diario ottuso

proSabato: Amelia Rosselli, da Diario ottuso (1968)

 

12/1/68

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Fogli superbi di disubbidienza: come lavare dal manto di grigio splendore quel suo odore così famigliare di benzina, di vino, di sperpero di seme?

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Finì per cogliere l’occasione propizia per spaventare nel suo regno quest’uomo grigio e baffuto, d’una impropria volontà d’esser più di quel che sembrasse. Ho finito anche per raccontare − tramite un intervallo e l’altro (un intervallo d’amore, un silenzio d’amore, una brochure di infanticidio) − quali fossero i suoi dispetti, difetti, quale la sua, e la mia, disintegrazione.

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Non vidi alcun usurpatore al trono chiedermi perdono.

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Le brutture situazionali delle nostre emicranie ci permettono di credere che tu non sarai quel che appari.

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Amelia Rosselli, Diario ottuso, ed. Empiria 1996.

proSabato: da ‘Diario ottuso’ di Amelia Rosselli

da Diario ottuso, 1968

…Partì senza dire a nessuno perché partiva: partiva, ed era obbediente agli altri nel partire, essi che preferivano che lei partisse. Partì, e fu come togliersi la giacca, tutta indaffarata nel partire e pensare: perché sono partita? Perché mi hanno fatta partire?

Non so perché sono partita, si disse, e nemmeno voglio sapere perché essi hanno voluto che io partissi, si disse, e ora non ho nemmeno voglia di partire, pensò partendo.

E sedendosi sul morto sedile, fece un pulito, stancante viaggio, sempre pensando fra sé: perché partire, perché hanno desiderato ch’io partissi. Venne: perché si castrò da sola? Perché era sola e indesiderabile? Perché era conscia della sua scelta? O perché era nuova all’ingranaggio? Fu come se una fiera di interrogativi la colpissero nel punto giusto: la testa: l’ombelico: il saper tutto: il non saper nulla: il preferirsi morta.

Montò sul treno, fece il viaggio e riscosse dal bigliettaio la promessa di arrivare in tempo per essere distrutta in questo nuovo luogo dove avrebbe, finalmente, imparato a vivere. Volendo cocente saper vivere e cogliere dalla vita solo quello che gli era dovuto. (altro…)

proSabato: Amelia Rosselli da “Diario ottuso”

diario ottuso

25/3/67

S’era illuminato il progetto: non era più una speranza ma una volontà.
…….Io decidevo di esprimermi con maestà e furore anche se le parole assumevano a volte un contegno più che irrispettoso. Perché, mi chiedevi, e illustravi le tue difficoltà, obiettive anch’esse ma non risolutive.
…….Non ho altro candore che questa mia brigliata simpatia per le maestose ombre del paradiso in terra.
…….Paradiso! Ma è furore, battaglia e convinzione.
…….No − è la mia ombra, il mio permesso ad una libertà in atto, limitata dalle tante crisi biologiche.
…….Volete contenerVi? E allora, con quel bastone in mano, vi mostro o miei amici, che non era il sangue blu, vivace, paralizzato, ad accendere le varie speranze ma invece una facile combattività che mostrò il suo umore con un contegno irreprensibile.
…….Esso è irreprensibile? No − è vuoto e candido, nero e triste, erotico nelle sue fondamenta e moralistico nei suoi dibattiti contaminati da articolazioni e scrigni.
…….Ho irriso il potere? Ho contato sulle due dita le vostre misantropie, le mie lagnanze, la vostra simpatia?
…….Il gioco, brusco, negativo − quasi sempre solitario − non fu fatto: fu distrutto, con una penna arrugginita in mano, e con bianche pagine dedicate alla tranquillità.
Quale nero profondo impegno nelle mie mestruazioni!

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© Amelia Rosselli, Diario ottuso, Milano, Garzanti, 1997, p. 628 (edizione di riferimento). Prima edizione: Roma, IBN, 1990.