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Il mondo come volontà di rappresentazione: i “Segni” di Bartolo Cattafi

di Diego Conticello

Il mondo come volontà di rappresentazione: i “Segni” di Bartolo Cattafi

 

 

 

Segni[1] raccoglie il secondo corpus di poesie postume, l’ultimo che Bartolo Cattafi licenziò di suo pugno poco prima di morire. Come ci informa minuziosamente Vincenzo Leotta,

A partire dal maggio 1973, come risulta dai Diari, C. progetta di estrarre dal «Libro grosso», contenente la produzione tra il gennaio 1972 e il gennaio 1973, e dal fascicolo con i testi scritti nel trimestre febbraio-aprile del 1973, tutte le poesie da raccogliere sotto il comune denominatore «segno-scrittura», indicandole con il titolo provvisorio Caratteri e cifre, tratto dalla prima stesura di Cancellazione, datata 14 ottobre 1972, che in seguito sarà mutato in Con l’inchiostro e i caratteri, desunto dal testo omonimo, concepito l’11 febbraio 1973 e divenuto nell’assetto finale Spicchi di mondo esterno. Il loro numero aumenterà progressivamente, raggiungendo la quota di centouno componimenti il 25 luglio 1973, di centocinquanta l’11 settembre, di più di duecento alla fine di ottobre dello stesso anno; esso decrescerà negli anni successivi, confluendo negli altri libri testi esclusi da questa raccolta, per attestarsi, nella redazione definitiva del gennaio 1979, sulle centodiciassette unità. Il periodo in cui con maggiore intensità C. lavora alla rielaborazione delle poesie segniche sembra essere stato il trimestre agosto-ottobre 1978; ma anche i mesi di ottobre 1974, aprile, maggio e dicembre 1975 (col proposito di pubblicarle l’anno seguente presso l’editore Scheiwiller), febbraio e maggio 1977.[2]

C’è da chiedersi, a questo punto, che cosa si intenda per “segno”. Riferendoci all’ancor attualissima definizione saussuriana,

Il segno linguistico unisce non una cosa e un nome, ma un concetto e un’immagine acustica. Quest’ultima non è il suono materiale, cosa puramente fisica, ma la traccia psichica di questo suono, la rappresentazione che ci viene data dalla testimonianza dei nostri sensi. […] Noi proponiamo di rimpiazzare concetto e immagine acustica rispettivamente con significato e significante…[3]

Dunque, a ragione, Cattafi interpreta la scrittura come l’unione (o scontro, o interazione, sempre interdipendenza) tra significante e significato e ad essa affida la risoluzione delle lacerazioni prodotte dalla mancata conoscenza del reale.

Variamente aggruppate
rappresentano il mondo
nella puntuta congerie
nel tagliente ammasso
ci casco e sanguino
passo dopo passo.[4]

Il segno presuppone diversi requisiti intrinseci tra cui la distintività, che rende un segno distinguibile da altri, simili ma non uguali, così da ‘materializzare’, il più delle volte, un singolo significante, che diventa appunto “distintivo” del determinato significato a cui si accompagna, fino a rendersi riconoscibile da tutti i parlanti di una comunità linguistica predefinita.

La mosca ronza
sulla parola mosca
la stuzzica per farla
volare dalla carta
la mosca ignora
che quell’altra mosca
– bisillabo inchiostro sulla carta –
non è più sua compagna
ma nostra.[5]

Ne deriva, di contro (e accade sovente nel nostro idioma), che un medesimo significante possa indicare più di un solo significato, un termine può dunque abbracciare molteplici ‘eventualità’ per un eccesso di potenzialità proprio della lingua stessa. Siamo così partecipi di una violenta ambiguità che carica gli oggetti esterni di sensi nascosti, i quali emulano l’insondabilità del reale: «La grafite che ha scritto/ per tutta la vita/ ora tace la parola più bella/ il granello di brace/ sepolto nel suo buio»[6].

Taglia loro la gola
col segno d’un coltello
appèndili in fila a testa in giù
larghi medi sottili
che sgoccioli ben bene
l’inchiostro dei segni
a piè di pagina
nei segni-bacile.[7]

Da qui si propaga un’altra caratteristica del segno, ovvero l’arbitrarietà: non necessariamente un significante dovrà associarsi al suo immediato significato.
Inoltre ogni enunciazione segnica produce linearità, ovvero consta di un’estensione nel tempo (oralità) o nello spazio (scrittura). Tutto ciò implica un’inevitabile distinzione tra una parola tratta dall’infinito ‘sottobosco’ dei segni in potenza e le effettive attuazioni in un discorso a sé stante: «Ségnala/ dalle un connotato/ spazio circondato d’altro spazio/ stràppalo come foglia/ all’immane foresta del non-segnato»[8]. Da qui l’assoluta necessità della scrittura, vista come azione prometeica di conquista del minimo barlume di conoscenza possibile, sebbene ciò comporti un discernimento solo relativo dell’infinita molteplicità del reale.

In quel muro in quel foglio
nell’area bianca che la tua mano cerca
il mignolo bagnato nell’inchiostro
sopra strisciato con fiducia
azzurro corso d’acqua rapinoso
vena arteria in cui scorre
a occhi chiusi il mondo.[9]

Ma, escluso da qualsiasi possibilità d’intuizione autentica, l’uomo è messo ancora di fronte ai propri limiti: «La pagina è pista/ di decollo d’arioso atterraggio/ il disagio compare/ quando l’intero bianco scompare/ a frotte ti entrano le pecore nere»[10].
In certi casi il tracciare un segno come per compiere un atto gnoseologico può rivelarsi un’arma a doppio taglio: slontana dalla volontà schopenaueriana di rappresentare l’ambiente che ci circonda. La scrittura resta tuttavia un’operazione rischiosa, da evitare in quanto delinea fallaci figurazioni, surrogati delle percezioni.

La penna non è stata posata sulla carta
la carta è ancora tutta bianca…
[…] e quando
chino sullo mia vita scrivo
l’atto di presenza
mi effondo mi circondo di parole
copro colmo comando
parole
l’assenza certifico
attesto la finzione.[11]

Come non ricordare la scandalosa sentenza pirandelliana messa in bocca a Mattia Pascal: «La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola».
Pare che Cattafi attesti in Segni un superomismo sui generis, che intende travalicare la visione del mondo comunemente intesa: è questo un livello successivo, rispetto al profetismo di Chiromanzia, forse anche rispetto alla concezione tradizionale di atto linguistico, dunque al ‘modo’ stesso di intendere la creazione poetica.

Scritture sbandate
malandati inchiostri…
[…] occasioni mancate
d’assenza di silenzio…
In calce alla più bella
pagina
bianca vuota perfetta
mai vedrete la croce
la sapienza
la gloria immensa dell’analfabeta.[12]

Potremmo ancora dire, attenendoci alla scrupolosissima indagine di Vincenzo Leotta,

[…] che, da un oggetto visivamente catturato e descritto nella sua specularità iconica, attraverso una serie di immagini annodate per addizione o per contraddizione, per contiguità tematica o per folgoranti analogie, il poeta dilata il significante al limite della visionarietà pura, inventando e reinventando figure sempre più smaterializzate, le quali acquistano valenza e senso dal fitto tessuto di rispondenze metaforiche e simboliche che tramano.

I segni, quindi, sono caratterizzati da un’estrema indeterminatezza che affiora da un sostrato di scrupolosa determinatezza.

[…] Adesso la poesia si configura come testimonianza di amore, come forza di coesione, oserei dire, di fraternità cosmica tra il segnato e il non segnato, il finito e l’infinito, la materia e lo spirito, e anche la scrittura, dal frammento e dal singolo grafema, s’eleva, almeno come sforzo, come potenzialità, all’universale e alla totalità.[13]

Nonostante la marginale incisività metafisica di queste poesie, uno dei significati che potrebbe assumere il termine ‘segno’ è quello di “manifestazione divina” e – contestualmente – nel dialetto siciliano, nella fattispecie peloritano, di Cattafi è frequentissima l’accezione verbale signarisi, parasintetico che mima perfettamente l’azione del “segnarsi”, ovvero “farsi il segno della croce”. In queste poesie l’esistenza di un creatore (anche degli stessi segni) è talmente assodata da risultare quasi prossimo, vissuto in piena naturalezza. Il trascendente può essere simboleggiato da un elemento naturale:

L’acqua che passa per le tue mani
che ti saltella sul palmo
simile a un pesce snello
sia che scorra o ristagni
fa alla tua bisogna
confidati con lei
confessati scrivendo su di lei
la smemorata non trattiene i nomi.[14]

Oppure fissato senza alcuna perifrasi:

Scritto su basse pergole
funzioni per tutta la vita
ci mondi dalle colpe
Verbo cedevole e pronto
mai alta uva da volpe
velenoso acerbo.[15]

In ogni caso è questo un rapporto ormai calmierato, rasserenato, anche se la limitatezza umana non riesce ancora ad ottenere una piena comprensione dei segni (siano essi spirituali o materiali) che modellano il reale.

È lei
nunzia foglia farfalla
con l’ala appuntita
che stride e scrive sulla lastra
parole impalpabili
perdute sull’altro lato della vita.[16]

La fiducia riposta nella scrittura è sempre integra, sebbene le pause dal suo esercizio comportino anche un blocco del corso stesso degli eventi: siamo all’idealismo più sfrenato, dove Cattafi ripropone esplicitamente i dettami della scuola tedesca (Fichte, Schelling e Hegel), secondo i quali ogni cosa esiste solo se percepita dal soggetto, altrimenti fa parte del non-essere pur “esistendo” di per sé in altro luogo.

La fronte è bianca
è mattino
neanche l’ombra di piedi sulla soglia
le foglie sono ferme ai loro rami
le forme vuote traverse le transenne
devono ancora tingersi e andare
per il mondo le penne
non è desta la curva
torma degli scrivani.[17]

Le parole – sostanziazioni del pensiero astratto (ricordiamo l’altra dicotomia saussuriana tra langue e parole) – hanno la capacità di rivelarsi ossessivo portato di una razionalità ormai destabilizzata: il poeta tenta di decrittare una realtà che gli si ribella, quasi fosse animata da palpiti cospirativi che disgregano una consistenza intellettiva faticosamente acquisita.

Coloniali parole
gregarie filiformi
da te lasciate in un luogo
in un discorso
nidiata
ora straniera
ritornante rimorso
fosforo stridente
nel sonno della sera.[18]

Perduta la vis demiurgica, l’io si trova svuotato di ogni orizzonte gnomico, dunque esistenziale; gli stessi oggetti dissipano la propria “funzione connotativa” di simboli: è un quadro dal barocchismo assai accentuato, un horror vacui che travolge anche la percezione più elementare. Insomma un’estrema negazione del mondo, sia esso identificabile con le cose (la vita) o col vano tentativo di arrestare il loro inarrestabile trascorrere (la scrittura).

I segni e il senso
dei segni su soggetti scalpitanti…
O apatiche scritture
membra ammansite
materie inerti ammucchiate in fondo all’anno
scritte luminose di novembre.[19]


[1] Segni. Milano, Scheiwiller 1986. Ora in Poesie 1943-1979 (a cura di Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni). Milano, Oscar Mondadori 2001.

[2] Vincenzo Leotta, Nota ai testi, in Poesie 1943-1979, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 338.

[3] Ferdinand de Saussure, Course de linguistique générale. Paris, Payot 1922; ora Corso di linguistica generale (introduzione, traduzione e commento di Tullio De Mauro). Roma-Bari, Laterza 2001, pp. 83-85.

[4] Da Lettere, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 228.

[5] Da Mosca, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 241.

[6] Da Grafite, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 223.

[7] Da Segni, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 217.

[8] Da Pagina bianca, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 243.

[9] Da Creazione, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 218.

[10] Da Disagio, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 222.

[11] Da Nero su bianco, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 238.

[12] Da Mai, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 220.

[13] Vincenzo Leotta, I segni e il senso, in L’inverno di Bartolo Cattafi e altri studi, cit., pp. 50-62.

[14] Da L’acqua, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 233. Si noti anche l’altra, evidentissima, metafora cristologica del pesce.

[15] Da Il Verbo, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 231.

[16] Da È lei, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 232.

[17] Da È mattino, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 236.

[18] Da Nidiata, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 240.

[19] Da I segni e il senso, op. cit., vedi nota 166, ivi pag. 246.

Reading di poesia a Chiaramonte GUlfi – “Orgoglio di Frontiera” – 28/12/2011

Il Comune di Chiaramonte Gulfi in collaborazione con la casa editrice Thauma Edizioni sono lieti di invitarvi al reading “Orgoglio di Frontiera” il quale avrà luogo nei locali della splendida Sala L.Sciascia a Chiaramonte Gulfi, il 28/12/2011. L’evento curato da Paolo Gulfi e Sebastiano Adernò prevede la lettura di poesie, scritti di filosofia e narrativa accompagnati dal pianista compositore Giovanni Guglielmino. Interveranno Sergio Russo, scrittore e Gaetano Giuseppe Magro, docente all’Università di Catania.

INIZIO ORE 20:00

 

APERTURA DI PAOLO GULFI

 

SEGUE INTERVENTO DI DIEGO CONTICELLO ( dato il suo lavoro su Lucio Piccolo e la sua produzione molto legata alla Sicilia in Barocco Amorale)

 

INTERVENTO DI GAETANO GIUSEPPE MAGRO – ( legge da Le lumache mediocri, Lietocolle, 2011 e parla delle difficoltà di essere qualcosa, qualcuno)

 

SEGUE INTERVENTO DI GIUSEPPE CARRACCHIA – ( legge da La virtù del chiodo, poemetto sull’antinichilismo)

 

SEGUE LEONARDO CAFFO ( azione e natura, come risveglio di consapevolezza di essere per cui agire )

 

SEGUE LUCIANO MAZZIOTTA (Oggetti e prognostici: legge poesie da Previsioni e Lapsus)

 

INTERVENTO DI LUCIA GRASSICCIA ( sull’arteterapia e la scrittura come sollievo nelle patologie psichiatriche)

 

INTERVENTO DI SERGIO RUSSO ( poesia ed emigrazione)

 

INTERVENTO DI PAOLO GULFI ( parla di Thauma Edizioni e legge alcune poesie tratte da Londra In Technicolor)

 

INTERVENTO DI SEBASTIANO ADERNO’ (chiudo leggendo due brevi poesie scritte a 4 mani con Letizia Dimartino che verranno pubblicate in primavera con Ladolfi)

 

SALUTI, RINGRAZIAMENTI

 

Fine: ore 22:30/23:00

 

Rinfresco offerto dal Bar Sicilia (ore 22:30/23:00)

 

Concerto piano solo: Giovanni Guglielmino (23:00-00:00)

Diego Conticello: Barocco Amorale (recensione di Marzia Alunni)

BAROCCO AMORALE: UN LIBERO CONCERTO DI POESIA

di Marzia Alunni

La poesia, per Diego Conticello, è un medium espressivo privilegiato, inesauribile, ma con una sorvegliata attitudine di scrittura che pone importanti problematiche nello stesso tempo in cui invita alla lettura degli esiti maturati.

Nella sua opera prima, dal titolo, affascinante e suasivo, di Barocco Amorale (LietoColle, Collana Erato, 2010), il poeta gioca sul significato polisemico attribuito alla menzionata “amoralità”. Essa è intesa come una sorta di categoria ribelle, e perciò ‘sui generis’, dell’esistere, dell’amare, in una parola dell’essere.

La visione del linguaggio, che l’autore intende proporre, è personale. I limiti del suo mondo, parafrasando dunque Wittgenstein, è preferibile non fissarli a priori in maniera restrittiva nella lettura interferente e critica.  L’ideale è avvalorare il concetto di una flessibilità a largo raggio, olistica, impegnata  nella ricerca di moduli espressivi non adusati e finalmente liberi.

Il contrasto vissuto nell’attività di scrittura, affabulatoria e creatrice, è con la tradizione, anzitutto metricologica, ma anche deitticamente espressa dai più pervasivi luoghi comuni che la caratterizzano, dai miti che surrettiziamente vengono ripetuti ‘ad libitum’ dalla contemporaneità.

Quale poesia possa valere per un mondo impoetico, sembra oggi domandarsi intanto, ogni lettore, la risposta, trovata nell’opera, risiede nella totale libertà/responsabilità del creare.  A tal uopo, si spiega l’intervento, in premessa, dell’autore, volto a chiarire le linee della sua ricerca espressiva. Essa guida, suggerisce la strada, non già semplicemente per leggere, o aderire, ma per evitare di essere lontani dalla percezione, come valenza primaria, della poesia. In tal senso è comprensibile, il rifiuto di facili ritmi, cadenze o vocaboli non originali e frutto di una ricerca meditata, sempre indice di vera arte.

A provare la sostanziale correttezza di questa posizione pensano i versi stessi, ne cito due, tratti dalla poesia ‘Nostalgia’, perchè assai emblematici della posizione assunta: “…ascolto armonie anarchiche / per sapermi vivo.”

Se non ritenessi in parte superfluo il ricorso ai parametri noti del recensire, potrei osservare che, nella fattispecie, si assiste ad una lapidaria dichiarazione di poetica.     Molto opportunamente quell’aggettivo ‘anarchiche’ interviene a salvare, liberando chi legge dall’abitudine alla classificazione, a restringere il campo.

Sono aperte tute le strade, sembra suggerire l’autore, dalla meditazione, anche controcorrente, all’atto contemplativo, fondante un mondo di metafore che si rincorrono, dialogano, e confondono i sensi, per condurre a quella amoralità, empatica e naturale, propria di ciascun essere umano. A ben vedere, nella messa tra parentesi dell’ovvietà è compresa un’ardua cura nel tentare rischiose, e premianti, esperienze di ricerca lessicale. Termini suggestivi e stuzzicanti come l’aggettivo “bluati” (ma è solo un…aggettivo?), catturano, seducono e risvegliano dall’apatia quotidiana.

Un discorso a parte bisogna dedicare inoltre alla scelta, del poeta, di parlare in prima persona, l’io adottato non è infatti puramente lirico. Le matrici ermetiche, dichiarate, sono una sfida, un nobile canovaccio sul quale recitare in modo veramente innovativo.  Non si nota una rigida scelta elitaria, come per l’artista, chiuso nella torre d’avorio, che adotta uno stile oscuro, presupponendo un’incomunicabilità che oggi nessuno più  desidera.

Il lessico originale di Conticello svela un’urgenza di aprirsi al dialogo congruente, e testimoniare, si veda la bella poesia dedicata a Catania, e le pagine volutamente non melodiche, eppure un vero concerto di poesia.

Per tornare agli aspetti meditativi, è giusto prendere atto di una distanza incommensurabile, e tutta umana,  fra la rappresentazione di un mondo, il nostro, controverso e afflitto dalla finitudine, e le attese interiori.  L’io, per Diego Conticello, non ha, del resto, i limiti della vieta e scontata confessionalità, è libero, nell’immersione naturalistico-panica che manifesta in modi assai diversi.

A riprova, si osserva una dilatazione del confine fisico/metafisico, dettata dalla necessità di rifuggire dal banale, essa trapela nella filtrata scrittura, a volte ammaliante, caratteristica del poeta che sa dire: “…E se raccogli / aroma di cosmo / nel calice / pacato / d’una mano / sarai / seta del vago”[ Svernare ad oriente].

Concludendo, l’impegno e la libertà creatrice, il lavorio e mai l’elegante e addomesticata prigionia intellettuale, sono gli elementi ‘vivi’ e fondanti di questa esperienza letteraria, certamente motivata nella ricerca di un nuovo equilibrio, di spazi mediati fra sapere ed elaborare.

@ Marzia Alunni