Discorso sulla servitù volontaria

proSabato: Étienne de La Boétie, da “Discorso sulla servitù volontaria”

Prima di tutto credo sia fuori dubbio che se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e conformemente ai suoi insegnamenti, saremmo naturalmente sottomessi ai nostri genitori, soggetti alla ragione, e servi di nessuno. Dell’obbedienza che, senza altra spinta che non sia quella naturale, ciascuno deve al proprio padre e alla propria madre, tutti gli uomini sono testimoni, ognuno per sé. Quanto a sapere se la ragione sia in noi innata o meno, è una questione ampiamente dibattuta in seno alle accademie e affrontata da tutte le scuole di filosofia. Allo stato attuale delle cose penso di non sbagliare se affermo che esiste nella nostra anima un seme naturale di ragione che, se alimentato da buoni consigli e abitudini, fiorisce in virtù; e invece spesso muore soffocato, non potendo resistere ai vizi che sopravvengono.
Ciò che è evidente e chiaro, e che, nessuno può permettersi di ignorare, è il fatto che la natura, ministro stabilito da Dio per governare gli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma e ci ha modellati secondo un unico stampo, perché possiamo tutti riconoscerci come compagni, o meglio come fratelli.
Se nel distribuire i suoi doni ha in qualche misura favorito, nel corpo e nello spirito, alcuni più di altri, non per questo ha voluto metterci in codesto mondo come in un’arena, e non ha mandato quaggiù i più forti e i più abili perché si comportino come briganti armati in una foresta per dare addosso ai più deboli.
Diciamo piuttosto che, dando ad alcuni di più e ad altri meno, la natura ha voluto dare spazio all’affetto fraterno che così ha dove esercitarsi, perché gli uni hanno la capacità di recare aiuto, e gli altri hanno bisogno di riceverne.
Se, dunque, questa buona madre ha dato a noi tutti la terra intera come dimora, ci ha alloggiati tutti nella medesima casa, ci ha creati tutti con lo stesso stampo perché ognuno di noi potesse guardarsi e quasi riconoscersi nell’altro; se ha fatto ad ognuno di noi il grande dono della voce e della parola perché potessimo conoscersi e meglio fraternizzare, e arrivare attraverso la comunicazione e lo scambio dei pensieri a una comunanza di intenti; se ha cercato in ogni maniera di formare e di stringere sempre più saldamente il vincolo della nostra alleanza, della nostra convivenza sociale; se ha dimostrato in tutti i modi di volerci non solo uniti, ma addirittura una cosa sola, come possiamo dubitare di essere tutti liberi per natura, dato che siamo tutti uguali?
A nessuno può venire in mente che la natura, che ci ha fatti tutti uguali, abbia costretto qualcuno in servitù.

 

Da Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Liberilibri Editrice; traduzione di Carla Maggiori

Una sana Norimberga no? – di Michele Lupo (post di Natàlia Castaldi)

Ne sentivamo la mancanza. Poi, in questo paese che a volte ti verrebbe di sognare luterano, severo, bergmaniano, finalmente è arrivata: lei, la salvatrice, l’emancipatrice, la vera femmina che non muore mai, che non è quella che scende in piazza (ma le piazze nei borghi italiani non stavano prevalentemente in alto, appena sotto il castello?), ma la femmina archetipica, prima ancora che mignotta: l’ironia, l’ironia italiana sparsa ovunque come un prezzemolo da supermercato, buona a giustificare qualsiasi porcata o pochezza (perlopiù coniugate), a salvarsi il culo qualora cambiasse l’aria, si sa mai, a non farsi beccare in castagna quando la proposizione è lasca, fessa, improbabile: spesso e volentieri.

È arrivata la sera del 12 febbraio, la sera del teatro “Dal Verme” (ironico, anzi no), quello dell’enorme mucchio di pus che dirige “Il Foglio” – giornale pagato dai contribuenti, da te lettore (ma non lamentartene, cerca di essere ironico) – circondato da un certo Camillo Tristo, chierico rimasto traumatizzato da piccolo appena si è visto allo specchio, convinto assertore come il suo capo(doglio) purulento della probità del magistero del papa-sorcio (un tedesco non avvezzo all’ironia se non involontaria, ma di stanza in Italia da tanto di quel tempo che all’occorrenza – nel caso per es. improbabile che rischiasse di vedere la magistratura intromettersi nelle faccende della Banca Vaticana – pronto a una svolta anche lui), salvo rimestare le carte in corso d’opera perché se il prezzo da pagare alla coerenza protestante è la disfatta, sempre meglio darci dentro di cazzo e di bordelli non essendo stato eletto casualmente a sacramento l’esercizio della confessione – dalle parti loro, intendo, di Santa Romana Chiesa della domenica, e gli altri giorni chi s’è visto s’è visto.

Dopo la performance nel ventre del “Verme” insomma (teatro il cui nome non era tutto un programma come pensate voi che difatti non avete colto l’ironia), bello cucco e avvinazzato, s’è presentato in televisione (la7) dal duo Costamagna-Telese, giulivi e allegretti pure loro – siamo italiani – un altro dei paladini del mucchio di pus di cui sopra (bisogna dire, pura letteratura vivente, quest’ultimo: magnifico e irripetibile esemplare di correlativo oggettivo, una composta coprostatica riassunta  – si fa per dire – in una vis fescennina lì lì per sbrogliarsi in diarrea). Il paladino, certo Dajefoco, si sperticava in applausi, al “Verme”, dava di gomito al coprostatico spronandolo a una performance spettacolare, eroica; ignaro, il siciliano piromane, o forse incosciente, della sciolta in arrivo (una lezione su Kant a Umberto Eco, mica cazzi); più tardi, brillo, è arrivato in tv, s’è assiso, ha sorriso, s’è passato una mano sui capelli come a sistemarsi un riporto che fortuna sua non aveva, e l’ha detta. L’ha detta la parola magica, la parola passe-partout più sputtanata d’Italia dagli anni Ottanta a oggi dopo “libertà”: ironia. Ha sfoggiato un largo e furbesco sorriso e ha ammonito la Costamagna – un biondo traliccio elettrico imperturbabile –  che come al solito non si capiva il carattere “ironico” della performance. Ce l’aveva, Dajefoco, senza dirlo, con un certo genere di coglioni, quelli così apostrofati dal porcello di Arcore, quelli che avevano pensato di non votarlo, quelli che non avevano capito che il duce d’antan non faceva male a nessuno, avendo escogitato il “confino” non come una punizione bensì come una vacanza forzata per “rinfrescarsi le idee” (peraltro, ad alcuni toccarono in sorte paesini dal clima salubre, con vedute niente male, non come gli alberghi della costa abruzzese, notoriamente non il meglio della regione, cui il porcello era stato costretto dalla sfiga che lo ha attanagliato in tutti questi anni a parcheggiare i terremotati aquilani).

Insomma Dajefoco, autore pare di romanzi pupari, rideva; rideva non dello sconcerto del traliccio – che non v’era – ma di quello immaginabile nella serie dei coglioni di là dallo schermo; e anche prima, mentre il liquame intestinale del capo(doglio) sommergeva il “Verme”, se la ridevano anche il cyborg Santanché, e il paleofascista ministro della Difesa, che s’è interrotto solo un attimo per pigliare a calci un altro coglione che si era permesso di fargli due domande sull’affaire Ruby, la zoccola del Rif, montagne care ai freak de ‘na vorta (le canne difatti fanno ridere). Il coglione era un giornalista, d’accordo, ma poco ironico. Io l’ho ascoltato Dajefoco, e debbo dire mi sono divertito; insomma mi sono istruito, ho imparato, sono persino arrivato a una conclusione. Che per gli altri, per i giornalisti che in questi venti anni di merda si sono astenuti dal fare domande, e che hanno fatto pure una redditizia carriera, mi piacerebbe immaginare una sobria Norimberga. Vorrei sentire quel mantra così poco liberale, “ho obbedito agli ordini”. Sarebbe spiritoso, quasi ironico. Ironicamente, la sentenza sarebbe forfettaria: dieci anni per uno a pulire i cessi, a scuola. La mascotte di Tremonti, la signora diventata avvocato in Calabria e assurta a (ironico) capo dell’Istruzione, sarebbe contenta per il risparmio. E dentro, nella composta aula di cui sopra, porterei anche il “bivacco di manipoli” e mignotte che in questi anni ha legiferato per noi.

Naturalmente, sono ironico.

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Michele Lupo nasce a Buenos Aires, vive a Tivoli.

Dopo il saggio critico su Boccaccio Elementi carnevaleschi nel Decameron (Loffredo Editore, 1992), è successivamente approdato alla narrativa con numerosi racconti apparsi su varie riviste italiane e con il romanzo L’onda sulla pellicola (Besa Editrice, 2003), di forte impronta satirico-grottesca. I fuoriusciti è il titolo della raccolta di racconti per i tipi della Stilo Editrice (2010); ha per protagonista una variegata umanità che vive ai margini delle consuetudini sociali. Il secondo romanzo, Rosso In Fuga, è previsto per maggio 2011.

Scrive su http://lapoesiaelospirito.wordpress.com e su http://www.paradisodegliorchi.com