disegni

proSabato: Luigi Cecchi, Cloud

©Luigi Cecchi

 

 

CLOUD

Lamberto Paris si ritrovò con la testa conficcata in una nuvoletta. Era densa e soffocante, umida e fastidiosamente calda. Si era formata quando tutti quei pensieri sul senso della propria vita si erano addensati a causa della differenza di temperatura tra le prospettive e la realtà. Ma come era successo? Pochi attimi prima, avendo terminato in anticipo le cose noiose che l’ufficio frodi gli aveva imposto, aveva aperto Facebook e si era messo a leggere i post di una delle tante pagine che mettevano in ridicolo il comportamento degli altri. In particolare, questa consegnava alla gogna pubblica i discorsi di un gruppo di casalinghe che ogni pomeriggio seguivano e commentavano telenovele spagnole o latino-americane. Lamberto rise compiaciuto della propria superiorità intellettuale, di fronte a quelle cretine che buttavano la loro esistenza nel cesso discutendo di torbidi amori e di intrecci improbabili, per non parlare di chi dichiarava apertamente il proprio amore per uno o per l’altro protagonista baffuto di turno. Lamberto commentò pure: «Ahahah che dementi, ma queste votano? non ci credo». (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Cruel – CRUDELE

©Luigi Cecchi

Cruel – CRUDELE

«Buongiorno Bernardo.»
Bernardo non rispose. Facendo scivolare la ciabatta sul pavimento, si era accorto che si trattava di gres porcellanato. Rimase qualche secondo imbambolato sulla soglia della stanza, fissando i propri piedi. Gres porcellanato. Poi Carmela fece un cenno e l’infermiere accompagnò Bernardo a sedersi. Mentre gli veniva sistemata la flebo di fianco alla sedia e gli veniva portata una bottiglietta di acqua versione limited firmata da Patrizia Giusel, Carmela riprese a scorrere il fascicolo del paziente. Ricordava ormai ogni paragrafo a memoria, poteva recitarli, ma sapeva che fingersi indaffarata avrebbe allentato un po’ la tensione.
«Lei mi conferma che il suo nome è Bernardo Caroselli, nato a Perugia il dodici ottobre del quarantaquattro?»
Bernardo scosse la testa. Non si capiva bene se fosse un sì, un no, oppure uno spasmo dei muscoli del collo, ma Carmela lo prese per un sì. Pulito e rasato come ogni mattina, Bernardo non assomigliava affatto alla persona che avevano internato quasi quindici anni prima. Solo una cosa era rimasta identica a quel giorno: lo sguardo sinistro, perso nel vuoto. Finto.
«Voglio tornare a casa.» Biascicò il vecchio.
«A casa.» Ripeté Carmela.
Con pazienza sfogliò qualche pagina del fascicolo. La casa del signor Bernardo Caroselli. C’era un disegno dettagliato dell’abitazione, una struttura rurale su due piani, piano terra in muratura, piano superiore in legno. Spazi interni irregolari, arredata in maniera spartana.
«Ho notato che prima osservava il pavimento. Come mai?» Domandò Carmela.
«Gres porcellanato, effetto pietra. È consigliato in strutture come queste, richiede poca manutenzione. Resistente all’abrasione, non si rompe.»
La donna annuì lentamente, mordendosi le labbra. Estrasse una penna dal taschino e annotò qualcosa su un foglio.
«Voglio tornare a casa.» Ripeté con maggior chiarezza Bernardo.
«Lei sa perché conosce tutte queste cose sul gres?»
«Voglio tornare a casa.»
«Mi risponda, e la farò tornare a casa. È questo l’iter burocratico, ricorda? Deve ottenere l’autorizzazione da un paio di persone.»
Bernardo si asciugò gli occhi. Fece scivolare le dita raggrinzite sul viso solcato da profonde rughe, come se non lo riconoscesse. Si soffermò qualche secondo sul proprio mento, scoprendolo privo di barba.
«Sono… la mia impresa… sono un grossista di materiale edile.» Disse.
«Esatto, Bernardo. Lei vendeva gres. Tra le altre cose. Quei pavimenti, forse, sono stati comprati dalla sua azienda, tanti anni fa.»
«Io non sono un grossista di materiale edile! – Esclamò il vecchio, contraddicendosi. – Quello è… il mio spettro… la mia ombra nel mondo oscuro.»
«Quella è la sua attività, Bernardo. O almeno lo era, fino a quindici anni fa. Adesso è gestita dai suoi figli, che probabilmente la gestivano anche da prima del suo internamento, perché lei non era più in condizioni di farlo.»
Lo sguardo di Bernardo si fissò sul soffitto, poi sulla scrivania di metallo, poi sul proprio vestito. Un pigiama sciatto e consunto, sul quale era stata appesa una spilla con un numero: 2084.
«Duemila… ottantaquattro…» Lesse ad alta voce. (altro…)

Umberto Di Raimo: 42 Limerick mediopadani

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Umberto Di Raimo: 42 Limerick mediopadani, con disegni di Giuseppe Bronzoni, corsiero editore, 2016, collana Strumenti umani, € 13,00

*

AVVERTIMENTO Questa faccenda dei limerick mediopadani incominciò una trentina di anni fa, essendo l’estensore dei versicoli stabilmente incardinato nel suo paese natìo (Montecchio Emilia), mentre l’autore dei disegni (parimenti nativo di Montecchio Emilia) vagava per lavoro per il mondo, stazionando a volta a volta in diversi paesi dell’Africa, dell’America, dell’Asia. La pigrizia e l’immensa farragine del fatto e del da farsi l’hanno fatta da padrone. Comunque sia: eccoci qua. I 42 limerick si dicono dunque “mediopadani”. Perché mai? Perché i personaggini nel libriccino vagheggiati ed effigiati si fingono viventi e operativi (quando operativi siano) in Montecchio Emilia e zone limitrofe. Anche se nessun montecchiese o nessun reggiano potrà mai positivamente riconoscersi in qualcuno di essi: giacché si tratta infine di labili fantasime eccentriche e perplesse, chissà mai dove davvero dimoranti.

*

1
C’era un vecchio signore di Gattatico
cui non caleva d’essere antipatico:
non salutava mai nessuno
e soggiornava sopra un pruno,
quello spinoso vecchio di Gattatico.

*

4

C’era un vecchio del Bosino
che ipotizzò, in merito al suo immediato destino:
«forse tosto avverrà che io mi alzi
e mi produca in armoniosi balzi».
Speranzoso vegliardo del Bosino!

*

10

C’era un vecchio di Casalgrande
che aveva in somma uggia le verande.
E così argomentava: «Ci ho paura
che stiano ordendo una losca congiura»,
quel frenetico anziano di Casalgrande.

*

13

C’era una loquace signorina della Croce
che d’improvviso rimase senza voce.
Prese dunque ad esprimersi a gesti:
precisi, secchi, compendiosi, lesti.
Quell’icastica signorina della Croce.

*

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Henri Michaux, Disegni commentati (a cura di Vittoria Mieli)

 

 

henri_michaux

DISEGNI COMMENTATI
Dopo aver fatto alcuni disegni a matita, dopo averli ritrovati in un cassetto qualche mese dopo, rimasi sorpreso come di fronte a uno spettacolo mai visto prima, o meglio mai compreso, che si rivelava, che è questo:

1

Sono tre uomini, pare; il corpo di ognuno, il corpo tutto, è ingombro di volti; i volti si spalleggiano, e le spalle malaticce aspirano alla vita cerebrale e sensibile.
Persino le ginocchia cercano di vedere. E mica per scherzo. A dispetto della stabilità, hanno pensato di farsi bocche, nasi, orecchie e soprattutto di farsi occhi; orbite disperate attaccate alla rotula. (il complesso della rotula, così si dice, il più complesso di tutti).
Così è il mio disegno, così prosegue.
Dalle profondità dell’addome parte un viso bramoso di arrivare in superficie, invade la cassa toracica, ma quando invade è già plurale, è molteplice, e certo altri mucchi di teste ancora soggiacciono e si rivelerebbero quando percossi, se non fosse che un disegno non si può auscultare. Questo ammasso di teste forma più o meno tre personaggi che temono di perdere il loro essere; sulla superficie della pelle, gli occhi puntati ardono dal desiderio di conoscere; l’ansia li divora, di perdersi lo spettacolo per cui vennero fuori, alla vita, alla vita.
Così, a decine e decine appaiono le teste che sono l’orrore dei tre corpi, famiglia scandalosamente cerebrale, pronta a tutto pur di sapere; pure il collo del piede vuole farsi un’idea del mondo e non solo del suolo, del mondo e dei problemi del mondo.
Niente permetterà di essere fianco o braccio: dovrà essere tutto testa, o niente.
Tutti questi pezzi compongono tre esseri devastati fino allo sgomento che si sostengono a vicenda.

2

Come guarda! (il collo si è allungato fino a essere un terzo di lui). Come ha paura di guardare! (all’estrema sinistra, la testa s’è spostata).
Qualche capello serve da antenna e da tramite alla paura, e gli occhi spaventati servono da orecchie.
Testa stravolta che a stento regna su due o tre stringhe (sono stringhe, pezzi d’intestino, nervi nella guaina?)
Soldato sconosciuto evaso da chissà quale guerra, il corpo ascetico, ridotto a un po’ di filo spinato.

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Ronzio – sui disegni di Alfonso Benadduce

La strage della mia innocenza - 2010 (160 cm x 160 cm)

La strage della mia innocenza – 2010

Un tratto di matita può ronzare? È possibile che dell’inchiostro gridi?

Me lo chiedo guardando i disegni di Alfonso Benadduce, in mostra alla Casa delle Letterature di Roma dal 21 Marzo per il ciclo “Doppio passo. Incontri di Arte e Letteratura” a cura di Maria Ida Gaeta. La mostra, prorogata fino all’11 Aprile, ospita disegni – acrilici, matite, inchiostri – che scorrono lungo le pareti, nelle teche, accompagnati da pensieri tratti dal Funambolo di Jean Genet. Figure umane, volti, busti, che osservano il loro stesso pubblico mentre le parole di Genet cadenzano l’andamento delle tavole con il rosso dei pannelli su cui sono inscritte. Nel fondo della sala, La strage della mia innocenza, unico, grande olio su tela.
Decido di iniziare da lui, di vivere, per il momento, la galleria come un nartece. Se il titolo promette, il quadro mantiene: mi piace osservare i molti, come me, che risalgono con gli occhi le matasse vivide fino a incontrare quel preciso occhietto, quel sorriso; tutti in cerca del nostro babau, mentre il colore vivace, per contrasto, turba. Mi tornano alla mente le parole di Girard: «la tragedia è innanzitutto la festa che prende una brutta piega».

Figura

Figura

Passo ai disegni. I volti, le camminate, le piroette sono in dialogo con i testi di Genet, negli occhi sbigottiti come nelle pose morbide. Il rimbalzo schiude. Basta uno sguardo alla propria sinistra, osservando La strage della mia innocenza, perché le parole di Genet inchiodino al suo senso l’esperienza dell’intera mostra: «La Morte – la Morte di cui ti parlo – non è quella che seguirà la tua caduta, ma quella che precede la tua apparizione sul filo». È quando la mente spia quelle parole che una chiave ci si posa nella tasca, e si ha l’impressione di afferrare l’attimo in cui quei volti, quelle occhiate, quei movimenti, si sono imposti con chiarezza prima di diventare gesto, ogni tratto – anche il più automatico e furioso – sufficiente e necessario a comunicarne la posa e l’espressione. Che diventano, per un’empatia quasi involontaria, la posa e l’espressione di chi guarda.

Figura umana

Figura umana

Ma il suono, dunque: perché, in questo equilibrio che sembrerebbe muto, comincio dicendomi di avvertire un ronzio? La maniera in cui i disegni mi coinvolgono è quasi più sonora che visiva: ai miei occhi c’è ora il riverbero di un theremin, ora il mormorio di una parlata; e se mi sento inquieta è perché avverto una dominante chiara, che investe l’orecchio accanto all’occhio. Mi accorgo, a posteriori, che è perché l’uomo ha voce nel suo comunicare, e non c’è segno sul foglio che possa scavalcare questo inciampo di abitudine del pensiero: e i disegni che guardo mi comunicano, al punto da illudermi, forse, di avvertire il bandolo emotivo da cui sono sorti.
«Non v’è altra origine, per la bellezza, che la ferita, individuale, irripetibile, celata o visibile, che ogni uomo custodisce in sé e difende – dove si rifugia quando vuole abbandonare il mondo per una solitudine temporanea ma profonda»: così recita la locandina della mostra, ancora riprendendo Genet. È da questo raccoglimento minuzioso («non danzare per noi ma per te») che nasce l’immagine onesta e comunicabile. Comprendo, allora, che tutti i sensi sono in moto per ricercare un’identità al più possibile esatta con quello che osservano, per ricomporre, assorbire lo scarto tra la solitudine di partenza e la comunità di approdo: nell’attimo in cui domino questo pensiero, il suono smette, e guardo.

(c) Giovanna Amato

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Alfonso Benadduce (1974), pittore, regista, attore e autore, vive e lavora a Roma. A partire dal 1998 mette in scena per importanti teatri e rassegne numerose regie di testi dei quali è autore e protagonista, tra cui Tragedia al di là di Prometeo – Teatro Nuovo, Napoli 2000, La morte del giovane principe, performance ideata per il Festival di Volterra 2001, il povero Riccardo III, Museo Archelogico Campano, Capua 2005, Paradiso Perduto – danzodramma da John Milton, Leuciane Festival 2006, Studio in presenza di Amleto per il Mercadante Teatro Stabile di Napoli 2010, L’innominabile di Samuel Beckett, Festival Settembre al Borgo 2010. Su invito del critico d’arte Achille Bonito Oliva realizza, per le mostre internazionali d’arte contemporanea Le opere e i giorni (2003) e Fresco Bosco (2006), gli eventi teatrali: Estasi – monomanie su Diana e Atteone – immagini da Pierre Klossowski, e Agogno la gogna, da un suo testo pubblicato e a partire dal quale gira il suo primo film sperimentale, finalista nel 2008 al premio Riccione TTV Performing Arts sullo schermo. Con Libercolo dell’onta, sua prima opera in prosa, è finalista al Premio Viareggio 2006. Nel frattempo continua a mettere in scena Sempre perdendosi, poema tragico che la poetessa Silvia Bre ha scritto per il suo teatro e a lui dedicato. Espone i suoi quadri in due personali: a Roma nello Spazio R\R, 2004, e al KunstFoerderVerein di Weinheim, in Germania, 2010.
(Dal sito www.alfonsobenadduce.com)

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Dei sogni che vi racconto – Poesie e disegni di Ksenja Laginja

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Giorni di Tenebra

Non c’è vendetta
nelle parole,
né deboli illusioni
radicate sul ventre ossuto
e in fiamme
di questa città
incenerita.
Non c’è compassione
nelle parole
né sottili speranze appese
o cuori incrostati nel buio.
Solo tiepide sofferenze
affogate dentro
giorni d’assenza
che attraversano
i nostri corpi
delusi e trasparenti.
Un moto rettilineo e uniforme
costeggia i nostri piedi
– bianchi e affilati –
su cui trovano spazio
piccole pietre taglienti
incastrate fra le dita
– gioielli del desiderio –
minuscole ferite
sulla pelle indurita
costellazioni desertiche,
giorni di tenebra
che muoiono
sulle labbra.

siamesedreams_2011

Una ad una
Una ad una
sgrano sulle tue ossa
le mie verità
[una dopo l’altra]
con i muscoli tesi
la bocca annodata
e contratta,
i denti appuntiti
[affilati sulle labbra]
sul tuo corpo
nero e cavernoso.

La tua bocca
insanguinata
[sulla mia]
preme con forza
lasciandomi debole
ed esanime
fra le tue braccia
di china.

Amo il desiderio
pungente
e insanguinato
dei nostri corpi riflessi
l’uno sull’altro,
specchio degli occhi
[lingua sul cuore]

L’odore di sesso
sulle nostre spalle
distende languide
ossessioni,
incisioni profonde
fra i nostri odori
pungenti,
delicate sofferenze
luminose.

Una ad una
conto le costole
soprapposte
l’una sull’altra
un percorso ossuto
di acqua lunare
su cui affondare
le dita increspate
e inflessibili.
Mani nodose
e appuntite
[uncini di ferro]
pronte a strappare
la carne del cuore
a sospendere nel tempo
i respiri tesi
e irregolari
sulle nostre lingue.

Una ad una
conto le parole
che scivolano
dalle mie labbra
verso le tue,
per ritornare ancora
sulle mie,
come ferite
languide
all’incrocio
dei nostri sessi
lividi e accesi
l’uno sull’altro.


Biografia

Ksenja Laginja (Genova, 1981), giovane artista impegnata nella ricerca poetica e delle sue contaminazioni in campo musicale e visivo. La sua ricerca artistica attraversa il disegno, la scrittura e la performance. Co-fondatrice del progetto “Cani dall’inferno”, dal 2004 organizza a Genova e dintorni Reading di poesia. Da anni si muove nel mondo dell’autoproduzione, seguendo la filosofia del D.I.Y., sfociata nella creazione della fanzine “Neoprene” [Testi autonomi per organi autonomi] e nella pubblicazione di raccolte di poesie e racconti. Alcuni dei suoi testi sono presenti su Antologie poetiche e riviste cartacee e online. Con le sue opere ha partecipato a esposizioni personali e collettive. [Continua la sua ricerca]

PUBBLICAZIONI

– AA.VV, L’ Artigiano Innamorato, Antologia di racconti, Erga edizioni, Genova, 2011
– AA. VV, La stanza delle memorie, Liberodiscrivere edizioni, Genova, 2010
– AA. VV, Tavole di Resistenza, Tunué edizioni, Genova, 2009
– AA.VV, Genovainedita, Antologia di poesia, Galata edizioni, Genova 2007- AA. VV, La città dei poeti, Libero di scrivere, 2004

RIVISTE LETTERARIE

– Racconto Non è un diario, Prospektiva – rivista letteraria n. 31, Roma, 2005

RIVISTE ONLINE

– Articolo, Cavalcando l’onda MySpace, sulla rivista Città digitale del Comune di Genova
http://www.cittadigitale.comune.genova.it/article/cavalcando-londa-myspace

– Racconto, Il silenzio del cuore, Vivere Genova il giornale del Comune di Genova
http://www.viveregenova.comune.genova.it/content/il-silenzio-del-cuore-di-ksenja-laginja

…ma le detta parola?- f.f.

Alexander Daniloff – entrata nel regno dei morti

.

m a l e detta parola
mon(a)ca p o e s i a   fatta di fiato
parola amministrata dentro un cart(ell)one di disegni
parola somma senza calcolo astenuta estenuata parlamentare parola
impiastricciata gitante parola gigante
malgovernata tabulata infuriata parola che s’inturbina si staglia s’impenna
si strimpella dentro le orecchie bacheche
di chicchesia prova letta
allettata parola bis-bis-bigliata bi- lingua parola (s)bocc(iat)a
sfoderata ai quattro sensi nel palatino
del cucca e magna et imperat. (altro…)