Democrazia

Polesìa (51 poeti per la democrazia)

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Domenica 18 novembre ore 10,30 a “Il tempo del vino e delle rose”, Piazza Dante, Napoli, verrà presentato il 4° numero delle rivista «Trivio» (Oèdipus) ovvero Polesìa (antologia di 51 poeti italiani per la democrazia).
Interverranno: Bernardo de Luca (poeta e critico), Francesco G. Forte (editore), Antonio Pietropaoli (direttore della rivista «Trivio»), Ferdinando Tricarico (curatore del fascicolo), oltre ad alcuni dei poeti antologizzati.
Trivio, o trivium, in epoca medievale indicava le tre discipline liberali filosofico-letterarie e il loro insegnamento: grammatica (lingua latina), retorica (l’arte dell’oralità), dialettica (filosofia). Con la denominazione «Trivio» è stata fondata a Napoli una rivista semestrale che si occupa di poesia, prosa e critica edita dalla casa editrice salernitana Oèdipus di Francesco Forte e diretta da Antonio Pietropaoli. Il quarto numero della rivista, che ha come titolo Polesía, è curato dal poeta Ferdinando Tricarico e si presenta eccezionalmente come un volume monotematico sulla “democrazia”, volume che coinvolge un folto numero di poeti. La scelta nasce dalla considerazione del direttore scientifico Antonio Pietropaoli (si veda la sua breve Premessa al volume, a p. 5), secondo cui se una rivista culturale deve “da un lato godere della più ampia libertà di movimento” deve anche, “dall’altro, … lasciarsi incalzare dagli eventi della realtà esterna”: una realtà di grave disagio politico e civile, nella quale “non solo il sistema democratico mostra evidenti crepe, ma il concetto stesso di democrazia viene revocato in dubbio, è entrato in crisi … ultimo effetto perverso della globalizzazione, che ha inoculato in tanti, in troppi, la convinzione che la democrazia fosse solo quella degli integrati, degli inclusi, degli (ad) agiati, e si fosse dunque trasformata in odiosa oligarchia”.
L’intento di quest’ampia riflessione sulla democrazia, come forma di potere, ma soprattutto come forma di convivenza civile e culturale è spiegato dal curatore del numero, il poeta e critico Ferdinando Tricarico: “ Lanciare il sasso nello stagno del disincanto politico, pur essendo, nell’era della globalizzazione finanziaria, la crisi della democrazia ed il tentativo di rigenerarla, questione cruciale per il vivere civile, non è stato facile. Dubbi sul convocare i poeti in modo così esplicito a dire in versi ciò che è ostico inquadrare a sociologi, filosofi e politologi, dubbi sulle antologie tematiche come antidoto all’impossibilità di quelle per autori o per tendenza, dubbi sulla possibilità di selezionare testi molto differenti per modi e forme mantenendo una qualche coralità. Eppure, l’effetto straniante e qualche volta disturbante dei miei inviti, (qualche rifiuto per delusione da militanza, insospettati timori di adeguatezza, eccessi di aspettativa in senso positivo o negativo) mi hanno convinto, già in corso d’opera, sempre di più, della necessità di insistere nel simposio poetico. […] Sono tante, invece, le strutture formali adottate: l’apologo, la fiabetta, la ballata, il dialogo, la riscrittura, il monologo, il cut up, il sonetto, la canzone, la prosa poetica, il frammento, la sequenza seriale, la filastrocca, le tante possibilità della tradizione e delle avanguardie più recenti di manipolare la plastica e malleabile lingua letteraria italiana. Non mi dilungo su cose finemente commentate da Francesco Muzzioli e Giso Amendola in pre e post-fazione, ma si legge chiaramente che agli autori la crisi della rappresentanza appare definitiva, al meglio si indicano ipotesi di partecipazione diretta come uscita collettiva dalla crisi o ricerche di ambiti piccoli e privati dove esprimere bisogni di uguaglianza e giustizia. In ogni caso, per conflitto, disillusione, negazione fino al nichilismo, i poeti cercano l’inedito, comprendono il mutamento epocale, non abusano del passato quale ancoraggio ma navigano nel mare aperto oggidiano con le sue inquietanti oscurità. Infine, la lingua e la sintassi, davvero ci dicono della fine delle dicotomie novecentesche: canone e avanguardia, prosa e poesia, armonico e dissonante: senza doversi auto-etichettare, i versi si mostrano per quello che sono, non c’è ricerca spasmodica di spiegarsi, di dirsi altro, di chiudersi in casematte, non ce ne sono di bunker sicuri e i poeti democratici l’hanno capito”. (altro…)

Il Re è nudo. Anzi, muto.

 

If I am King, where is my power? Can I declare war? Form a government? Levy a tax? No! And yet I am the seat of all authority because they think that when I speak, I speak for them.

Forte la tentazione di uscire dal cinema e cercare assonanze con l’attualità più geograficamente vicina. “C’era una volta (e solo una) molti anni fa, così tanti che il passaggio del tempo non era neppure iniziato, un Re che amava così tanto i vestiti nuovi che spendeva in essi tutto quello che aveva….” Comincia così una favola per bambini scritta da Hans Christian Andersen, una favola che ci racconta di cattivi consiglieri che confezionano al Re “un bel nulla”, un vestito invisibile agli stolti, agli ignoranti e agli stupidi, un vestito che potrebbe essere allegoria del potere della parola. La parola intesa come la forma che veste le nostre idee e i nostri comportamenti. La forma che – nel bene o nel male – a volte finisce per coincidere con i contenuti. Allo stesso modo, questo The King’s Speech fornisce diversi spunti di riflessione sul ruolo della comunicazione nell’esercizio del potere e lo fa mettendo in scena un (futuro) re balbuziente nella disperata ricerca di una voce e di un’identità, proprio nell’era della diffusione delle comunicazioni di massa e della minaccia dei totalitarismi. Significativa la risposta che egli dà alla piccola Elizabeth quando, durante la proiezione di un discorso di Hitler, aveva chiesto cosa stesse urlando il Führer in tedesco: “I don’t know but… he seems to be saying it rather well”.

Se più importante delle cose è il modo in cui facciamo le cose,  Bertie, l’uomo che è chiamato a diventare Re Giorgio VI, non riesce nemmeno a raccontare una favola alle proprie figlie. Come può trovare il coraggio di guidare un impero? Involontarie pause, ripetizioni, prolungamenti dello stesso suono, esplosioni di rabbia. Tanti personaggi del passato e del presente sono ricordati per quello speech impediment che Lewis Carroll chiamava la sua “esitazione”, un disordine nel ritmo della parola piuttosto frequente che è stato oggetto di molte speculazioni. E questo scarto tra ciò che si pensa e ciò che si dice, o se vogliamo tra dimensione privata e dimensione pubblica della parola, non sono in fondo espressione di una distanza tra forma e contenuto? Non poter esprimere cosa si vuole quando si vuole ingenera nel tempo una sensazione di impotenza, causando un’impressione di perdita di controllo e questo può avere ripercussioni nelle relazioni sociali. Non siamo lontani dalla sensazione che si prova nei sogni di impedimento nei quali il soggetto non riesce a portare a termine qualcosa, sogna di essere impossibilitato a muoversi, oppure di essere inseguito e non riuscire a fuggire. Incubi di questo tipo sono anche quelli in cui si presenta un ostacolo imprevisto che ci lascia disarmati: si deve prendere l’autobus o il treno ma non si ha il biglietto, oppure ci si accorge all’ultimo momento che la destinazione è quella sbagliata. A chi non è mai capitato di sognare di sapere con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non essere in grado di dirlo?

È con questa sensazione che si esce dal cinema, accompagnati da un logopedista che è anche – a suo modo -uno psicanalista. Come se, sfruttando gli stessi meccanismi di cui si serve il lavoro inconscio (dalla condensazione al trasferimento, alla regressione) questo film lasciasse nello spettatore un nodo interiore non sciolto, una difficoltà non compresa, un ostacolo che impedisce di proseguire nel ragionamento. Non solo perché la balbuzie, disturbo che come nei casi di lieve sordità può essere motivo di facile ilarità, non era mai stata rappresentata in modo così drammatico. Ma soprattutto perché, per analogia, questa difficoltà e gli sforzi per superarla fanno luce sulle nostre più profonde insicurezze e illusioni. Dal momento che il paradosso della balbuzie vuole che – come in un gioco di ruoli – entrambi si finga di non accorgersi della difficoltà comunicativa. La persona che balbetta fa di tutto per controllarsi, e anche per questo, più si impegna e più non riesce. Il suo interlocutore trascorre tutta la conversazione sforzandosi di apparire naturale. È la messinscena della vita sociale, la stessa illusione collettiva. Chi ha il potere finge di non averne e chiede una nostra libera scelta. Chi teme le responsabilità – che da un reale potere derivano – finge di esercitarlo all’interno di una cornice di menzogne e contraddizioni. Quante volte ci comportiamo come se fossimo liberi di scegliere eppure ognuno di noi, in democrazia, è un re che non può decidere se non soltanto formalmente, non può che delegare ad altri le vere decisioni. Quante volte l’egoismo ci ha spinto più o meno inconsciamente a metterci da parte, ad agire secondo i precetti di una moderazione che è sinonimo di mediocrità. È il limite del principio democratico in sé,  inteso come menzogna necessaria a mantenere l’ordine sociale. Talvolta, come direbbe Chomsky, sotto la maschera illusoria e auto-illusoria che ritrae la stampa, le manifestazioni di piazza o certi talk show televisivi, come l’argine della pubblica opinione nei confronti del potere, si nasconde uno strumento di quello stesso potere che persegue il controllo del consenso e del dissenso. Non sto parlando dei contenuti ma della forma stessa della democrazia. Quella forma che oggi ha ridotto la politica a “fabbrica del consenso”. Il teorema dell’impossibilità di Arrow ha dimostrato matematicamente che una democrazia perfetta è impossibile. Lo stesso principio di unanimità risulta teoricamente – prima che praticamente – irrealizzabile a meno che una parte della popolazione non rinunci ai propri diritti. Del resto, fenomeni come quello di Wikileaks mettono in luce i confini della democrazia rappresentativa e alimentano una crisi della fiducia nelle rappresentanze parlamentari che va ben oltre il tema della libera circolazione delle informazioni. Perchè l’impatto delle rivelazioni di Assange – scoop che molti tendono a minimizzare – sta soprattutto nel fatto che quelle indiscrezioni non ci dicono nulla di nuovo, ci confermano quello che sapevamo. Il problema non è l’invasione della privacy dei potenti, è la nostra privacy ad essere sconvolta. Perchè la dimensione pubblica del potere costituito e costituente ci appare come qualcosa di irrispettoso e irrispettabile eppure è all’interno di quelle stesse regole che ci ostiniamo a combatterla. Ed è questo che più ci terrorizza.

Giovanni Catalano