Di uomini e Bestie

Una frase lunga un libro #45: Ana Paula Maia, Di uomini e bestie

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Una frase lunga un libro #45: Ana Paula Maia, Di uomini e bestie, La Nuova Frontiera, 2016, traduzione di Marika Marinello, € 14,50

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Negli occhi del ruminante, sebbene sempre insondabili, si era dissipata tutta la nebbia e il buio. Era la sua stessa immagine quella che aveva davanti a sé, riflessa negli occhi della vacca, poco prima di morire. L’immagine della bestia. Quotidianamente è se stesso che vede quando ammazza, dato che ha imparato a guardare attraverso la foschia che cala negli occhi dell’animale.

Mentre leggevo Di uomini e bestie di Ana Paula Maia mi tornavano in mente con forza lacerante (passatemi il termine) molte poesie di Ivano Ferrari, quelle di Macello e quelle di La morte moglie (libri editi entrambi da Einaudi). Ivano Ferrari è uno dei più bravi poeti italiani e ha raccontato soprattutto in Macello, con poesie dure e luminose, la vita e la morte nel mattatoio, chi la prende e chi la dà, il rapporto tra uomo e bestia, con versi come questi: «La mia pelle ripulita e triste / il cuore glabro / il colorito bluastro / bene, io sono quello /  che stabilisce la commestibilità / dei vostri miasmatici cibi.»; o come questi: «La carne morta rivive / nella sua grande miseria / col vento che riporta gli odori /  ad  un ordine sparso. / La carne morta è ricamata / da quelle sinuose presenze / che gli altri chiamano larve.». I versi di Ferrari sono di una disarmante lucidità e mostrano il dolore, la desolazione, la debolezza dell’animale e il potere dell’uomo, ben tratteggiano le nostre miserie, viste all’interno di un Macello. Ana Paula Maia ha scritto un romanzo incredibile, durissimo. Efficace e intenso proprio come le poesie di Ferrari, vediamo perché.

Un mattatoio in un posto isolato, una forte presenza della natura, un fiume che negli anni è cambiato di spessore, elementi e colore. Perché l’acqua si adegua e dal mattatoio assorbe e ciò che assorbe rende. Una fabbrica di hamburger poco distante e altre che ne verranno. Il sole sorge e tramonta sopra le vacche, mai sulle stesse. Le bestie e gli uomini. Uomini di poche parole e nessuno svago, uomini che vengono da altri posti, altri lavori, sembrano reduci, forse lo sono. Uomini col destino segnato, con troppo destino da gestire. Uomini che fanno il proprio lavoro. Ana Paula Maia fa una prima divisione, quella tra uomini e uomini, quella è possibile. I miseri che aspettano gli scarti di carne per poter avere qualcosa da mangiare, disposti a umiliarsi per un pezzo di carne, per fame; i miserabili, quelli che all’interno del mattatoio danno la morte con compiacimento, con crudeltà, uccidono sorridendo. Maia salva i primi, fino alla fine, condanna i secondi già dalle prime pagine. L’assassino non ha scampo. Poi ci sono gli uomini come il protagonista, Edgar Wilson, che arriva da un passato che somiglia a un incubo e ha un sogno soltanto: smettere di uccidere vacche per uccidere maiali. Edgar che sa di essere un assassino, conosce la sua miseria e quella degli uomini, sa – e la frase che ho scelto dal romanzo ce lo mostra – che nel pozzo profondo che c’è dietro gli occhi di una bestia c’è uno specchio dove si riflette un’altra bestia, egli stesso. Edgar sa questo e fa il proprio – orribile – lavoro di storditore con precisione, lui sa come procurare nelle bestie la minor sofferenza possibile, è il suo codice, ed è la sua maniera di stare al mondo, sa che questo non salverà né lui né le bestie, ma sa che ci sarà una morte meno dolorosa.

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