DDR

I poeti della domenica #152: Johannes Bobrowski, Sempre da definire

Johannes Bobrowski, foto dal sito Alchetron

Sempre da definire

Sempre da definire:
l’albero, l’uccello in volo,
la roccia rossastra, dove il torrente
scorre, verde, e il pesce
nel bianco fumo, quando scende la sera
sulla foresta.

Segni, colori, è
un gioco, sono dubbioso
che non finisca in modo
giusto.

E chi mi insegna
ciò che dimenticai: della
pietra il sonno, il sonno
dell’uccello in volo, degli
alberi il sonno, nel buio
procede il loro discorso?

Ci fosse qui un Dio
e fosse carne
e mi potesse chiamare, andrei
tutto intorno, un poco
aspetterei.

Johannes Bobrowski (9 aprile 1917-2 settembre 1965), da Schattenland Ströme
Traduzione di Anna Maria Giachino, in Poesia tedesca del Novecento, Rizzoli, Milano 1977, p. 229

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Immer zu benennen

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rötlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es möchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vögel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede -?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und könnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

 

Johannes Bobrowski (Tilsit 9 aprile 1917 – Berlino 2 settembre 1965).
«I titoli delle prime due raccolte poetiche – le uniche pubblicate in vita – di Johannes Bobrowski definiscono immediatamente l’oggetto centrale della sua opera – Sarmatische Zeit (Tempo sarmatico, 1961) e Schattenland Ströme (Terra d’ombre fiumi, 1962). Ciò che viene evocato dai titoli è la terra natale di Bobrowski, ovvero la storica «Sarmazia», regione di «fiumi» tra Vistola e Volga in cui, per citare il poeta, «i tedeschi vivevano in stretta vicinanza assieme a lituani, polacchi e russi, e in cui il numero di ebrei era molto elevato». Ma il paesaggio della Sarmazia è anche e soprattutto «tempo», ovvero storia, e una storia di conflitti, di quelle mortuarie «ombre» che evocano la colpa tedesca nei confronti dei popoli dell’est.
Bobrowski nacque infatti a Tilsit, nella Prussia orientale, nel 1917, e nel 1928 si trasferì assieme alla famiglia a Königsberg. Nel 1943 si sposò con la lituana Johanna Buddrus e pubblicò le sue prime poesie nella rivista “Das Innere Reich”. Nel 1938 la famiglia si trasferì a Berlino, e un anno dopo Bobrowski venne inviato al fronte. Fatto prigioniero dai russi, alla sua liberazione, nel 1949, tornò a Berlino-Friedrichshagen, nella Germania orientale. Svolse lavoro redazionale nell’Altberliner Verlag die Lucie Groszer e poi nello Union Verlag, la casa editrice della CDU, il partito cristiano-democratico di cui Bobrowski era membro. Nel 1955 Peter Huchel pubblicò nella rivista “Sinn und Form” cinque poesie di Bobrowski che presentarono il poeta all’attenzione dei lettori e della critica. All’inizio degli anni Sessanta, anche grazie all’aiuto di scrittori occidentali, uscirono – quasi contemporaneamente a Ovest e a Est – le due raccolte di poesie Sarmatische Zeit e Schattenland Ströme. Nel 1962 ricevette il premio del Gruppo 47 e nel 1963 pubblicò il romanzo Levins Mühle (Il mulino di Levin), in cui delineò la problematica dei conflitti etnici e della specifica questione ebraica. Bobrowski morì nel 1965 in seguito ai postumi di un intervento chirurgico. Subito dopo la morte, nel 1966, uscì la raccolta di liriche Wetterzeichen (Segni del tempo).
Partendo da Hölderlin e Klopstock, ma attingendo soprattutto alla tradizione simbolista, Bobrowski distilla una lingua ermetica, fatta di immagini naturali dal valore mitico-evocativo. Ciò che il poeta in tal modo ricostruisce – testimoniando una fiducia nella poesia come veicolo e deposito di memoria – è un paesaggio di figure leggendarie e di una natura arcaica, ma nella quale sono visibili le tracce indelebili di una immane tragedia storica.»(da: Antologia della poesia tedesca, a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, E-ducation.it, S.p.A., Firenze 2004, pp. 744-745)

I poeti della domenica #151: Johannes Bobrowski, Il viandante

Il viandante

Di sera,
risuona il torrente,
il greve respiro dei boschi,
cielo, solcato in volo
da uccelli urlanti, lidi
delle tenebre, antichi,
su questi i fuochi delle stelle.

Da umano ho vissuto,
di contare ho scordato le porte,
quelle aperte. A quelle sbarrate
ho bussato.
Ogni porta è aperta.
Chi chiama sta a braccia
distese. Accostati dunque alla tavola.
Parla: risuonano i boschi,
i pesci attraversano in volo
il torrente che respira, il cielo
trema di fuochi.

Johannes Bobrowski, dalla raccolta Schattenland, Ströme (“Paese d’ombre, fiumi”, 1962)
(traduzione di Anna Maria Curci)

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Der Wanderer

Abends,
der Strom ertönt,
der schwere Atem der Wälder,
Himmel, beflogen
von schreienden Vögeln, Küsten
der Finsternis, alt,
darüber die Feuer der Sterne.

Menschlich hab ich gelebt,
zu zählen vergessen die Tore,
die offenen. An die verschlossnen
hab ich gepocht.
Jedes Tor ist offen.
Der Rufer steht mit gebreitenen
Armen. So tritt an den Tisch.
Rede: die Wälder tönen,
den eratmenden Strom
durchfliegen die Fische, der Himmel
zittert von Feuern.

 

Paesaggio amato, quello della natia Prussia orientale e dimensione umana – quasi un bilancio scritto dall’autore allora quarantacinquenne – richiamano l’uno l’altra in questa poesia di Bobrowski, che sceglie un tema caro ai Romantici tedeschi, un ‘universale della poesia’ e lo declina con le parole, le presenze, i versi e i ritmi che caratterizzano la sua produzione lirica. Questa intreccia costantemente le due valenze che la nutrono, la realistica e la simbolica. Oggi, 9 aprile 2017, nel centenario della nascita di Johannes Bobrowski a Tilsit, la mia traduzione è un piccolo omaggio a un poeta che merita di essere letto e tradotto e che, insieme agli altri Naturlyriker anch’essi attivi nella RDT, Peter Huchel e Sarah Kirsch, mostra consonanze con la cosiddetta “linea lombarda” del Novecento italiano, come recentemente osservato da Massimo Bonifazio in Vattene, Musa! Appunti sui passaggi in Italia della poesia di lingua tedesca. Le traduzioni in volume apparse in Italia sono di Roberto Fertonani (Bobrowski, Poesie, a cura di R. Fertonani, Mondadori, Milano 1969) e di Davide Racca (2013). (Anna Maria Curci)

Günter de Bruyn, Bilancio provvisorio

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1° novembre 2016: Günter de Bruyn compie novant’anni. Uno dei narratori che maggiormente ha illuminato le mie letture appartiene a quell’anno di nascita particolarmente fecondo alla narrativa, al teatro, alla poesia, alla critica, alla traduzione, alla musica: come Günter de Bruyn, sono nati nel 1926 Ingeborg Bachmann, Italo Alighiero Chiusano, Alfredo De Palchi, Dario Fo, Carlo Fruttero, Hans Werner Henze, Judith Malina, solo per citarne alcuni. Mi fanno compagnia, oggi, i libri di de Bruyn che possiedo. Non sono in traduzione italiana – ché  della vasta produzione di de Bruyn abbiamo solo i volumi L’asino di Buridano e Un eroe del Brandeburgo tradotti e curati da Palma Severi; si deve a Domenico Mugnolo una monografia del 1993 dal titolo Günter de Bruyn narratore – e tra essi spiccano i suoi due volumi autobiografici, Zwischenbilanz. Eine Jugend in Berlin (“Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino”) e Vierzig Jahre (“Quaranta anni”). Il mio omaggio a Günter de Bruyn e alla sua prosa limpida e, ai miei occhi, magistrale, è la mia traduzione dell’inizio di Zwischenbilanz, là dove il “mentitore di professione” dichiara la sua intenzione di esercitarsi nell’arte della verità senza infingimenti e prende le mosse, nel narrare, dalle affabulazioni e dalla tendenza alla “trasfigurazione” materne. Affabulazioni e tendenza alla trasfigurazione materne che non mi sono ignote anche dalla “protostoria” della mia famiglia, così come mi è stata tramandata da mia madre, nata anch’ella nel 1926.  (Anna Maria Curci)

 

Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino

Fonti storiche

A ottant’anni ho in animo di fare il bilancio della mia vita; il bilancio provvisorio che inizio a stendere a sessant’anni intende essere un esercizio preparatorio: un allenamento a dire “io”,  a dare ragguagli senza il velo della finzione. Dopo aver girato a lungo attorno alla mia vita scrivendo romanzi e racconti, tento ora di raffigurarla direttamente, senza abbellimenti, senza enfasi, senza maschere. Il mentitore di professione si esercita a dire la verità. Promette di dire con onestà ciò che dice; non promette di dire tutto.
Prima di arrivare a me, tocca alle origini della mia famiglia. Mi sono note soprattutto grazie a mia madre.  Se è vero che ai suoi racconti mancavano cronologia e correlazione, tuttavia le sue immagini-ricordo erano dettagliate e variopinte e noi ce le sentivamo raccontare in continuazione, cosicché, cionondimeno, venne a crearsi una storia di famiglia a grandi linee. La storia iniziava nel 1911, in una sera di gennaio nel corso della quale il giovanotto, che sarebbe diventato in seguito mio padre, aveva dimostrato, al ballo dell’associazione corale delle poste, la sua capacità nel flirtare e la sua imperizia nel ballare il valzer, proseguiva con la domanda del postino Hilgert: E come intende provvedere al sostentamento di mia figlia, signor de Bruyn? – e cambiava poi ripetutamente scenario. (altro…)

Selma Meerbaum-Eisinger, Florilegio. A cura di Francesca Paolino

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Selma Meerbaum-Eisinger, Florilegio. A cura di Francesca Paolino, Edizioni Forme Libere 2015

Ci sono libri che hanno il dono di coinvolgere e illuminare esistenza, storie, vicende di più persone, di imprimere accelerazione e nutrire l’attenzione a due ambiti, quello affettivo e quello cognitivo, che in casi del genere non collidono affatto, ma, al contrario, concorrono ad alimentare la fiducia nel connubio di empatia e critica, di passione e ricerca. Florilegio di Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942), a cura di Francesca Paolino, appartiene a pieno diritto alla schiera di questi libri. Uno dei tanti pregi dell’edizione italiana di Blütenlese sta infatti nell’affiancare alla convincente traduzione italiana delle poesie che Selma Meerbaum-Eisinger compose e poi trascrisse nell’album dedicato a Leiser Fichmann, il giovane di cui era innamorata senza esserne seriamente ricambiata, una ricostruzione dettagliata, sia delle vicende rocambolesche che hanno fatto sì che il manoscritto giungesse fino a noi, attraversando vari paesi e realtà politiche disparate, sia della storia delle edizioni e della ricezione dell’opera poetica di colei che, con Rose Ausländer e Paul Celan (le madri di Selma e Paul erano cugine), completa la triplice costellazione letteraria (Dreigestirn è il termine che troviamo nella prefazione di Jürgen Serke all’antologia di Meerbaum-Eisinger Ich bin in Sehnsucht eingehüllt, pubblicata da Hoffmann & Campe nel 1980) di Czernowitz; è una costellazione letteraria che scrive nel tedesco della Bucovina, “Mutterland-Wort”, “parola terra materna” di Rose Ausländer. Non stupisce, dunque, nel leggere l’accurato saggio introduttivo di Francesca Paolino, apprendere che fu Hilde Domin, la quale aveva definito la poesia di Selma Meerbaum-Eisinger “così pura, così bella e così minacciata”, a donare la propria copia di Blütenlese (pubblicata prima come edizione privata nel 1976, poi a Tel Aviv nel 1979) al giornalista Jürgen Serke.
La storia del cammino percorso dal manoscritto è testimonianza di amicizia, di devozione, di impegno del ricordo. Nell’inverno del 1941/1942, prima di essere deportata in Transnistria, Selma affidò l’album a un uomo rimasto sconosciuto, perché questi lo consegnasse all’amica Else Schächter-Keren, la quale aveva il compito di inoltrarlo a Leiser Fichmann. Selma non lo aveva più visto dall’autunno del 1941, quando Leiser era stato destinato al lavoro coatto fuori città. Leiser tornò a casa ed Else riuscì a fargli avere l’album. Consapevole del pericolo cui andava incontro nella sua fuga, nel marzo 1994, dall’Arbeitslager nel quale si trovava, e nella sua ricerca di una nave che lo portasse in Palestina, Leiser, “Leisiu”, restituì l’album a Else. Leiser morì nell’agosto 1944 nel naufragio del Mefkuré. Sempre nell’agosto 1944, Else incontrò a Czernowitz Renée Abramovici-Micaeli, la migliore amica di Selma e le cedette l’album con le poesie. Con l’album di Selma nello zaino, Renée attraversò, a piedi e con mezzi di fortuna, la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Austria e parte della Germania, arrivando poi a Parigi. Nel 1948 Renée giunse in nave in Istraele, dove il manoscritto non aveva speranze di essere pubblicato, perché in lingua tedesca. Fu solo verso la fine degli anni Sessanta, nella Repubblica Democratica Tedesca, che la pubblicazione di un’antologia di opere di ebrei vittime della persecuzione nazista attirò l’attenzione di Hersch Segal, il professore di matematica e “Klassenlehrer” di Selma. Fu il professor Segal a rintracciare Renée e l’album, fu lui a curare una prima edizione delle poesie quale omaggio al talento dell’allieva morta in Transnistria. La sua iniziativa, l’edizione privata del 1976, fu preludio all’edizione pubblica delle poesie, edizione curata dall’università di Tel Aviv e apparsa nel 1979.
Frutto di anni di studio, di una costanza caparbia e amorevole nei confronti del rigore filologico e della correttezza, l’edizione italiana di Florilegio segue la biografia (sulla quale ho avuto modo di scrivere qui su Poetarum Silva) di Selma Meerbaum-Eisinger, Una vita, anch’essa a cura di Francesca Paolino. Permette a chi legge di addentrarsi in un universo costituito da un bagaglio essenziale, ma non ingenuo, di immagini e di termini, che, di testo in testo e di contesto in contesto, assumono sfumature e significati molteplici. (altro…)

(Ri)scoprire “Berlin Alexanderplatz” di Fassbinder

di Nicolò Barison

berliner

Se mi chiedessero di citare un’opera imprescindibile per approcciarsi al cinema di Fassbinder, la mia risposta sarebbe, senza alcun dubbio, Berlin Alexanderplatz. La cosa potrebbe sembrare, ad un occhio inesperto, una scelta singolare, in quanto Berlin Alexanderplatz non è propriamente un film, ma uno sceneggiato di 13 puntate più un epilogo realizzato per la televisione tedesca nel 1980. Ma non fatevi ingannare, questa miniserie rappresenta la summa, l’opera omnia del grandissimo regista tedesco.
Ambientata nella Berlino del 1928, tratta dal romanzo omonimo di Alfred Döblin, racconta l’odissea umana, morale e spirituale di un uomo alla deriva, Franz Biberkopf (interpretato magistralmente e con straordinaria adesione da Günter Lamprecht). Franz esce di prigione dopo aver scontato la pena per l’omicidio della sua fidanzata Ida ed è intenzionato a condurre una vita onesta. Passa da un lavoretto all’altro, prima venditore di stringhe per scarpe, poi di giornali, ma, dopo aver conosciuto il malavitoso Reinhold, entrerà in un vortice autodistruttivo che lo porterà ad esiti infausti, nonostante i buoni propositi iniziali.
In molti infatti, non a torto, hanno visto un parallelismo fra quest’uomo, le cui azioni sembrano avere tutti i connotati di un vero e proprio calvario, le cui gesta ricordano molto la figura cristiana del martire, e le vicende autodistruttive della Germania che porteranno, da lì a breve, all’avvento del Nazionalsocialismo.
Emblematica, per far comprendere allo spettatore lo spirito che animerà l’intera opera, è la scena iniziale, dove Franz Biberkopf esce dal carcere di Tegel dopo quattro anni di reclusione. Franz, immobile davanti alla porta, contempla incerto la libertà duramente riacquistata, da cui traspare un senso di inadeguatezza verso il mondo, altro tema carissimo a Fassbinder, che è presente in molte sue opere. A questo proposito, una delle immagini più significative che mi vengono in mente è la scena del pranzo “nel ristorante dove mangiava Hitler” ne La paura mangia l’anima, film del 1973, dove vengono ritratti i due protagonisti, novelli amanti, spaesati e titubanti, seduti a un tavolo in un locale completamente deserto.
Fassbinder, maestro nel regalarci figure indimenticabili di umiliati e offesi dalla società e ambientazioni sature di sofferenza e senso di morte, raggiunge con questa miniserie la vetta più alta del suo cinema, opera che contiene un vero e proprio testamento spirituale del grande regista tedesco.
Unica avvertenza per lo spettatore che volesse approcciarsi a questa “serie televisiva”: durante la visione delle 13 puntate più un onirico epilogo, non mancheranno la fatica e il disorientamento. Non è una serie che si può guardare tardi la sera, magari mezzi appisolati. Insomma, richiede uno sforzo di concentrazione, ma questo sforzo sarà più che ripagato.
In un’epoca di fiction televisive popolate da buonismo, sentimenti spiccioli, preti, carabinieri e Cesaroni, fa sempre bene ricordarsi cosa era riuscito a realizzare più di trent’anni fa, in quasi 15 ore complessive, un genio del calibro di Fassbinder.

Tra le righe n. 10: Volker Braun

Volker Braun

Tra le righe n. 10: Volker Braun, Das Eigentum

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Das Eigentum

Da bin ich noch: mein Land geht in den Westen.

KRIEG DEN HÜTTEN FRIEDE DEN PALÄSTEN.

Ich selber habe ihm den Tritt versetzt.

Es wirft sich weg und seine magre Zierde.

Dem Winter folgt der Sommer der Begierde.

Und ich kann bleiben wo der Pfeffer wächst.

Und unverständlich wird mein ganzer Text

Was ich niemals besaß wird mir entrissen.

Was ich nicht lebte, werd ich ewig missen.

Die Hoffnung lag im Weg wie eine Falle.

Mein Eigentum, jetzt habt ihrs auf der Kralle.

Wann sag ich wieder mein und meine alle.

La proprietà

Eccomi, ancora qui: va all’Ovest la mia terra.

AI PALAZZI LA PACE ALLE CAPANNE GUERRA.

A rifilarle il calcio ho provveduto io stesso.

Con i suoi magri fregi si lascia buttar via.

E passato l’inverno, avida estate sia!

Andarmene all’inferno è quanto mi è concesso.

E di tutto il mio testo non si capisce il senso.

Quello che mai ho avuto mi viene oggi strappato.

Quel che non ho provato avrò sempre perduto.

Le speranze, un intralcio, furono trabocchetti.

La proprietà, la mia, è tra i vostri profitti.

Quando ridirò mio e intenderò dir: tutti?

(traduzione di Francesco V. Aversa)

La proprietà

 Io sono ancora qui: il mio paese va a Ovest.

GUERRA AI TUGURI PACE AI PALAZZI.

Del resto un calcio gliel’ho dato anch’io.

Si butta via coi suoi modesti vanti.

Dopo l’inverno l’estate della brama.

E allora posso andare in malora dove sono.

E tutto il mio testo diventa oscuro

e quello che non ho mai avuto mi viene tolto.

Di quello che non ho vissuto sentirò sempre la mancanza.

La speranza ingabbiava il cammino.

La mia proprietà ora è nelle vostre grinfie.

Quando tornerò a dire mio e a intendere ognuno?

(traduzione a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi in: Volker Braun, La sponda occidentale, Donzelli 2009)

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Volker Braun, nato a Dresda nel 1939, dopo la maturità e un periodo di occupazione che lo ha visto operario specializzato in una stamperia e tubista, ha studiato filosofia a Lipsia. Nelle sue opere teatrali, nelle sue poesie, nei suoi romanzi e nei racconti ha affrontato le contraddizioni e le speranze nella Repubblica Democratica Tedesca;  pur essendosi iscritto alla SED  nell 1960, ha subito spesso la censura a causa del suo atteggiamento critico.   Dal 1965 al 1987, su invito di Helene Weigel, è stato direttore artistico del Berliner Ensemble. Dopo gli eventi della primavera di Praga, la critica crescente allo Stato socialista gli è costata una sorveglianza sempre più stretta da parte della Stasi. Dal 1972 Braun ha lavorato al Deutsches Theeater di Berlino; nel 1976 ha sottoscritto la petizione contro l’espulsione di Wolf Biermann, che era stato privato della cittadinanza della DDR. Tra il 1989 e il 1990, all’epoca della Wende,  Braun  è stato tra i sostenitori di una “terza via” per la DDR: la poesia Das Eigentum , del 1990, ne  è espressione  e il secondo verso è un intenzionale rovesciamento del motto che Georg Büchner pone all’inizio del suo scritto clandestino di protesta, contro la chiusura e la repressione della Germania anteriore al 1848,  Il messaggero dell’Assia.. Dopo  il 1989 raccoglie il consenso unanime della critica e nel 2000 gli viene assegnato il Premio Büchner. Tra le sue raccolte successive al 1990 vanno menzionate Der Stoff zum Leben (1990), Die Zickzackbrücke (1992), Tumulus (1999), Auf die schönen Possen (2005). La prima antologia di Braun in traduzione italiana, La sponda occidentale (a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi, Donzelli editore)  è stata pubblicata a venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nel 2009.

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Di questa lirica, che affianco idealmente a Metà della vita di Hölderlin come “mia poesia“, scelgo idealmente due versi: il secondo e l’ultimo.
Il secondo verso, che Braun ha voluto distinguere dagli altri evidenziandone tutti i caratteri in maiuscolo, è un amaro rovesciamento del motto rivoluzionario attribuito a Nicolas Chamfort «Guerre aux châteaux. Paix aux chaumières.», che Georg Büchner pone immediatamente dopo la premessa del pamphlet Der Hessische Landbote / Il messaggero dell’Assia, fatto stampare e circolare clandestinamente nel 1834; così “Friede den Hütten! Krieg den Palästen!” diventa qui “KRIEG DEN HÜTTEN FRIEDE DEN PALÄSTEN”, “GUERRA AI TUGURI PACE AI PALAZZI”. Negli anni della Wende, Volker Braun sosteneva una terza via, terza via  degna di nota, ancorché ignorata dalla storia,  nella nostra epoca di cannibalismo capitalistico.
Il verso conclusivo della poesia è una domanda che faccio mia ed estendo a tutti gli aspetti del nostro convivere (civile?): “Wann meine ich wieder mein und meine alle”:  “Quando ridirò mio e intenderò dir: tutti”.

Anna Maria Curci, 8 aprile 2012


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.