destino coatto

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Goliarda Sapienza ‘voce intertestuale’, nel ventennale della sua morte. A cura di A. Trevisan

Nel ventennale dell’anniversario della morte dell’autrice proponiamo un secondo post a lei dedicato in cui si riporta parte dell’introduzione al volume di Alessandra Trevisan Goliarda Sapienza: una voce intertestuale (1996-2016) edito da La Vita Felice.

la redazione

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Goliarda Sapienza nacque a Catania il 10 maggio del 1924 ma visse per la maggior parte della sua vita a Roma e, negli ultimi anni, tra la capitale e Gaeta, dov’è morta il 30 agosto 1996. È stata attrice di teatro e di cinema, poetessa, scrittrice di racconti, romanzi, testi teatrali, articoli, radiodrammi, diari ed epistolari, la maggior parte dei quali, a oggi, risulta pubblicato. Figura importante e talvolta protagonista, suo malgrado, delle vicende del panorama culturale del secondo Novecento italiano, ha ricoperto anche i ruoli di “cinematografara” e docente di teatro e dizione, riuscendo a coniugare la sua arte con una tensione vitale, una ‘vita di vite’ piena, costante e “appassionata”, declinata in un modo del tutto peculiare, così com’è originale tutta la sua opera. […]
Sapienza si rivelò al mondo editoriale con quattro romanzi pubblicati in vita nell’arco di un ventennio, tra il 1967 e il 1987: Lettera aperta (Garzanti, 1967; Sellerio, 19972; UTET, 20073), Il filo del mezzogiorno (Garzanti, 1969; La Tartaruga, 20032; Baldini e Castoldi, 20153), L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983 e 20062; Einaudi, 20123) e Le certezze del dubbio (Pellicanolibri, 1987; Rizzoli, 20072; Einaudi, 20133). Dello stesso periodo sono reperibili anticipazioni di bozze di romanzi e racconti apparsi su riviste e antologie, infine interventi radiofonici e articoli riguardanti tematiche al femminile o, più propriamente, reportage usciti negli anni Ottanta sulla rivista Minerva dell’Associazione Il Club delle Donne di Roma.
Dopo un momento di oblio durato a lungo – dall’‘87 all’anno della sua morte almeno – Goliarda è tornata all’attenzione del pubblico e della critica nel 2005, grazie al successo riscosso in Francia e alla ristampa italiana del romanzo postumo e oramai famoso L’arte della gioia,[1] scritto tra il 1967 e il 1976. Attualmente, documentari, presentazioni, appuntamenti, spettacoli, reading e omaggi dedicati al suo lavoro continuano a nascere e circolare in ambiti diversi. Eppure, leggerla o rileggerla nel ventennale della sua scomparsa richiede una premessa che tenga conto dei percorsi di ricerca già tracciati, affinché un ulteriore lavoro biografico e critico su di lei abbia senso. […] percorrendo l’intero corpus, si può evidenziare il dialogo che esiste tra le diverse opere nel segno dell’autobiografia ma anche di un ‘nutrimento’ letterario in divenire; ogni opera partecipa infatti alla precedente, e carica di attesa e significato le successive, creando un’originalità di stile che ha pochi eguali nella storia della letteratura del Novecento.
Focalizzarsi in particolar modo sui volumi postumi, non ancora sufficientemente letti e indagati, si prospetta di fondamentale importanza al fine di saggiare la ‘tenuta’ letteraria dell’autrice. Essi […] sono i racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; Einaudi, 20112) e la raccolta poetica Ancestrale (La Vita Felice, 2013) in cui è confluita anche la precedente, Siciliane (Il Girasole Edizioni, 2012), primi rilevanti approcci alla scrittura. Un intero paragrafo sarà qui dedicato al romanzo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2009): scritto nel 1979, il libro appare decisivo per i legami che intesse con la storia della cultura francese ed europea del primo Novecento. Meritano ampia considerazione i diari editi da Einaudi nel 2011 e 2013 – entrambi curati da Gaia Rispoli – con i titoli Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 e La mia parte di gioia. Taccuini 1989-1992; si tratta di una selezione dalle scritture private. Una parte inedita degli stessi dal titolo Elogio del bar è stata pubblicata anche nel 2014 per i tipi di Eliot. È degno di nota, infine, il volume Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, 2014), che raccoglie l’opera teatrale e parte di un lavoro dedicato all’adattamento – cinematografico o teatrale – di alcuni testi scritti negli anni Sessanta e Ottanta, come le pièce. Il romanzo-diario Appuntamento a Positano, pubblicato da Einaudi a giugno 2015 risale, invece, al 1984. […]

Questo libro muove dunque da un’esigenza: tentare una differente e rinnovata ricognizione critica con ampliamenti, riproposizioni e riappropriazioni di alcune tesi, talora veri e propri sconfinamenti […]
Sapienza non conobbe un vero vaglio critico in vita; nonostante ciò, le recensioni e gli articoli usciti tra gli anni Sessanta e il 1996 non sono privi di un certo interesse. Grande spinta, invece, si è riscontrata negli anni Duemila, in particolare dal 2005 in poi, a seguito del successo della traduzione de L’arte della gioia in Germania e Francia. Un interessamento critico più intenso si è avuto tra il 2013 e il 2015, dopo la pubblicazione del romanzo sopraccitato per la casa editrice britannica Penguin e per la statunitense Picador, mentre la francese Le Tripode sta pubblicando l’opera per intero, con traduzione di Nathalie Castagné. Nel 2015, proprio per la stessa casa editrice, è uscito un valido volume biografico, Goliarda Sapienza, telle quelle je l’ai connue, scritto dal vedovo dell’autrice, Angelo Maria Pellegrino. Egli è co-autore di Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia, uscito per Edizioni Croce a giugno 2016, libro nel quale si presenta una rinnovata bio-bibliografia sull’autrice. […]

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In memoria di Goliarda Sapienza (10 maggio 1924 – 30 agosto 1996)

Nel ventennale della morte di Goliarda Sapienza, avvenuta il 30 agosto 1996, proponiamo una selezione di citazioni dell’autrice che seguiranno un ordine cronologico di scrittura e non di pubblicazione delle opere da cui sono tratte. Nel pomeriggio seguirà un altro post sull’autrice, cui il nostro blog ha più volte dedicato pagine critiche e di approfondimento.

la redazione

copyright Archivio Sapienza-Pellegrino

copyright Archivio Sapienza-Pellegrino

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani.

In Ancestrale (Milano, La Vita Felice, 2013)

Qualcuno mi spingeva giù verso le scale buie. In fondo c’era una notte. Tre volte ho visto il mio corpo rigirare su se stesso, poi ho battuto la testa una volta, due volte, tre volte. Mi sono seduta e ho frugato con le dita fra il sangue del palato appena in tempo per raccogliere nel palmo della mano tre denti bianchi lisci come pietre.

In Destino coatto (Roma, Empirìa, 2002)

ogni individuo ha diritto al suo segreto… non violate questo segreto, non lo sezionate, non lo catalogate per vostra tranquillità, per paura di percepire il profumo del vostro segreto sconosciuto e insondabile a voi stessi. Ogni individuo ha il suo segreto, ogni individuo ha la sua morte in solitudine… morte per ferro, morte per dolcezza, morte per fuoco, morte per acqua, morte per sazietà unica e irripetibile. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto ed alla sua morte. E come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo mio diritto? È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto…

In Il filo di mezzogiorno (Milano, Garzanti, 1969)

Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango fin sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare.

In L’arte della gioia (Roma, Stampa Alternativa, 1994 e 1998²)

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Goliarda Sapienza o dell’«essere outsider»

Goliarda Sapienza Telerama

dal sito © Telerama.fr

Vi sono molti modi di narrare la vita e l’opera di Goliarda Sapienza perché sono tante le modalità con cui si può approcciare quanto ha scritto e ci ha lasciato. Su questo blog sono stati numerosi i post e i saggi a lei dedicati ma, prima di ritornare a ricordarli in questo periodo di passaggio − vedremo perché − e nell’anno del ventennale della morte (avvenuta appunto nel 1996) si renderà necessario menzionare e citare chi, con attenzione critica, si è dedicato a studi su Sapienza nell’ultimo decennio e da prima. Si parla qui e da subito di una transizione in questo maggio 2016 che ha visto un compleanno non festeggiato (il 10, giorno di nascita di Sapienza secondo la biografia e un articolo di Fabio Michieli che rimanda ad Ancestrale) e un agosto che ci ricollegherà all’anniversario della scomparsa. Ma è soprattutto nel maggio del 1951 che Goliarda Sapienza debutterà a Roma al Teatro Pirandello, in Vestire gli ignudi dell’omonimo autore siciliano, nella parte della protagonista Ersilia Drei, ottenendo un successo di critica senza precedenti − e sarà in quel frangente, come la biografia ricorda, proprio Silvio D’Amico (direttore della Regia Accademia d’Arte Drammatica all’interno della quale lei si formò) a definirla «la nuova Duse». Una consacrazione simbolica cui desideriamo fare riferimento a sessantacinque anni da quel momento; un passaggio che segnerà un successo emblematico ma anche di lì a poco rifiutato, privo di un’aderenza vitale che invece, in Sapienza, si esprimerà sempre nella scrittura.

A seguire un quadro non esaustivo dell’impegno critico di cui si è debitori, come preannunciato. Si parta dal cinema e dai documentari che, dal 1996 a oggi, sono riusciti a riportare agli occhi del lettore un’immagine limpida della scrittrice, del personaggio, dell’attrice, della docente di cinema e della donna che è stata: si fa particolare riferimento qui a Frammenti di Sapienza di Paolo Franchi (1995), al documentario L’arte di una vita di Loredana Rotondo (in «Vuoti di memoria», RaiEducational, 2000) e a l’Anti-Gattopardo. Catania racconta Goliarda Sapienza di Alessandro Aiello e Giuseppe Di Maio (2012) − viaggio sentimentale ma non romantico. Non sono mancate escursioni più recenti tra cui si annoverano I fantasmi di San Berillo di Edoardo Morabito (2010) e Le belle di San Berillo della registra Maria Arena (2013). Se Paolo Franchi ha colto precocemente la forza lieve di Sapienza, anche il teatro l’ha notata e portata in scena più volte, come in una doppia restituzione del mestiere d’attrice da lei incarnato: in questo senso i lavori di Cristiana Raggi, approfonditi e dedicati (tra cui ricordiamo Goliarda. Spettacolo cineteatrale tratto da L’arte della gioia e Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, 2013) creano un ponte fra testi e autobiografia, attingendo dal lavoro prezioso della biografa Giovanna Providenti che, con il volume monografico La porta è aperta (Catania, Villaggio Maori, 2010) ha ricostruito per prima la vicenda dell’autrice. Aiello e Di Maio, così come Maria Arena, partecipano a un lavoro più ampio iniziato dalla Società Italiana delle Letterate già nel 2008, e che ha visto dapprima l’uscita del volume Appassionata Sapienza a cura di Monica Farnetti (Milano, La Tartaruga, 2011) cui si lega anche l’organizzazione di un convegno omonimo del 2009 tenutosi a Ferrara. Farnetti per prima ha proposto un titolo alternativo a L’arte della gioia − il grande romanzo uscito postumo −: Arte del desiderare (all’interno del volume per La Tartaruga e anche in numerosi interventi pubblici, tra cui quello durante la rassegna Soggettiva a Bologna nell’ottobre del 2013). Un’altra Giornata di Studi che ha avuto luogo invece a Genova nel 2011 dal titolo L’invenzione delle personagge (trattasi del convegno nazionale di SIL) ha dato origine a un volume recentissimo curato da Roberta Mazzanti, Silvia Neonato e Bia Sarasini (Roma, Iacobelli, 2016) con interventi di Farnetti, Laura Fortini e Claudia Priano che riguardano il romanzo L’arte della gioia e si concentrano sul personaggio di Modesta. Del 2012 è invece la miscellanea «Quel sogno d’essere» di Goliarda Sapienza. Percorsi critici su una delle maggiori autrici del Novecento italiano a cura di Providenti (editore Aracne) in cui si codificano i termini di una lettura critica secondo le cifre del “dubbio” e della “contraddizione”. Esse poi sono state riprese nel 2013, anno in cui si è tenuto a Londra il primo convegno internazionale sull’autrice: Goliarda Sapienza in context − quello è anche l’anno d’uscita di una nuova edizione per Einaudi di Le certezze del dubbio (romanzo edito nel 1987 da Pellicanolibri di Roma). Sono moltissime le studiose che si sono occupate dell’opera di Sapienza e del suo mestiere di attrice e di “cinematografara” nel mondo; non si desidera qui procedere con ulteriori elenchi, ma è doveroso esprimere la necessità di guardare a chi continua a indagare i testi in ambito accademico e nell’ambito della critica militante, non esaurendo mai le motivazioni di studio che concernono l’autrice: dal suo rapporto con la terra-madre Sicilia alle comparazioni con autori coevi e non; da una lettura secondo gli Studi di Genere a tagli che considerano i luoghi della formazione e molto altro. Si ha perciò a oggi uno sguardo ad ampio spettro di un decennio di studi approfondito, in cui non manca mai l’attenzione (e la dedizione) di Angelo Maria Pellegrino, vedovo di Sapienza e curatore dell’opera e dell’archivio Sapienza-Pellegrino, autore di prefazioni, postfazioni, articoli e interviste che riguardano l’autrice ma anche del volume monografico per i tipi di Le Tripode Goliarda Sapienza telle que je l’ai connue, di cui abbiamo parlato qui. (altro…)

A proposito di “Appuntamento a Positano” di Goliarda Sapienza

Appuntamento a Positano-copertina

Appuntamento a Positano è un’opera di Goliarda Sapienza rimasta inedita fino allo scorso giugno, quando è uscita per i tipi di Einaudi. Narra di una vicenda d’amicizia fra Goliarda stessa ed Erica, ricca mecenate – così potremmo definirla –; due vite che s’incontrano in uno stesso luogo, in cui Sapienza trascorre il proprio tempo libero, fuori dal set e lontano dalla caoticità romana.
Appare necessario da subito chiarire quale sia l’intento di questo excursus nel libro, affinché una prosecuzione nella lettura abbia senso. Per chi abbia indagato a fondo il corpus di Sapienza, questo testo potrà risultare interessante non tanto per ciò che riguarda la storia e la trama in sé, comunque godibili a più livelli: il suo valore sarebbe infatti un altro e concernerebbe il legame con la costellazione di scritti dell’autrice sinora editi. Questo volume si profila come un ulteriore tassello nella vicenda lavorativa e personale di Goliarda, che può essere indagata ancora una volta da più punti di vista. (altro…)

“Ho desiderato che Maria morisse”: omaggio a Goliarda Sapienza

Goliarda negli anni Sessanta - © Archivio Sapienza-Pellegrino

Goliarda negli anni Sessanta – © Archivio Sapienza-Pellegrino

Goliarda Sapienza era nata il 10 maggio del 1924. Nel giorno della sua nascita, come redazione, la ricordiamo proponendo una sua pagine tratta dai racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; poi Einaudi, 2011, da dove si cita [p. 91]). Buon compleanno, Goliarda.

*

Ho desiderato che Maria morisse. L’ho desiderato o l’ho sognato? Forse l’ho sognato. L’ho vista distesa sul letto in mezzo alla camera coperta di fiori bianchi. O aveva un vestito bianco? Già, lei si veste sempre di bianco, anche in inverno. «A un certo punto una donna deve sapere qual è il suo colore». Il suo colore, facile a dirsi. A me i colori non piacciono, ho da fare io, e per lavorare che c’è di meglio dei colori che resistano allo sporco? La vorrei vedere dopo una giornata in tipografia. Sì, era un vestito bianco. No, erano fiori bianchi. Una montagna di fiori bianchi la copriva. Si vedeva solo la collana di perle fra i fiori. La collana di Giulio. Siamo andati insieme a comprarla, e anche la borsa di velluto verde che portava ieri, l’ho consigliata io a Giulio. L’abbiamo comprata quando è nato Cesare. Ogni bambino un regalo. Sono tre. Non posso averlo sognato. No, l’ho desiderato: un’altra volta ho desiderato che qualcuno morisse. Recidiva.
Se questa donna che s’avvicina ora morisse? sì, sarei contenta. È bionda e ha gli occhi neri. Forse il biondo non è naturale ma le sta bene. A un certo punto una donna che sia una donna deve sapere che colore di capelli le sta bene. Non porta trucco. Si avvicina, chiede, non trova la strada. Se morisse sarebbe bellissima, senza trucco: neanche gli occhi truccati. «Non conosco quella strada, non sono di Roma» sorride pure. Dietro l’angolo morirà. Sotto un’automobile, un’autobus. Ogni anno muoiono diecimila persone per incidenti stradali, è come una guerra. La guerra, è tanto che non ne fanno un’altra. Io me la sono cavata bene, non avevo paura e stavo attenta. Come ora non ho paura e sto attenta, non mi distraggo quando vado per le strade e traverso sempre dove ci sono le strisce. Io non vado sotto una macchina. Io solo desidero.
Devo stendermi sul letto, chiudere le persiane e staccare il telefono. Qualche pillola di sonnifero e si ferma questo desiderio. Tu hai troppa immaginazione. Finirai male. Certo a ripensarci, tenere fra le braccia la bottiglia dell’acqua calda come se fosse un bambino, aveva ragione Olga: «Tu hai troppa immaginazione». Eppure per me era un bambino. Un bambino mio, e come soffersi quando mi cadde dalle mani quella notte scendendo dal letto. Che dolore! Non ho più sofferto tanto in vita mia. Si fracassò il cranio sul pavimento. Dovevo stare più attenta tenendolo fra le braccia. Starò attenta. Domani è domenica. Giulio è per casa. Devo stendermi sul letto, staccare il telefono e cercare di non pensare. Non pensare e non desiderare niente, che non sia un vestito, un paio di calze.

Il ‘Destino coatto’ di Goliarda Sapienza

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La vérité je crois n’a qu’un visage : celui d’un démenti violent. 
[Credo che la verità abbia una sola faccia: quella della contraddizione violenta.]

Georges Bataille, Le Mort

I racconti che confluiscono in Destino coatto di Goliarda Sapienza sono stati scritti negli anni ’50 e sono usciti postumi, nel 2002 per Empirìa, poi per Einaudi nel 2011 anche se tredici estratti figurano già in una prima pubblicazione del 1970 sulla rivista «Nuovi Argomenti». Narrazioni del quotidiano brevi o brevissime, che parlano di ossessioni, di necessità di costruzione e ricostruzione di un sé proprio (o molti sé altri), in racconti acuti di fatti molto improntati sul piano mentale; si tenta di tracciare infatti in essi una o alcune personalità difficili, maniacali, nutrite di disturbi compulsivi. I protagonisti sono “persone qualunque” – spesso senza nome -, che vivono (o incappano in) piccole o grandi tragedie personali. Il coatto del titolo, un destino di coazione, è propriamente inteso in termini psichiatrici. L’operazione che Sapienza compie è programmatica e annunciata nella prefazione ed è quella di calarsi tra la folla, catturare la fotografia di un mentale che ci è molto vicino, dove la violenza domestica (in tutte le sue forme e sfaccettature) è dipanata in brevi prose impressive, fattuali, molto vicine alla “cronaca” giornalistica. Sapienza non utilizza un bisturi letterario per scavare nei propri personaggi e nel suo sé-personaggio celato dietro alcuni “io” qui presenti, ma osserva con rarissima attenzione per sfondare il limite del lecito (siamo pur sempre nel dopoguerra), e valicarlo definitivamente per fare della quotidianità, leggenda. Silenzio, morte, sangue, corpo, capelli, luce, ombra, buio, madre, padre, bianco, tutti temi vividi – assieme a molti altri – attraversati anche da se stessa, perché questo libro come tutta la sua opera, è un tassello fondamentale di richiamo all’autobiografia e agli altri scritti editi; un tassello che va di pari passo con la scrittura delle sue liriche di prossima pubblicazione che, messo in relazione, ci dà un’idea di quale percorso autoriale quest’autrice molto speciale abbia compiuto.

Leggere Sapienza oggi è un atto di coraggio perché si tratta di fare i conti soprattutto con un’innata sensibilità non solo letteraria – anche ingombrante – e un’apertura verso una prosa non priva di tensioni e spinte contraddittorie; un’apertura verso ciò che non si conosce e che si vuole capire senza uno sguardo giudicante, e tuttavia peculiarissimo, che Sapienza aveva, come ravvisa il terapeuta che la tiene in cura, tra i protagonisti de Il filo del mezzogiorno (Garzanti 1969, La Tartaruga 2003):

«[…] sa che mi accorgo di tutto quello che avviene.»
«Sì, è vero, ma questo perché lei ha una sensibilità e una possibilità di associazione e sintesi delle espressioni negli individui. Lo sa che lei avrebbe dovuto fare il medico?»

Non entrerò nei meriti di questo romanzo molto stratificato dal punto di vista dei contenuti: basti sapere che vi è in esso un richiamo ad un’esperienza di trattamento psicanalitico molto travagliata che ebbe delle disastrose conseguenze personali, esperienza cui Sapienza si sottopose per anni dopo la morte della madre Maria Giudice. Una nota importante: è doveroso ricordare che Sapienza è cresciuta in una famiglia socialista assolutamente anticonvenzionale: la Giudice fu proto-femminista e tra le prime sindacaliste italiane, e si legò a Peppino Sapienza, avvocato anarchico catanese. Un’infanzia atipica quella di Goliarda a partire dal nome-ossessione, ricostruita in parte in alcuni di questi racconti, poi nel romanzo Lettera aperta (Garzanti, 1967, Sellerio 1997) nel già citato Il filo del mezzogiorno, e nel postumo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010) presumibilmente opera-cerniera scritta nel 1979 dopo L’Arte della gioia, e romanzo che si inserisce tra il primo ciclo di prose e il secondo. Il primo ciclo è stato etichettato dalla critica contemporanea come “biografia delle contraddizioni”, da cui sono propriamente esclusi i romanzi degli anni successivi pubblicati ancora in vita, ossia L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983, Einaudi 2012) Le certezze del dubbio (Pellicano Libri 1987, Rizzoli 2007, Einaudi 2013); discorso a parte merita L’Arte della gioia (Stampa Alternativa, 1998 e 2006, Einaudi 2008) che s’inserisce invece su un piano di lavoro ampio e difficile, concomitante la scrittura di altri romanzi – diciamo tra il ’68 e il ’78. Assieme a Io, Jean Gabin, ai Taccuini e alle poesie, è opera postuma. Si presti attenzione all’etichetta “biografia delle contraddizioni”, che si rivela etichetta-immagine, sia qui sia altrove.

Sono nato a Padova da una famiglia molto per bene. Sono l’ultimo di sette fratelli. Tutti maschi. Mio padre era magistrato e mia madre suonava il pianoforte. I miei fratelli si sono tutti laureati. Chi è medico, chi avvocato, chi professore. A me piaceva studiare, molto, ma a un certo punto ho dovuto contare i miei passi, per la strada, in casa, a scuola, dagli amici. Sono arrivato a un milione e ottocentomila passi. Una bella somma, non dico di no, ma cammino poco. Ieri , per esempio, ne ho fatti solo duecento. Ma che si può fare! Pioveva e non mi hanno permesso di uscire in cortile. E ora, in una stanza e stretta per giunta, ditemi, si può accumularne più di duecento al giorno?

Cito un esempio che mi ricordi qualcosa cui io possa accennare, ed è questa prosa aperta a p. 11, dal ritmo paratattico, che contiene l’ossessione e il vero motore del romanzo I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan (Einaudi, 2002): una prosa che trae dall’esperienza familiare, che riassume una forma di follia e di tragedia proprie e di tutti, in una forma “mentalizzata” del visibile, non priva di inconciliabilità, ad esempio, quel complemento oggetto lì sospeso: «e non mi hanno permesso di uscire.» Il ritmo ha anche un senso di “trascrizione”, in tutte le accezioni, e quindi anche in quella di “ripetizione” che seguirebbe la coazione del titolo.

Il dialogo con il lettore, nelle opere di Sapienza, è sempre visibilmente un doppio dialogo (e un doppio ascolto anche), che si basa su difficili e incontenibili spinte interne, di una personalità autoriale che sfocia nell’opera; una personalità molto complessa, dominata appunto da contrapposizioni e incompatibilità. Leggere queste prose è mettere in accordo la vita (la sua) e un destino fragile e contorto, con la letteratura, poiché l’uno e l’altra – come ben ricorda Angelo Pellegrino nella prefazione a questo e ai volumi di Sapienza sino ad oggi editi –, si mischiano a vicenda in continuazione in un gioco di rimandi che più che in tanti altri autori del Novecento italiano, risulta importante e basilare tenere a mente. La sua prosa, come il (suo) corpo, si sveste, si denuda all’occhio, e si asciuga (anche nella sintassi) di qualunque artificio: è a tutti gli effetti una prosa nuda e altresì intrisa di ellissi, ma pur sempre una prosa carnale, dove tutto resta unito, insieme, come il corpo e il sangue, tutto umano. Abbassare una certa verità antinomica al livello zero per mostrare la faccia “prima”, quella del corpo, e spostare il senso su un piano di comprensibilità accessibile e necessario, è un’etica e anche una forma di stile unico.

© Alessandra Trevisan

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