Del Vecchio editore

I poeti della domenica #127: Margaret Avison, Due

Aison - fonte brickbooks

Avison – fonte brickbooks

Due

Il respiro degli alberi
dà respiro a chi vive

::::::::::La pietra fa ogni cosa
::::::::::ancor più ciò che è:
::::::::::calda di sole.

spoglia come in un tardo novembre,
fredda in un mattino di primo aprile;

::::::::::l’età in essere
::::::::::sempre.

*
Two

Trees breathe for any
who breathe to live.

::::::::::Stone make every thing
::::::::::more what it is:
::::::::::sun-hot.

late November bare,
cold in an early April morning;

:::::::::age in being
:::::::::always.

*

© da Margaret Avison, Cemento e carota selvatica, a cura di Laura Ferri, Del Vecchio editore, 2008, € 13,00

Coriandoli a Natale #11: Heinz Czechowski, Natale

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NATALE,
e pioggia
lungo

l’intera
Via Senese:
già al mattino

ero ospite
del piccolo bar
per bere

e telefonare.
«Tu
non hai più una patria»,

disse asciutta
e io
provai

a procurarmi
dietro il muro
che sudava sangue

un kalashnikov.

.

NATALE,
und Regen,
die ganze

Via Senese
hinunter:
Morgens schon

war ich zu Gast
in der kleinen Bar,
um zu trinken

und zu telefonieren.
»Du
hast keine Heimat mehr«,

sagte sie kühl,
und ich
versuchte

hinter der Mauer,
die Blut schwitzte,
eine Kalaschnikow

zu erwerben.

.

Heinz Czechowski, dal ciclo Inferno, in: H.C., Il tempo è immobile. Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore 2012

Coriandoli a Natale #9: Margaret Avison, Equilibrando

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Equilibrando

Egli ha odore di – che cosa?
Come di fuliggine bagnata.
Arrivò molto tardi:
capelli arruffati, segnato, e
stanco, il volto;
senza guanti, ma (Buon
Natale) proveniente da una missione, doppia
benedizione – un bel cappotto caldo
che poteva andare – ed era andato – ovunque!
ora spiegazzato, ammaccato, l’orlo sdrucito dalle
notti passate fuori, e strappato intorno
alla toppa di pelle sul gomito,
e abbottonato storto. Non c’erano altri bottoni
ora. Dormiva lì nella
sua panca in chiesa.

Chi donò questo mantello guardò
lugubre, la desolazione della sua vedova chiaramente
inconsolabile ora
(un acuto dolore – simile a gioia!),
per vedere cosa lei avesse visto
in un bell’uomo, ben saldo
ora ridotto a quest’individuo completamente in rovina.
Tuttavia, lui aveva il suo cappotto,
e lei, gli anni echeggianti.

*

Balancing out

He smells of – what?
it’s like wet coal-dust.
He came very late:
tangled brown hair, his face
streaked, and bleary;
no gloves, but (Merry
Christmas) from a mission, twice
blest a good warm coat
that could go anywhere – and had!
now puckered, snagged, hem spread
from sleeping out, and ripped
around one leather elbow,
and buttoned crooked. There were no
other buttons now. He slept
there in his pew.

The giver of his topcoat eerily
watched, her widow’s desolation clearly
inconsolable now
(a pang – like joy!),
to see what she had seen
on a fine and steady man
made come full circle on this ruined fellow.
Still, he had his coat,
and she, the echoing years.

*

Margaret Avison, Equilibrando da Cemento e carota selvatica, a cura di Laura Ferri, Del Vecchio editore, 2008, € 13,00

I poeti della domenica #103: Jo Shapcott, La Serenissima

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La Serenissima

Ero sulla terra, ma la terra non apparteneva
più al mondo, le era concesso poggiare
qua e là su zolle galleggianti.
Il marciapiedi ondeggiava sotto le mie scarpe.
Tutto quel che vedevo apparteneva all’acqua:
liquide chiese, e teatri, monumenti, case,
liquido sole e cielo. Le mie mani vagavano
nell’acqua, raccoglievano acqua. La faccia rivolta

alle nuvole. Sentivo le membrane
del mio corpo tremare per il fluido
che contengono, e il flusso maestoso della linfa,
il pulsare accelerato del sangue. Il motore di una barca
vibrò attraverso la terra, le onde, i miei piedi
fin dentro il mio petto. Lenta – lentamente, salii a bordo.

*

La Serenissima

I was on land, but the land didn’t belong
to earth any more, was allowed to rest
in floating patches here and there.
The pavement rippled under my shoes.
Everything I could see belonged to water:
liquid churches, theatres, monuments, houses,
liquid sun and sky. My hands wandered
into water, cupped water. My face turned

towards rainclouds. I could feel the membranes
in my body tremble with the fluid
they contain, and the stately flow of lymph,
the faster pulse of blood. A boat’s engine
vibrated through land, through waves, through my feet
into my torso. Slow – slowly moving, I stepped on.

*

Jo Shapcott, La Serenissima, da Della mutuabilità, Del Vecchio Editore, 2015; traduzione di Paola Splendore

Un libro al giorno #28: Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

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Interrogazione del figliol prodigo

Mi chiedono, quando ritorno
in patria per un breve soggiorno,
per quale motivo non riesca a decidermi
di rimanere là,
e si informano subito dopo con cortesia
sulla data della mia partenza.

Proprio coloro che vogliono trattenerci
ci amano ancora di più
se possiamo già esibire
il biglietto di ritorno.

 

Befragung des verlorenen Sohnes

Sie fragen mich, wenn ich zu
kurzem Aufenthalt heimkehre, warum
ich mich nicht entschließen
könne dazubleiben, und
erkundigen sich zugleich höflich
nach dem Termin meiner Abreise.

Die uns durchaus halten wollen,
lieben uns noch mehr, wenn wir
bereits die Rückfahrkarte
vorweisen können.

 

Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014. Traduzione e cura di Nadia Centorbi

Un libro al giorno #28: Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

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Nota in calce

Del dolore del mondo
ho preso atto nella mia poesia
e del mio volto degli altri.
Ho viaggiato per Paesi
su vagoni piombati
e ho abitato in case
che non avevano finestre.
Ho profetizzato il passato
e al futuro ho scritto una postfazione.
Dei miei sogni è rimasto:
la loro irrealizzabilità.

Noi tutti abbiamo lo stesso nemico, noi stessi,
e la stessa madre, che ci diede
il petto sul quale
morivamo di sete.
Quando arriverà il momento,
mi metterò in cammino
per cercare mio fratello.
Non può essere più tanto lontano.

 

Fußnote

Ich hab den Schmerz der Welt
zur Kenntnis genommen in meinem Gedicht
Und den eigenen im Gesicht der anderen
Ich habe Länder bereist
in plombierten Wagen
und in Häusern gewohnt, die
keine Fenster hatten
Ich habe die Vergangenheit prophezeit
Und der Zukunft ein Nachwort geschrieben
Von meinen Träumen ist übriggeblieben
ihre Unerfüllbarkeit.

Wir haben alle den gleichen Feind, uns selber,
und die gleiche Mutter, die uns
die Brust gab, an der wir
verdursteten.
Wenn die Zeit kommt, werde ich
aufbrechen um meinen Bruder
zu suchen.
Er kann nicht mehr weit sein.

Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014. Traduzione e cura di Nadia Centorbi

Un libro al giorno #28: Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

hans-sahl-del-vecchio

 

Memorandum

Un uomo, che alcuni ritenevano
saggio, dichiarò che dopo Auschwitz
non fosse più possibile alcuna poesia.
Sembra che delle poesie
l’uomo saggio non abbia avuto
alta considerazione –
quasi che queste servissero a consolare
l’anima di sensibili contabili
o fossero vetri intarsiati
attraverso i quali si guarda il mondo.
Noi crediamo che le poesie
siano ridiventate possibili
ora più che mai, per la semplice ragione che
solo in poesia si può esprimere
ciò che altrimenti
sarebbe superiore a ogni descrizione.

 

Memo

Ein Mann, den manche für weise
hielten, erklärte, nach Auschwitz
wäre kein Gedicht mehr möglich.
Der weise Mann scheint
keine hohe Meinung von Gedichten
gehabt zu haben –
als wären es Seelentröster
für empfindsame Buchhalter
oder bemalte Butzenscheiben,
durch die man die Welt sieht.
Wir glauben, daß Gedichte
überhaupt erst jetzt wieder möglich
geworden sind, insofern nämlich als
nur im Gedicht sich sagen läßt,
was sonst
jeder Beschreibung spottet.

 

Hans Sahl, Mi rifiuto di scrivere un necrologio per l’uomo, Del Vecchio, 2014. Traduzione e cura di Nadia Centorbi

Un libro al giorno #2: Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

g. lewis fonte corpoetryfest.net

g. lewis fonte corpoetryfest.net

Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua, Del Vecchio, 2007, traduzione di Paola Del Zoppo

*

Spargi un po’ di felicità

Ora che a milioni usano pillole
e pisciano Prozac, le trote salmonate
sono molto più morbide e i fiumi fluiscono
di appagamento chimico. Il mio dono
alle zanzare è un’esplosione di tranquillante
che allevia soltanto
i problemi come la morte. Zanzarina, datti
agli antidepressivi. Te lo consiglio!

*

Spread a littlehappiness

Now that millions are taking the pills
and pissing out Prozac, the salmon trout
and very much mellower and rivers run
with chemical happiness. My gift
to mosquitos is a blast of ‘cool
head’ that just takes the edge
off problems like dying. Mozzie, take a hit
of antidepressant. I recommend it!

*

© Gwyneth Lewis

Un libro al giorno #2: Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

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Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua, Del Vecchio editore, 2007, traduzione di Paola Del Zoppo

*

Afasia

Chiedo “martello”, ma mi danno “vanga”
Mi andrebbe del “tè”, ma ordino “aranciata”

per errore. Specifico “velluto” ma mi danno “seta”
in un colore che nemmeno mi piace

ma la prendo, fingo. Qualcuno ha tagliato il filo
tra le parole e le cose cui si uniscono,

così la mia mente è una rigattiera di dove sono stato.
Non saprò mai cosa intendo davvero.

*

Aphasia

I ask for “hammer” but am given “spade”,
felle like sonic “tea” but order “orangeade”

by mistake. I specify “velvet” but am given “silk”
in a colour I don’t even like

but I take it, pretend. Someone’s cut the string
between each word and its matching thing.

so my mind’s a junk shop of where I’ve been.
I’ll never know now what I really mean.

*

© Gwyneth Lewis

Un libro al giorno #2: Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08. (la redazione).

assassino

Gwyneth Lewis, L’assassino della lingua, Del Vecchio editore, 2007, traduzione di Paola Del Zoppo

*

La confessione della poetessa

«L’ho fatto. Ho ucciso la mia lingua madre.
Non avrei dovuto lasciarla
lì tutta sola.
Tutto ciò che volevo era divertirmi un po’
con un altro corpo
ma adesso che è scomparsa
il silenzio è tremendo.

Era davvero suscettibile
molto probabilmente invidiosa.
in fondo, sono giovane
e lei, la bella,
ormai tutta una grinza
malgrado la chirurgia.

Avrei potuto salvarla?
farla sentire a casa?

Senza i suoi rimproveri.
Mi sento tanto confusa,
non libera, come avrei pensato…

Chiami il mio legale.
Finché non sarà qui
tengo tutto per me.»

*

A poet’s confession

‘I did it. I killed my mother tongue.
I shouldn’t have left her
there on her own.
All I wanted was a bit of fun
with another body
but now that she’s gone
it’s a terrible silence.

She was higly strung,
quite possibly jealous.
After all, I’m young
and she, the beauty,
had become a crone
despite all the surgery.

Could I have saved her?
made her feel at home?

Without her reproaches.
I feel so numb,
not free, as I’d thought…

Tell my lawyer to come.
Until he’s with me,
I’m keeping mum,‘

*

©Gwyneth Lewis

Una frase lunga un libro #60: Miroslav Košuta: La ragazza dal fiore pervinca

pervinca

Una frase lunga un libro #60:
Miroslav Košuta:
La ragazza dal fiore pervinca, Del Vecchio editore, 2015 (trad. it. di Tatjana Rojc); € 15,00

*

Nell’introduzione a La ragazza dal fiore pervinca, Miroslav Košuta dice alcune cose molto interessanti sulla sua poetica senza quasi mai citare la propria poesia. Racconta di sé, della terra e del tempo in cui è nato, di come è cresciuto e di come poi ha vissuto. Sì, certo, ha scritto bellissime poesie, ma per lui si tratta di qualcosa che è capitato in mezzo a tutto quel sopravvivere prima e vivere poi.
Košuta è nato nel 1936, o meglio quello che per gli altri era il 1936, per lui era il quattordicesimo anno dell’Era Fascista, cosa che ha influenzato tutta la sua vita. Così come la sua esistenza e la sua scrittura sono state influenzate da Trieste, la sua città, quella che vedeva dal piccolo paese in cui è nato, e dal confine. La terra di frontiera, che  per il poeta sloveno ha sempre significato un punto di partenza. La frontiera e il confine sono luoghi da attraversare, superare. Se la frontiera è una porta, allora va attraversata, va conosciuta, va vista e vissuta da dentro e da fuori. Va attraversata in tutti i modi possibili, uno di questi è quello delle parole. La frontiera, dunque, è il punto dal quale la poesia parte, da quel momento quella di Košuta può arrivare ovunque. E fregarsene dell’assenza di vento. «Svolgo allora la vela logora di tempo,/ aspetto il vento di meridione, aspetto/ quello di levante,/ accarezzo l’albero morto./ E non c’è vento da settentrione/ e non c’è n’è di ponente.»

Il libro è diviso in sei sezioni, chiamate Cicli: Origini; La parola, il verso; Impegno; I luoghi; La ragazza dal fiore pervinca; Le madri. Cicli, non parti, non gruppi, non capitoli. Cicli, perché le cose vanno e vengono e ritornano, e questi grandi temi sono il Tema, rappresentano quello che per Košuta è il racconto e quindi tutta l’opera. Questo è un lungo viaggio fatto di bellissime poesie. Košuta non perde mai il ritmo, è sempre padrone del verso, scrive poesie che respirano e che ci fanno respirare. Se scrive del mare ne sentiamo l’odore, se scrive di una casa allora la abitiamo, se i versi dicono di una ragazza la vediamo passare. Quando scriverà delle madri ricorderemo le nostre e penseremo ad altre madri, appena più lontane. Madri che hanno il cuore a brandelli per aver protetto, nascosto, perduto i propri figli; come in questa terribile e meravigliosa poesia:

Le madri dei figli morti sono prigioniere
nella torre di un unico giorno,
ravviluppate in un labirinto, in celle
dove le grida rimbombano centuplicate.

Spostano mute le loro reliquie:
tolgono il figlio dalla croce.
È lui a chiamarle, lui a consolarle,
lui che si avvicina lieve.

E stanno a guardare alle finestre
fintanto che la luce le assorbe.
Per loro non servono cortei e funerali
né fiori né pietre tombali.

(altro…)

Hilde Domin, Il coltello che ricorda

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Hilde Domin, Il coltello che ricorda. A cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore 2016. Traduzioni di Valentina Carmela Alù, Maurizio Basili, Nadia Centorbi, Chiara Conterno, Anna Maria Curci, Chiara De Luca, Stefania de Lucia, Paola Del Zoppo, Stefania Deon, Roberta Gado, Ondina Granato, Giuliano Lozzi, Francesca Pennacchia, Silvia Scialanca, Beatrice Talamo.

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Oggi, 4 febbraio 2016, Il coltello che ricorda di Hilde Domin è nelle librerie. Si tratta del terzo volume di un ampio progetto, che si propone di pubblicare la produzione lirica e saggistica dell’autrice tedesca, ideato e coordinato da Paola del Zoppo, cofinanziato dalla Kunststiftung Nordrhein Westfalen e accolto dalla casa editrice Del Vecchio, che già nel 2011, grazie alla segnalazione di Ondina Granato, aveva pubblicato Con l’avallo delle nuvole. Poesie scelte, di Hilde Domin. Dopo i due volumi dedicati al progetto, Alla fine è la parola/Am Ende ist das Wort (2012) e Lettera su un altro continente (2014), arriva il terzo, Il coltello che ricorda. Anche in questo caso l’edizione italiana fa riferimento a quella del 2009, pubblicata da Fischer curata da Nikola Herweg e Melanie Reinold, Sämtliche Gedichte.
Il coltello che ricorda raccoglie una parte delle poesie che Hilde Domin stessa aveva scelto per un’inusuale e fervida auto-antologia, Gesammelte Gedichte, Poesie in raccolta, del 1987, così come le liriche raccolte nel volume Der Baum blüht trotzdem, Eppure l’albero fiorisce, del 1999, alcune poesie non apparse precedentemente in antologie e poesie dal lascito.
Il volume presenta, inoltre, dopo l’ampia introduzione di Paola Del Zoppo, che porta il titolo La pelle del pianeta e che collega la scelta delle liriche qui raccolte con l’attività della scrittrice come saggista, docente di poetica e curatrice di antologie di autori a lei coevi, tre testi in prosa nei quali chi legge sente vibrare la voce di Hilde Domin: Vita come Odissea linguistica, insieme resoconto autobiografico, testimonianza e atto di impegno, Fermare tempo e scopo – Le fasi della poesia tedesca del dopoguerra viste dal Paese e da chi vi ritorno, la prima delle lezioni tenute nell’anno accademico 1987-1988 a Francoforte, e Libertà nella scrittura, un’intervista a Hilde Domin. I prime due testi in prosa appaiono nella traduzione di Paola Del Zoppo, il terzo in quella di Valentina Carmela Alù.

Mi sembra opportuno soffermarmi qui su alcuni punti di Vita come Odissea linguistica, appassionata dichiarazione di poetica e, insieme, impegno rinnovato ogni giorno. Il resoconto di anni di peregrinazioni da un luogo all’altro del globo, in esilio volontario e forzato, a partire dal soggiorno in Italia, dove Hilde Löwenstein, allora ventitreenne, si reca con Erwin Palm, che poi avrebbe sposato a Roma nel 1936, per proseguire a Londra e poi nella Repubblica Dominicana, che darà il nome d’arte alla poetessa Hilde Domin, è costantemente attraversato da una educazione plurilingue che prende le mosse dalla familiarità con il testo poetico letto nell’originale: «Vi ho presentato qui», scrive Domin, «la fuga permanente come permanente sfida linguistica». Dopo la morte della madre, evento che la scuote profondamente e che la fa sprofondare in un abisso dal quale è la poesia, vero e proprio atto di grazia (“Gnade”, dirà in un’intervista del 1991), a salvarla, Hilde scrive nel 1951 il primo componimento poetico. Ella nasce dunque alla poesia e prende il nome di Domin per distinguersi da Hilde Löwenstein, che nel 1935 aveva conseguito all’università di Firenze il dottorato di ricerca in scienze politiche con Armando Sapori, futuro senatore della Repubblica italiana, con una tesi su Pontano predecessore di Machiavelli, così come da Hilde Palm, che alla carriera universitaria aveva rinunciato e che aveva scelto di essere l’assistente del marito archeologo.
(altro…)