De Martino

Sandro Abruzzese, Un posto nel mondo: appunti sulla provincia

Cairano, Irpinia. Foto di Sandro Abruzzese

Un posto nel mondo: appunti sulla provincia

Forse in provincia, in una provincia votata al dubbio, al sospetto, in una provincia plasmata e migliorata nell’alterità e a volte nell’opposizione agli aspetti più deleteri della metropoli, si potrebbe essere individui e comunità  “sovranamente”, direbbe Bataille, laddove l’anonimato e l’impotenza urbani riducono sovente l’essere umano a cosa.

Partirei, per un dialogo sulla provincia, dal fatto che “avere un posto nel mondo” è qualcosa di essenziale che in certe condizioni politiche, come le nostre attuali, può sembrar banale, ma basti pensare all’ex Jugoslavia o alla Palestina, alla Siria, luoghi geograficamente e culturalmente vicini all’Europa mediterranea, per capire che si tratta di una fortuna da cui partire per costruire. Condividere un luogo ricco di risorse, senza particolari attriti, senza odio, guerra, terrorismo, è già una fortuna immensa, lo dico con la mente e il cuore a Srebrenica, per esempio, dove per varie ragioni accade il contrario.
“Avere un posto nel mondo”, dunque, fa pensare al concetto di patria: potrei dire con Arendt che la più grande privazione dei diritti umani è avvenuta ai danni di una popolazioni privata di un posto nel mondo: gli ebrei.
Così come accade oggi con i migranti del mediterraneo, è la perdita della comunità politica il passo verso il baratro, la fuoriuscita dall’umanità di chi non ha casa, nome, lingua. Avere un posto nel mondo non è questione da poco. È questione di corpi e spazio che formano luoghi, occorre poi soprattutto “averne cura”.

Permettetemi questa premessa e di dire qui, nel Mezzogiorno, a Sala Consilina, una volta terra di contadini e migranti, che nessuno che abbia perso la patria dovrebbe trovarsi mai nell’impossibilità di trovarne un’altra: si tratti del diritto al radicamento, della libertà di restare, o del diritto all’estraneità, la sostanza non cambia. Oggi escludere un individuo vuol dire cacciarlo dall’umanità, questo non è ammissibile, deve essere ritenuto un crimine: non è il migrante un fuorilegge, ma chiunque lo abbia messo in quelle condizioni, ad esserlo. Chiunque, distruggendo mondi, colonizzandoli e dominandoli, renda priva di senso e disperata l’esistenza altrui, è un criminale. (altro…)

Carmen Gallo – Quella gente non è vostra

Museo Rodin -Parigi – Foto Gianni Montieri

Qualche settimana fa ero in seduta di laurea a Napoli. A Napoli viene a studiare un sacco di gente dalla provincia, ma anche dalla Basilicata, dalla Calabria, dalla Puglia. Ho visto le facce dei genitori dei ragazzi che si laureavano. Gente che aveva scritto nel colore scuro della pelle, nell’insofferenza al colletto della camicia, nell’abito lungo della festa, tutta la loro differenza a quel luogo. E insieme lo scetticismo e la speranza in tutti i sacrifici fatti per far scalare ai figli la collina accanto, visto che sulla loro in pochi vogliono e possono restare. Gli uomini avevano mani grandissime, le donne si lamentavano per il caldo con un fare da bambine.

I ragazzi, loro, sospesi tra i due mondi, con quel tanto di rivalsa un po’ ingenua o di inerzia nell’assecondare il moto di massa comune.

Oggi nel vedere le facce delle persone coinvolte nell’incidente in Irpinia ho pensato a loro. Non perché temo che qualcuno sia coinvolto. Ma perché ho visto le stesse facce. Quelle facce che conosco bene perché per anni sono stati per me, come quelli sospesa, interlocutori bizzarri, compresi a metà, così familiari e poi lentamente estranei.

Oggi, a distanza di anni, vedo quelle facce e sento questa gente profondamente mia. L’ho capito quando ho sentito il bisogno di difenderla da voi. Di dirvi una volta e per tutte che le facce della nostra gente che muore non sono come le vostre. Potete scegliere l’angolo migliore della pagina, le parole più efficaci. Le facce della nostra gente che muore non potrete mai descriverle. Non vi appartengono, non sono come voi. Hanno nella fronte e nelle guance, nel collo e negli occhi tutte le storie che avete smesso di raccontare. Le storie di questo paese a sud delle vostre ambizioni, delle vostre ipocrisie. C’è un’altra verità più terribile in quelle facce, che quella del lutto e dell’interesse mediatico per la loro morte.

Ho la lucida consapevolezza che i miei genitori potevano essere su quell’autobus. Lo so perché il pellegrinaggio in autobus è a volte l’unico svago per persone con pensioni da fame o lavori occasionali, persone che non vi stanno dietro, né a voi né alla vostra televisione né alle statistiche su quanti libri leggete in un anno. Il Sud è all’ultimo posto, lo so. Immagino che la risposta implicita sia che siamo stupidi e ignoranti, pigri e dissipatori. Vorrei che qualcuno pubblicasse una statistica su quanti racconti orali si tramandano nelle famiglie del Sud ora. Solo nella mia famiglia ce ne sono decine. Con personaggi bizzarri, dai nomi improbabili, con storie folli e verosimili. Pasolini e De Martino hanno raccontato un mondo che è non finito. Siete solo voi che avete smesso di guardarlo, scegliendo di leggerlo nei libri così vi sembra più lontano. Voi fate sempre così.

Poi un giorno muoiono decine di persone di Pozzuoli e di Mugnano, il posto dove i miei sono andati a vivere quando non potevano permettersi una casa a Napoli, e muoiono in autostrada a Monteforte, dove da piccola mi portavano a prendere il fresco d’estate approfittando di un saluto alla Madonna. Sui giornali pubblicano le fototessere delle persone coinvolte nell’incidente. Io quelle foto non riesco a guardarle. Non so come fate voi. C’è una storia perfida e disperante in quelle facce, c’è una Storia che qualcuno dovrebbe ricominciare a raccontare al presente. E non m’interessa dei freni e del guardrail. M’interessa che sappiate che quella gente non è più la vostra.

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© Carmen Gallo