Dieci dicembre

I 5 (+1) libri da leggere quest’estate (e anche dopo) (secondo me)

P1080926

 

Non è una classifica; l’ordine è causale. Leggeteli tutti!

 

1) Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. [continua a leggere la recensione Qui]

.

2) Felicitas Hoppe – Johanna – Del Vecchio editore, 2014 – € 14,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Anna Maria Curci

Si può raccontare la Storia inventando una storia. Si possono prendere le documentazioni, interi archivi, libri, certificazioni e metterle al servizio di una nuova narrazione. Si può inventare e allo stesso tempo raccontare la verità, così si dovrebbero fare le biografie, così si dovrebbero fare i romanzi. Questo è quello che ha fatto Felicitas Hoppe in Johanna, da poco uscito per Del Vecchio editore, e, tradotto in maniera splendida da Anna Maria Curci. La meraviglia, però, non sta soltanto nel cosa ma nel come. Il come con cui la Hoppe ha raccontato la pulzella d’Orleans è straordinario. [continua a leggere la recensione Qui]

.

3) David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto(titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono. [continua a leggere la recensione Qui]

4) Francesca Serafini – Di calcio non si parla – Bompiani 2014 – € 10,00

Di mio nonno che se la prendeva sempre con Beppe Savoldi perché ai tempi era il più forte, e non gli andava perdonato nulla. A Savoldi non bisognerebbe perdonare mai d’aver voluto cantare, qualche rigore sbagliato ci può stare. Di radioline attaccate all’orecchio, e le voci di Ameri e Ciotti e gli scusa Ciotti ma il Napoli si è portato in vantaggio. Di mia madre che ripete all’infinito: «E mo’ basta cu stu pallone». Di tutte le volte che almeno qui, almeno a cena, insomma è Natale, qui di calcio non si parla. [continua a leggere la recensione su Fútbologia]

.

5) Donald Barthelme – La vita in città – Minimum fax 2013  – € 11,00 – ebook € 5,99 – traduzione di Vincenzo Latronico

Ho finito di leggere il libro di pomeriggio. La sera sono arrivato a casa e i ponteggi dei lavori in cortile non c’erano più, ma in bilico, su un davanzale, erano ricomparse le mie scarpe sparite da mesi. Allora ho scritto una poesia, questa:

e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera.

[continua a leggere la recensione Qui]

 

libro jolly: George Saunders – Dieci dicembre – Minimum fax – € 15,00 – ebook € 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente [continuate a leggere Qui]

***

© gianni montieri

 

in-side stories #28: Una passione (parte Saggio ma finisce multitasking)

Biennale architettura 2010 - foto gm

in-side stories #28  Una passione (parte Saggio ma finisce multitasking)

«Un uomo può cambiare tutto ma non può cambiare una passione.» Sandoval, uno dei personaggi principali del bellissimo film Il segreto dei suoi occhi (film del regista argentino Juan José Campanella, premio Oscar come miglior film straniero del 2010), pronuncia questa frase rivolto a Esposito, suo superiore e amico. I due stanno svolgendo un’indagine, cercano un assassino/stupratore, Sandoval dice quelle parole compiendo un ragionamento sulla loro inettitudine.

Ho rivisto il film da poco tempo. Quasi negli stessi giorni Antonio Moresco in un interessante articolo uscito su Ilprimoamore raccontava quale fosse la cosa alla quale non avrebbe potuto assolutamente rinunciare (lui la chiamava dipendenza): camminare di notte. Tutte le notti, d’estate e d’inverno. Con pioggia, neve, vento o afa. O niente. Tutte le notti da un capo all’altro di Milano. Ho cominciato a pensare a «tutte le persone» proprio come dice Sandoval nel film «ma a quella persona», a una persona, cioè a me stesso. Tolto l’amore e gli affetti, qual è la cosa alla quale non potrei rinunciare? Domanda apparentemente semplice ma non così semplice. Riflettevo sulle varie possibilità e mi risultavano tutte, più o meno, scontate. Ma, evidentemente, nessuna passione lo è. Continuava a restare fissata nella memoria l’espressione di Sandoval − «Un uomo può cambiare tutto ma non può cambiare una passione» −, si riproduceva nella mia testa come un mantra. Nel frattempo sono successe due cose che mi hanno colpito particolarmente: (A) il Napoli è stato eliminato dalla Champions League, pur avendo totalizzato un numero assai rilevante di punti; (B) ho riletto per la seconda volta (e adesso per una terza volta) Dieci Dicembre di George Saunders (ed. Minimun fax, 2013). Il punto A mi ha procurato sconforto, delusione, sgomento, tristezza, incazzatura. Il punto B mi ha regalato gioia, ammirazione, comprensione, bellezza, illuminazione. Il rapporto A/B potrebbe essere esemplificato in questa maniera: Ogni eliminazione dalla Champions League è dolorosa / Ogni frase di George Saunders è illuminata. Arrivato a questo punto mi è venuto spontaneo chiudere il ragionamento: le due grandi passioni della mia vita, quelle che non posso cambiare, sono: Il calcio e la lettura. Ma come dicevo poco fa non è semplice la domanda, non è semplice la risposta.

Scena fuori campo

Una mattina, sono a casa, sto aspettando il tecnico della caldaia. Tecnico che non si paleserà. Mi preparo un caffè con la Moka, con la consueta cura. Riempio la parte inferiore della macchinetta fino alla valvola. Mai oltrepassarla. Se non sapete cos’è la valvola non abbiamo più niente da dirci. Aggiungo il caffè, dosando i mucchietti di polvere col cucchiaino, costruendo una perfetta, piccola collina aromatica. Completo l’opera mettendo la parte superiore della macchinetta e chiudo, stretto, stretto. Accendo il gas a fuoco lento, appoggio la moka sul fornello e aspetto. L’attesa del caffè che sale (o che esce) rappresenta una serie di bellissimi istanti, poi arriva il borbottio, poi arriva l’aroma. Spengo e verso nella tazza. Senza zucchero, naturalmente. Riempio un bicchiere d’acqua con gas. L’acqua serve a pulire, a preparare la gola ad accogliere il caffè come si deve. Bevo il caffè a piccoli sorsi. Fine della scena fuori campo.

Tutti questi gesti che si compiono, che io compio, durante la preparazione del caffè, dal primo all’ultimo, sono tutti atti che amo profondamente, ma secondo me non vanno a costituire una passione. Somigliano più a un rituale, a qualcosa che si fa per devozione. A una passione non si può rinunciare, ricordiamo Sandoval. Se un medico arrivasse da me una mattina e, dopo aver letto i miei esami del sangue, mi dicesse che da quel momento io non debba bere più caffè, che farei? Smetterei, ovviamente, con fatica, si capisce, ma la paura sarebbe più forte. Ma se mi dicesse che non devo più guardare una partita del Napoli, oppure di non leggere mai più un libro, ce la farei? Secondo me no, potrei provarci ma la passione non se ne andrebbe. Nel periodo in cui non guarderei le partite, starei sempre a comprare La Gazzetta dello Sport, prendendomi in giro, andrei a cercarmi i gol su Youtube, come se non fosse la stessa cosa. Chiederei, attraverso imploranti messaggini, il risultato parziale di un Napoli – Sassuolo, o che so, di un Napoli – Livorno. Per non parlare dei libri. Immagino con terrore la scena con l’apparizione di questi infermieri/facchini che mi entrano in salotto, e, dietro ordine di non so bene quale primario, mi svuotano le librerie, non trascurando i libri sul divano né quelli impilati accanto al letto, perché NUOCIONO GRAVEMENTE ALLA MIA SALUTE. L’orrore. Il mio futuro da malato consisterebbe nell’aggirarmi nelle librerie indipendenti (senza chiedermi da cosa), in quartieri periferici, leggendo un paio di paginette di nascosto, e subito dopo fischiettare per non dare nell’occhio, sorridendo ai librai. Nelle giornate più difficili, arrivare a rubare una fascetta di D’Orrico e poi correre fuori a vomitare.

Seconda scena fuori campo

Sono seduto al tavolo di casa mia, ho davanti il taccuino e il pc è acceso. Ricopio dal taccuino una poesia su un file word. Controllo che la metrica, pensata (ma condensata) sui piccoli fogli di carta, corrisponda alla mia idea di partenza, sistemo la punteggiatura, cambio una o due parole, controllo l’insieme, salvo il file.

Terza scena fuori campo

Qualche tempo dopo (ore, giorni, settimane) riapro quel file, mi illumino, so cosa fare, dove levare, se aggiungere, se buttare o tenere. Dove scomporre e dove accorpare. So cosa fare e mi piace quel che devo fare. Fine della seconda e della terza scena fuori campo. Magari queste cose le faccio bevendo un caffè, per cui le tre scene fuori campo potrebbero anche stare insieme.

C’è quindi la questione della scrittura. Io scrivo. Mi piace? Sì. Quanto mi piace? Maledettamente, cazzo. Ma scrivere è la mia passione irrinunciabile? La cosa che non posso cambiare? Non lo so. Non so se non dovessi scrivere più cosa farei. Esiste, però, la possibilità che non ne morirei. È tempo che io confessi: da piccolo avrei voluto fare il calciatore professionista. Mai stato abbastanza bravo, l’ho sempre saputo per fortuna. Ogni tanto penso che riuscire a scrivere bene sarebbe come giocare in serie A. Una poesia bellissima e indimenticabile vale quanto un gol in Champions League? Forse, tolti i milioni di euro di differenza tra riuscire in una cosa o nell’altra. E se mi fossi messo a scrivere soltanto perché non so giocare a calcio? Sarà vero? Però la passione per il calcio, per guardarlo, la sofferenza per una sconfitta della tua squadra del cuore non sono surrogati del tuo “avrei voluto fare il calciatore ma…”, sono qualcosa che sta sopra, che viene prima e dopo e che nessuno può controllare. Come nessuno che non è vittima della stessa passione potrà capire cose come: esultare come un bambino, urlare “gol” precipitando giù dal divano, far partire dei vaffanculo al niente, commuoverti. Alla stessa maniera la lettura non è un surrogato della non scrittura. La lettura è qualcosa che viene prima e che viene dopo. Non si può spiegare il piacere che si prova quando si sceglie un libro, sfogliarlo, annusarlo, leggerlo. Amarlo, odiarlo. Isolarti da tutto e da tutti, tu e il tuo libro tra le mani.

In conclusione, tirando le somme, come dicevo, tolto l’amore e gli affetti, le mie passioni vere “quelle che non posso cambiare” sono due, due soltanto: quella per il gioco del calcio e quella per la lettura. Firmato, un uomo banale.

 © Gianni Montieri

***

Paolo Conte  – Cuanta pasiòn

Ma sì, sarà il carattere
o la malinconia
che sta dietro al carattere
come una gelosia
sarà il pensiero vergine
che ha la fantasia
vissuta dal carattere
come la frenesia

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que pasiòn visionaria
y teatral!

Le vigne stanno immobili
nel vento forsennato
il luogo sembra arido
e a gerbido lasciato
ma il vino spara fulmini
e barbariche orazioni
che fan sentire il gusto
delle alte perfezioni

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que vision pasionaria
trascendental!

Più son pallide e languide
le donne nell’ andare
e meglio sanno esprimere
il morbido sbandare
che arriva dai vulcani antichi
e dalle onde del mare
che sulle terre tiepide
si sporgono a danzare

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que pasiòn visionaria
y teatral!

Le musiche difficili
son spiriti dannati
che dal naufragio invocano
interpreti spietati
ma, dato che contengono
occulte persuasioni,
ti strappano anche l’ anima
insieme ai pantaloni

Cuanta pasiòn en la vida
cuanta pasiòn
es una historia infinita
cuanta pasiòn
una illusiòn temeraria
un indiscreto final
ay, que vision pasionaria
trascendental!

George Saunders – Dieci dicembre (raccontato da Andrea Pomella e Gianni Montieri)

dieci dicembre

George Saunders – Dieci dicembre – ed. Minimum fax – euro 15,00 – ebook 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

***

La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

E così ho comprato Dieci dicembre e l’ho letto. L’ho letto due volte, a distanza di un mese. Non mi è mai capitato di leggere un libro due volte a distanza di un mese. O forse sì, tanto tempo fa; quella volta il libro era Una questione privata di Fenoglio. Possono essere tanti i motivi per cui uno sente il bisogno di leggere un libro due volte a distanza di un mese. Il mio motivo è che la prima volta che ho letto Dieci dicembre le mie aspettative sono andate deluse.

Dieci dicembre è un libro su cui c’è una pressoché totale unanimità di giudizi. Giudizi che dirli lusinghieri è riduttivo. Eppure, in quei racconti, al principio ho sentito qualcosa di stridente. Nella “voce straordinariamente intonata” e “piena di grazia” di cui parla Thomas Pynchon (uno tra i tanti, stellari endorsement di cui può fregiarsi l’opera di Saunders) ho annusato un certo odore di plastica bruciata. Provo a spiegarmi meglio. Al riparo di un’abilità narrativa portentosa, Saunders costruisce esuberanti storie che raccontano l’istituzione della famiglia e le piccole grandi sofferenze prodotte dalle piaghe dell’America contemporanea, filoni che hanno nutrito il cuore della migliore letteratura d’oltreoceano. Ma lo fa con un rifiuto del conformismo così smaccato da mettere in piedi ogni volta uno spettacolo originalissimo di tecnica. Il terrore di apparire convenzionale innerva ogni frase di Saunders, e questo terrore finisce per falsarne la voce. Ho avuto, in altre parole, l’impressione di trovarmi nel più splendente e moderno lunapark, e di cercare a ogni nuovo giro di giostra l’emozione di una vertigine nuova, per finire col rendermi conto che quella vertigine non era poi tanto migliore di quella che provavo da ragazzino in certi vecchi, miserevoli parchi giochi di periferia.

Perciò, quello che a detta di tutti è il capolavoro di un funambolo della nuova narrativa americana, a conti fatti mi è sembrato poco più che il solito, vecchio trucco postmoderno. Tanto che l’unico racconto che mi è parso davvero indimenticabile è il lapidario Croci, due pagine così nette e dolorose da dire più di quanto non riescano la maggior parte dei romanzi in circolazione.

Allora ho lasciato passare qualche settimana, dopodiché ho preso la decisione di rileggere Dieci dicembre da cima a fondo. Al secondo tentativo sono riuscito a entrare meglio nei meccanismi cognitivi che servono a decifrare i racconti di Saunders. È come se il mio cervello si fosse adattato alla lente deformante che Saunders pone tra i nostri occhi di lettori e le sue storie. E quello che prima mi sembrava poco più che un inganno ottico, in seconda lettura si è trasformato in uno strumento più conforme alla natura del mio sguardo. Ho potuto così godere della vertigine, senza che fossi in continuazione distratto dall’invadenza del congegno. Per questa via ho scoperto l’enorme cuore pulsante di questo scrittore, un cuore così felice da farti pensare che ci siano esseri umani completamente invasi dal dono della narrazione. E George Saunders è innegabilmente uno di questi (leggete Le Ragazze Semplica, una o due volte, a seconda di quanto siete bravi, per farvi un’idea di quello che sto dicendo). Autori che sarebbero capaci di intrattenerti anche solo scrivendo un saluto su un post-it.

Così, ora davvero non so dove sia la verità di questo libro, e quando Gianni mi ha chiesto di farne una recensione per Poetarum, dentro di me mi sono detto: “Cosa potrò mai scrivere senza rischiare di passare per un lettore affetto da schizofrenia letteraria?” In realtà quella che azzardo è una recensione che non può essere considerata come una vera e propria recensione, per il semplice fatto che Saunders è un autore che non può essere considerato come un qualsiasi altro autore. E d’altronde non è neppure necessario che io scriva una recensione coi fiocchi, dal momento che in rete di recensioni coi fiocchi ai racconti di Saunders se ne possono trovare a dozzine, molte delle quali sfoggiano anche più dei canonici fiocchi, quindi è del tutto inutile che io mi aggiunga a questa schiera. A chi non è piaciuto il libro, consiglio di provare a rileggerlo, proprio come ho fatto io. A chi è piaciuto in prima battuta, faccio i miei più vivi complimenti. A chi non l’ha ancora letto (e si presume che una recensione debba rivolgersi in primo luogo a questa categoria di persone), dico: male che vada comprerete un libro e ve ne ritroverete due, due libri diversissimi tra loro, e solo per questo sarà valsa la pena di averci provato.

 © Andrea Pomella

***

La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente. Poi ho cominciato a zigzagare, rileggendo prima quelli di cui ricordavo meno cose, che, apparentemente, mi avevano impressionato di meno. In realtà, ma l’ho capito dopo, stavo facendo una delle più banali prove di matematica, stavo cambiando l’ordine dei fattori per verificare se, e cosa, cambiasse nel prodotto. La matematica applicata a Saunders non sbaglia, il prodotto non cambia. Cambiava solo la percezione del lettore. La meraviglia si trasformava in gratitudine. L’ammirazione lasciava spazio al rispetto. L’istinto faceva sedere accanto a sé il ragionamento. La prima lettura mi aveva fatto pensare che non avessi letto nulla dello stesso livello quest’anno, la seconda lettura l’ha confermato e mi ha spiegato il perché.

In questi racconti non ci sono luoghi veri e propri, non vengono nominate città, gli interni non sono descritti dettagliatamente, non c’è mai un protagonista; o meglio l’attore principale non esiste senza gli altri personaggi della storia. Saunders lo indica, lo fa vedere con chiarezza e poi gli sfuma i contorni fino a renderlo parte del coro. Alla fine sono tutti protagonisti, contano tutti alla stessa maniera. Nessun racconto è scritto nello stesso modo. C’è quello scritto in prima persona, c’è la voce fuori campo, c’è il diario sgrammaticato, c’è il narratore esterno, c’è un racconto che è composto da una e-mail. Saunders non è banale, mai, oppure le prova tutte per non esserlo, ci riesce e, in fondo, è questo che conta. Ma quello che ci fa innamorare di uno scrittore non è mai la sua tecnica e nemmeno il talento. Ci fa innamorare, invece, quanto di quel mix tra esercizio e dono arrivi dalla pagina a toccarci il cuore, senza retorica. Mi è parso mentre leggevo e rileggevo che quelle parole messe in fila andassero a scovare dei punti nascosti da qualche parte dentro di me e che, una volta trovati, facessero loro una carezza. Cose come questa: «E poi siccome non gli aveva complicato la vita facendo la saputa erano rimasti lì sdraiati a fare progetti, tipo perché non vendiamo qui e ci trasferiamo in Arizona e compriamo un autolavaggio, perché ai bambini non compriamo il Sapientino, perché non piantiamo i pomodori, e poi si erano messi a fare la lotta e lui (chissà perché le era rimasto impresso) mentre la teneva stretta era scoppiato in una risata sbuffa di disperazione, fra i suoi capelli, come uno starnuto, o come se gli venisse da piangere. L’aveva fatta sentire speciale, lasciandosi andare così.»

I temi di Saunders sono quelli classici della letteratura americana che più ho amato. La famiglia (come Carver). Il quotidiano (come Carver). La vita fuori dalle metropoli (come Carver). Il mondo dove il sogno americano non si è realizzato (come Carver). George Saunders non scrive come Raymond Carver nemmeno un po’, ma, tra una storia e l’altra, il buon vecchio Ray mi è venuto in mente diverse volte. Ad esempio nei dialoghi tra due o più persone, Carver era un maestro in questo . Scrivere un dialogo dove parlano più soggetti è molto difficile, pochi ci riescono, Saunders ci riesce. E poi, mi pare che Saunders possegga lo stesso sguardo compassionevole di Carver. Prova pietà, non è cinico. Ho, infine, la sensazione lavori parecchio su ogni singolo racconto, su ogni parola, proprio come Carver. Fine del passaggio nella terra di Raymond.

George Saunders scrive talmente bene che te la fa sembrare facile, ti fa credere che quella roba lì, quella roba perfetta, sia uno scherzo. Provateci e se qualcuno ci riesce mi telefoni. Molto spesso potrebbero venire in mente le fiabe, per delicatezza e per il senso del gioco, per l’apparente leggerezza. Vi verranno in mente e saprete esattamente che le favole non c’entrano ma una certa grazia e una purezza riservata ai bambini, quella sì. Troverete racconti brevissimi e fulminanti come Croci. Futuristici e inquietanti come Fuga dall’aracnotesta. Da restare sgomenti come Giro d’onore o Le ragazze Semplica. Da lasciarci qualche battito di cuore come Dieci dicembre. Più o meno vi ho detto tutto quello che volevo dirvi di questo libro, sia io che il mio amico del piano di sopra ci siamo tenuti distanti dalla recensione classica ma il cuore del libro ve lo abbiamo raccontato. «Un soffio di vento mandò giù dal cielo una raffica di neve vaporosa. Che spettacolo. Perché eravamo fatti così? Capaci di trovare la bellezza in tante cose che accadevano ogni giorno?»

 @ Gianni Montieri