, di mortificare il proprio corpo, comunque la propria parte emotiva, affettiva e fisica, perché così veniva meglio la lode a Dio, insomma non ho capito ancora il motivo…

Questa seconda citazione proviene dalla testimonianza di Valeria, diventata suora giovane a soli 27 anni; è una figura centrale di questo racconto perché si apre a Marazzi. Valeria è in grado di mettere in relazione il proprio modo di affrontare la fede e la visione del corpo con quello di alcune suore più anziane, e di constatarlo diverso eppure in grado di condividere la dimensione della carità, irrinunciabile. La terminologia è, tuttavia, cruciale come lo è la scelta delle parole che Marazzi a sua volta monta (d’altronde ogni opera è frutto d’una selezione!): qui è tutto insieme, l’anima e il corpo; non vi è dualismo. Valeria è stata una suora missionaria, che riconosce la diversità della sua età e del suo vivere la femminilità; a tratti pare un po’ mistica, sicuramente svincolata da una certa tradizione di austerità (che è anche forma mentis). Valeria infatti si dedica alla vocazione molto convinta di ciò che va a fare, per poi abbandonare definitivamente il proprio percorso. È il punto di riferimento perfetto per i dubbi di Alina, perché problematizza, sempre.

Si sa che la letteratura ci porta, nei secoli, a raccogliere moltissime vicende narrate attorno a questo tema della monacazione e che l’han visto come cardine di storie umane dolorose, che restituiscono sempre la temperatura del pensiero del tempo in cui son state scritte. Marazzi, in una scena del film, inquadra i testi capisaldi di un certo approccio al tema: le Elegie duinesi di Rilke, una tesi di laurea sull'”Attesa e il Tempo in Simone Weil”, Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete.
Marazzi ha in mano una lente d’ingrandimento discreta (appunto direi ‘lieve’), per guardare meglio le cose e porle sotto una luce anti-retorica; in questo documentario non v’è retorica, solo partecipazione, un tentativo di comprensione. Ci sono tante domande. Marazzi si pone come cuscinetto tra le parole ‘normalità’ e ‘quotidianità’ e ‘dovere’, e raccoglie un proprio personale ‘catalogo del respiro’. E questa è la sua forza, quella di riuscire a mettere insieme la delicatezza e la radicalità, quella di far vedere “un altro modo di stare al mondo” come dice Valeria verso la fine, ed è ciò che desta interesse in noi come pubblico.

*Per sempre, Mir Cinematrografica, Italia|Svizzera, 2005.

© Alessandra Trevisan

La morte in comune: cinquemila battute (o quasi) sul dolore (degli altri). Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi

Questo è un focus sul primo di tre documentari di Alina Marazzi, di cui vi parlerò anche nelle prossime settimane. Li voglio segnalare o ricordare, perché lo meritano.

Assenza

Assenza, 
più acuta presenza. 
Vago pensier di te 
vaghi ricordi 
Turbano l’ora calma 
e il dolce sole. 
Dolente il petto 
ti porta, 
come una pietra 
leggera.  

Attilio Bertolucci, Sirio, 1929.

Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi* è ben più di un film: è un atto di coraggio vitale nei confronti di una perdita, un processo di accettazione ed auto-accettazione, la postuma elaborazione di un lutto con cui non si sono (quasi) mai fatti i conti. A dieci anni dalla sua realizzazione – e a vent’anni dal suo concepimento, o per meglio dire gestazione perché sì, è a tutti gli effetti un’opera filiale – Un’ora sola ti vorrei è ancora uno di quei documenti che pongono chiunque ne fruisca dinnanzi a quella condizione di ‘riconoscibilità’ nel manifestarsi del dolore che è di tutti, quel partecipare ‘privato’ che si fa pubblico, in linea con l’allerta nei confronti del ‘noi’ espressa da Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri. Parlare della vita così com’è significa anche valicare quel confine complesso, amplificare il ‘collettivo’, metterlo a fuoco e sfocarlo allo stesso tempo, per porre alcune vite in relazione.

Luisella (Luisa) Hoepli, per tutti Lìseli, nasce il 4 giugno del 1938 e muore suicida nel maggio del ’72, dopo alcuni anni di clinica forzata e cure antidepressive. Bellissima nipote dell’editore Ulrico Hoepli, appartiene ad una nota famiglia borghese di Milano: trascorre un’infanzia protetta al riparo dalla guerra ed un’adolescenza agiata alla scoperta del mondo; poi, un amore canonico anche se sentito nel profondo, il matrimonio con l’antropologo Antonio Marazzi, e la nascita dei due figli Martino e Alina. A testimonianza di tutto ciò foto, diari e soprattutto pellicole d’epoca conservate nella soffitta Hoepli per trent’anni: un’eredità destinata ad Alina (oggi regista molto apprezzata nel panorama italiano), affinché condensasse l’esistenza materna in qualcosa che ancora non si sapeva, per spiegarla e spiegare a se stessa quella mancanza.

Catalizzare i sentimenti e le emozioni, tramite una narrazione per immagini che somiglia al processo psicanalitico in sede d’analisi: il film vivifica repertori d’epoca attraverso una scelta affettiva, rimaneggiandoli in un montaggio frutto di associazioni mentali inconsce, istintive; la voce che ci accompagna in questo viaggio è quella di Alina, “doppio della madre” che sposta anche sul piano dell’ascolto il desiderio di capire chi si è attraverso il corpo (materno), frammentato, lontano, diviso, sconosciuto, come lo è il proprio già. Un’allucinazione acustica dunque, le parole di Lìseli e la voce della figlia:

Mi guardo bambina e cerco un indizio, una traccia della donna che sarei diventata. Forse quello che diventiamo lo siamo già da subito.

Questa frase da sola esprime la vitalità di una donna che delinea la propria vita con la scrittura (potrebbe averla detta ogni donna), che capisce il sé e il rapporto con gli altri e gli “antri del sé” attraverso lo scrivere, pratica che le permette dunque di perimetrarsi, di dire chi è, una logica che sembra aderire a quella dei diari – ancora una volta – di Susan Sontag:

Il diario è un mezzo per darmi un senso d’identità. Mi rappresenta come emotivamente e spiritualmente indipendente. Perciò (purtroppo) non registra semplicemente la mia vita concreta, quotidiana ma piuttosto – in molti casi – ne offre una alternativa.

Il dover essere e l’essere: potere e dovere, due verbi che plasmano il corpo delle donne come fosse creta (si veda a tal proposito Volevo essere una farfalla di Michela Marzano, Mondadori, 2011, di cui si è parlato qui). Un disagio incolmabile, che si dipana nelle pieghe, nel non detto in famiglia e nel detto altrove, in sillabe, sentori, umori; il doppio e il gioco dello specchio. Il ‘corpo universale’ qual è quello femminile è sezionato nella sua interezza, c’è tutto e dunque la memoria è riconsegnata: il dubbio dell’inadeguatezza sin dall’adolescenza e il rifiuto dei codici borghesi; il disagio nelle relazioni familiari e sentimentali; il matrimonio e la maternità psichica (parzialmente) mancata e dunque la frustrazione del materno (si veda Una madre lo sa di Concita De Gregorio e Nell’intimo delle madri di Sophie Marinoupolus); la depressione che porta irrimediabilmente alla fine. La reminiscenza ricucita s’insinua in una figura complessa, incompresa, che sceglie suo malgrado la pazzia come manifestazione del sé, come unico modo d’essere prima delle battaglie femministe, condiviso da molte altre ragazze all’epoca; un’esplosione mal(n)ata degli esiti che di lì a poco si sarebbero avuti. Marazzi, nel volume abbinato al dvd riporta questa testimonianza cruciale:

Una volta, una protagonista del movimento mi disse: Noi eravamo quattro sorelle. Ho visto come sono bastati due o tre anni di differenza per far sì che i nostri percorsi fossero completamente opposti, pur provenendo dalla stessa famiglia, dalla stessa situazione e condizione. Ho visto come quelle subito prima di noi spesso siano cadute nella follia. L’unico modo per ribellarsi anche provocatoriamente, a un ruolo, a un destino di sottomissione, è stato esprimere questa irrequietezza con la follia.

Quante immagini in questo passaggio [che io trovo tra i più interessanti a completamento del documentario]; ognuno pensi ai propri riferimenti, letterari e non, e li riconnetta. Il dolore, quello, è rimosso, poi elaborato, infine affrontato in pieno per affondare nella catarsi, per trasformare “l’assenza in più acuta presenza”, per definirla, darle un nome e un volto (e si legga a tal proposito, infine, il recente volume Così è la vita di Concita De Gregorio). E, per meglio dire, in questo presente scandito dalla crisi delle appartenenze Alina ricostruisce un’appartenenza elementare, qual è quella con il corpo della madre, quale è quella con le persone.

*Un’ora sola ti vorrei, Mikado Film Italia 2002, Rizzoli 24/7 libro+dvd

© Alessandra Trevisan