Davide Maria Quarracino

Omaggio a Jolanda Insana

 

Jolanda Insana (fotografata da Dino Ignani)

Jolanda Insana (foto di Dino Ignani)

Perturbato infiammamento

Versi, pensieri, costruzioni per Jolanda Insana a due anni dalla scomparsa

Jolanda Insana l’ho scoperta grazie a un libricino di poesie e prose intitolato Satura di Cartuscelle. Là faceva il contrappunto al De amore di Andrea Cappellano, e con lingua affilata e infaticabile riesumava i propri morti dalle macerie del terremoto di Messina. Da lì è iniziato il lungo viaggio nei suoi versi, tra quei titoli evocativi e impareggiabili (Turbativa d’incanto, La stortura, La tagliola del disamore…) che, mentre venivano letti e molto amati, informavano l’occhio mai sazio che li percorreva come in preda a una febbre felice. Ma ignoravo che le ore passate in compagnia di quei libri dovevano preparare un incontro dalla doppia natura, segnando un inizio e un addio.
2016, è appena passata l’estate. Vengo chiamato a presentare una bella antologia di poesie sul tempo, alla Mondadori di via Piave, a Roma. Non c’è molto pubblico, l’evento è stato sponsorizzato in maniera pessima. In prima fila, Jolanda Insana siede vicino a Elio Pecora – entrambi partecipanti all’antologia. Si parla per quasi un’ora di fronte a molte sedie vuote, si termina l’incontro. Saluto Elio perché già lo conosco; lei no, Jolanda non l’ho mai vista fuori dal rettangolo dei video su Youtube. Ci presentiamo, tiene il viso così vicino al mio, ha un’intelligenza straordinaria negli occhi, un guizzo rarissimo e un sorriso furbo, d’intesa, di un’intesa istintiva. È felicissima, dice, perché “il prossimo anno io compio ottant’anni, e Sciarra amara ne fa quaranta”. Vuole festeggiare, ma non sa ancora come. Però si festeggerà, di questo è certa. È talmente contenta mentre inizia a progettare, ad architettare, e sembra di riuscire a vederle, idee allegre e luminose come bengala, salire dalla bianchissima nuvola elettrica dei capelli esibendosi in saettanti acrobazie. Pure, dice rivolta a me e a Elio, ha dei problemi di salute, “è il veleno delle sigarette”, una tosse che dura da un po’. Usciamo dalla libreria e ci salutiamo, ripromettendoci di sentirci presto. “Io sto in via dei Greci, conosci?” Certo che la conosco; c’è il Conservatorio in quella via tra il Corso e il Babbuino, e camminandovi si è sempre in compagnia di qualche musica di violino, o di pianoforte. In quella via ci sono passato in seguito moltissime volte, ogni volta pensandola. Ma la festa che tanto avrebbe voluta non c’è mai stata, perché il 27 ottobre 2016 s’è stutata la sua candela e via dei Greci ha perso la sua poetessa. Eccoci ora qui, due anni dopo, giovani nomi rispondenti a un invito (proprio come a una festa), per allumarne ancora la fiammella e fare “tappo” alla dimenticanza.

(Giorgio Ghiotti)

 

***

la verità non fluttua sulla terra

ha perso la scatola nera

e però m’afferro all’aquilone

passò di qui qualcuno?[1]

 

(Francesca Santucci)

[1] Quattro versi di Turbativa d’incanto (Garzanti 2012), tratti rispettivamente da: la verità non fluttua sulla terra (p. 13), sbreccata (p. 58), s’infossa il passo e traballa l’orizzonte (p. 7), intorcigliato porta al collo (p. 11).

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Davide Maria Quarracino: Frangiflutti (estratti)

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Davide Maria Quarracino, Frangiflutti, LietoColle, 2015

*

(da L’ultimo di ogni sole)

*

Perdere con la notte, qualche parte
d’ossa, fingere di stare bene, sapere
che da soli si ingoiano le proprie croci
pesanti sulle spalle, nello stomaco
tenerle lì, camminando curvi.

*

Anche la tua più ridicola caduta
è elegante per te anche chiedere
dov’è la toilette e il tuo viso
è bello anche quando
stanco pulisce dal piatto il pranzo
e al mio ti do una mano risponde disinvolto
no, aspetta, faccio io.

*

Avete incontrato il vecchio maestro delle elementari
la donna della vostra vita
colui che vi ha fatto scoprire il mondo
un caro parente che non c’è più,
lassù,
vi siete stupiti come non mai e, sorridendogli
affabili e cordiali, un caffè

avete detto, in questa poesia,
dimenticandovi l’uno
dell’altro – ancora
ancora e ancora.

*

(da Varcando tutte le porte)

*

Anche tu, un giorno, sarai vecchia.
Ti alzerai presto la mattina per accorgerti
che è tutto qui. Farai attenzione
a non cadere, stringerai le mani
alla ringhiera dell’androne.
Avrai tanto da cucire, e vestirai come vestono
i vecchi. A mangiare, le dita tremeranno
perché la leggerezza delle posate
sarà pesante. Avrai tanti volti
sul comò e pregherai come pregano
i vecchi. Le notti saranno lunghe sulla tua pelle
malata, e sarà difficile cancellare le luci,
stare al buio,
quando la vita, di nascosto,
ci avrà dimenticati.

*

Questo è il quando, il dove
sei venuto

e non c’è silenzio
in cui non sai
avere negli occhi
le ferite del cammino.

© Davide Maria Quarracino

Nota bio: Davide Maria Qaurracino (Santa Maria Capua Vetere, 1995), studia lettere moderne all’Università degli studi di Roma La Sapienza. Frangiflutti è la sua opera prima; alcuni suoi testi sono stati tradotti in arabo.