dialoghi

Parole nel transito, un dialogo sul silenzio. Franca Mancinelli e Giuseppe Martella

Odilon Redon, Il silenzio

 

Lo scambio che segue è frutto di un anno di parole con Franca Mancinelli (Fano, 1981). La sua prima raccolta si intitola Mala Kruna, uscita per Manni nel 2007, cui segue Pasta Madre, per l’editore Aragno, nel 2013. Il suo ultimo testo è Libretto di transito, uscito nel 2018 per Amos Edizioni.

 

Giuseppe Martella: Nel nostro primo incontro, a Roma, credo tre anni fa ormai, o forse quattro mi parlavi degli ultimi passaggi di Pasta madre, la tua seconda raccolta di poesia, passaggi preliminari alla pubblicazione: mi descrivevi un pavimento con sopra tutte quante le poesie stese una accanto all’altra. Questo, se ricordo bene, perché volevi vedere come respirassero tra loro, se s’incontrassero in un respiro comune. A distanza di tempo, pubblichi una raccolta di prose brevi (di prose liriche) per Amos Edizioni, e lo intitoli Libretto di transito. Che orizzonte di senso ti sei ritrovata in queste prose? E da quale tipo di silenzio sono state precedute?

Franca Mancinelli: La costruzione di un libro ha a che fare con l’architettura e per questo ha bisogno di fondamenta salde. Mi siedo sul pavimento e inizio a comporre delle sequenze spostando i fogli, fino a che sento che si è creato uno spazio abitabile. Non posso vivere in un luogo buio, per questo nelle pareti apro delle finestre o porte finestre. Sono le pagine bianche che scandiscono il libro, lo spazio da cui ascolto, aspetto. Nella casa c’è molto spazio vuoto. Per gli ospiti. E per gli insetti.
Quando il lavoro è finito, è tempo di andare. Lasciare la casa a chi, passando, si sporgerà sulla soglia, sosterà nelle stanze, bivaccherà una notte o si fermerà più a lungo. Come uscire da un luogo che abbiamo creato con il nostro respiro? Da Pasta madre sono uscita lentamente e non so se il trasloco sia avvenuto del tutto. Sicuramente là dentro ho lasciato molto di ciò che mi appartiene. Il silenzio trascorso, da Pasta madre a Libretto di transito, potrebbe comporre alcuni libri di pagine bianche. Pensando alla tua domanda, credo tuttavia che l’orizzonte di senso non sia mutato. È la stessa attesa di un passaggio, di una metamorfosi… entrambi i libri si aprono e chiudono in un sonno che è ritorno e movimento verso una trasformazione.

GM: Il libro come una casa, come uno spazio di silenzio che accoglie. Un silenzio abitabile… Eppure mi sembra che questo silenzio abitabile sia la sola garanzia per la parola. Il silenzio tra le note, più che il silenzio delle note (ha scritto e detto Krishnamurti) è comunque l’aspetto che ora mi interessa di più della composizione. Per usare una espressione di Brian Eno, presa da una delle sue Strategie Oblique: la transizione tra le sezioni, più che le sezioni stesse. I tuoi primi libri sembrano ora riconfigurarsi come uno spazio di silenzio, e di ascolto, che si configura come uno spazio di transizione. Qualcosa di simile mi era stato fatto notare in merito a Nel centro della regola. Quando ero alla presentazione di questo mio primo (e inaspettato, quasi non voluto mi ridico ora) libro di poesie, un caro amico mi fece notare l’alta frequenza della parola: infanzia. Una condizione che durante la stesura dei testi non ho vissuto su un piano personale, o peggio ancora autobiografico. Direi, piuttosto, ad un livello cognitivo. Se non proprio esistenziale. È dal silenzio, e dal buio, del Caos e dell’Erebo che nasce la prima luce, o Dioniso. È attraverso il silenzio di una ninfa che la Natura parla, rendendoci tollerabile la sua terribilità. Un po’ come il canto delle Sirene. Un canto privo di parole, prelogico.

FM: Mi è molto vicino quello che dici. C’è un senso che ci raggiunge attraverso il ritmo e la materia stessa della lingua, prima ancora di cristallizzarsi in un significato. Quell’onda sonora che viene e torna nel silenzio, attraversa le parole e le fa vibrare schiudendo i semi di significato seminati nei secoli, tenuti in vita dalle bocche che li hanno pronunciati. Questo sentimento della lingua come materia viva che ci viene trasmessa, e che dobbiamo accogliere con la nostra attenzione e restituire in dono, era molto presente in me quando scrivevo Pasta madre. Era un’esperienza inconsapevole che stavo facendo, come affondando istintivamente in uno strato profondo della lingua in cui sono presenti, allo stato germinale, tante possibilità di vita e di significato che poi prenderanno forma, nel momento in cui vengono riconosciute e accolte. Credo che la parola poetica stia tutta in questa possibilità di attingere alla materia generatrice che è nella lingua. Sta lì quello che Florenskij chiama Il valore magico della parola, la nostra possibilità di entrare in contatto con una forza capace di modificare noi stessi e la realtà. È questa fede arcaica e infantile che ogni voce poetica, in modo più o meno consapevole, mantiene viva.

GM: Poesia e magia, intitolava Anita Seppilli in un libro più che capitale… La forza della parola, della parola intesa come simbolo, prima struttura di significazione che è in grado di intervenire sulla realtà perché ne modifica la percezione. A una menade “bastava” il ritmo di un tamburello, e di un flauto, per uscire da sé e trovare la comunione con il dio. Una fede arcaica e stranamente infantile. Scrivo stranamente, perché l’infanzia è l’età in cui non c’è ancora parola, una età in cui non c’è ancora distinzione tra soggetto e oggetto: estasi semmai, che nasce prima dell’estetica. Eppure mi rimane l’impressione che il grande assente sia questo orizzonte di silenzio, di attesa cresce quando la parola, prima di essere espressa, abbia ancora e comunque bisogno di inabissarsi.

FM: La forza creatrice della parola credo sia data proprio da ciò che la precede. Quanto più ha potuto, come tu dici, inabissarsi e farsi ricettacolo di esperienza e di sentire, tanto più potrà, una volta affiorata, riverberare significato. Perciò bisogna lasciare che le parole dimorino nel nostro corpo, si accordino al ritmo del nostro respiro, prima di dare loro voce e di trasferirle sulla pagina. Quando, con il tempo, torneremo a leggere, riconosceremo il bagliore di qualcosa che è stato in noi e più grande di noi. Diversamente, quello che accade, è una riproduzione di segni, una decorazione del bianco. Invece di dare corpo e di portare alla vita, ci si lascia distrarre, e condurre nel circolo chiuso che produce altre scorie di quella parte di noi che cerca soltanto specchi.

© Giuseppe Martella

Delle apparenze

– Voi credete ancora alle apparenze, è questo il vostro dramma –
– Ma non sei forse tu che ne hai creato ogni presupposto? Nei minimi particolari, microscopici, hai fatto in modo che potessimo capire solo fino a un certo livello.
– Questo sarebbe un giusto appunto se non avessi dalla mia tutto l’universo, e voi soltanto un pulviscolo di cellule.
– E allora lo ammetti, hai fatto in modo che mai percepissimo le dimensioni totali del nostro esistere. Un bello scherzo da prete.
– Da papa, anche, con o senza accento, giacché ci sei.
– Ho appena letto una documentazione sui delitti che hanno contrassegnato il dilagare del potere di quella chiesa che spaccia per tuoi i propri interessi.
– Conosco la faccenda, so tutto il numero dei cosiddetti santi sepolti nelle cripte marmoree, mitria in testa, in quel luogo di sfarzo sfrenato e preziosità di ogni genere. Mandai mio figlio tempo fa tra loro, ma lo uccisero e delle sue parole fecero commercio.
– Allora mi pare di capire che non abbiamo speranza. Oggi ancora una volta abbiamo assistito alla vittoria dei loro protetti, mafiosi e obnubilatori di coscienze. E dei loro scandali immondi minimizzare la portata e gli esiti.
– Purtroppo non avevo considerato queste deviazioni, ma nella libertà dell’infinito possibile, ho voluto che tutto fosse sperimentabile.
– Allora vedi che è tutta tua la responsabilità!
– Se per responsabilità intendi l’avervi lasciato completa libertà di co-creare la vostra realtà, allora sì, sono responsabile-
– Bene, è già qualcosa, ammetti le tue colpe.
– No, ammetto le vostre.
– Troppo comodo, non sono d’accordo.
– Comodo perché? Se sono tutti voi, se ciascuno di voi è un minuscolo punto del mio essere, è dentro di me che avviene ogni dolore, come è dentro di me che si articola ogni passione e ogni piacere.
– Vuoi dire che tu patisci te stesso?
– Si potrebbe anche dire così, se preferisci.
– E allora io, io chi sono e quanto conto in questo infinito incommensurabile di cui consisti, di cui rifulgi e infinitamente ti espandi?
– Tu sei l’informazione che ho voluto, tu sei la mia coscienza momentanea, ma senza di te non ci sarebbe il tempo.
– ?
– Nemmeno un buco nero: un vacuolo può esistere perché esiste l’intorno, io sono la dimostrazione degli assunti contrari, io sono il tutto, IO SONO.
– Dopodiché io continuerò ad essere tuo complemento infinitesimo, nel bene e nel male…
– Bene, Male e Indifferenziato, sono categorie di questo pianeta che insieme abbiamo creato e stiamo ancora creando, fondanti di un sistema trino. Infatti, con chi tu stai discorrendo?
– Stando a quanto hai detto, con me stesso.
– Ecco. Allora le responsabilità?
– Sono le mie.
– Beh, in un certo senso sì, ma tu sei solo una cellula dell’organismo che ha per corpo la Terra, per cervello le stelle e per braccia l’eternità.
– E allora come posso essere responsabile di tutto questo?
– Siamo al dunque, lo sei e non lo sei, esattamente come Me.

cristina bove

A Canaria- di Vincenzo Mancuso

un tempo avevamo una voliera, era grande come una casa, l’aveva costruita mio padre per dare asilo alle tortore per cui andava pazzo. Lasciava le porte aperte, nessuna scappava, anzi, arrivavano tantissime altre specie. Mio padre curava i malconci, li rimetteva in sesto ma non chiudeva mai le porte. Quando entrava per le pulizie gli uccelli gli si posavano sul corpo senza sporcarlo mai, sembrava che avessero da dirgli le impellenze o i desideri, come fanno i figli con i genitori. Ricordo che era felice lì in mezzo, era come se il mondo lo sentisse più leggero, a l a t o.

Stammatìna na Canaria

s’è fermata for’ ’a loggia

se appuiata ‘ncòppa e’piante ’e rose

e ha accumminciato a cantà.

Nu canto accussi bello e fino

c’à nun aggio  putute fa ’a meno

‘e arapì ‘a fenesta pe’ guardà.

Songo asciuto fora, ancora chino ’e suonno

e  senza paura

s’è avvicinata ’a mme muvenne ’a capuzzèlla

comme si vulesse dì: Bongiorno!

Comme sarà bello, aggio penzàto,

avè na Canaria comme amica

cantà e pazzià cu’ essa tutt’ ’a jurnata,

però io vulà nun saccio

e m’accuntento d”a vedè ogni tanto fora ’a loggia

ca me fa na serenata

P”a ringrazià d”a cumpagnìa

ci’aggio dato na mullechella

– m’ha guardato , l’ha pezzecàte na vota e po… l’ha lassata –

Và, và vola Canaria, ci’aggio ditto

tiene sta furtùna

và e dimàne tuorne ccà

a me cuntà

‘e chello ca ‘ncielo  s’è parlato

.

Riferimento:

http://www.partecipiamo.it/Poesie/nuova_poesia/mancuso/vincenzo.htm