Davide Rondoni

Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea

quattordicesimo-quaderno-italiano_web-300x480

Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano
Marcos y Marcos, 2019; 25 €

È l’occasione per salutare e subito amare un poeta, Paolo Steffan. I suoi “frantumi”, che io sento come frammenti, indicano «gente senza più fame», enormemente impastata di una povertà perduta che ha fatto perdere l’anima dell’origine. L’ha fatta perdere alla sua terra, e alla sua gente ha fatto perdere l’origine della sua terra. Terra-elemento, così forte nel Veneto. È un concorso di anni, certo. Il sentire lì era un altro, era il parlare ed essere (o per essere) terra.
Frammenti-frantumi, ecco. E vedo poi brillare un “posterno”, che Andrea Zanzotto aveva utilizzato in chiusura di Filò, e tutto torna.
Umberto Fiori nell’introdurlo ci dice: posizioniamoci nel ritmo che questa poesia produce, che il parlato rende possibile («un insieme vivo di parlanti» scrive Fiori, e io direi un coro di voci-frammenti-dentro il pantano); sentiamo, come il dialetto anima, sfalsa le percezioni per farle brillare appunto, come tutto muove il dialetto e disincrosta ogni forma tradizionale, pur presente, con riferimenti alti peraltro, altissimi. Già si è detto: Zanzotto, ma direi anche su tutti Eliot e il profeta Isaia.
Steffan abita molto vicino al Molinetto della Croda, a Pieve di Soligo, al Montello. Sentiamo da lì venire gli «ùltimi bòt de campane/ rento paeśi che no se cognose// pi, l’è rumegar scoazhe de na lengua/ incantada che la è drio far fanzhun (ultimi rintocchi di campane/ dentro paesi irri-// conoscibili, è rimasticare scarti di una lingua/ inceppata che si sta frantumando)».
Campane e campanili: echi ve ne sono in Steffan come in Cardelli: «là, sfrontato sicuro sull’ultima altura, ci guarda/ ma forse si cura, persiste, riposa/ il campanile appena fraterno/ quanto basta/ rivolto alla neve, forse/ ci salva».
Quanto basta. La poesia di Cardelli vuole/vorrebbe liberare, liberarlo anche e dirci: liberatevi. Al fondo della sua poesia ho sentito, o meglio è come avessi risentito da una parte Bird On The Wire di Cohen, dall’altra La libertà di Gaber. Non so, non credo possano essere questi – per lontananza generazionale – i riferimenti musicali di Cardelli; ma tant’è, sarà forse solo un mio modo di leggere.
Si sente comunque, con forza, la sua voglia di partecipare, la voglia di parlare e parlarci (anche) mediante la poesia; partecipazione, associazione, comunicazione. Stringersi intorno a idee in comune, direi; agire, “combattere” anche, per non disperdersi nel dimenticatoio che a noi sembra imporsi. Ci si ribella per vivere, sì. La “giusta posizione” allora è etica, anche nel dire quante facoltà abbia perduto la poesia stessa, dispersa la sua (perduta, appunto) funzione sociale. Etica e resurrezione è il titolo di una sezione e di una poesia. Ci sono versi qui che splendono: «Sei troppo viva, troppo vera/ eppure fantasma […] Vivo e sono pubblico: la macchina/ costruisce archi di meridiano, i corpi/ angoli sempre nuovi. Attendo/ le sterzate più brusche per voltarmi/ e riflettere, guardare/ la nuova posizione che assumi».
Trovo quindi che una forma “di preghiera”, perlomeno di invocazione, in un’accezione ampia, sia la vena più in vista in questo Quaderno. Anche per Donaera difatti, con Una Madonna che mai appare, pare corretta l’interpretazione offerta sul web da Rondoni, a proposito di un elemento “creaturale” che sostiene la sua poesia. Con forza, urto, soprattutto nella sezione Il padre. Un’ustione. (altro…)

Lettera all’autore #5. Melania Panico, Campionature di fragilità

panico campionature

 

Cara Melania,

in attesa di leggere il tuo prossimo libro che so verrà pubblicato a breve e che, dalle anteprime che ho letto in queste settimane, mi sembra confermare il gran bell’esordio di Campionature di fragilità, provo a dirti alcune mie impressioni sul tuo esordio poetico. In questi giorni l’ho riletto con maggiore attenzione, con l’attenzione che merita un libro ispirato e già formalmente maturo. Mi sembra che l’essenziale sul tuo libro sia stato già detto da Davide Rondoni nella sua bella e precisa prefazione, anch’essa sotto forma di lettera, chissà se è soltanto una coincidenza o se la tua poesia ispira un tono confidenziale e diretto.
La tua mi sembra essere una poesia autenticamente e violentemente epifanica, in cui precisione del verso e radicalità della visione quasi sempre sono in perfetto e drammatico equilibrio, spesso annodate dal filo invisibile di una sottile ironia. Si avvertono lontani ma persistenti echi delle esperienze più folgoranti del ’900, in particolare mi viene in mente tanta poesia russa e la Cvetaeva su tutte, con i suoi versi rivelativi e incendiari, in cui oggetto stesso della poesia, suo centro enigmatico, è la voce stessa del poeta e il suo corpo, la sua lotta con e nel mondo, il suo essere posseduta da forze vitali e dilanianti al tempo stesso, l’amore su tutto. A mio giudizio questi elementi sono presenti fortemente nei tuoi versi e vengono alla luce già con una profonda sapienza, non solo metrica e compositiva, ma oserei dire, esistenziale (Il corpo devastato dai silenzi/ la voce sgelata/ lei urla sempre a tempo/ lascia sul pavimento/ capelli sparpagliati/ e non appigli/ ha colore di pietra/ dice ricominciamo/ all’erta a brandire l’arma del suo sì/ è un momento sbagliato, dice/ un tunnel da cui non voglio uscire).
Il libro nella semplicità della sua struttura è un testo che si muove in diverse direzioni. Nelle due sezioni, Cose accantonate e Rinascite, sono presenti frammenti, schegge, abbozzi, ma il più delle volte visioni complete di mondo, di esistenza, colti sempre nella loro dimensione germinale, inaspettata e inaudita.
Il filo conduttore mi sembra essere quello della ricerca di un filo, perdonami il bisticcio, di un telos che attraversi e riannodi i vari frammenti dell’esistenza, che salvi tutte le cose, tutte le cose accantonate, dalla minaccia incombente dell’oblio. Le cose, tutte le cose, nel senso più ampio che questa parola può assumere, chiedono d’esser dette, di esser colte nella dimensione profonda e autentica, nel loro esser da sempre esposte al tempo, chiedono di esser colte nella loro intima fragilità (Il peso da dare alle cose/ lo scriviamo ad occhi aperti). La tua poesia è, dunque, una perlustrazione, una campionatura appunto, della dimensione originaria dello stare al mondo, colta dal punto di vista particolare e intenso di una giovane donna; è la visione, al tempo stesso estetica ed etica, della costitutiva fragilità dello stare al mondo (Vedevo risalire gli spiragli frammentati:/ restare a galla è la nuova prospettiva). In questa prospettiva ritengo che la tua poesia si assegni un compito alto e arduo al tempo stesso, ossia di dire l’intrinseca possibilità che la vita ha di rinascere in se stessa e da se stessa, come indica il titolo della seconda sezione del libro, questo ri-nascere è un nascere nuovamente, ma il nuovamente è al tempo stesso far destare l’originario che abita nella vita, quindi il rinascere al tempo stesso è un ritornare, dopo una necessaria e drammatica dispersione e il conseguente smarrimento, all’origine, che si presenta come guado inagirabile, uno scalare con i ramponi dei versi il tempo (Dovevamo accordarci sui piani/ scalando il tempo verso a verso). Il tuo dettato raggiunge un equilibrio compositivo inusuale, che al tempo stesso regge all’irrompere della visione che assedia il verso e riesce a dargli forma con una parola sempre allarmata e vigile, rendendola visibile e partecipe al lettore. In questa sapienza mi sembra nascondersi la cifra ultima della tua vena poetica, quella che offre il viso alla vertigine ma non se ne fa risucchiare (A guardarla da lontano/ la madre-isola soffoca a braccia conserte/ non ambisce alla luce/ resta in dissolvenza a contemplare la vertigine).

Con affetto e stima profonda.

Francesco Filia

Festival ‘verso libero’ a Fondi (LT) il 30 settembre e 1 ottobre 2017

Il fuoco accende la IV edizione del Festival poetico ‘verso Libero’

La rassegna che si terrà a Fondi il 30 settembre e 1 ottobre 2017. Uno sguardo sull’opera di de Libero e sulla poesia tra musica, teatro e arte

Saper vedere, mettere a fuoco. Una città è stata messa a ferr’e fuoco. A fuoco una vittima, la parola, la vita. Brucia qualche cosa dentro. Arde la brace delle nostre azioni, la passione accende i nostri passi. La metafora del fuoco è onnipresente nell’opera di Libero de Libero «e di cenere odora / la stanza chiusa del cuore». La fiamma della poesia è sempre accesa nell’opera che resiste al tempo. Esistere è non smettere di divampare.

Per il 4°anno consecutivo l’associazione “Libero de Libero” organizza a Fondi (LT), “Ciociaria di mare”, terra natìa del poeta e intellettuale Libero de Libero, figura di spicco della Roma del secolo scorso. Il 30 settembre e 1° ottobre prossimi si terrà la quarta edizione del Festival poetico “verso Libero” che unisce in un’unica rassegna poesia, performing art, pittura, musica, cinema e teatro per ricordare la vita e l’opera deliberiane. L’invito-slogan è: “metti a fuoco la parola“. Parteciperanno alcuni poeti italiani contemporanei tra cui Claudio Damiani, Davide Rondoni, Antonella Anedda, Rodolfo Di Biasio e Nicola Bultrini. Si metterà in scena un’opera del poeta Lino Angiuli, “Via Crucis terraterra”, Premio “Solstizio” alla Carriera 2016 che quest’anno passerà il “testimone” a Lucio Zinna, poeta siciliano. Significativo lo spazio dedicato al romanzo “Amore e morte” di Libero de Libero, che, come avrai letto già da quel mio pezzo e dall’estratto, indaga le ragioni di un delitto passionale del 1907, quando un giovane diede fuoco alla capanna della sua “amata”.
Programma completo cliccando a questo link 

 

Una foto dalle precedenti edizioni

 

La Poesia della domenica (di Mary Barbara Tolusso)

Non so che pensare della risposta del Domenicale del Sole a proposito della coraggiosa lettera di protesta di Azzurra D’Agostino. Istintivamente, di pancia, leggendo in fretta l’articolo d’apertura di Serena Danna, e quello di spalla di Davide Rondoni, si evidenzia solo una sorta di pacata risposta a un tentativo di rivolta. Pare diano il lecca lecca ad Azzurra facendola finire in prima pagina, accanto a opinioni di Cortellessa e non ricordo più chi, ma ne vengono fuori le solite cose: il piagnisteo dei “ma” e dei “però”. Insomma la poesia è la forma di scrittura più alta ma non la compra nessuno, ma non la legge nessuno, ma non se la fila nessuno. Più in là, la replica di Rondoni non esiste. Neanche un cenno, a destra e a sinistra, sulla questione del monopolio, sul fatto che occupi molti spazi, finanche alla sua scelta di introdurre la raccolta poetica di Bondi. Cioè, mi spiego, sui bunga bunga della poesia neanche una parola, se non liquidare la faccenda con la solita stronzata che, chi si lamenta, è indubbiamente un invidioso (o un purista). Non basta. Rondoni che fa? Scrive un pezzo dove alza ancora di più il suo scettro, quasi a sberleffo di D’Agostino, la quale, inconsapevolmente, gli ha fornito il pretesto per infilare i suoi migliori under 40. Mi sarebbe piaciuto invece, così, tanto per dare ai poeti la luce che meritano, che qualcuno avesse affrontato serenamente le faccende di traffici e commerci che esistono qui – anche se credo in forma più limitata rispetto ad altre forme d’arte – alla faccia della purezza, come dappertutto. Dire le cose, con una certa serenità, non avere paura delle parole. Invece il mio scoraggiamento parte dai poeti stessi. Nell’occasione, a parte Azzurra, a cui diplomaticamente tentano di mettere il bavaglio, scorrendo le pagine di blog e riviste in internet, tante le risposte (anche irruenti) di solidarietà alla nostra, ma quasi nessuna a firma reale, con nome e cognome autentici, e questa viltà, questi sfoghi da frustrati repressi, sono davvero il contrario della poesia. Non sono certo il tipo che tende a unire arte e vita, ci mancherebbe, ma come per Mastercard, alcune cose non si possono comprare. Oppure sarebbe stato bello, o per lo meno più significativo, che qualcuno avesse approfondito quanto il verso sia basico per tutte le forme di scrittura. Infilare nella capoccia della gente quanto anche i loro romanzieri preferiti si siano nutriti di poesia (da Proust a Houellebecq, tanto per dire), invece che le solite geremiadi su quanto poco i poeti siano apprezzati letti amati, innescare invece un escamotage che aiuti la poesia a uscire dal suo pantano. Io per me, devo essere sincera, amo il pantano della poesia, inteso come contesto chiuso e selettivo, non adatto alle masse, ma se proprio dovete farle pubblicità almeno fategliela con qualche trucco più ardito. E infine mi sembra molto inutile, tirare fuori la genuinità di un Rimbaud, o Testori e Bigongiari come esempi puri di aiuto gratuito ai più giovani. Lo sappiamo. Lo sappiamo che puttane e marchettari sono sempre esistiti, così come sappiamo che alcuni poeti laureati aiutano i più giovani senza tornaconto. Ma il punto è che la lettera di Azzurra D’Agostino non parlava degli “altri”, si riferiva a un nome preciso. Sull’ordine del sogno, mi sarebbe piaciuto immensamente di più che Rondoni avesse detto, con la bella libertà della verità: ho fatto l’introduzione a Bondi perché, chessò, in questo modo mi assicuro dei fondi per aiutare alcuni giovani autori, oppure miglioro il mio centro di poesia o semplicemente mi faccio un amico onorevole in più. E certo però, addio Bondi. In ogni caso, anche questo: “sfruttare” mecenati con velleità poetiche (almeno) per ottimi fini, è sempre esistito. E sappiamo che Baudelaire non si risparmiava nel correre dietro ai critici e tanti gli autori eccelsi disposti a compromessi pur di ottenere ciò che volevano (Pasolini scriveva a Moravia per farsi appoggiare ai premi letterari, ma erano autori eccelsi). Se oggi però non siamo più disposti a un solo criterio di qualità, e lo scambio è legittimo con chiunque, per favore, per favore, almeno lasciamo a casa la purezza di un Rimbaud per misurare la vita della poesia.

© Mary Barbara Tolusso