davide valecchi

I poeti della domenica #186: Marco Giovenale, Fa lo stesso, tutto sommato il tempo

fa lo stesso, tutto sommato il tempo
è andato identico, non è rimasto
niente di quello che eravamo
(aravamo – taglia corretto,
se mima questo, il vetro;
che ha ragione come hanno
ragione le cose trasparenti)

© Marco Giovenale, in criterio dei vetri, Salerno/Milano, Oedipus, 2007

Grazie a Davide Valecchi per questa scelta.

I poeti della domenica #185: Fulvio Segato, Apro le finestre delle stanze

Apro le finestre delle stanze,
cammino con calma da una
all’altra, come se ne avessi di tempo,
come se non avessi sprecato nulla,
né un minuto né un secondo.
Non ho le scarpe, fanno rumore,
e un vestito leggero che si muove
quando il vento muove anche le foglie.
Se incontro qualcuno faccio un gesto
col palmo alzato, un saluto di fretta
poi avanti in un’altra camera
in cerca di un altro odore che
non sia di fradicio o marcio o polvere.
È nella cucina che passo più tempo
perché qui più tempo mi è passato addosso,
lasciando le sue macchie d’umido
negli angoli alti vicino al soffitto
vicino alla lampada di luce perfetta senza ombre.
Nessun rimpianto, niente è stato sprecato.
Gli armadi hanno le porte sigillate
di legno scuro senza nodi. Anche se chiudo gli occhi
so trovare la stanza con la sedia nel centro,
so dove sedermi, so dove orientare il viso
e so che oltre quel muro c’è la piazza
dove scialai la fretta di vivere
e se tendo l’orecchio posso sentire
quel brusio, quelle chiacchiere indistinte
come l’acciottolarsi di sassi umidi in riva,
quella sensazione triste d’essere lavato,
di non essere stato lì, al centro del bosco,
quando cominciò la prima raffica e tutto
iniziò a muoversi con una follia di verde.

© Fulvio Segato, in La consuetudine dei frantumi, Rimini, Fara editore, 2013

Grazie a Davide Valecchi per questa scelta.

proSabato: Marco Papa, da Le nozze

Bruno mi fece: Eugenio, mi sono innamorato. Davvero? Davvero? dissi. Aveva un’espressione sconvolta. Era illuminato e disfatto dalla felicità, sembrava che la gioia lo avesse pestato. Era morto di vita. Non avevo mai visto uno innamorato sul serio: era una cosa così bella e deprimente, nei suoi occhi azzurri che guardavano oltre, come se stesse pregando in quella strana maniera che mi aveva insegnato, che ne ebbi paura. Puoi dirlo con certezza che sei innamorato? dissi. Cosa provi? Non te lo so dire, è una specie di ansia, una voglia di cose nuove, e anche, anche un po’ di sonno. E di chi ti sei innamorato? Di quella ragazza con il grembiule nero, la vedi? Mi sporsi un po’, lui si sporse insieme a me, indicandomela col dito. Arianna era tutta concentrata sul dolce, mangiava in fretta in fretta, come se avesse timore di non fare in tempo prima della fine della ricreazione. Teneva la merenda tra le mani come uno scoiattolo tiene la ghianda tra le zampe. Io, quella lì, la conosco, dissi. La conosci? Come si chiama? disse lui, quasi afferrandomi per il bavero. Arianna, si chiama. Abita nel mio palazzo, nell’appartamento accanto al mio. È la figlia della Papessa. Bruno non sapeva chi era la Papessa. E chi era? chiede anche Bruna. La madre. La chiamavo la Papessa. Una donna molto religiosa: perciò la chiamavo così. Andava a messa tre volte al giorno: la mattina prestissimo si comunicava. Usciva alle sei del mattino. Poi tornava a casa, svegliava la figlia e le preparava la colazione. Usciva per la spesa, più tardi, e faceva una capatina alla messa delle undici. La sera, alle cinque, di nuovo a messa. Si confessava, per essere pronta, pulita, per la comunione dell’indomani. L’ostia doveva essere la prima cosa che metteva in bocca, prima di iniziare la giornata: non sapeva muovere un passo, senza Cristo nello stomaco. Quando si ammalò, una volta, e non si poteva comunicare, le venne una crisi isterica, diventò matta. Aveva le visioni, vedeva tutti gli oggetti della casa muoversi contro di lei, precipitarle addosso, lo si capiva dalle sue urla che schizzavano per tutto il palazzo: niente stava più al suo posto, il suo stesso corpo si spezzava e ogni pezzo picchiava la sua anima. Arianna era molto piccola, allora. Gridava e piangeva: Mamma, mamma, calmati! Ma lei nemmeno la riconosceva più. La bambina fu vista sulla porta, fu sentita chiamare aiuto disperatamente. Dovette venire un prete a comunicare la Papessa a domicilio, come si fa con i moribondi. Appena ebbe l’ostia sulla lingua e la sentì sciogliersi dentro di sé, si placò, sorrise, disse alla figlia: Cara, tesoro mio. Un attimo dopo era guarita anche dalla malattia che l’aveva costretta a letto. Si alzò, aprì le finestre e si mise a cantare a squarciagola: Cristo è proprio una gran vitamina! Ero terrorizzato da quella donna. L’ho sognata infinite volte. Facevo un sogno ricorrente, con lei. Sognavo di cavalcare un cavallino nero, in una piazzetta di paese che aveva una fontana al centro. Il mio cavallino trottava intorno alla fontana. Alle finestre che davano sulla piazza stavano affacciati gli abitanti del paese: applaudivano cavallo e cavaliere. Ero ebbro di approvazione universale. Facevo anche l’equilibrista: mi mettevo in piedi sulla groppa del cavallo, allargavo le braccia, poi puntavo le mani sulla groppa e spingevo le gambe verso l’alto. Gli applausi erano sempre più forti e ritmati, era come se decine di tamburi suonassero all’unisono. All’inizio i colpi apparivano ravvicinati, stretti in un’allegra marcetta. Poi gradualmente si distanziavano, cupi, lenti, sempre di più, rimbombavano come cuori. Mi rimettevo a cavallo del mio cavallino, gambe in giù, e lui non trottava più, si trascinava alla meno peggio, arrancava, stanco, intorno alla fontana. Il ritmo delle mani diventava patibolare: era la marcia che accompagna i condannati a morte. Alzavo lo sguardo verso il mio pubblico, tutti battevano le mani con espressione triste, compassionevole. Che succede? domandavo. Nessuno mi rispondeva. Le donne piangevano silenziose, reclinavano le teste sulle spalle dei mariti. A un certo momento la fontana smetteva di buttare acqua e tutti smettevano di battere le mani. Il mondo era secco, immobile. Il cavallino, anche lui si era fermato. Si piegava sulle gambe per invitarmi a scendere. Scendevo. Camminavo, sbandando, per la piazza. C’era una porticina aperta, fatta apposta per entrare. Capitavo in un andito scuro e dicevo: Ma che succede, insomma? Per terra c’era la Papessa nuda, gonfia, con la bocca spalancata, immobile anche lei. Mi curvavo su quel corpo, pareva morta. Signora, che succede? Mettevo l’occhio nella bocca nera e vedevo ardere dentro, dentro quel corpo, una fiammella tremolante. La fiammella si agitava tutta, lanciava imprecazioni in una lingua strana, che però comprendevo. Comprendevo, cioè, ed ero il primo a meravigliarmene, il linguaggio del fuoco, della fiamma. Imprecava come una donnaccia, diceva tutte le parolacce che conoscevo, si protendeva verso di me come per appiccarmi il fuoco. Io mi ritraevo inorridito, mi voltavo verso la porta per scappare. La porta era chiusa. Tentavo allora di passarci attraverso, spingevo con le ginocchia, con le spalle, con la testa, con le mani, con i piedi, con le braccia. E la porta diventava molle, gommosa, appiccicosa. Mi si appiccicava addosso: non sarei mai riuscito a passarci attraverso. Restavo lì, invischiato per l’eternità. Forse la morte non è altro: colla, miele, gomma masticata e sciolta al sole. (altro…)

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)

Davide Valecchi, Inediti 2011-2016

lost_words foto di Davide Valecchi

lost_words foto di Davide Valecchi

Non erano in piedi neanche le pareti
quando sono finiti i soldi
e nel giro di qualche anno
tutti i discorsi sulla solidità del cemento armato
si sono sciolti come l’anima cattiva del ferro
venuta fuori in macchie rossastre
fin dalla prima pioggia.

Qualcuno è riuscito comunque a finirla
ma credo sia superfluo dire
che non siamo stati noi
anche se passandoci accanto
ogni volta abbiamo guardato
attraverso i rettangoli di vuoto
tra le colonne portanti.

*

Il ronzio della cabina elettrica
ai piedi dello sterrato
arriva come un presagio del freddo
quando le macchine non ce la fanno
e bisogna lasciarle in fondo
per risalire a piedi.

Di solito siamo alla fine dell’estate
e accolgo il contrattempo
per fissare lo sguardo sulla ghiaia,
dove si trovano a volte
monete incrostate di terra,
pezzi di filo bicolore
o certi piccoli dischi di plastica rossa
che se lanciati in aria seguono il vento:
a monte alcune case non sono ancora finite.

*

Ce ne vorrebbe di tempo
per tirare fuori i nomi
dal mucchio di oggetti da macero
cresciuto dietro la casa.

Anche il periodo dell’anno finisce per contare
insieme all’ora del giorno,
alla lunghezza delle ombre,
ai piani di esistenza
e ai tappini di latta dei succhi di frutta
ritrovati nell’erba.

Ma è il nome del riflesso
che cambia di continuo
e sotto tutto il resto a ruota. (altro…)

un endecasillabo al giorno #100 di Davide Valecchi

logo Davide AAL

L’idea mi è balenata nella testa un giorno in cui mi sono reso conto che forse, fra tutti i social network, proprio twitter, con la sua drastica limitazione a soli 140 caratteri per post, poteva rappresentare un mezzo ideale per immettere nella rete una quotidiana dose di poesia. Un solo verso al giorno: la giusta quantità.
Il nome del progetto, “Un endecasillabo al giorno”, non è esente da ironia: richiama infatti certi noti proverbi che ci invitano ad adottare salutari abitudini. E, almeno per quanto mi riguarda, non posso pensare a niente di più salutare dell’abitudine quotidiana alla poesia. La scelta della forma metrica più cara alla tradizione poetica italiana se in superficie nasce per rendere omaggio ai poeti che fanno parte della mia formazione nasconde più in profondità un valore simbolico: andare da un’altra parte passando dallo stesso posto e, probabilmente, vedere un’altra cosa. Questi versi infatti non hanno carattere estemporaneo ma si inseriscono in un percorso di ricerca ed evoluzione che, nelle mie intenzioni, dovrebbe rappresentare il graduale superamento dei temi e delle modalità messe in atto nel mio libro del 2011 Magari in un’ora del pomeriggio (dove ho fatto largo uso dell’endecasillabo). I testi che sto raccogliendo da circa due anni in previsione di una pubblicazione in volume hanno un carattere nettamente diverso (per temi e forme) da quelli presenti nel libro e ho sentito quindi l’esigenza di preparare il distacco da una stagione poetica che mi ha accompagnato per quasi venti anni diluendolo nel tempo. Un distacco che si compie lasciando dietro di sé una lunghissima scia (o strascico, volendo) di motivi e suggestioni che si protrarranno per un anno intero.
Non ho ancora pensato a quale sarà il futuro di questi versi quando il progetto sarà concluso. Per adesso non è quello che conta.

© Davide Valecchi

Potete leggere alcune poesie di Davide tra cui alcune tratte dalla raccolta citata, in un precedente post uscito su Poetarum qui.

***

Un endecasillabo al giorno

  1. Si apre una raccolta di elementi
  2. La sedimentazione non è certa
  3. Attraversando una soglia di fibre
  4. Resta sul fondo un tono innaturale
  5. Nessuna ipotesi di iridescenza
  6. Una stagione di polvere e luce
  7. Crescono solo parole parziali
  8. In piedi per un soffio, per un sibilo
  9. Il bianco aumenta la ripetizione
  10. Un punto dentro al mare di riverbero
  11. Tutto è stato diviso con un taglio
  12. Un lavoro di impronte sulla pietra
  13. Riflesso da una scheggia di calcite
  14. Il giorno cade, il nome si spegne
  15. L’aria contiene un luogo di radici
  16. Senza generazione, come un vuoto
  17. Il primo segno della tua vecchiaia
  18. Un pomeriggio immobile, arancione
  19. Un sigillo tentato, quasi innocuo
  20. Salire verso una definizione
  21. Nella misura di identità minima
  22. Tracce di ferro marcano il terreno
  23. Un cielo di centimetri, volatile
  24. Siamo spariti per un tempo breve
  25. Ritornando da luoghi non previsti
  26. Ricade il seme dell’imperfezione
  27. Dentro la consuetudine dei muri
  28. Per una conoscenza della linea
  29. Oltrepassare l’emisfero freddo
  30. Rivolto verso gli anni scoperchiati
  31. Fino all’attesa ricompensa d’acqua
  32. Chiusi nel confortevole congegno
  33. Tutte le insegne sono state esposte
  34. È il 1984
  35. La luminosità, riconosciuta
  36. Il tempo esatto di un’orbita intera
  37. Chi siamo quando il viaggio si conclude
  38. Senza conversazioni immaginarie
  39. Non è una religione ma una tecnica
  40. L’esperienza del taglio: l’esattezza
  41. Guardiamo fuori per sapere il giorno
  42. In comunione segreta e continua
  43. Tutto ancora davanti agli occhi, forse
  44. Ma ho chiamato amore qualcos’altro
  45. E il dettaglio si perde controsole
  46. Non c’è più niente di rinchiuso, qui
  47. Nell’incolumità degli anni luce
  48. Le immagini convergono, cambiate
  49. Il rifugio è invisibile da fuori
  50. La chiarezza dei giorni non si ferma
  51. Qualcosa nella stanza più lontana
  52. Un grado sopra il colore di fondo
  53. Piccoli segni di sostituzione
  54. Tutti i nomi coinvolti, sulla lingua
  55. Per ascoltare il crepitio dei muri
  56. Dentro un’eredità di scalfiture
  57. Ogni stato di luce ripercorso
  58. Nell’unico orizzonte del tuo corpo
  59. Chiuso dalla durata delle impronte
  60. Si tratta di frantumi in ogni caso
  61. Il dovere del tempo è una finzione
  62. Deposito di voci attribuite
  63. Conforto di macerie rinnovate
  64. Uscirne senza segni, senza nodi
  65. Nessuna cura per il desiderio
  66. Solo una serie di trasformazioni
  67. Il peso ininfluente delle ossa
  68. Tutto il lavoro per la vita incolume
  69. E per un crollo che avviene in silenzio
  70. Persone inesistenti, liberate
  71. Tracce organiche, come di parole
  72. Un bastione di cocci e terra nera
  73. Preparativi per il terraforming
  74. Un inabissamento controllato
  75. Identità pronta alla sparizione
  76. Fino a sentirsi bianchi, cancellati
  77. Dentro giorni affidati all’erosione
  78. Memoria delle mani in dissolvenza
  79. Qualcosa che hai lasciato da bruciare
  80. Da qui la vista è nuova, cambia il fuoco
  81. Canti della dorsale, sottopelle
  82. Viene alla luce l’era del distacco
  83. Giorni non veri scritti nella pietra
  84. L’ultimo pomeriggio di pulviscoli
  85. Dove non siamo mai nati davvero
  86. Il folto si interrompe all’improvviso
  87. Il sole impone di chiudere gli occhi
  88. Poi si prosegue sotto il cielo aperto
  89. Andando incontro a docili rovine
  90. La corona di carta sulla testa
  91. Vento ordinario, svuotato di voci
  92. Il luogo afferma la tua estraneità
  93. Con ogni movimento degli steli
  94. La pienezza si compie e muore subito
  95. Nel mondo percepito con le mani
  96. La casa non è stata mai finita
  97. Ora deve iniziare la discesa
  98. In direzione dell’iridescenza
  99. Considerando ogni filo impigliato
  100. Ogni microfrattura in superficie

Alcune poesie di Davide Valecchi da raccolte e antologie

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© RedMoon P h o t o g r a p h y 2012

da MAGARI IN UN’ORA DEL POMERIGGIO
(Fara Editore, 2011)

Una certa dolorosa chiarezza
del campo visivo restituisce
immagini inopportune all’ambito
delle parole, mentre ti allontani
lasciandomi in pegno frasi complesse
che mi dovrò far bastare per anni.

L’aspetto pomeridiano delle mura
che sostengono i campi in pochi giorni
decanta verso zone consuete:
l’avanzare dei licheni prosegue
inavvertito, cocci di terraglia
affiorano in zolle di terra smossa,
steli d’erba tagliente si confanno
alla spinta del vento.

*

Oggi ho indossato la tua mancanza
in ogni luogo che ho occupato:
un’intera giornata nel tuo segno
come se conoscessi il tuo sapore.

Esteso ad ogni frammento di senso
necessariamente: pericoloso
contraltare di ogni cosa, adesso
che la pioggia ha lavato via la polvere
e la gloria di un sole riemerso
delinea inesorabili confini.

*

Nel silenzio apparente delle foglie
si nasconde la trama dei tuoi passi.

Nessuno ha visitato questi luoghi
dopo di te: semplice immaginare
che da qualche parte qui si conservi
una tenue memoria vegetale
della tua esistenza, una sequenza
di immagini che senza fine
percorrono i sentieri della linfa,
invisibili ad ogni sguardo umano.

*

Questo vuoto che appena percepisci
e non ti spieghi ti riguarda appena:
si allarga nella mia gabbia toracica
nascosto ai tuoi occhi.

È la prosaica mancanza di fiato
che mi procurano certe tue note
feroci di grazia quando ti muovi
o quando getti in mezzo alle tue frasi
echi celesti inconsapevolmente.

*

L’intera litania dei desideri
si esaurisce in un lampo di fosforo
poco prima dell’arrivo del buio,
alla fine di un giorno che non entra
nel novero dei giorni luminosi.

Un misero numero di parole
è sufficiente a scrivere una formula
per questo tempo di belle macerie.

*

Siamo andati fino in fondo al sentiero
dove si fanno più fitte le impronte
degli animali notturni, fermandoci
come loro senza poter andare
oltre i nostri riconosciuti limiti.
Nel burrone soltanto i caprioli
si gettano con grazia silenziosa
proseguendo la corsa, scomparendo.
A noi e a tutte le altre creature
è dato solo di considerare
la possibilità di una discesa,
forse rinunciare,
tornare indietro,
sorvegliare la mente,
dimenticare l’abisso.

*

Se chiamo corpuscolare la luce
che cambia quando il tuo passaggio
attraverso uno spazio qualsiasi
libera quasi invisibili frammenti di fibre tessili
che restano in vista solo per frazioni di secondo
per poi perdersi fuori fuoco in alto o in basso
probabilmente non ho detto niente
dal momento che ovunque l’aria
è satura di piccoli corpi celesti
e di pulviscoli che si accendono
a intermittenza durante i giorni di sole
e la tua presenza da sola non basta
a determinare la qualità dei riflessi
e conferire alla luce l’attributo necessario
a poterla chiamare luce corpuscolare.

*

Non ho paura, anche se è già tardi
lungo l’arco delle stagioni perse
e un costante dileguarsi di nomi
sfibra i margini estremi della vista
dove la definizione di oggetti
quotidiani comincia a decadere:

i pochi confortevoli secondi
fissi nella veste di un pomeriggio
quasi eterno di ruggine e di sole
riescono a sostenere pensieri
non ancora oscuri.

*

da SCRIVERE PER IL FUTURO AI TEMPI DELLE NUVOLE INFORMATICHE
(Fara Editore, 2012)

Il tuo sguardo che comprendeva dune di galestro
e un orizzonte di asfalto in preda all’erosione
– oltre a minuscoli detriti di carta di giornale
rimasti alla base degli steli,
mai volati via –
fu l’innesco e non la cura,
dentro un pomeriggio quasi finito,
mai finito.

La disintegrazione continua ad avvenire senza soste
al livello più basso delle cose,
dove in fondo alla trama dei suoni
quasi inavvertito e fisso
un frammento di rumore bianco
non aumenta e non diminuisce:
rimane.

*

È sufficiente questa luce a credere scritto
qualcosa che non è mai accaduto:
per il modo in cui tutto appare agli occhi
mentre tenerli aperti è difficile
se anche il vento sottolinea distanze
non incolmabili e volano nell’aria,
come al solito,
oggetti così leggeri
da non posarsi mai a terra.

Luogo di parole è anche il salire verso l’alto
dei campi non più coltivati,
dove tonalità di verde e giallo vibrano non predette,
in comunione con qualcosa che mi sfugge solo in parte
e per il resto porta il tuo nome.

*

L’ultimo nostro coincidere forse
riposa fuori dalle traiettorie,
tra i nomi rimasti a sbiancare
sul cemento infiltrato dalle acque,
purificato per tutta l’estate
da un sole senza tregua.

L’avamposto sul ciglio del burrone
è il primo muro di un’idea mai nata:
accoglie i segni di cosmologie
accennate, coperti
di fioriture semplici
e piccolissime esistenze.

Da qui si può osservare
– ed essere osservati da lontano
come puntini neri in controluce –
il fondo della valle
dove scorrono i convogli
insieme a tutto il resto.

*

«È la salita che farà il lavoro»,
dici, «non conta niente tutto il resto.
La sfocatura non è un’apparenza
ma il volto delle cose non rimaste.»

Eppure salgono ancora bagliori
da punti esatti sotto la distesa
di castagni e si possono vedere
piccoli cocci che brillano quasi
fino al livello del mare, voltandosi.

*

da DI LÀ DAL BOSCO
(Le Voci Della Luna, 2012)

But I will not follow you to the sealine
(Steve Kilbey)

Non ho più intenzione di seguirti,
ora,
anche se non sei altro che la voce
di un primo sole bianco e remoto.

I percorsi attraverso le stagioni
non sono mai stati chiari o brevi
ma nel rumore di fondo
dove ti ho avvertito sempre
si apre un vuoto che non conoscevo.

*

da CHI SCRIVE HA FEDE?
(Fara Editore, 2013)

Questo giorno non andrà
nel novero dei giorni luminosi:
un cielo quasi plumbeo si è protratto
fino alla soglia della notte,
senza parole spese invano,
senza apologia di momenti
aperti e subito richiusi.

(1999)

*

Ogni mansione ha avuto notte
in giorni disseminati,
in laconici giorni
riassunti dalla formula di un’aria
che si deteriora lentamente:

una discesa nella contingenza
corporale, una caduta breve
e profonda, alimento il vuoto,
corona il bosco e l’alloro nel sole.

(2000)

*

La purificazione che nel cielo
si è compiuta per opera del vento
non porta conseguenze alla disfatta
dell’estate.

Il silenzio dei muri a retta è forte
e non basta il frusciare delle serpi
o delle foglie d’erba secca a entrare
nei ricordi.

Le voci dove mi trovavo allora
sono da qualche parte ad aspettare
il ritorno del suono del rimbalzo
del pallone.

(2011)

*

Ce ne vorrebbe di tempo
per tirare fuori i nomi
dal mucchio di oggetti da macero
cresciuto dietro la casa non finita.

Anche il periodo dell’anno
finisce per contare
con l’ora del giorno
la lunghezza delle ombre
i piani di esistenza
e i tappini di latta
dei succhi di frutta
ritrovati nell’erba.

Ma è il nome del riflesso
che cambia di continuo
e sotto tutto il resto
a ruota.

(2012)

Nota Biografica

Sono nato nel 1974 a Firenze. Ho molti interessi ma i principali sono senza dubbio la letteratura e la musica. Ho pubblicato la raccolta di poesie Magari in un’ora del pomeriggio (Fara Editore, 2011). Altre poesie sono presenti nelle antologie Scrivere per il futuro ai tempi delle nuvole informatiche (Fara Editore, 2012), Di là dal bosco (Le Voci Della Luna, 2012), Chi scrive ha fede? (Fara Editore, 2013) e in rete. Come musicista ho fatto parte di vari gruppi fin dall’adolescenza, spaziando tra rock, elettronica e sperimentazione e dedicandomi principalmente alla chitarra elettrica, ai sintetizzatori e ai sampler/sequencer. Attualmente sono impegnato con due gruppi: Video Diva (gothic rock) e Downward Design Research (elettronica). Con lo pseudonimo di aal (almost automatic landscapes), a partire dal 2001, ho intrapreso un percorso di ricerca sonora in campo elettro-acustico, concreto, elettronico e ambient, pubblicando lavori per varie etichette, anche in collaborazione (con Logoplasm, Adriano Zanni/Punck, Matteo Uggeri/Sparkle In Grey e altri). Dal 2011 i temi della ricerca del progetto aal sono stati spesso destinati alla sonorizzazione dal vivo di eventi performativi legati alla poesia.

Nel web:  http://davidevalecchi.blogspot.it/