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Racconti killer: “Morte del piccolo principe e altre vendette” di Claudia Palazzo

La speranza può essere anche vendicativa e violenta, e gran parte dei nostri desideri non hanno nulla di edificante e di nobile. Tutta l’aggressività che dobbiamo sublimare per essere individui civili e morali  ritorna a essere ogni tanto qualcosa di più di un presentimento. Per questo passa un’aria rinfrescante e liberatoria attraverso i sei racconti di Claudia Palazzo (Palermo, classe 1991), pubblicati meno di due anni fa dalla casa editrice Il Palindromo: sei racconti per sei desideri di vendetta, non solo confessati ma esauditi. La prima vendetta, che dà anche il titolo al volumetto, avviene contro un personaggio diventato negli anni quasi un obbligo pedagogico e sentimentale, ovvero il principino della strana e affascinante fiaba spaziale di Antoine de Saint-Exupéry. Una storia con molte finezze letterarie, che ha però un’inclinazione (per l’appunto fiabesca) verso l’infantile e il naïf, e per questa ragione lascia in molti di noi un sentimento contraddittorio, qui scivolato del tutto e definitivamente verso il suo polo negativo. Altri non sarebbe infatti il piccolo principe che il figlio adulterino e prematuro del marchese e della povera serva scacciata e poi tornata sotto mentite spoglie per restare accanto al bambino, che nel frattempo è però cresciuto sotto la cappa di snobismo screanzato della marchesa. Risulta così un enfant viziato, petulante, con una “vocina pastosa e acuta” (p. 11) peggiorata dall’erre moscia, dotato dalla nascita prematura “di un certo prodige, di una sconfinata fantasia” (p. 12). All’ennesima rispostaccia, cuore e mano di madre, “«Ciaff!» un colpo secco, su una guancia” (p. 13), e poi le dita strette al collo per impedire la sirena, l’allarme, la condanna a morte…  E mentre la madre viene “ugualmente trascinata via in catene verso la gattabuia”, il bambino ancora vivo ma in coma inizia un sogno: “e quel sogno, il sogno di un bambino prematuro in coma, voi lo conoscete già” (p. 16). (altro…)

Flashback 135 – Nuvole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Il tuono, sulla spiaggia, ha un rumore più forte; sembra un incidente. Ti giri di scatto e non vedi nulla. La prima volta capisci solo quando vedi il lampo, in lontananza. Vulcano, oggi, è l’unica isola che si lascia guardare, le altre sono nascoste dalle nuvole o dalla foschia. Alla sua sinistra si distinguono righe di pioggia. Non ci avevo mai fatto caso; scendono in verticale, con il vento che le sposta sempre poco prima che tocchino terra. Nella città, tutto questo, non si riesce nemmeno a immaginare. Dall’altra parte, in un vuoto di nuvole e di grigio, si vedono l’azzurro e le montagne ancora innevate. Le nuvole, penso, sono accorse tutte verso le isole, per nasconderle meglio, per non farle trovare. Quelle nuvole che, come diceva Fabrizio De André, vanno. Quelle nuvole che vengono.

© Marco Annicchiarico

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Anima salva (coro per Don Gallo)

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Hai visto questo maggio? Hai visto che nero, che vento che tira? Sono le otto, chissà come il Porto di Genova a quest’ora, chissà il buio dietro i vicoli. Un maggio così non può essere vero e non può essere maggio: mi pare perfetto per morire. Chissà se hai fatto in tempo a pensarci, chissà. Volevo solo dirti che ti ho sempre pensato come qualcuno dei personaggi delle canzoni di De Andrè, e poi che ti ho pensato come uno di quegli anziani da cui si impara qualcosa. Mai come un prete, negando l’evidenza. Ho creduto, però, che se tu fossi stato il parroco del mio catechismo forse avrei creduto. Quanto meno avrei creduto all’ipotesi di poter credere. Stasera come la mettiamo? Non so cantare e non so pregare. Volevo solo salutarti, ah sì, poi volevo dirti che quella del sigaro è stata una trovata geniale: stava meglio a te che al Che.  (gianni montieri)

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Ciao, ciao. (luciano mazziotta)

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30 ottobre 2012. Roma, teatro Vittoria. Gli ultimi due biglietti, su sedie aggiunte in platea, conquistati grazie alla tempestività di un’amica. La mattina era stato un suo sms a dare il soffio decisivo alla vicenda: “Stasera don Gallo al teatro Vittoria; parlerà del suo apostolato di strada. Ti va di venire?”. Facile indovinare la mia risposta. Così, ti ho visto, ti ho ascoltato, don Andrea, a pochi metri da me, con gli occhi e il cuore che ridevano. Avrei voluto prendere appunti, per non perdere neanche un passo di quel tuo cammino per le strade più impervie e impopolari, quelle battute dagli ultimi. Non ce n’è stato bisogno, ogni momento di quella serata si slancia ora indietro a ripercorrere il tuo tragitto coraggioso, e in avanti, come un invito-impegno, proprio per quelle strade scomode e generose, accoglienti e snobbate. A casa ne avevamo parlato spesso, anche sulla scorta di quel libro cercato proprio da chi dei due non si professa credente, ma che di te, don Andrea ha conosciuto le scelte, seguendone le vicende con amore e ammirazione. Prima che mi recassi a teatro, quella sera, le sue parole sono state: “Abbraccialo da parte mia”.
Oggi siamo in tanti ad abbracciarti, don Gallo. Sono sicura, tuttavia, che l’abbraccio che preferisci è quello di chi sceglie di seguire i tuoi passi, qui. (anna maria curci)

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A Genova quell’anno non c’ero, era appena nata mia figlia e non ce la sentimmo di partire. Non ho mai capito se ho fatto bene o no.  So però, che l’anno dopo portavo le bande a suonare nei campi nomadi di Firenze e che ci rifiutammo di suonare su un palco su cui un movimento che già andava verso la sua fine si pavoneggiava di quel social forum che sarebbe stato l’inizio dell’oblio.  Questo ce l’aveva ricordato già Fenoglio e poi l’amico tuo De Andrè ce lo ripeteva da ogni disco: tutto ciò che accade, accade per strada, questo tu l’hai capito meglio di tanti altri e senza imporne l’austero copyright. Sappiamo bene tutti e due che non cambierà nulla e che sarà sempre e soltanto una  lotta, ma  va bene anche così ed è anche per questo che preferisco sorridere. E’ l’arma migliore che ci hai lasciato. (Iacopo Ninni)

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Fra le tante cose di cui ti sono grato, ci sono i quasi infarti che hai fatto prendere alla Binetti. Poi, grazie per avermi lasciato qualche minima possibilità di diventare un giorno credente. Io a quella storia di Dio ci credo poco, ma pure quell’altra dell’ateismo mi sembra altrettanto scema. Quando ti sentivo parlare, per qualche minuto mi sembrava che la religione e la vita diventassero conciliabili: è così davvero? Sarà che la tua lezione è la stessa del tuo amico De Andrè: prima di voler bene a un Padre, bisogna pure averlo in qualche modo fragorosamente bestemmiato. Quando finiranno le bestemmie, ti penserò di nuovo. (Andrea Accardi)

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