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Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione

 

Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione. Poesie, La Vita Felice 2018

Ciò che si manifesta come fragile e precario, oppure che viene marchiato come tale, riceve nella raccolta di Adua Biagioli Spadi, Il tratto dell’estensione, uno sguardo attento, volto a fare chiarezza su supposizioni e credenze, pronto a cogliere segnali di altro avviso.
Occorrerà innanzitutto dare un ambito di significato sia al termine “estensione” – ampliamento dell’orizzonte, accoglimento di altre dimensioni, anche percettive – sia al termine “tratto”, che va inteso almeno in due accezioni, vale a dire quella di caratteristica, peculiarità, e quella di segmento di percorso.
Se già questa operazione preliminare di accesso all’opera ne mette in risalto la ricchezza di coniugazioni possibili, l’esplorazione dei singoli testi rivela ulteriori opportunità. In particolare, là dove ci aspetteremmo un discorso poetico condotto su un piano ‘geometrico’, aspetto pur presente e che peraltro viene esplicitamente annunciato già nel titolo della prima sezione, La linea fragile, assistiamo, oltre a ciò, a un percorso cromatico con forte valenza simbolica e con vere e proprie esplosioni espressionistiche, talvolta esplicite, come avviene nel componimento che si richiama alle «onde fisse nella notte» di Munch, talvolta più allusive, ma non meno pregnanti, come si può constatare nella menzione di quella «azzurrità» che richiama il paesaggio rivelatore e, insieme, abbacinato da visioni di Georg Trakl.
L’andamento che contraddistingue Il tratto dell’estensione, a sua volta introdotto dalla significativa affermazione «Alcuni stati d’animo/ non sono che evoluzioni dell’apprendere», è dunque dalla traiettoria netta, dal precipitare di una freccia nel componimento iniziale – «il passaggio della scesa,/ là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta» – all’esplodere ardente di colori inteso come ripartenza già prefigurato nel testo immediatamente successivo: «Ripartirò da qui, dall’incendio dei colori», dall’ansia della precisione (e, diremmo, dall’affannoso e “umano, troppo umano” inseguimento della linearità) – «Ci vogliamo esatti» all’invocazione appassionata di una metamorfosi (se non salvifica, almeno una nuova possibilità) dalla precarietà della materia alla vagheggiata libertà di un tono cromatico senza tentennamenti: «tramuta la friabile materia della mia persona in vermiglio».
Lo scontro permanente tra pieno e vuoto, tra accoglienza e rifiuto, respingimento, tra le infinite possibilità e il condensarsi in una sola, si esprime in tutte e tre le sezioni che compongono la raccolta, La linea fragile, Il segno del possibile, Perdersi non più, con un riferimento fecondo alle diverse manifestazioni delle arti figurative – con la dialettica, già messa in evidenza, tra disegno e pittura – e con un ricorso consapevole alla sonorità della parola, in specie attraverso coppie allitteranti: «scomposti sensi», «frantumi delle foglie» (con la ricorrente allitterazione in ‘f’ a sottolineare la friabilità della materia e la fragilità dell’esistere), «risveglio rosato».
«Restituiscimi il frammento del tempo»: questo verso, chiaro e sonoro, si situa al centro di una raccolta che merita, da parte di chi legge e di chi si pone all’ascolto, incursioni ripetute e rinnovate esplorazioni. Anche solo un frammento basterebbe, per tentare di ricomporre l’umano e il creaturale, recuperare, risanare, ché salvare non si può, non sta a noi, ma unire, o almeno ricollegare, con-templare.

© Anna Maria Curci

 

Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva
nello slaccio d’abbandono del sentire,
è la lacrima a cogliere la perfetta stanza
della noncuranza,
incauto nascondiglio della goccia
il passaggio della scesa,
là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta
l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio. (altro…)

Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore

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Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore, Edizioni Sur, 2016 (traduzione di Ilide Carmignani); € 15,00, ebook € 9,99

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E a quel punto ho notato che Johnny a poco a poco si estraniava e continuava a fare allusioni al tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. Ho visto pochi uomini così preoccupati da tutto quello che ha a che fare col tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. È una mania la peggiore delle sue manie, che sono tante. Ma lui la sviluppa e la spiega con una grazia a cui pochi possono resistere.

«Questo lo sto suonando domani»

L’io narrante de L’Inseguitore è Bruno, giornalista musicale, autore di un libro su Johnny Carter (alter ego di Charlie Parker), amico, angelo custode e altro di quello che è stato, con ogni probabilità, il più grande sassofonista Jazz di sempre. Bruno fa queste osservazioni circa Johnny e la sua ossessione per il tempo nella prima parte del racconto. Sono gli ultimi giorni di vita di Johnny/Charlie, ci troviamo in una camera d’albero che è poco più di una bettola, senza acqua corrente e male illuminata. Bruno arriva, come sempre, in soccorso, registra il pessimo stato di salute di Johnny che ragiona e delira contemporaneamente. Johnny che ha perso il sax in metropolitana, forse. Johnny che vorrebbe bere e fumare invece che prendere qualche medicinale che gli farebbe calare la febbre. Dédée, la sua compagna, è stanca, silenziosa, ma protettiva e propositiva, cerca conforto in Bruno mentre parte nel racconto di una delle sue ossessioni sul “tempo”. Il tempo di Johnny/Charlie è un’ossessione, ma non è anche una delle chiavi per capire il Jazz? Ammesso che lo si possa capire.

Che significa “Questo lo sto suonando domani”? Si chiede Bruno e si chiede il lettore. Significa tutto e niente. Vediamo. Significa che il Jazz, e quindi Charlie Parker, è qualcosa che va oltre il tempo conosciuto, è una musica che viene prima e dopo, è una musica che il tempo lo reinventa, lo altera, lo modifica, lo asseconda e lo distrugge di volta in volta. Johnny fa mille ragionamenti su come poter afferrare il tempo, tenerlo tra le mani, la possibilità di averne di più e subito dopo quella di non averne affatto, di non volerne, di non sapere che farsene. Johnny è quando suona, è un genio, ma anche di quello poco gli importa, o meglio gli importa per poco tempo in un tempo sconosciuto agli altri, dove la sua musica può, dove la sua musica sa.

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Otto Gabos, L’illusione della terraferma

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Otto Gabos, L’illusione della terraferma, Rizzoli – Lizard, 2015, € 17,00

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C’è poco da fare, ogni volta che si prende in mano un fumetto, vecchio o nuovo che sia, si torna a casa. Non conosco altra cosa, forse solo qualche disco, in grado di catapultarti indietro nel tempo più di una storia disegnata. Cominci a sfogliare e ti ritrovi immediatamente in cameretta, la porta chiusa al riparo da tutti. I fumetti sono la cosa (insieme al calcio) che mi ha insegnato a sognare, e che la fantasia fosse fondamentale. Non bisognerebbe mai smettere di leggere i fumetti, vorrei leggerne di più. Una volta, un amico mi disse: “La cultura si fa con i fumetti”. Aveva ragione, si comincia da lì, la si costruisce partendo da lì. Ho da poco finito di leggere, nella mia cameretta fantastica, L’illusione della terraferma di Otto Gabos e ora ve lo racconto.

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Siamo in Sardegna, una Sardegna cupa. Il territorio è quello di Iglesias, di Carbonia. Il mare allontana e respinge, il mare isola, naturalmente, ma domina anche sul pezzo di terra che circonda, rendendo tutto meno stabile e più complicato. Gli anni che Otto Gabos sceglie di raccontare e disegnare sono quelli del ventennio fascista, le tematiche sono quelle del ventennio, la trama ha un bellissimo profumo di noir vero. Un noir di cui si sente ogni tanto nostalgia, quello in cui i commissari sono uomini solitari, rudi e silenziosi, dove girano in impermeabile, perché se non piove, pioverà. Un noir in cui il commissario, che nel racconto si chiama Marmo, un nome da fumetto e non casuale, si fiderà, prenderà in giro e rispetterà un agente che è natio della Sardegna, che si chiama Mallus. C’è un delitto da risolvere, ma occorre muoversi con cautela, i fascisti si intromettono, cercano comode soluzioni alle indagini, forse di comodo. C’è una donna affascinante e c’entra il tradimento, e il tradimento è sempre un sacco di cose.

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Silvia Salvagnini, L’orlo del vestito: una lettura

Untitled, Canada, © Vivian Maier

Untitled, Canada, © Vivian Maier

L’orlo del vestito. Storie di bambine contro le chiacchiere cittadine di Silvia Salvagnini (MiMiSol, 2013) è un libro di versi e disegni da sfogliare, in cui la poesia e le opere in collage si frappongono in 18 pagine di bellezza. La tecnica di composizione è ‘intervallare’ e piuttosto regolare; mi servo di quest’aggettivo come lente d’ingrandimento per affrontare la lettura del testo dal momento che, oggi, Poetarum Silva lo propone per intero su Issuu.
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interviste credibili #12 – Mariagiorgia Ulbar (su la Collana Isola)

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Collana Isola (scheda):

La collana Isola si compone di piccoli libri in A6 che uniscono poesia e illustrazione. Il progetto prevede una selezione di poete/i e una scelta di testi al fine di creare una sequenza di poesie  che viene discussa tra curatrice e curatore della collana e autori. I testi vengono inviati a illustratori scelti che leggono e disegnano integrando, in maniera del tutto libera, le poesie. I libri di Isola sono stampati in tiratura limitata di 50 copie. Sono ideati e prodotti da Mariagiorgia Ulbar con la preziosa collaborazione di Andrea Bruno.

Interviste credibili #12: Mariagiorgia Ulbar

G: Ciao Mariagiorgia, raccontami brevemente come è nata l’idea e quindi la collaborazione tra te e Andrea Bruno.

M: Un paio di anni fa, ho mandato ad Andrea Bruno il mio poemetto Osnabrück, chiedendogli di illustrarlo, e di lì a poco lo abbiamo stampato, in collaborazione con il gruppo Inuit, in tiratura limitata. La plaquette è stata accolta da amici e lettori con entusiasmo, è piaciuta l’idea dell’abbinamento di poesia e illustrazione in bianco e nero, così, dopo un po’ di tempo, abbiamo pensato che si potevano mettere insieme le forze per creare una piccola collana con il nome di ISOLA. Io mi sono occupata e mi occupo di contattare le poete e i poeti per farmi inviare testi che poi leggo e scelgo – sentendo la loro opinione – e infine mando tutto ad Andrea che pensa a quale illustratrice o illustratore possa lavorare sui testi in questione. Una volta che abbiamo tutti i materiali, pensiamo a un titolo e poi Andrea passa alla realizzazione grafica. La bozza viene girata agli autori, discussa e una volta che si è tutti d’accordo, si manda in stampa.

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G: Come vengono individuati i poeti che entreranno nella collana? Invitate voi? Ci sono stati, finora,  poeti che si sono proposti a loro volta?

M: Finora ho scelto poeti che conosco e apprezzo, ho parlato loro del progetto e li ho invitati a partecipare. Lo stesso è avvenuto per la parte che riguarda il disegno. Non escludo l’idea di creare un libriccino ISOLA per qualcuno che si proponga spontaneamente. Resta il criterio della scelta, che si basa sul valore poetico dei testi proposti – perlomeno secondo la concezione che ho io della poesia.

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G:  Guardando, sul sito, le schede dei libri fin qui pubblicati, Dina Basso, Yary Bernasconi, Sergio Rotino e uno tuo (quest’ultimo di prossima uscita), salta subito all’occhio l’importanza che viene data alle illustrazioni: come scegliete gli illustratori? Mi pare poi bellissima l’idea di abbinare il disegno al testo poetico (potrebbe funzionare pure al contrario, no? inviare delle illustrazioni a poeti e vedere che versi verranno fuori.)

M: Gli illustratori li propone e contatta Andrea, che ne conosce molti. In tutte le occasioni mi ha detto: “Io questi testi li vedrei bene con…” e io mi sono sempre trovata d’accordo. Il sistema è: leggere e vedere già un segno che si avvicini, per affinità o contrasto, ai testi scritti. Andrea, conoscendo bene il mondo di illustratori e fumettisti, riesce a trovare abbinamenti a colpo d’occhio. E per quanto riguarda il contrario, cioè che vengano prima i disegni e poi le poesie: sì, è un’idea, e non è escluso che prima o poi si decida di farlo. Personalmente, fino a oggi,  non ho mai scritto poesie ispirandomi a disegni, ma mi è capitato con le fotografie, per un progetto a cui sto lavorando proprio in questo periodo con il fotografo Gaetano Bellone e ammetto di provare molto piacere a obbedire a questo tipo di “costrizione” tematica e a dare spazio a quel peculiare lavorio del pensiero che si innesca con la lettura di un’immagine. A mio avviso tutta la poesia nasce così, come forma di traduzione di immagini reali, astratte o oniriche. Il cervello lavora per immagini. Nella storia dell’umanità queste sono venute prima del linguaggio, che è stato un’esigenza successiva per l’uomo. Basta pensare ai primi segni lasciati dai primitivi nelle caverne.

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G: Come l’hanno presa i poeti? Curiosità? Entusiasmo?

M Sì, sia poeti che illustratori sono entusiasti, soprattutto curiosi, quando li contattiamo. Poi passa un po’ di tempo prima dell’effettiva realizzazione e magari quasi si dimenticano. Si rianimano quando vedono la prima bozza in pdf e poi, quando si trovano in mano il libriccino in carta e inchiostro, fanno facce da bambini…

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G:  Puoi anticiparci qualcuna delle prossime uscite?

M: No che non posso anticipare, almeno non così presto! Posso dire solo che mi piacerebbe pubblicare dei libriccini Isola anche di autori stranieri, con testo sia in lingua originale che in italiano, riuscire a mettere tutto in un A6 di sedici pagine!

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G: Stanno nascendo sempre più progetti che prendono le distanze dall’editoria classica, secondo te è perché questa non esiste più o soltanto perché inventare qualcosa di diverso è un dovere e un privilegio e a nessuno dei due ci si deve sottrarre?

M: L’editoria classica esiste ancora, anche se arranca e non raramente delude. Ci sono tuttavia realtà positive anche nell’editoria classica. Tutto ciò che è diverso, alternativo e sperimentale è interessante, auspicabile e spesso ottiene risultati particolarmente soddisfacenti. Io credo che le due realtà possano tranquillamente coesistere e che anzi  dovrebbero sempre avere un occhio una sull’altra, per spunti, incastri, deviazioni. In generale, rispetto e apprezzo molto i progetti di editoria “differente”, perché sono lo specchio dell’entusiasmo, dello spirito pionieristico, dell’urgenza espressiva di molti. Importante è che non si perdano di vista autocritica, qualità, sobrietà.

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G: Nel farvi i complimenti e gli in bocca al lupo, ho un’ultima domanda: siete pazzi?

M Sei sicuro che sia una domanda?

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intervista di Gianni Montieri

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La Collana Isola

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Note biografiche:

Mariagiorgia Ulbar è nata a Teramo e vive a Bologna. Insegna e traduce dal tedesco e dall’inglese. Ha pubblicato testi su riviste letterarie e le raccolte Arance di mezzanotte (ElitEdizioni, 1999), I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, 2012) e Su pietre tagliate e smosse all’interno dell’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012). Ha pubblicato in edizioni tipografiche limitate il poemetto illustrato Osnabrück e le prime sei cartoline del progetto Poste/Poesie.
Andrea Bruno scrive e disegna storie a fumetti. I suoi lavori sono apparsi su numerose riviste e antologie italiane e internazionali. Ha pubblicato l’albo Black Indian Ink (Centro Fumetto Andrea Pazienza, 1999; Amok, 2000), la raccolta di disegni Disapperarer (Coconino Press, 2001) i volumi Brodo di niente (Canicola, 2007; Rackham, 2008) e Sabato tregua (Canicola, 2009).
Ha esposto in diverse mostre personali e collettive in Italia e all’estero.  Nel 2005 è stato tra i fondatori del gruppo Canicola, con il quale ha dato vita all’omonima rivista. Viva e lavora a Bologna.

“Ci sono notti che non accadono mai”: ad Alda Merini, con un’intervista a Silvia Rocchi

foto (1)

Ci sono notti
che non accadono mai
e tu le cerchi
muovendo le labbra.
Poi t’immagini seduto
al posto degli dèi.
E non sai dire
dove stia il sacrilegio:
se nel ripudio
dell’età adulta
che nulla perdona
o nella brama
d’essere immortale
per vivere infinite
attese di notti
che non accadono mai.

Alda Merini.

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Alda Merini è stata una poetessa prolifica: è grande l’abbondanza dei suoi scritti e allo stesso modo è stata profonda e piena la sua solitudine. Solitudine è forse un termine abusato nella nostra società ma non c’è nulla di più aderente alla vita di Merini: è come una chiave di volta per capire i suoi testi, anche nell’amore per lo sconfinato e l’indicibile, anche lì la solitudine si fa corpo, è collante per i versi. Da qui voglio partire, dalla comunicabilità di questa solitudine e dei suoi testi, che confluiscono in un’opera di omaggio all’autrice, un fumetto recentemente uscito per Beccogiallo dal titolo Ci sono notti che non accadono mai. Canto a fumetti per Alda Merini. L’artista della sceneggiatura e dei magnifici disegni che lo compongono è Silvia Rocchi, che percorre un doppio filo di narrazione per portare in scena l’esistenza spesso sbandata e senza punti di riferimento di Merini, intersecandola con la sua stessa poesia. Tante le citazioni che evocano mondi, luoghi, situazioni, calando la poetessa milanese nel quotidiano anche, riappacificando l'”ogni giorno” con l’altezza di alcuni suoi slanci poetici. C’è tutto il potere della metafora, è vero, come ben dice la stessa Silvia Rocchi nella postfazione al volume, c’è un sicuro trattare l’esperienza in modo filologico, temporale – i versi pre-manicomiali e i versi post-manicomiali – che creano e restituiscono un senso circolare. Cito ancora Silvia Rocchi nel ripercorrere il doppio filo, quello di una Merini senza volto che vaga alla ricerca dei volti altrui, in cui riconoscersi (prima), in un gioco – a mio personale avviso – molto simile a quello delle recenti performance di Marina Abramovic, quello di una Merini tra amore, violenza e pietà (poi) sempre alla ricerca di redimere se stessa. In questi disegni c’è il riverberare d’un destino ellittico e spezzato, che è già nel verso. La solitudine è “tema sostanziale”, che affranca il disegno, e alla fine lo esplode, come fanno il motivo del “dettaglio” e del silenzio, pregnante, anche laddove la parola (non) è pronunciata: i versi sono spesso voci fuori campo che invadono la pagina, e nel loro dirsi, nel loro riecheggiare nello spazio, si riappropriano dello spazio stesso e, come già la solitudine, si fanno corpo. C’è poca Milano però, che resta trasfigurata, appena accennata, abbozzata, o che sta sullo sfondo, in disarmonia con l’io; ci sono le colline, e ci sono gli interni, chiusi.
Merini ha scritto moltissimo ma credo sia giusto provare anche a spostare lo sguardo per richiamare altre immagini che Rocchi mette in movimento dal mio punto di vista, e proverò a riconsegnarne qualcuna perché quando un’opera comunica significa che funziona: c’è ad esempio una splendida citazione da Virginia Woolf nell’immersione nel fiume, nella decima tavola qui; la bocca che dice Sarò invece, nella tavola a pagina 5, possiede una rara sensualità, penetrante come un quadro di Egon Schiele.
Questi disegni tuttavia, risvegliano anche versi di altre poetesse; di Mariangela Gualtieri, ad esempio:

Volevo tutte le sbandate
essere viva fino allo scortico
essere tavolo pietra bestiale essere
bucare la vita coi morsi
infilare le mani in suo pulsare
di vita scavare la vita scrostarla
sfondarla spericolarla battermi con lei fino
ai suoi sigilli.
Per amore – per amore – tutto per amore.

e soprattutto di Anna Maria Carpi, che sintetizza anche tutta l’opera di Rocchi, secondo me:

IL MIO CUORE ha l’accesso stretto
il sangue non ci passa facilmente
o rigurgita o rimane dentro,
così gli altri non sanno
che passione ho per loro
che potrei
fermare anche gli ignoti per la strada
e dirgli
tutto quello che ho dentro e non mi passa –
e sarebbe la grazia.

Alda Merini il 21 marzo scorso avrebbe compiuto 82 anni. Questa è una dedica a lei con un’introduzione e un’intervista a Silvia Rocchi che qui segue, perché ci sono notti che non accadono mai e ci sono anche giorni che non accadono mai, ma ci sono vite che accadono e rappresentarle significa renderle eternamente accessibili.

(c) Alessandra Trevisan

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Perché Alda Merini e come ti sei avvicinata alla sua poesia?

Perché mi è stata proposta dalla casa editrice BeccoGiallo. Io conoscevo la sua opera post manicomio, per una serie di mie ricerche legate anche a Basaglia e Tobino, ma dal momento in cui mi sono messa al lavoro sulla sua vita e la sua opera, mi sono completamente immersa nelle sue poesie in modo più complesso, più profondo.

Il doppio binario dei tuoi disegni si “fa” soprattutto in un gioco di citazioni di versi che evocano il visivo, e non solo. Con doppio intendiamo la storia narrata nel fumetto che s’intreccia ai versi di Merini, e viceversa. Voglio chiederti qual è stato il processo creativo che ha portato a questa tua opera.

Ho deciso di approcciarmi alla sua vita in questo modo “doppio”, perché per prima cosa non ritenevo giusto che la vita di una poetessa fosse raccontata da qualcuno che poeta non è. Per rendere al massimo la sua opera e il mio omaggio dovevo aver qualcosa con cui competere, e certo nel mio caso non è la scrittura. Così ho provato con il disegno, nel racconto si procede per immagini e per come la vivo io la parte importante è quella inferiore della tavola, più forte, più viva, di quella che dovrebbe essere la vita vera nelle scene superiori.

Una poetessa che stimo molto, Anna Toscano, dice che «i dettagli sono empatici/ aprono mondi». Ciò che mi colpisce dei tuoi disegni, da non esperta, è la cura dei dettagli anche laddove i personaggi appaiano – come Merini – senza volto o “spezzati” o per meglio dire “interrotti”. Ci puoi parlare di questa tua scelta che “fa stile”?

Non so se questa scelta fa veramente “stile” quel che so è che non mi piace aggiungerne dove regolarmente servono, come i dettagli del volto, che si perdono sempre, piuttosto aumentarne dove sono necessari per l’atmosfera della vicenda, come un comodino con i suoi oggetti, che richiamano la sua presenza. Inoltre il viso, l’espressione si perdono anche a favore dell’anatomia delle corse o delle brevi passeggiate per ritrovarli invece nei momenti in cui il taglio della vignetta si avvicina molto.

Mi piace pensare – forse per deformazione – che ogni artista, anche chi si occupa strettamente di arti visive, abbia a cuore la musica. Voglio chiederti dunque: che colonna sonora – se esiste – ha generato questo lavoro? Hai mai pensato ad una soundtrack che lo possa accompagnare?

Qualche tempo fa odiavo chi a questo genere di domande rispondeva con un impreciso: “ascolto un po’ di tutto”, ma purtroppo per me, oggi questa risposta mi rispecchia in pieno. Nel momento in cui so quello che devo fare, a storyboard ultimato, quando mi butto a corpo morto e passo ore e ore alla scrivania, i gruppi o i cantautori che mi accompagnano sono tanti e diversi, e no, non non ho pensato ad una soundtrack, altrimenti sentirei solo gente lamentarsi per esempio di gruppi come i Crass che con Alda Merini hanno poco a che fare.

A che progetti stai lavorando ora?

Sto finendo di preparare la mostra Bosco di Betulle, la cui inaugurazione si terrà il 5 aprile a Firenze, in via Cavour. Un progetto che per mesi ho condiviso con due amiche e colleghe Viola Niccolai e Francesca Lanzarini, trovandoci di volta in volta nei nostri rispettivi luoghi di provenienza per lavorare insieme sulla nostra memoria visiva/emotiva, in incisione, fotografia, pittura. Allego un link: http://boscodibetulle.tumblr.com/; per il resto inizierò un corso di incisione intensivo che mi terrà occupata per tre mesi e dopo vedrò.

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8512648309_c4cd1a3a69_bSilvia Rocchi è nata a Pisa nel 1986; ha studiato pittura a Firenze e illustrazione a Bologna. Nel 2009 ha contribuito alla nascita del collettivo La Trama, una piccola realtà dedita all’autoproduzione di fumetti. Questa per Beccogiallo è la sua straordinaria opera prima.
Sul web: http://silviarocchi.blogspot.it/

La foto che apre questo post è stata scattata presso Gatto Rosso, Cooperativa Sociale “Controvento” a Mestre (VE), nel quale lo scorso 5 gennaio e per alcuni giorni si è tenuta la bella mostra di tavole da Ci sono notti… che mi ha fatto conoscere questo volume. “Controvento” è anche un po’ casa, un luogo adatto per ospitare questo genere di iniziative aperte. Qui trovate un video della lettura fatta in occasione dell’inaugurazione della mostra. Buon ascolto!

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

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