Davide Nota

Davide Nota, I Rovi #ebook

Clicca sull’immagine per scaricare il pdf I Rovi di Davide Nota.

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Tanzio da Varallo, San Benedetto si getta nudo nel cespuglio di rovi (1630- 1633)

Oggi Poetarum Silva propone con molto piacere I rovi di Davide Nota, poeta e critico del quale ho molta stima. I rovi è un libro completo di poesia; libro intenso e molto bello, col quale Nota compie un lavoro importante sulla lingua e sulle parole. È questo, poi, un libro di grandi domande e di molta luce. Di certo un libro di questo tempo e di questi tempi. Per questo motivo sono molto felice che Davide Nota ci abbia proposto di pubblicarlo interamente e di consentire lo scarico dell’ebook gratuitamente. L’ebook si può scaricare anche cliccando qui. Grazie e buona lettura. (gianni montieri)

*

I rovi

Ma se una lingua inesistente sente in sé
la lontananza siderale degli astri
che di ogni corpo fanno un corpo vivo e mortale,
quanto distante è questa vita dalla vita stessa
che la anima ed ignora, immaginandola
come una cosa sola?
Ma senza fare di condizione virtù, non mima
il passo falso del presente
dove l’azione è questa pubblica parola
che non conduce a niente. Forma
il pensiero il ritmo della mente
che se non può ma vuole agire è sempre
un’illusione abietta o un desiderio
vivo
che gronda di aggettivi e oggetti. E vinto
si nasconde, non manifesta resa.
Circonda il tempo il tempo dell’attesa.

*
Così nel buio lo stagno lunare germoglia
in un canto di rane.
Tutta la vita è un fiorire notturno senza presente né fato.
I nuovi campi di sterminio sono pieni di luce.
E in ogni oggetto è nato un occhio che inibisce l’opera.
Un cantiere di cavi cinge il letto in cui dormi.
Ma esiste ancora un luogo dove crescono i rovi
e le anime dei morti che ritornano a sera?
Chi lo cerca non trova
più niente. Una dimora
al confine di un fossato invalicabile.

*

Davide Nota, I rovi

Davide Nota, Gli orfani

Orfani Prima

In prossimità dellʼuscita della raccolta di racconti Gli orfani di Davide Nota (Oèdipus) pubblichiamo una lettera dal Nepal di Amilcare Caselli e tre estratti dal libro. (gm)

*

Per Gli orfani di Davide Nota. Una lettera dal Nepal di Amilcare Caselli

*

Mi dovrai scusare.

E comprendere se parlerò a braccio, a caldo, infiammato, come dici tu, ma non potrò e forse non so fare altrimenti. Se dirò di coincidenze, di illuminazioni e stati estatici, mi scuserai.
Gli orfani. Il titolo non mente e non c’entra la semantica ma il suono. Devo dare retta a quello che ho visto, perché tardi in vita mia ho capito che bisogna lasciarsi prendere, abbandonarsi alla visione del suono. Affidato al diapason più che agli occhi aperti, gli ultimi anni mi hanno riservato le cose più vere, perché trapassate dal contesto, affidato senza speranze alla visione che non ha appiglio reale e solo così prendo corpo vero e accado. Succedo.
Gli orfani. Già ne avevi scritto da “Nazione Indiana” ma il sottotitolo, Appunti per un fantasy no-gender, e la connivenza con le illustrazioni, non rendevano forse piena giustizia. Stravolto adesso, pur nelle medesime parole, hai trovato le geometrie della giusta posa.
Ho letto da te che Gli orfani vuole essere un libro. E quale libro alfine.
Ho rivisto le prime letture mie e non so dirti perché, eppure sì che lo so. Ho rivisto i titoli: The Cantos, El Aleph, Canti Orfici, Arcanes. Al principio fu il suono, sembra lʼinizio di un antico testamento, di un Veda primario, ma questo mi ha guidato.
Gli orfani suona come quei titoli per me. Soltanto dopo ho trovato le corrispondenze, tutte reali ai miei occhi, potrei dirne mille e qui di seguito ne vomito alla rinfusa alcune: risento il procedere sciamanico di Campana e la sua follia, lo sguardo politico sul mondo tra le cabale esoteriche di Hirschmann, la lirica di Borges e la tematica divina, i simboli, i doppi, il sogno e la metafisica. Il mito e l’Omero di Pound («Ho camminato lungo la via Pisana alla ricerca di una chiesa l’ho trovata ma non sono entrato…»).

(altro…)

Davide Nota: Endimione

DAVIDE NOTA, ENDIMIONE (2015)

Copertina

I.

Tutto è raccolta. Quando lʼastro eclissa
come un veliero lʼuovo luminoso
da cui risorge Fenes, esistiamo.
E tutto è luce. O dove il caos, si schiude
una saetta improvvisa. E il fiume scorre.
Qui siamo, nelle forme destinate,
accolti. Non io o tu ma questa palpebra
di luce prenatale, questa sfera
che ora chiami “il motivo”. È come un sogno
dove non scisso ma infinito il flusso
di energia e materia pervade il fine.
E dunque nasce. Un grattacielo ha occhi
di fuoco e mille pensieri. Il pianeta
è in fiamme. Io contemplo lo sbocciare
degli eventi come rivelazione.
E un vento tiepido di marzo nella
notte fatale, dove tutto accade.
I lampioni esalano sangue. Il seme.

II.

Il seme cade. (Senza patrocini.)
E il sole non è ironico. (Riscalda.)
Perché lʼuomo, capace di splendori,
fu anche in grado di funesti inganni?
Gli dei hanno ben altro a cui pensare.
E cosa può una canzone? Là là là!
Perciò mentre gli eserciti si accalcano
ai confini della vecchia casa un fiore
ho colto, per il mio amore. È tutto giallo!

III.

Casa, casa. Dove non ho memoria?
Una ragazza il fato volle mia
compagna. Ed io lʼamai. (Profusamente.)
Vi scrivo dal futuro questa lettera
che presto arrivi ai piedi di una quercia
che ancora non sapete. Casa, casa.
Tra le zolle immersa. Come un altare
di suoni e colorata. “È tutto in fiore!”
(come scrisse il Sanchio)
ciò che lʼansia non deturpa di codici.

IV.

“Nascere! Cantare! Grondare immagini!
Nel corso degli eventi che si sciolgono
per diventare un albero noi siamo.
Occhi di lago, la tua onda avviene
a me come elemento di me stesso.”.
Così cantò Endimione alla deriva
nel bosco senza nome a cui si diede.
E il bosco che aderiva gli rispose
con la voce delle felci nel vento.

Endimione1

V.

“Solo ciò che non si vede esiste.”.
(Lavorando per sottrazione.)
O solo ciò che non esiste si vede?
O è questo accorgermi camminando di essere
al tuo fianco
molto prima dei mondi?
UNʼINCLINAZIONE SFAVOREVOLE (dice)
pro contro pro contro tic tic
non farò in tempo se piove non
(è una sindrome) (un complesso di sintomi che concorrono
a un quadro clinico) CLICCA QUI
“Perché non si scrivono più poesie dʼamore?”.
(Questa vergogna dʼessere
al cospetto…)
Addio, lago ghiacciato.
Campanelli, campanellini belli.
Lʼeclissi non mi colse […].

(termosifone) (stanza) (procedura) (insert coin)
(tergicristallo) (software) (pelle rossa) (visione)

(quantità accumulate) (di notifiche e dati)
(frigorifero) (torsione) (neon) (déja vu)

“Lʼho visto quel falò. Ce ne sarà
qualcuno di più importante?”. “Sì, tra poco.”.
Mi dicesti:
“Ciao!”. Ti dissi.
Il venti marzo del duemilaquindici.
[…]

Lʼeclissi non mi colse impreparato.

VI.

CIP CIOP! CIRICIOP!
Una sinistra aria
che per lʼuomo è lʼombra.
Una metropoli nel caos dei disservizi.
Cavalcando, cavalcando…
LOL!
Il flauto di Pan.

(depone uova) (sottocutanee) (la cavia)
(si annidano colonie) (nella saturazione)

(il tornio esiste) (è una funzione esponenziale)
(raggio di convergenza) (un argomento complesso)

(il logaritmo) (bava) (il logos) (annidato)
(tutta la storia è storia) (di una dissociazione)

(e non c’era niente, niente che io potessi fare
oltre una larga diffusione di indifferenza…)

Oh qui ti vidi per
la prima volta, principessa indiana sotto i portici
di Piazza della Libertà a Macerata.
Avevi in mano un vassoio di paste.
[…]

Due laghi […].

VII.

Due laghi nella notte marchigiana.
“Ti aspetto nel giardino. Ho una gonna
bianca. Mi vedi subito.”.
La ragazza ha sognato
una stanza (uno spazio) da attraversare (su cui affacciarsi)
(dopo un breve corridoio) (ad angolo).
Dunque sʼaffaccia e vede.
[…]

Lʼuovo […].

VIII.

Peona mia sorella dice sei sparito nel momento del bisogno come tutti gli altri. (Dove sei finita, luce? Queste nuvole…)
Un ripugnante gancio ci solleva e produce…
Può darsi che un amore puro sbocci nei parametri del caos?
Senza risentimenti. O isterie normative.
“Légami.”. Dice:
“I legami monogami non appartengono al tempo.”.
E una web-cam è un lago
dove affonda la pietra
lanciata da un ragazzo
ai bordi della sera.
E una ruspa solleva del materiale incongruo.
Ti aspetto in uno schermo
dove i segni si posano
come un paesaggio triste.
Ma il sacerdote nero che disegni
ostacola il passaggio e non esiste.

Endimione2

IX.

Vista, vista. Come potrei davvero perderti?
Quando si nasce è freddo. E poi si piange. E tutto è duro.
Tu mi chiamavi “Meraviglia santa”. Ed io “Luce”.
Quando eravamo un uovo luminoso. Un uovo elettrico.
Io non vedevo. Nero. Nero. Nero.
Allora cominciò a sollevarsi
una canzone come il mare alla luna.
E mʼelevasti vista dallʼeterno
sonno per nascere corpo nel sole.
Nel caos della sembianza, tra gli abbagli,
giocando a riconoscerci per sempre.
E quando chiudo gli occhi e tu dispàri
è solo unʼaltra forma del mio amore.
Quando la luna sanguina sul mare in fiamme
tra le necropoli delle autostrade sale
un grido strozzato a dirci: ci rivedremo.
Perché non io o tu ma forse un dio
inabissato risorge.

X.

Forse, dico. Privi di possesso. Scardinando
aspettative. Come un evento naturale.
Forse, dico. Incontrandoci per sempre
una prima volta. Tutte le mattine.
Forse, dico. Perché la vita è oscura.
Custodiremo questa grazia pura
nella carne, nella materia storica,
che disfa sé nel corso dei molteplici
avventi? Forse, ti dico. Forse! Il fiume
si inabissa per risorgere e la luna
sua sorella lo attende? O nellʼunione
che non ha pretese Diana si stese
e disse: “Coglimi. Sono nata
per essere brucata dai tuoi vermi.
A te mi affido. Scioglimi.”? Ma poi
scomparsa ovunque risiedeva il vero
cosa significava? Se Endimione
non altro aveva che al risveglio lʼaria
a cui affidare il suo amore? Meditava
come fanno le pietre che non sono
quando aspettano il fuoco. E il giorno giunse.
Era pieno di nuvole.

XI.

In autostrada. Una bufera. Il mare
soffia tristi presagi. I tir bagnati
trasportano materiali grondando. Un autogrill
è un luogo in cui le anime non sanno
quale giorno li attende. E si attraversano
guardando i gesti cari che separano
gli eventi come specchi senza vita,
sfogliando i giornali oppure sciogliendo
biscotti industriali dentro ai caffè.
E tutto è falso. Il tutto
che appartiene adesso a un nastro trasportatore, a un nastro
recintato da lampioni e guardrail.
In auto Endimione scarta un uovo
di Pasqua, espone un ciondolo nel quadro
del parabrezza incrinato, le nuvole
(lo sfondo) gli trascorrono nemiche
come Erinni dai millenni soffiate.
E lʼautoradio emana fredde news.

XII.

Eppure, in fondo al nero, ancora il giallo…
Un messaggero dentro la bufera
ripete lʼarte dellʼattesa è sacra
mentre lʼauto attiva il tergicristallo
e lʼansia dei codici non scompare.
E lui non doveva più sperare
ma solo accogliere i segni dal fondo
come cadaveri emersi dal mare.
Perché crudele è lʼagonia del mondo.
Eppure, in fondo al nero, ancora il giallo…

Endimione3

Questi dodici momenti di un poemetto in corso avvengono tra il 20 marzo e il 4 aprile del 2015, tra unʼeclissi di sole e unʼeclissi di luna anche detta “luna di sangue”. Entrambi gli eventi astronomici coincidono con la vigilia di due date simboliche profondamente evocative per la cultura pagana e cristiana di cui il canto è intriso: lʼingresso nella primavera del 21 marzo e la domenica di Pasqua del 5 aprile. Eppure la realtà automatica è sempre in agguato quando invece di affidarsi allo sviluppo musicale del “motivo” ci si volta indietro titubanti come Orfeo che aveva quasi portato in salvo la sua Euridice. Endimione dovrà dunque, nelle prossime puntate, attraversare quattro mondi (il fuoco, la terra, lʼacqua e lʼaria) prima di poter riabbracciare la ragazza indiana, nel bosco di un amore molteplice e unitario dove la dea Diana si incarnerà in entrambi.

© Davide Nota

 

Davide Nota è nato nel 1981 in provincia di Milano e risiede da sempre ad Ascoli Piceno. Ha studiato Lettere moderne a Perugia e ha vissuto a Roma per alcuni anni. Ha fatto parte della rivista “La Gru” e del collettivo “Calpestare lʼoblio”. Ha pubblicato i libri di poesia Battesimo (2005), Il non potere (2007) e La rimozione (2011). Ha fondato la casa editrice Sigismundus con cui ha dato alle stampe lʼultimo libro di Roversi e gli scritti inediti di João César Monteiro.

Illustrazione di copertina e disegni di Alice Linus

5 testi da “Il non potere” di Davide Nota

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di Davide Nota


L’arcano


Nel cuore il sole immette un sortilegio
come un fantasma buono d’ambo i sessi
ed è una voce che traluce il nome
dentro la stanza che traduce oggetti.


Tu sei con loro nella storia vaga,
nel tentativo assurdo e il privilegio
di esistere per dote o per difetto
come un transex arcano per la strada

di chi non fa rinuncia e tutto perde,
di chi la morte preferisce a iosa
piuttosto che la corte vomitosa
dei lividi sorrisi e delle merde.

Tu sei nel rosso dove adesso appena il verde
lucore delle foglie sfiora il dosso,
ti chiese l’antenato di descrivere
la neve sopra il corpo e le radici.


Stanza


Questo naufragio di ventre e polmoni
sotto le costole marroni del tetto
è la riaperta ferita del neon
al clicchìo costretto degli interruttori.

«Che ridi?» mi chiedesti, sorridendo.
Io ti risposi un timido: «no, niente».
Contempleremo nel quartiere orrendo
i bar che si riempiono di gente.

«Tu vedi di studiare qualche cosa…».
Ma adesso pure noi si sa che si è
qualcosa, tra le cose: un accumulo

di prole in disavanzo,
che solo la bufera ci promette
sul tavolino bianco questa rosa.


Gli orfani


Occorre ritrovarsi. Su questo bagnasciuga
reticolato. Dentro queste macchie
di acquerelli e pixel. Nel cielo
sfibrato. Occorre comunque ritrovarsi.

L’immagine è sfocata. Un’ombra
accartocciata ai piedi del mare.
(Non lo so neanch’io, no: non lo so…).
Sulla battigia desolata
gli uomini in fuga cercano un rifugio
e i deboli un lungo sonno.

Così come orfani del mondo
incatenati nella febbre a vita
del giorno: è così, sì, va bene…
Ma sebbene le tubature siano molte
e la sorgente unica
l’origine, Giulia, è dentro l’assedio.


Leggendo Eschilo


La mia giornata è senza senso e non sarà
possibile costruire una fortezza necessaria
per dire è questo, è quello.
Io sfoglio libri alla rinfusa
come le pagine di Topolino e Focus. Non leggo Bataille,
inizio Proust ma mi distraggo. E presto è l’ora
di farmi un giro su Youporn.
E quando arrivo a sera sono stanco.
A volte penso che si perda crescendo
la facoltà di intendere le cose,
io per esempio non comprendo più cosa significhi
avere un mondo interiore.
Escluso dai candidi pepli e dai banchetti
esecrabili, non il canto delle Erinni
mi spezzerà la vita.
E nessun coro che scavi
in questo bulbo corroso.


La promessa del fiore


Brilla per sempre, relativa stella
alla distanza da cui mi avvicino.
Vederti è stare qui dove la riva
l’esistente in cammino ogni possibile
rifrange alla deriva d’occhio e luce.
Ma adesso è in questo immobile processo
in cui io e te miliardi di anni luce
distanti ci fermiamo ad osservarci.
La muta già corrode ogni esperienza
violata ma ti ho vista ora per sempre
brina dell’esistenza, non passata
visione, assenza che (forse) ricuce
l’improbabile promessa del fiore.



Davide Nota è nato nel 1981 a Cassano d’Adda, in provincia di Milano. Da sempre residente ad Ascoli Piceno ha studiato Lettere moderne a Perugia. Ha fatto parte del movimento “Calpestare l’oblio” (2008-2010) e della rivista di poesia e realtà “La Gru” (2005-2012). Ha svolto diversi lavori tra cui operaio in fabbrica, proiezionista per cinema, commesso librario, banconista alimentare e editore. Dal 2013 cura il blog di poesia “Fonti Coperte” per il sito de “L’Unità”. Vive e lavora tra le Marche e Roma. Il non potere (2002-2013) è il suo primo libro di poesia.

ASCOLTANDO SYD BARRETT [DAVIDE NOTA]

«che vivo sincero e più sicuro lo canto»

[Davide Nota]

 

 

To improve. Grazie ai Pen Friends. Anche così: migliorava il suo Inglese [Lingua della Musica che da sempre l’ha sempre armata di forza eversiva]. E tra le scatole piene – fiumane di carte, buste, francobolli, metafora la mancanza – nel periodo possesso di Pascià Pixel – s’interroga: «cosa resterà di ogni nostra epistola?». S’immagina la perdita: Giacomo becca un virus chattando in Facebook e ciaociao confessioni a Giordani! (altro…)